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I
personaggi delle serie "Angel" e "Buffy, the vampire
slayer", appartengono a Joss Whedon, la WB, ME e la Fox, l'autrice
scrive senza alcuno scopo di lucro e non intende violare alcun copyright. |
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ETERNITA’ |
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Il cassetto sbattuto con
violenza fece sussultare Doyle. “Non mi importa se mi hai
mentito.” – disse Angel, sbattendo anche la porta dell’armadio in preda ad
una tensione inusuale – “Ma se adesso provi a fermarmi sarà peggio per tutti
e due…” nell’attimo stesso in cui
era riuscito a domare i suoi ricordi ed il volto dello sconosciuto si era
sovrapposto a quello di Spike in una conferma senza incertezze, Angel si era
alzato e se ne era andato. E a Doyle non era restato
che tallonarlo fino in camera. Come se per prendere tempo,
per riordinare i pensieri, Angel era già a torace nudo, impegnato a cercare
un maglione, il portafoglio, chiavi… qualsiasi cosa lo potesse separare per
qualche minuto dalla sua missione senza farlo sentire in attesa di un nuovo
segno. “Non voglio fermarti.” –
ribattè Doyle, restando comunque a centro della porta – “Voglio solo sapere
se sai cosa sto facendo.” “No, questa curiosità dovrai
tenertela. Adesso ho da fare.” – commentò, recuperando anche la giacca e
caricandolo come un toro. Con un’espressione tale da
far spostare Doyle prima della colluttazione. Accidenti, mi ha fatto paura
più della macchina di Methos… “Angel, aspetta.” “No.” – ribattè secco,
scendendo le scale rapidamente. “E’ pieno giorno, dove credi
di andare?” “Sai benissimo dove vado e
sai che ci andrò passando dalle fogne.” – erano già nel seminterrato – “se
proprio vuoi renderti utile, tieni qui Spike.” “oh, certo. una cosa da
niente.” “Se sei riuscito a non
dirgli di Edward.” – ringhiò, voltandosi – “saprai anche convincerlo a stare
qui.” A questo punto il sangue
irlandese di Doyle si sciolse all’interno di quello demoniaco. E la sua
proverbiale pazienza ebbe fine. “perchè invece tu ti sei
precipitato a dirglielo.” Angel si bloccò. La mano
sull’anello della botola, il ginocchio già piegato, pronto a scendere. Senza un commento si rialzò,
lasciando che il varco si chiudesse con un tonfo. E si voltò. “dimmi cosa dovrei dirgli.”
– chiese, pericolosamente vicino – “Che suo fratello voleva testarmi e vedere
se potevo sostituirlo veramente? Che, ops, guarda che caso, è un immortale e potevano rivedersi molto
prima? Dimmi solo una cosa, lo troverò ancora o è scappato di nuovo?” “Edward non è il tipo che
scappa.” – ribattè Doyle, prendendone le difese – “E non ho detto nulla a
Spike perché mi ha chiesto di non farlo. Io ne ho viste persone
soffrire nella mia vita, ma il dolore che sta provando in questo momento non conosce paragoni con
nient’altro. Che ne dici, andiamo di sopra e facciamo lo stesso servizietto a
Spike?” Incurante della spanna di
differenza in statura che li separava, Doyle fece un passo avanti, quasi a
sfiorare il torace di Angel con il proprio. Trattenendosi dal desiderio
di tirare il primo pugno. “Come credi che l’abbia
scoperto?” – sibilò – “Nello stesso modo in cui l’hai scoperto tu. Hanno gli
stessi occhi, lo stesso sorriso. Chissà, forse William sarebbe potuto
divenire così, se tu non l’avessi trovato. È questo che ti rende così
furioso? Non è da tutti trovarsi di fronte l’altro volto del destino.” Forse un pugno avrebbe fatto
meno male. Angel non si mosse, eppure sentì il suo cuore stringersi e perdere
un battito, innanzi a quella verità. Il passo indietro, a
sorpresa, lo fece Doyle. Si appoggiò alla Desoto parcheggiata. E lo fissò,
mortificato. “Non volevo, perdonami. –
mormorò – “Ti giuro, mi è sfuggito di bocca…” “Forse le tue non sono
verità assolute.” – replicò Angel, voltandosi e scivolando giù, nell’entrata
dei cunicoli – “ma hanno la loro validità… credimi…” Doyle rimase fermo,
appoggiato alla macchina. Sopra la sua testa risuonavano gli anfibi di faith,
appena rientrata. Ma sotto i suoi piedi, gli sembrava di poter sentire il
rimbombo dei passi di Angel, lungo le lamiere dei condotti. Non riusciva a immaginare
cosa potesse pesare o fare Angel in questo momento. Senza neanche soffermarsi
su quanto aveva appena scoperto, correva verso la fonte di ogni risposta,
verso quell’antagonista che tanto l’aveva tormentato nelle ultime ore. Doyle si ritrovò, con
sorpresa, a ringraziare intimamente Spike, per quella follia ideata la sera
prima. Forse, senza neanche saperlo, aveva salvato suo fratello. Si pentì all’istante di quel
pensiero. Ipotizzare che angel cedesse al suo demone, per un moto di
rabbia…per quale motivo, poi… Già… Di colpo questa storia mi
sembra assurda. Incomprensibile, connessa a leggi che non comprendo. Come, perché negarsi
all’affetto delle persone che si amano. Perché fuggirne di continuo, perché
dover giungere a semplici soluzioni per strade tortuose. “Che succede all’eroe?” La sua voce lo fece
sobbalzare. Si voltò e lo guardò, in piedi illuminato dalla luce del piano
superiore che gli pioveva alle spalle. Nel buio gli occhi di Spike
brillavano quasi come quelli di un gatto. Era a torso nudo e stringeva tra le dita una maglietta.
“Niente. Doveva verificare
una cosa.” – rispose Doyle, prima ancora di formulare un pensiero coerente. “Oh.” – il sopracciglio di
Spike stava già innalzandosi verso l’alto – “E questa ‘cosa’ implica che lo
seguiamo?” “No.” – Doyle scese dal
cofano della macchina e si avvicinò – “Direi che può sbrigarsela da solo.” “Immagino ti abbia detto che
sa quello che sta facendo.” No, non si nemmeno preso la
briga di fare una cosa del genere. Ma, dopotutto, io gli ho
mentito. Direi che siamo pari. “Bhe, Angel è uno che di
solito sa quello che fa.” – replicò, incrociando le braccia e alzando la
testa, per guardarlo, in cima a quei pochi gradini. “e non c’è niente che vuoi
raccontare a zio Spike?” –insistette quell’altro, finendo di vestirsi. A dire il vero, un mare di
cose… “Nulla.” – tranquillo.
Dovrei sconvolgerti la vita, mandarti in confusione, farti infuriare. In questo caso, penso di
preferire lasciarti nell’incoscienza… In quell’attimo di
riflessione, Doyle si domandò cosa restasse in lui del fratello di Edward. Il
fisico, gli occhi, il gergo,.. spike aveva nascosto William nelle profondità
del suo essere.. e William rare volte emergeva nei movimenti e nelle reazioni
istintive. Forse le parole, la
tenerezza che metteva in alcune attenzioni… Ma era cambiato. E così come Angel non era
più Liam, Spike non era un William semplicemente cresciuto. Spike riemerse dalla
maglietta e lo guardò, con sospetto. Doyle lo fissava come se lo vedesse per
la prima volta, come se nella mente gli sfrecciassero rivelazioni mai avute. “Ehi, sono sempre io, il
vecchio e affascinante Spike.” – commentò, scotendo una mano per distrarlo –
“Si può sapere che hai da guardare?” “io…” – doyle lo fissò con
sorpresa, mentre i suoi occhi passavano da un azzurro perso alla tonalità di
sempre – “Nulla. Guardavo i lividi.” Si mosse sicuro, superando i
gradini. “Allora, piccolo inglese.” –
esclamò, con aria tranquilla – “Non hai nulla da raccontarmi? Mi hanno detto
che hai progettato un’apocalisse in cantina, ieri notte….” Pagheremo tutti questo
nostro silenzio. Ma ce ne preoccuperemo, il
giorno che accadrà. *** Quando Methos aprì la porta
e si trovò di fronte Angel, gli parve di sentire la cavalcata delle
valchirie. Lo squadrò, sfoggiando la
sua espressione più ermetica. Ma Angel ricambiò, con muta
sfida. Non c’era molto da dire o da
fare… sarebbe giunto al suo obbiettivo comunque. “Resta dove sei.” – mormorò
Methos, con voce piatta, allontanandosi e lasciando la porta aperta. “Non ho bisogno
dell’invito.” – commentò il vampiro, con voce piatta – “Una volta ottenuto..
e tu non avrai comunque il tempo di avvertirlo.” “Intendevo solo tirare le
tende.” – rise methos, voltandosi a guardarlo – “Mi sembra il minimo, come
padrone di casa. Ma se vuoi essere sospettoso, fai pure.” Angel non rispose. E quando
l’appartamento fu finalmente in penombra, con pochi risoluti passi si pose al
centro. Aleggiava ancora, in
quell’ampio salone, un vago sentore di sangue. Voltandosi di poco, Angel potè
intuire che la fonte di quell’aroma fosse in uno dei materassi da palestra. Una macchia più scura gli
diede conferma del fatto. Guardingo, tendendo i sensi
verso il ballatoio alle sue spalle, si domandò dove fosse, mentre Methos si
accomodava sul divano. “Non sei venuto a parlare
con me, immagino.” – sospirò l’immortale, allungando le braccia lungo lo
schienale. E guardandolo, in attesa di una replica. “Infatti.” – ribattè, con un
vago sorriso - “E dimmi, lo tieni nascosto da qualche parte?” “Assolutamente no.” – scosse
la testa – “Si sta preparando a partire. Vuoi che te lo chiami?” “No, grazie.” – adesso
l’aveva individuato, nella camera da letto dietro di lui –“Faccio da solo.” “Fai pure. Ah, Angel…
Gradirei che tu non lo toccassi nemmeno con un dito….” – per quanto
noncurante, Methos aveva accompagnato quelle parole da un leggero movimento
del braccio. E la spada, apparsa da dietro il divano, servì a sottolineare la
sua opinione a riguardo – “Vedi, potrebbe spiacermi, rovinare così la
giornata ad entrambi…” Angel rimase immobile un
attimo. Poi, con studiata provocazione sfilò le mani dalle tasche e le
mostrò, aperte, alzandole. “Sono disarmato.” “Io no.” Edward era appoggiato allo
stipite della porta. La sacca era ai suoi piedi. Usava la spada per
giocherellare con i manici e la tracolla. Si era cambiato. Ora
indossava un maglione chiaro e un paio di jeans. Quei colori tenui, quasi
opposti al nero e al mimetico della sera precedente, mettevano in risalto la
verità nuda e semplice. Edward era una creatura diurna. E il sole di cui
godeva, in ogni istante della sua vita, risaltava nel colore della sua
carnagione e dei suoi capelli irregolarmente schiariti.
Nell’attimo in cui aveva
sentito Methos parlare. Edward aveva saputo chi fosse l’interlocutore. Quella voce pacata,
dall’accento ormai quasi sparito, sarebbe stata riconoscibile anche nel
frastuono. Edward aveva posato i suoi bagagli e la giacca da motociclista. E
aveva sfilato dalla custodia la sua spada. Pronto a ricominciare, se era
necessario. Alzò gli occhi, con studiata
sfida, incontrando lo sguardo del vampiro. Ora, nella penombra luminosa
del giorno, poteva valutarlo meglio. L’incarnato eccessivamente pallido, le
spalle larghe e esaltate dal giaccone di pelle. Era eccessivamente
monocromatico, nei suoi abiti scuri. I capelli corti e fermati con il gel, i
lineamenti regolari. Era indiscutibilmente affascinante senza essere
appariscente. Semplicemente, era un magnete allo stato puro. Anche adesso, senza
l’eleganza di un’arma bianca tra le mani, da lui trasudava lo spirito del
combattente. Ed Edward, nel valutarlo e soppesarlo, e nel subire lo stesso
trattamento, si domandò dove sarebbero andati a parare, nella loro sfida. Poi, improvvisamente, si
rese conto dell’espressione con cui lo stava valutando. Aveva un profondo
sguardo scuro, assolutamente insondabile. Deglutì, e i suoi occhi
divennero ancora più azzurri. “Io no.” – ripetè – “Io sono
armato. Ma non credo tu voglia riprendere il combattimento. Di giorno… senza
una reale motivazione…” Era abile. E stava
imboccando la stessa via della sera prima. Ma ora, valutò Angel, si stava
sbagliando. Questa volta era lui, senza
una reale motivazione. “Questa volta, Edward…” –
replicò, con voce assolutamente tranquilla – “Il mio perché è più forte del
tuo.” Il silenzio sa essere
freddo, considerò Methos, come poche cose al mondo… Per un attimo, Edward non
credette al suo udito. Tutto il suo essere ebbe l’impressione che il tempo
fosse rallentato un’altra volta, dilatandosi. Quella singola frase, detta con
calma, gli penetrò al centro del petto, con un dolore simile a quello della
freccia. Resistette a stento,
stringendo i pugni, al desiderio di portarsi le mani al torace. Resistette al desiderio di
replicare, di urlare, di prendere a calci la parete. Resistette al desiderio di
sfogarsi. E solo alla fine, all’apice della sua tensione, si rese conto di
non aver provato rabbia nei confronti di quel vampiro oscuro e silenzioso. Ma solo contro se stesso. Poi, con mossa fulminea,
Angel infilò una mano in tasca e lanciò qualcosa a Edward. E lui, per quanto
sbalordito e raggelato da quel riconoscimento, reagì d’istinto e afferrò
l’oggetto. Un cellulare. “Se ritieni che non abbiamo nulla da dirci.” – la voce
di Angel era tagliente – “Chiama quel numero e parla con tuo fratello. Come
vedi, ti permetto pure di scegliere.” Si mosse, di un passo, e poi
di un altro, avvicinandosi, chiudendolo lentamente in quell’angolo, contro
quella parete. “Puoi scegliere tra me e
William.” – spiegò, nel fermarsi perfettamente nel raggio della spada di
Edward – “Ma con uno dei due dovrai scambiare due chiacchiere.” Gli occhi di Edward lo
fissarono, alzandosi con lentezza. E quando furono viso a viso, Angel sentì
una morsa allo stomaco. Quella luce in fondo agli
occhi. Angelus era stato attratto da quella luce. Se oggi William era Spike..
era per quel colore puro. Per quei cristalli azzurri in cui si muovevano
tutte le emozioni più forti del mondo. Per un attimo si sentì quasi
male, fisicamente. Doyle aveva ragione… questo
era un altro volto del destino. Era il monito per uno dei suoi peggiori
delitti. Se ci fossimo incontrati
prima, nessuno avrebbe potuto salvarti da me. Io ti avrei distrutto. Ed ora, rendi solo più forte
e deciso il mio futuro. Doyle non ha mentito. La
Redenzione esiste. Ed io la cercherò, fino a quando non l’avrò ottenuta. Edward lo fissò,
raddrizzandosi. Poi, con studiata lentezza, la destra ancora stretta
all’impugnatura della spada, tese una mano. E, senza un commento, gli
restituì il cellulare. “Methos.” – annunciò, senza
perdere quel contatto visivo – “Penso che tu possa ritenerti congedato….” *** “Siete pregati entrambi.” –
commentò poco più tardi l’immortale, già con un piede già sul pianerottolo –
“Di non distruggermi l’appartamento.” Mentre la porta si chiudeva,
methos ebbe ancora una fugace visione di quei due, in piedi, al centro di una
stanza. E, pur impegnando al massimo le sue capacità intuitive, non riuscì
nemmeno a ipotizzare cosa sarebbero stati in grado di dirsi. O di farsi… Scese le scale, con calma. E
la vibrazione del cellulare lo distrasse dal tendere ancora l’orecchio. “Ciao Francis.” - sospirò,
varcando la porta di casa e scendendo nuovamente in strada – “No, non mi son
potuto fermare a origliare… si, ti credo.. se dici che non glielo hai detto
tu…” Si fermò, sull’ angolo,
ascoltandolo. Alzò gli occhi al cielo, poi
si voltò, nuovamente verso qual terrazzo da cui Edward, meno di un’ora prima,
aveva salutato Faith. Ma da dietro le tende non
gli giunse nulla. “Risparmia la bolletta.” –
commentò – “Sto venendo lì…” *** Quando finalmente Methos
chiuse la porta, la tensione parve improvvisamente mutare di sostanza. Con un sospiro, Edward si
mosse, cercando di apparire tranquillo. Dopotutto, si era appena
ricordato che stava per conferire con un vampiro. E, delle tante esperienze
che già poteva vantare, quella gli sembrava una delle più surreali. Si tratta, considerò, di
sapersi comportare. Come due esseri civili, due
veri gentiluomini. Si spostò verso la cucina e
aprì il frigo. Per poi fermarsi, in dubbio. “I vampiri bevono birra?” –
chiese, mostrando due bottiglie rese opache dalla sbalzo di temperatura. “Dipende dai gusti.” –
replicò Angel, afferrando la sua. Svitò il tappo e bevette un sorso,
sedendosi al bancone. Edward fece altrettanto,
prendendo posto di fronte. Come approccio sembrava funzionare… Angel lo stava nuovamente
fissando. “Se stai cercando le
somiglianze.” – sospirò, quasi stanco di quei continui esami – “Risparmiati
la fatica…” “Da giovane ti assomigliava
molto.” – replicò, Angel – “E’ per questo che ieri sera non me ne sono
accorto… non pensavo a com’era da molto tempo…” “Hai detto giusto. Come era.
Il che, direi, chiude la nostra conversazione.” “Non essere frettoloso,
Edward. Spike è famoso per quello che nasconde sotto la superficie. E con
l’anima, sono probabilmente tornate molte caratteristiche di…” “Di quando era vivo?” –
domandò a bruciapelo Edward, incrociando le braccia e fissandolo. Angel ne fu sorpreso. Forse
quella reazione, in frangenti diversi, l’avrebbe divertito. Ma la verità, semplice e
lineare, era che quel ragazzo lo disorientava. Paragonarlo a Spike era riduttivo e deviante. Dare per scontato
che potesse capire ogni coda della loro vita demoniaca poteva essere uno
sbaglio madornale. “Lui è, a modo suo, ancora
vivo.” – replicò, con lentezza, dosando i termini – “Io l’ho ucciso. Ma lui è
sopravvissuto. Di lui dicono che è più vivo di molti vivi…” Edward non accennava a
interromperlo. Lo ascoltava. Fermo. Con la stessa espressione
assorta che aveva avuto Spike quel giorno.. il primo giorno passato a Los
Angeles… Angel rischiò di perdere il filo
del discorso. Era spaventoso. “Adesso ha un’anima.” –
riprese, con lentezza, intervallando con un sorso di birra – “E per quanto io
ne sappia qualcosa delle sofferenze che ne derivano, so per certo che, nel
caso di William, questo ritorno ha dato delle risposte che io, come suo Sire
e come suo assassino, non ho mai saputo dargli.” Il silenzio che ne seguì fu
interminabile. Angel abbassò gli occhi per
un istante, domandandosi cosa stesse pensando. Imperscrutabile eppure terso,
come il cielo d’estate. “Da quanto tempo sai di
lui…” – chiese, tornando a guardarlo. Edward si era appoggiato al bancone, le
braccia ancora conserte. “Trenta ore.” – replicò,
senza neanche fissarlo, facendo ruotare la bottiglia – “Sono arrivato ieri
mattina…e, se vuoi sapere tutta la verità, ieri sera non ti stavo cercando.” “Questo l’avevo intuito.” –
ribattè, accennando un sorriso – “Eri parecchio impegnato, quando sono
arrivato…”
Gli occhi di Edward lo
squadrarono, freddamente. La Reminiscenza è un
sentimento privato e spesso devastante. Non esistono parole per spiegarla, né
emozioni con cui compararla. Ma questo, probabilmente, si
poteva anche dire di altro.. come del bere il sangue… “Dove vuoi andare a parare, Angel?” – domandò, tralasciando i
preamboli – “Vuoi spiegazioni, informazioni o sei venuto ad accertarti che
non me ne vada più in giro ad accoltellare mio fratello? Sono stanco, me ne
voglio andare…” “E saprai dimenticare? Io
non ti conosco, ma non credo che tu sia capace di gettarti alle spalle questa
storia.” “Quella che tu chiami
‘questa storia’ è mio fratello. Un fratello che non sapevo di avere ancora è
che era la luce dei miei occhi. Probabilmente, se io ci fossi stato, tu non
avresti avuto una singola possibilità.” “Non esserne certo, Edward.
Angelus non è mai stato propenso a chiedere.” – con gesto studiato, Angel
spinse verso di lui il pacchetto di sigarette, dimenticato in un angolo del
bancone – “E, comunque, tu non c’eri.” Non sapeva perché l’aveva
detto. Anche se era la verità, era
suonata come un’accusa. Angel aspettò una reazione. “E’ vero.” – confermò
Edward, celando abilmente ogni pensiero, senza muoversi – “Io non c’ero. Ma,
se è vero quello che dici.. se è tanto vero da farti parlare di Angelus come
di un’altra persona.. nemmeno tu c’eri a salvarlo. Nemmeno tu puoi fuggire da
questa realtà. Tu, mio grande eroe.. l’hai condannato.” Forse, amico mio, era meglio
quando ci affrontavamo con la spada in pugno. Le ferite sanguinavano meno. Amico mio… Quel nomignolo gli colorò
l’ombra di un sorriso sulle labbra. “tu ed io, Angel.” –
proseguì – “Non abbiamo niente in comune. Io non voglio vendetta, su questo
sono stato palesemente chiaro ieri sera. E non voglio che William sappia di
me. Per quel che mi riguarda, questa conversazione non ha motivo per
esistere.” Si era alzato, con il garbo
e l’educazione che la sua epoca gli aveva insegnato. Un congedo, preciso e
letale. “Ti sbagli.” – la voce di
angel risuonò chiara e netta, mentre Edward già gli volgeva le spalle. Ancora
seduto al bancone la bottiglia di birra a metà strada tra le labbra e il
ripiano – “Spike ti cerca ancora adesso. Ancora oggi cerca te, quando
desidera un appiglio. Il suo mondo sta in equilibrio tra la tua luce e la mia
oscurità.” Si era girato, ruotando
sullo sgabello. Seguendo, ironia della sorte, gli stessi pensieri di Doyle. “Io forse sono il buio che
lo ha accolto e l’ha salvato.” - Aggiunse, mentre Edward si voltava di
scatto, quasi scottato da quelle parole – “Oh, si, è così…. Ti rendi conto
della differenza che passa tra Angel e Angelus. Ieri sera stavi combattendo
con me…Tu non stavi combattendo con l’assassino di William. E lo sai bene.” Edward tornò verso di lui,
le braccia conserte. Tutto il suo corpo comunicava una profonda
stanchezza. “Angel…” – tirò un respiro superfluo,
cercando di dosare la rabbia. E la paura di quell’ammissione - “Sei un animo
forte, e sei quello che credi di essere. Un paladino. Sei stato un avversario
nobile, come non ne ho mai avuti, se questo può valere a qualcosa. Ma ti
sbagli quando credi che questa sia una bilancia in equilibrio.” Si interruppe, fissandolo. Dichiarandosi, in un certo
senso, vinto innanzi a lui. “È a te che Spike è legato,
non a me.” – disse, scandendo quell’ammissione, con lentezza quasi ossessiva
– “William era mio fratello. Era. Adesso c’è Angel. Solo Angel.” Adesso c’è Angel. Solo
Angel. Già… ci sono io. E, contrariamente a quanto
poteva pensare, quella realtà dei fatti gli diede fastidio. Non sono te. E non sono il tuo sostituto,
si ripetè, cercando di convincersene. Los Angeles, ottobre 2000
Spike si rizzò a sedere
sul letto. E fissò la porta, appena accostata.. “Permettimi di farti
notare.” – sussurrò, tagliente – “Che non amo essere guardato mentre dormo.” “Lo so.” – sospirò Angel,
aprendo del tutto la porta e facendo capolino – “Non ti stavo guardando..
bhe, si, anche.. ma stavo cercando di vedere se eri sveglio.” “No. Dormivo.” – ribattè
il vampiro, appoggiando le spalle al testile, accendendo la luce e infilandosi
una sigaretta in bocca allo stesso tempo – “Ma visto che il danno è fatto,
entra pure e infilati nel mio letto.” “Grazie, Spikey.” –
commentò, chiamandolo con il vecchio nomignolo e sdraiandosi.. In diagonale, sul letto.
Le braccia ripiegate e la testa inarcata verso di lui. “Mi hai preso in parola.”
– ribattè Spike, senza trattenere un sorriso, guardando il suo sire mettersi
veramente comodo. “perchè, scherzavi?” –
Angel assunse un’espressione stranita e lo guardò. “No, no, fai pure.” Lo fissò, sorprendendosi
e sentendosi quasi a disagio per quel mezzo sorriso e per quella posizione
stranamente famigliare.lui e Angel, sdraiati sul letto “Bhe, che c’è?” –
insistette. “Sono venuto a chiederti
le tue intenzioni…” “Bhe, Angel, non so.. mi
guardi dormire, ti sdrai sul mio letto, mi osservi concupiscente.. le tue
intenzioni sono chiare, ma le mie…” “Parlavo di oggi.” – lo
interruppe con occhiata tollerante Angel- “Sai che giorno è, vero?” “Certo che lo so.”- per
ammetterlo gli servì una boccata di fumo più lunga del previsto – “Ma non
intendo farci nulla. Assolutamente nulla.” “Benissimo.” – Angel
annuì, serio- “Per cui non vuoi nemmeno un regalo….” “Non mi hai già fatto un
regalo? Ricordi, a giugno, Cacciatrice da festeggiare.. brindisi…” “mi ricordo. Ma è passato
del tempo...” “Si, certo…” “E poi non sapevo che
intenzioni avessi….” “Angel, ho capito
l’antifona.” – lo interruppe, porgendogli un pacchetto di sigarette.
Un’ottima soluzione per quell’espressione vagamente imbarazzata che iniziava
a modificargli i lineamenti – “Fuma e tranquillizzati. Non ti tratterò male.” “Grazie…”- replicò il
vampiro bruno, accettando il tabacco – “Che pensiero gentile…” “Torniamo
all’argomento.”- disse Spike, con tono professionale – “Non intendo fare
nulla. E non voglio dirlo a nessuno. Per cui passa la voce anche a Faith.
Niente baldoria, fine della questione.” Fece una pausa,
allungandosi a prendere il posacenere. “Del resto” – aggiunse –
“Se mi hai comprato un regalo, è inutile che lo riporti indietro…” “Su questo sono
d’accordo.” – replicò Angel, estraendo dalla tasca posteriore una busta. “Che cos’è?” “Non fai prima ad
aprirlo?” “Voglio sapere che
cos’è…” “William.” – Angel lo
fissò, tenendo ancora la busta tra due dita – “Non funziona così. Ripeti con
me:’grazie Angel’ prendi questa busta e aprila.” “grazie Angel, prendi
questa busta e aprila.”- scimmiottò, ubbidiente Spike, strappandogliela
letteralmente di mano. E sbriciolandola quasi – “Contento?” “Abbastanza.” Gli occhi di William si
spalancarono, davanti al contenuto della busta. Avesse potuto, gli sarebbe
anche mancato il fiato. Fissò i due cartoncini e
Angel, ripetutamente. Lo guardò, mentre si alzava dal letto e si avviava alla
porta. “Il concerto è stasera
alle nove.” - precisò, afferrando la maniglia e voltandosi, per finire la
frase– “Il posto lo sai. Il secondo biglietto è di Faith. Due moto e due
biglietti. Buona serata…” si fermò, poi riaprì la
porta. “Ah, William,
dimenticavo.” – aggiunse – “Buon compleanno.” “Edward, cosa ti fa credere
che William abbia la memoria più breve della tua?” – domandò, quasi
soprappensiero – “Non sei il solo che è andato avanti da solo per una strada
inaspettata. È la particolarità che avete entrambi. Vampiro e immortale.
Avete persone che amate, una vita propria. William non dipende da me, in
nessun modo. Siamo legati, io e lui, da un legame di sangue e, a quanto pare,
da un destino comune. Ma non esiste solo questo….” Edward non si voltò. Lo
ascoltava, questo era certo. Ma gli volgeva le spalle. “William ha Faith. Wes, Doyle,
Cordelia, Dawn…” – enumerò Angel – “La metà di questi nomi per te non
significa nulla. Ma sono le persone che tuo fratello ama, quelle per cui
darebbe la vita. Sono la famiglia che si è creato, in questa epoca e in
questa esistenza. Le persone che lo tengono aggrappato alla realtà, che gli
permettono di combattere i suoi fantasmi e i suoi rimorsi. Sono le persone che gli
danno un motivo per andare avanti, quelle che non lo condannano e credono in
lui. Forse hai ragione, ci sono
io. Ma la vuoi sapere una cosa?” Si fermò, soppesando quello
che stava per dire. Poi gettò alle spalle quell’attenzione. E pensò a Spike. Ai suoi
occhi che divenivano grigi e fiammanti, quando ascoltava frasi che non voleva
accettare. E, soprattutto, a come fosse in grado di sopravvivere alle più
inaspettate verità. “E ci sei anche tu, Edward.
È il tuo nome quello che Spike urla nel sonno…” – prese fiato, nel vedere
quella schiena improvvisamente irrigidirsi – “E’ il tuo nome quello che gli
fa male dire. E voglio dirti un’altra cosa… Angelus non ha mai saputo di
te.” Edward si era voltato. I
suoi occhi azzurri tradivano una sorpresa che non sapeva spiegarsi. Fissò il
demone, mentre si alzava e si avvicinava. “Spike non ha mai parlato di
te. Se l’ho saputo, è stato solo per caso. Per puro caso. Tu sei quel passato
che Spike non può più avere, quello di cui non si sente più degno. Tu eri una
cosa troppo pulita perché il suo demone osasse anche solo rammentarti.” – lo
disse spietatamente, attendendo una reazione – “Il suo demone, non la sua
anima. Ed è stato un bene che fossi morto. Perché altrimenti ti avrebbe
ammazzato, come ho fatto io con mia sorella, con tutta la mia famiglia. Un demone distrugge il
meglio dell’uomo, senza remore.” Si sarebbe aspettato una
reazione. Un pugno alzato, una risposta fisica a quelle frasi. Invece Edward
non si mosse. Lo squadrò, immobile, ed Angel sentì altre parole sfuggirgli
dalle labbra. “Ma tu non c’eri.”- soffiò
–“Eri un’assenza, già quando era vivo. Eri la parte mancante di lui, il vuoto
che si aggiunge a quello cosmico, quello degli artisti e dei poeti. E
l’abbiamo trovato noi, seduto, in quel viottolo, in lacrime…” Un viottolo.. una stradina
secondaria, sulla via di casa…. “C’era stata una ragazza,
che l’aveva respinto… …infelice,
come se gli avessero portato via anche l’ultimo appiglio… …avrebbe seguito Drusilla
ovunque.. e lei gli promise chissà quali dolcezze… io giunsi poco dopo. Volevo morisse, volevo
distruggere quel suo dannato tenermi testa… e non ho potuto…. È stato l’inizio….” Le parole di Angel gli
giungevano intermittenti. Ma Edward le seguiva appena. Nella sua mente,
vorticosamente, rimbombavano solo poche frasi, frasi su cui si soffermava,
quasi contenessero realtà antiche e celate. Quante cose in comune,
William, quante ancora senza saperlo… La mano di Angel sulla sua
spalla lo fece sussultare. Alzò la testa, lo fissò dritto in viso. Con quella fierezza leonina
che aveva fatto innamorare e ingelosire senza distinzioni, le persone della
sua epoca e quelle delle epoche venute in seguito. Con occhi azzurri senza
ombre. E luce. “E’ stato un guerriero da
quando è rinato.” – Angel ricambiò quello sguardo, con l’intera notte che si
portava nell’anima – “Anche se non aveva una missione, anche se non aveva
morale. È un uomo forte. Ed ora è anche un eroe che si domanda se sei fiero
di lui.” Basta. Decisamente troppo. Con movimento rapido, Edward
lo respinse. Spinse lontano quella mano dalla sua spalla, con un passo
indietro. “Tu non sai niente.” –
ringhiò – “Non sai cosa c’era tra me e lui. Non sai un accidenti di niente
del perché l’ho lasciato, di quello che l’ho fatto soffrire in vita. Non sai
un beneamato nulla. Nulla.” Scattò in avanti e insieme
volarono oltre il bancone, picchiandosi. “Non sai cosa gli ho fatto
passare, non sai quanto ha pagato avere un fratello come me.”– gridò,
picchiando duro, direttamente in viso – “Gli volevo bene, lo adoravo, l’avrei
protetto da tutto. Ma non ho potuto far nulla per quello che la gente
pensava, non ho potuto far nulla… lui era troppo per quel dannato mondo. Non
lo capivano, non lo accettavano, lo denigravano. Ed io lo mettevo in ombra,
sempre. Non me ne fossi andato, lui sarebbe stato tutta la vita sempre e solo
‘il fratello di Edward Coventry’.” Angel, con una spinta ben
assestata, lo spinse contro il bancone. Le ossa di Edward scricchiolarono,
quando i suoi reni si compressero contro il bordo del ripiano e lui sbattè
gli occhi, per il dolore. E’ umano, si ricordò Angel,
in un attimo di apprensione. Immortale, ma umano… il suo corpo si rigenera,
ma la sua resistenza è orrendamente mortale. Edward si chinò in avanti,
tossendo. E lo caricò nuovamente, a testa bassa. “E tu vieni a parlarmi di
William.” – ansò, sputando la rabbia dominata – “Cosa sai di lui, cosa rimane
di lui dopo un secolo e mezzo. Te lo dico io, niente, quel niente che mi ha
impedito di riconoscerlo quando l’ho visto ieri sera. Quel niente che mi ha
impedito di sentirlo avvicinarsi. Quel niente che non gli ha fatto
riconoscere me….” Angel si ritrovò a sbattere
contro il frigorifero, mentre le bottiglie in bilico sopra precipitavano su
di loro, intorno a loro… Il vino rosso si diffuse in
un’ aroma pungente, su di loro, colpendo i senso sottili di Angel, arrossando
i capelli del suo aggressore. Una furia bionda, rapida ad
arretrare. Aggrappato al tavolo, il corpo scosso da una tosse
incontrollabile. Pronto a riscattare. Angel non se lo fece
ripetere due volte. Ed Edward volò a centro stanza, disarticolandosi quasi
nel giungere a terra scompostamente. E rialzandosi, perdendo
sangue dal naso, sottili rivoli dalla bocca. “Smettila.” – ringhiò Angel,
scavalcando il bancone e avanzando. Pressoché incolume. Ed Edward gli sorrise, un
sorriso sarcastico. E spietato. Con lentezza si carezzò le
labbra con la lingua, raccogliendo sangue e vino. “Dimmi…” – sussurrò –
“Adesso assomiglio a Spike, vero? Cosa farai se non mi fermerò? Mi ucciderai?
Fallo, così potremo andarcene entrambi. Oppure, se vuoi restare…. Tagliami la
testa. E finiamo questa farsa amici-nemici.” “Sei stato tu a decidere per
l’essere nemici.” -. Gli ricordò Angel, fissandolo, mentre si rialzava. Era
vero... incoronato di sangue e vino, sembrava il novello Bacco che era stato
Spike durante la rivolta dei Boxer. E, come allora, Angel
provava disagio innanzi a quella bellezza feroce e unica. Edward si rialzò,
barcollando. La vista gli si annebbiava, il suo corpo era di nuovo invaso da
fiammate di dolore. Si chinò in avanti, tossendo
e sentì due mani afferralo, per sostenerlo. E si divincolò, finendo a
terra. Rialzando la testa, verso il
suo assalitore. Guardandolo. E sorprendendosi per
quell’espressione contrita. Contrita e.. disarmante. Era vero.. angel non aveva
scelto la via della guerra. “E ora tu vieni a parlarmi
di lui..” – ringhiò, da terra, cercando di rialzarsi – “ Un eroe, un
guerriero.. ai miei occhi lo è sempre stato, non mi racconti nulla di nuovo.
La sua forza.. la forza che avrei dovuto prendere per sopperire alla mia… lui
era la mia forza, lo è sempre stato e non ho mai potuto dirglielo. Non c’è stato tempo, non c’è
stato tempo per nulla.” Era di nuovo in piedi, con
una resistenza che non aveva nulla di fisico. Angel lo guardò sbalordito.
Poteva sentire quel cuore pompare in direzioni nuove, poteva rendersi
addirittura conto di come stesse inondando tessuti e cavità sbagliate. Emorragia. E lo sapeva. “Edward, sdraiati.” – ordinò
– “Non me ne frega nulla della nostra discussione. Non ho dosato la mia
forza, sei…” “Sono cosa…” – rise il
ragazzo, togliendosi il sangue dalla bocca – “Moribondo? Si, lo so, ne so
qualcosa di sangue e morte, anche io. Questo te lo ha detto William? Ti ha
detto in quanto mio sangue ha immerso le mani? Sapeva che sapore e profumo
avesse ben prima di divenire demone.” Angel non capiva. Di cosa stava parlando? Di cosa… Los Angeles,Hyperion,
2002 Colpi di tosse. Ripetuti,
netti e rauchi. Angel si riscosse dalle
sue riflessioni. E si alzò, percorrendo il ballatoio a piedi scalzi. “William? Tutto bene?” Nessuna risposta. Ancora
colpi di tosse. “William?” – Angel si
affacciò alla porta del bagno. Spike stava appoggiato al
lavandino. Quando la voce di Angel lo sorprese, alle spalle, si raddrizzò con
lentezza, pulendosi la bocca. Fissò un attimo lo
specchio, forse sperando di vedersi, di poter dominare la propria
espressione. “Tutto bene, non ti
preoccupare.” – rispose, lasciando scorrere l’acqua. E cancellando le piccole
macchie rosse dalla superficie di porcellana. Non abbastanza in fretta
perché a Angel ne sfuggisse l’odore. “Sicuro di star bene?”-
insistette, avvicinandosi e porgendogli un asciugamano. E accorgendosi solo
in quel momento del fatto che ci fosse Faith nel letto di Spike. “Dovrò perdere
l’abitudine a entrare a tutte le ore.” – scherzò,appoggiandosi al mobile,
mentre il vampiro biondo si asciugava la faccia – “William, senti…” “Non chiedermi di nuovo
come mi sento.” – lo interruppe, vagamente esasperato, il ragazzo – “ho avuto
un incubo. E mi sono morso le labbra. Fine della questione.” Ok. Ci credo. Angel fissò la bocca e
notò una piccola incisione già rimarginata. Ok, ci credo. Ma i colpi di tosse? Lo fissò ancora, non
sapendo bene cosa domandare di preciso. E notando solo allora le pupille
leggermente dilatate e l’espressione cupa. “Un brutto incubo?” –
chiese. “Si.” – annuì l’altro. In
uno slancio di intimità, si appoggiò al mobile, al suo fianco, sempre
l’asciugamano tra le mani – “Mi capitava quando ero giovane. Mi svegliavo la
notte, con la netta sensazione di soffocare. Non mi succedeva da molto
tempo…” “Capisco…” “No.” – Spike si voltò
con un sorriso tranquillo sulle labbra. Apparentemente sereno – “Non penso.
Diciamo soltanto che ero ossessionato. Mi domandavo cosa si provasse a morire
nel sonno. A morire… soffocati…” Si raddrizzò, gettando
l’asciugamano in un angolo del bagno. “E per giunta odiavo il
sangue.” – ammise, stiracchiandosi – “Mi faceva effetto già solo il vederlo,
figuriamoci sapore e odore…guarda come cambiano le cose….” “Già.” – sorrise Angel di
rimando, sempre fermo, le braccia conserte – “E chissà quanto ne hai visto,
prima di essere vampirizzato…” “Quanto basta per una
vita.” – replicò senza astio. Ma con una strana espressione sul viso-
“Comunque, se sommi l’incubo al ritrovarsi di colpo la bocca piena di
sangue,. ottieni un vampiro paranoico che tossisce nel cuore della notte.” “I fatti lo dimostrano…” “Infatti. Per cui,
adesso, levati dalle palle e porta il tuo spirito missionario fuori da qui..
ho una donna che mi attende.” “Tu non sai nulla…” – rise
Edward – “Non sai di me, non sai della mia vita. E puoi fare a meno di
preoccuparti. Può darsi che muoia… oppure no. Sta a te, adesso…” Lo afferrò con tutto il suo
corpo. Si aggrappò al suo torace e riuscì a mandarlo a sbattere contro una
spalliera. Per poi inarcarsi. E
colpirlo ancora. Un colpo fiacco, di pura
disperazione. Angel girò la testa, nel
riceverlo. Non sapeva cosa inventarsi. Quel ragazzo non lo ascoltava, non lo
lasciava nemmeno parlare. “Edward, finiscila.” –
esclamò, cercando di bloccarlo – “Non ero venuto per questo. Ero venuto
perché volevo sapere, volevo capire. Non ti volevo morto ieri sera e oggi
ancor meno.” “Perché, questo delitto ti
macchierebbe più di altri? Spike se la prenderebbe con te?” – questa frase
venne sottolineata da un potente ceffone che lo mandò lungo e disteso. Angel
aveva metodi chiarificatori per fornire risposte. Con un unico colpo si era
liberato di lui. E questo sembrò snebbiare
Edward, almeno per un istante. “Non stavi usando la tua
forza.” – mormorò, con un filo di voce - “Potevi tenermi a distanza… eppure
continui a farti colpire, perché….” “Perché è prerogativa tua e
di William.” – ringhiò Angel, inginocchiandosi per vedere in che condizioni
fosse – “Portare la mia pazienza a dei limiti estremi. E quando date in
escandescenza è meglio lasciarvi sfogare.” Edward lo guardò, quasi
sbalordito. E cominciò a ridere. Piano. Poi in modo sempre più
sincero. Poi, d’un tratto, la risata
si spense del tutto. *** Nell’attimo stesso in cui la
sua amata collezione da enoteca finiva a terra e su due uomini impegnati a
imporsi con le proprie idee, Methos stava varcando le porte dell’Hyperion. E apprezzando, come sempre,
l’assoluta incapacità di quella gente di praticare giardinaggio con criterio. Quel giardino era uno
sfacelo di piante troppo alte e piante troppo soffocate da altre piante
ancora. Methos, sbuffando, scavalcò un rampicante che invadeva parte del
vialetto e salì i tre gradini, allungando un braccio per spalancare la porta. “Miei signori…” – salutò,
cerimoniosamente, togliendosi il giaccone e posando la spada – “e mie signore…” “Solo signore.” – lo
corresse Cordelia, finendo di passare con un piumino le appliques ai lati del
bancone – “Anzi, questo saluto vale solo per me…” “Sei sola?” “A lavorare, sono sola! A
faticare, ripulire, spolverare…” – Cordelia scosse la sua arma con aria
contrariata – “Ma se intendi se sono sola in casa, no, non lo sono. E se
intendi cosmicamente parlando…” “…allora siamo tutti soli” –
concluse Methos all’unisono con la ragazza. Avvicinandosi e sfilandole il
piumino dalle mani e passando, energicamente il punto troppo in alto per lei
– “Dichiara finito questo lavoro e offrimi un ennesimo caffè della giornata.” “Questa si che è una buona
idea…” Detto. Fatto. Un altro stereo che suona di
sottofondo, un’altra tazza di caffè e un altro divano. La mia vita sta diventando
stranamente noiosa…e ripetitiva. Methos si era accomodato,
sedendo di fronte a Cordelia, cercando di non pensare a quei due che, a casa,
stavano probabilmente sfogando i loro istinti. Cordelia parlava, parlava… e
tutto il suo chiacchiericcio nascondeva ogni altro rumore. Compresi i passi di Doyle. “Sei arrivato.” – commentò
truce, entrando e franando nella
poltrona rimasta libera – “con comodo, mi raccomando…” “Ho detto che venivo qui.” –
replicò l’uomo – “Non che mi precipitavo…” “Certo.” – borbottò – “Bla,
bla, bla… uh, ciao Cordy.” “Ciao Doyle.” – Cordelia li
squadrò entrambi. Poi si alzò – “Voi due mi sembrate avere qualcosa di cui
parlare. E io inizio a essere stufa di persone che litigano. Angel e Spike,
angel e Doyle, voi due.. no, grazie,
basta. Preferisco le pulizie. Anzi, farò come Faith.” “Ovvero?” “Ovvero vado a farmi un
giro!” “Principessa, faith è
rientrata. Credo sia andata a dormire…” “E questo cosa centra! Io
esco.” – Cordelia si avviò verso le sue stanze, con fare impettito – “Statemi
bene.” “Ciao bellissima.” – le urlò
allegramente dietro l’immortale. Prima di accennare un gesto di brindisi con
il caffè – “Hai litigato con Angel, Francis?” “Si. Indovina per cosa.” – i
suoi occhi azzurri apparivano sfumati. E la sua espressione… methos si mise
comodo. Litigare con un Doyle era una gran esperienza. Impedibile. “Si dice per chi.” – replicò
allegramente – “Non per cosa.” “Impiccati.” “Non è una bella esperienza.
Passo, grazie.” “Methos, se non la pianti,
io…” – gli puntò un dito contro. Poi, con un certo qual nervosismo, si mise
in piedi, alzando le braccia al cielo – “Dio, come capisco la mamma!” “Fortunato.. per me resta
ancora adesso un mistero.” – bevve un sorso, con flemma. Assaporandolo sulle
labbra – “Allora, Francis, come l’ha scoperto?” “Non da me.” – Doyle si
stava massaggiando il collo, quando si voltò – “sono tendente alla frode,
bugiardo e amante dei vizi… ma non manco mai la mia parola.” “Lo so.” – methos gli
sorrise, tranquillo – “Ma mi incuriosisce veramente. Come ci è arrivato?” “Dopo secoli…” – domandò
Doyle, le mani in tasca e l’espressione seccata – “Non ti sei preso la briga
di guardarlo?” “Una somiglianza notevole.”
– ammise l’uomo, senza perdere il suo buonumore – “Tutto qui?” “Serve altro?” “Sono vagamente deluso.” –
sospirò, con aria dispiaciuta. Poi, incurante – “Lui c’è?” “Certo. Prima porta a destra
al primo piano.” – replicò Doyle – “La strada la conosci.” “Ti aspetti che possa fare
qualcosa?” L’aveva chiesto con fare
accattivante, inclinando lievemente la testa. In modo assolutamente
irritante. Eppure Doyle non riuscì a
portare avanti quel suo desiderio di litigio. “E cosa potresti fare…” –
borbottò – “Avevi ragione già ieri, quando mi hai detto di non impicciarmi.” “A volte sono proprio
saggio…” – si complimentò l’uomo – “Resta il fatto che adesso le cose si
stiano complicando…” “E resteranno complicate,
immagino.” – stava di nuovo semi sdraiato in una poltrona – “L’unica cosa
sicura è che nessuno si smuove dalle posizione prese…” “Certo. E’ prerogativa degli
eroi essere disgustosamente granitici nelle loro opinioni.” “Ha parlato il tipo
malleabile…” “Seee, e ha risposto il
conciliante irlandese.” Doyle sorrise, fissando il
vuoto. “Questo è vero.” – concesse.
Poi, una volta che si fu assestato, le gambe allungate sul bracciolo della
poltrona accanto – “Del resto, questo non fa di me un eroe… se mai, una
seccatura.” Methos gli lanciò
un’occhiata. Doyle aveva l’aria assorta, nel tormentarsi il ciuffo sulla
fronte con due dita. Era veramente l’anti-eroe per eccellenza. Nulla
dell’ombroso fascino di angel o della scanzonata furia di Spike. Si vede che ha preso da me,
si consolò, guardandosi le scarpe da ginnastica e le maniche sformate del
maglione. In effetti, potevo crescerlo
più sofisticato… Del resto anche Sinead non
aveva puntato a farne un essere sublime. Anzi. L’aveva reso così umano e così empatico da non avere nemmeno
termini per definirlo. Riassumendo, sei stato
rovinato dai tuoi… “Non prendertela, Francis.”
– sospirò – “Non c’è nulla da fare. Oddio, fossi in Angel, gli spaccherei le
gambe e lo porterei qui di peso… ma visto che non sono lui…” “Si, si è visto come lo hai
convinto a venire qui…” “Non ricominciare. Io gli ho
detto cosa doveva fare, a mio avviso. Non parlo d’altro da almeno venti ore.”
– Incrociò le braccia, facendo dondolare la sua tazza da caffè ormai vuota –
“sono parecchio stufo.. non vedo l’ora che parta.” “Bugiardo..” – inarcandosi
ancora un poco poteva vederlo in viso. Ma al contrario – “sarà anche vero che
odi le seccature e buona parte dei problemi mondiali, ma quel tizio non
rientra in nessuna delle due categorie.” “Su questo avrei di che
obbiettare.” La frase era da methos. Ma la voce no. Doyle si tirò su di scatto,
rischiando di franare miseramente sul tappeto. Appoggiato allo stipite, con
le mani in tasca e gli immancabili bicipiti in bella vista, stava la croce
bionda di Angel. Doyle, con panico allo stato
puro, cercò di focalizzare cosa ci fosse di compromettente nella
conversazione con Methos. Scoprendo di non ricordarne nemmeno una parola. Spike, d’altro canto, lo
fissava con aria ostica. E Methos non faceva
assolutamente nulla. “Oh toh, l’inglese.” –
commentò, allegramente, incrociando le mani sullo stomaco – “Ma che piacere
vederti in salute…” “Immagino.” – Spike, si
mosse, con flemma, appropriandosi del posto lasciato libero da Cordelia – “da
come sei corso dietro a quel vigliacco ho potuto intendere tutta la tua
preoccupazione.” “Priorità, Spike.” –
replicò, senza concedergli nulla – “Bisogna prenderne atto. A ognuno le sue.” “E dimmi…” – allungò i
piedi, mettendo in bella mostra gli anfibi – “La tua Priorità sta bene?” “ti manda i suoi saluti.” Gli era uscito dalla bocca
troppo veloce per essere fermato. E Methos, con disappunto, dovette valutare
di aver sbagliato. Gli occhi azzurri di spike
si socchiusero leggermente, soppesandolo. “Ignoralo.” – doyle si stava
riprendendo dall’infarto abbastanza in fretta – “e’ vecchio e insopportabile…” “Vero.” – concesse Methos
con un accenno del capo – “ma pur sempre di grande fascino.” “Modesto…” – il sorriso di
Spike si aprì, quanto bastava per vedere la lingua saettare su quella parola.
C’era in lui quella bieca sicurezza con cui
metteva in difficoltà i nemici. Quella luce che, da giovane, aveva
nascosto sotto ciglia abbassate e dentro occhi sforzati dalle ripetute
letture. “A modo mio, William” –
pensò Methos, ricambiando l’occhiata – “Sono contento di averti rivisto in un
secolo adatto a te…” Sei veramente una sorpresa
continua. “Andiamo, Doc.” - disse il vampiro, provocandogli un
sobbalzo – “Vuoi fissarmi ancora a lungo?” Doc… Doyle lo fissò sbalordito.
Spike non l’aveva mai chiamato in quel modo. Faith, talvolta.. oppure
Cordelia, quando voleva litigare… Ma non Spike. Mai. Perché ora? Un caso? Un gioco? Era calato il silenzio. Doyle mosse rapidamente gli
occhi da uno all’altro. Da un sorriso all’altro. Due sorrisi sottili e
spietati. Si stavano facendo la
guerra, senza un singolo gesto. E, a quanto sembrava, con
profondo gusto, Spike stava addentando pane per i suoi denti. Gli occhi di Methos
saettarono sul suo viso valutando. “Spike.” – lo chiamò, con
una vibrazione simile a una risata – “Vale sempre la pena di osservarti… non
te lo ha mai detto nessuno?” “Qualcuno.” – ammise il
vampiro, senza perdere il contatto visivo – “eppure il ragazzo biondo non mi
ha voluto dare nemmeno un’occhiata, prima di sfondarmi lo sterno.” “Non sempre si ha
buongusto.” – adesso la sciarada iniziava a non piacergli. Spike avanzava a
tentoni, solo in apparenza. Ed era ora di finirla. “Non intendo proseguire
questo gioco, spikey.” – tagliò corto, allungando le braccia sulla spalliera
del divano, nella sua posizione tipica – “E’ un gran bel gioco, lo ammetto,
ma è snervante. Dopo dieci o dodici secoli te ne stanchi… figurati dopo tutto
questo tempo…” “Ti prepari a dirmi quello
che voglio sapere, allora?” “No.” – scosse la testa –
“Non ho nulla da dirti. Sono affari di Angel.” “Gli affari di Angel sono
anche i miei.” “Non sempre. In questo caso,
meno del solito. Le regole parlano chiaro. Uno contro uno, sempre.” “Sono regole degli
immortali.” “Lui è immortale. Angel
pure.” – Methos non si mosse, ma la sua frase pose fine alla questione – “E
scommetto la mia amata testa riguardo al fatto che ti abbia detto di starne
al di fuori, fino alla fine.” “Sbaglio?” – rincarò, quando
non ebbe risposta. “No.” – si intromise doyle,
in piedi, porgendo a spike una sigaretta – “E’ vero.” Il vampiro gli lanciò
un’occhiata omicida. Ma doyle reagì con tranquillità. “La mia testa non vale
quanto la sua.” – spiegò, serafico – “Ma la scommetto volentieri.” “Due contro uno, quindi…” “Fossi in te non la
prenderei così male.” – lo consolò l’irlandese – “intanto lo sapevi già che
non potevi impicciarti…” “Vero.” – decisamente Spike
non serbava rancore – “però ci ho provato…” Accettava la sua
pseudo-sconfitta. E lo faceva senza rinunciare a quel suo sorriso beffardo. E questo era un altro motivo
per cui Methos sentiva di ammirarlo. Spike, con tutti i suoi difetti, sapeva
perdere con stile. Cosa che non si poteva dire
di Edward. Lui, per uno strano destino,
riusciva sempre ad avere ragione… Methos inclinò la testa,
fissandolo un’altra volta. Era colpa di doyle se adesso
si abbandonava a grandi riflessioni. Mesi sereni, senza nemmeno l’ombra di
una congettura.. ed ora i Coventry a meno di un chilometro uno dall’altro. Uno schifo. Un vero schifo per chi vuole
stare fuori da guai a tempi pieno. Sbuffò, seccato. E spike lo
fissò divertito. “Qualcosa mi dice” –
constatò – “Che da una certa ottica, tu ed io abbiamo la stessa opinione.” “Forse perché…” – Methos
buttò un’occhiata a Doyle che vigliaccamente si defilava – “Siamo entrambi a
bordo campo e scocciati di non poter prendere in mano la situazione?” “Possibile.” “Perché ci è chiaro che la
sapremmo risolvere decisamente meglio?” Spike lo fissò, visibilmente
divertito. Il tappo irlandese batte la
ritirata e ci lascia ai nostri giochetti… Forse è più saggio di quanto
non sembri. *** L’aria gli entrò nei polmoni
fredda come ghiaccio. Tossì, si voltò sul fianco,
ansimando. E si accorse che aveva le
mani legate. Si sentiva la pelle fresca, umida. Qualcuno doveva avergli
lavato il viso, cancellando il sangue. Non ne sentiva più nemmeno il sapore
salato sulle labbra. E questo non gli spiacque affatto. Sbattè le palpebre,
strofinando il viso sul cuscino di velluto. Aprì gli occhi, cercò di
mettere a fuoco la stanza. E vide Angel, in piedi, la
sua spada in pugno. Lo fissò, in un attimo di
stordimento. Poi, nella confusione del risveglio, disse la prima cosa passata
per la testa. “Non sei credibile. Non mi
sento minacciato.” “Come, scusa?” – Angel si
girò, sorpreso. Capendo con un attimo di ritardo come poteva sembrare
preoccupante, per un immortale una scena del genere. Sdraiato, legato, con un
nemico dotato di spada. La posò quasi
precipitosamente sul tavolo. “La stavo solo guardando.” –
si spiegò, girandosi. E avvicinandosi al divano su cui il ragazzo era
sdraiato – “Non è stato un risveglio tranquillizzante, immagino.” “Immagini bene.” – Edward
girò la testa, cercando di radunare le idee – “Posso sapere perché queste?” –
insistette, mostrando le mani bloccate con il nastro adesivo. “Perché, Edward.” – sospirò
angel, sedendosi nella poltrona di fronte – “Volevo avere una conversazione
normale con te, senza farmi gonfiare di botte e senza ammazzarti un’altra
volta.” “Ah.” – la bocca di Edward
si aprì e si richiuse come quella di un tonno. Iniziava a ricordarsi.. –
“Sono morto…” “Si, sei morto. Mi stavi
ridendo in faccia e sei morto.” – Angel annuì, solenne – “E non ho
apprezzato. Anche perché ci siamo comportati come due matti.” “Sbagli.” – Edward sospirò e
voltò la testa, per fissarlo meglio – “Il matto sono io. sinceramente vorrei
dire che non so cosa mi sia preso. Ma non sarebbe realistico.” “Per piacere non ti
scusare.” – gemette Angel, scivolando un po’ di più nella poltrona. E
massaggiandosi le tempie – “O giuro che ti prendo a schiaffi…” Quando riaprì gli occhi,
quello che vide lo colse inaspettato. Edward era ancora sdraiato, le mani
legate vicino al petto. Ma gli stava sorridendo. Un sorriso spontaneo, e
quasi comprensivo. “Di un po’…” – domandò,
senza perdere quell’espressione ridanciana – “Ti ho fatto venire il mal di
testa?” “Un’emicrania.” – replicò
angel – “Sei pieno di segreti. Ogni volta che ti incontro, penso a te, o
cerco di chiarirmi le idee, finiamo con il combattere. E siamo sempre al
punto di partenza…” Edward strinse le labbra. Non che gli piacesse, ma
iniziava a sentirsi solidale con quel vampiro bruno. “Si può dire la stessa cosa
di te.” – commentò, sedendosi, lentamente. E tendendogli le braccia – “Per
favore… prometto solennemente di non metterti più le mani addosso.” “Non ti offendere.” –
ribattè Angel senza muoversi – Ma prima di slegarti voglio la risposta ad
alcune domande.” “Puoi provare…” – rispose il
ragazzo, guardandolo dritto in faccia – “ma non ti garantisco nulla.” “E’ già un passo avanti
comunque.” – teneva il capo appoggiato al testile e aveva un’espressione
assorta – “Vediamo di fare il punto della situazione. Con un colpo di genio e
una certa dose di aiuto insperato, ho scoperto chi eri… no, facciamo un passo
indietro…” “Fai pure, intanto mi si
blocca la circolazione….” “Ieri sera ti ho incontrato,
per puro sbaglio.” – continuò, ignorandolo – “ E tu sapevi già chi ero, o
l’hai capito, non importa. Abbiamo combattuto e non credo di sbagliarmi se
dico che hai anche accarezzato l’idea di farti ammazzare.” “Non è esatto, ma non
importa…” “Rimane il fatto che, finito
il nostro combattimento, secondo la migliore tradizione dello stratagemma
cinese, hai rallentato il tuo avversario per proteggerlo. O per proteggerti.
Entrambe le interpretazioni mi sembrano valide. E sei scappato.” – allungò
una mano e tamburellò sul bracciolo - “Eppure, tanta era la fretta di
andartene, che oggi sei ancora qui.” “Certo. Forse perchè me ne
sto su un divano, legato e in balia di un vampiro.” – ribattè Edward,
piegando i gomiti e mostrandogli le mani. Piantando entrambi i piedi sul
tavolo, sul romanzo di methos – “Ti faccio notare che me ne sarei andato, ma
mi hai bloccato qui.” “Perché non ieri sera?” “Perché quando sono
resuscitato, mi sono preso una sbornia in compagnia.” – ribattè secco –
“doyle non te lo ha detto, quando ti ha aiutato?” “Doyle non mi ha aiutato.” –
replicò Angel – “E’ stato ben attento a non fornirmi nemmeno un piccolo
indizio. E, andiamo, pensi veramente che ti creda? Sei rimasto per un buon
motivo. E, sinceramente, mi spiace
che tu sia rimasto deluso.” Fece una pausa, fissandolo. “Mi spiace aver bussato io a
quella porta.” – ammise – “sarebbe
stato veramente meglio per tutti, fosse stato Spike. Non credi?” “Certo.” – Edward grondava
sarcasmo – “decisamente. Soprattutto se è veramente bellicoso come mi è
sembrato ieri.” “Lo è.” – ridacchiò Angel –
“Ha una certa tendenza a prendere a calci i mobili e a sbattere le porte. E
ad essere dannatamente calmo e lucido quando tutti gli altri danno di matto.
Come in questo caso.” “Sul serio?” – Edward si era
acceso di curiosità.. con l’ombra di un sorriso. “Già.” – annuì Angel –
“Faith gira come un leone in gabbia, Doyle è ombroso, Methos è sfuggente,
io.. bhe, io sono io… e lui mette una parola sarcastica e lapidaria in ogni
frase. Così quello che ha di fronte si sente un perfetto imbecille.” Era una descrizione
deliziosa di Spike. Ed Angel ne rise, piano, sentendo che stavano
condividendo, senza riuscire a dirselo, un attimo di vicinanza. Anche Edward ridacchiava. Iniziava a insinuarsi in lui
il sospetto che pure Angel, talvolta, fosse in balia di suo fratello. Magari al vaglio di quella
sua incrollabile attenzione per il particolare… Londra, 1852 “Ma sei sicuro?” –
insistette Edward, finendo di annodarsi la cravatta. Alle sue spalle,
William, con aria affranta era sprofondato in una poltrona. Gli occhiali gli stavano
pericolosamente in bilico sul naso, con un’inclinazione che lasciava intendere
come non stesse guardando nulla di preciso, visto che non permetteva alle
lenti di essere del tutto allineate con gli occhi. “Ne sono certo.” –
replicò, funereo, il ragazzo. Era lungo, magro e pallido. Aveva passato
l’intero inverno chiuso in casa, vittima di un’infreddatura sull’altra. E ora, alle prime uscite
ufficiali, nuovamente beneficiario di una vita mondana, riscopriva, con
l’improvvisa crescita dei quindici anni, che il resto del suo mondo si era
popolato di persone desiderose di conoscerlo e impegni da adulti. “Per cui non vuoi
venirci….” – concluse Edward, voltandosi e allargando le braccia, di modo che
il fratello potesse valutarlo. “Esattamente.” – William
accennò la sua approvazione, poi tornò alla sue espressione stranamente
corrucciata - “Odio gli sciocchi.” “Non ti pare un po’
eccessivo?” “No. È uno stupido, con
scarso rispetto per le persone che lo circondano.” – replicò con veemenza –
“Non è giusto disprezzare ciò che non si conosce, che sia cosa o persona.” “Su questo sono
d’accordo.” – mormorò, divertito Edward. Sentendosi orgoglioso di quel
fratello ancora imberbe e già così certo di alcuni fatti della vita. A sorpresa, l’adolescenza
l’avrebbe reso timido, e riservato, accentuando quell’indole tranquilla che
in lui riposava sotto pelle. Il disagio delle persone che non si sforzavano
di capirlo, i loro giudizi disattenti, eppur così certi, avrebbero fatto di
lui un insicuro. Eppure, in quel presente,
nell’alzare gli occhi verso suo fratello e cominciare a caratterizzare le sue
opinioni con un’espressione forte, William dava del mondo un’analisi attenta
e mirata. Ed Edward, dall’alto dei
diciannove anni, coltivava, in cuor suo, la speranza che quella dote, così
forte in William, fosse patrimonio di entrambi. “Già.” – sorrise, guardando
il soffitto, lasciando che i riccioli scivolassero scompostamente indietro –
“Non mi sarebbe spiaciuto accadesse…. William che spalanca la porta e…” si interruppe. Non aveva una
frase da mettere dopo quella congiunzione. Non immaginava nulla. Nulla. Non vedeva William varcare
la porta, furibondo o felice che fosse. Non lo immaginava, né sperso né
sicuro dei passi da muovere. Non vedeva nulla. E, infatti, non è successo… Angel non disse niente. Lo
lasciò riflettere, gli occhi ancora puntati verso il soffitto, la bocca
leggermente contratta. Edward aveva lineamenti puliti e regolari. Si fosse
stati critici, si sarebbe potuto anche ammettere che Edward fosse la versione
bella di William. Lo stesso fisico sottile ed elegante con dieci centimetri
in più di statura. Gli occhi chiari e profondi,
ma più limpidi… Edward era un eccesso di
William. E William, d’altro canto, quasi in risposta alla somiglianza e
all’assenza, era un’esasperazione di Edward. Capelli ancora più biondi,
fisico più scolpito, occhi più attenti… No, ad essere sinceri la
somiglianza era naufragata veramente da tempo. Restava nei giochi di luce,
permaneva per la gioia dell’osservatore attento. E sorgeva, inaspettata,
dalle espressioni e dalle parole. Dall’anima, direttamente. Senza un commento, Angel si
alzò e gli andò vicino, si chinò e gli afferrò le mani. Con movimento sicuro,
fece scivolare la lama del coltello tra i polsi, fino a tagliare i nastri. “Come mai questa decisione?”
– domandò l’immortale, liberandosi e massaggiandosi la pelle. “Mi sembra che adesso ci sia
un dialogo.” – spiegò Angel, andando a posare il coltello sul piano del
bancone – “E poi, ho bisogno di una mano…” La cucina sembrava dissestata nuclearmente. Bottiglie rotte,
vino ovunque. “Oddio.” – mormorò una voce
alle sue spalle – “non la prenderà per niente bene….” Entrambi fissarono le
etichette di quelle che erano state pregiate bottiglie di importazione. Tra
le tante ne spiccava una, ormai di un fine tinta seppia. E i due si ritrovarono a
scambiarsi un’occhiata. Un’occhiata preoccupata. “Tu non hai bisogno che ti
dica cosa era quella…” – mormorò Edward, apprezzando finalmente il piacere di
condividere l’eternità. “No.” – Angel scosse la
testa – “Ho presente…. E anche io mi arrabbierei parecchio…” *** “Sigaretta?” “No, grazie. Per quegli
affari si deve essere morti a priori.” “O Immortali…” “No, grazie.” – replicò
Methos, accavallando le gambe e assestando i piedi sul tavolino – “Non
intendo abusare della mia fortunata condizione.” Iniziava a notare il
paradossale scambio di coppia. E le complicanze di quel gioco. Edward contro Angel. Spike contro Methos. Un confronto di eternità. Le
assenze del tempo, una di fronte all’altra, come la luce e l’oscurità. Luce e oscurità… Si, anche questo è un
paragone efficace… In quel silenzio fatto per
scegliere cosa dire e come dirlo, spike continuò a fumare la sua sigaretta,
imperturbabile. Le parole gli si radunavano
sulle labbra… e lui le mutava in fumo, a ogni boccata. Spingendo con polmoni morti
quell’aroma intenso di tabacco nell’aria. C’era qualcosa… Qualcosa che non riusciva a
comprendere… Methos alzò gli occhi,
spostandoli lungo il perimetro della stanza, prima di tornare a fissarli sul
vampiro. “Dimmi, Spike…” – lo esortò. Bluffando, impeccabilmente. Non riusciva nemmeno
immaginarsi cosa gli stesse passando per la testa. Spike inclinò la testa, con
un mezzo sorriso. “Lui com’è.” – chiese, con
aria divertita. E Methos, per quanto fosse
pronto a ogni cosa, fu colto di sorpresa. “Come, scusa?” – borbottò,
aggrottando la fronte. “Lui.. questo puro che tu
difendi.” – e che Angel stima, più di quanto ammetta – “Sono molto curioso…” methos lo valutò, con lo
sguardo. E con il fastidioso sospetto. Mi chiedi una cosa.. perché già sai
qualcosa… “Avanti.” – lo incoraggiò il
vampiro – “Età. Epoca, brutte abitudini.. dammi qualcosa su cui meditare…” Methos gli sorrise. E Spike ebbe la netta
impressione di doversi tenere, ancora una volta, le sue curiosità. “Si è fatto tardi.” –
commentò, educatamente, alzandosi. E passandogli a fianco. E Spike comprese che avrebbe
dovuto scoprire parecchie carte per ottenere. “Ti sono sempre piaciuti i
ragazzi puri, vero Doc?” Eccola. Adesso Methos aveva un buon
motivo per fermarsi. Dannazione, Eddy.. dannazione… “Ragazzi brillanti..” –
proseguì spike, giocherellando con l’accendino – “con troppo senso
dell’onore…” Edward ti sentisse, ti
ritroveresti steso… mancargli così di rispetto… “Ti sei ricordato…” –
mormorò, con tono incurante. Non ci volevano particolari
sensi, per saperlo in piedi, alle sue spalle. “Oh, si.” – spike annuì,
infilandosi le mani in tasca – “Non mi ci è voluto molto.” Inaspettatamente per Spike,
Methos non si voltò con calma, come suo solito. E non lo fissò. “Sei molto cambiato…” –
commentò, asciutto, guardando di fronte a sè – “Ma questa epoca moderna ti
dona molto.” “Grazie.” – replicò, con
noncuranza Spike – “Lo so. Tu, invece, a mio avviso, avevi più stile allora.” “Sono sempre stato vagamente
retrò.. un’epoca indietro, sempre e comunque.” – Methos chinò le testa,
appena, in un mezzo sorriso – “Comunque, non ti offendere, non sono in vena
di revival…”
Ti ci vorrà bel più di un
effetto sorpresa, piccolo Coventry, per incastrarmi… Si era inc |