I personaggi delle serie "Angel" e "Buffy, the vampire slayer", appartengono a Joss Whedon, la WB, ME e la Fox, l'autrice scrive senza alcuno scopo di lucro e non intende violare alcun copyright.
Crossover con la serie televisiva Highlander. Anche in questo caso, i personaggi appartengono ai legittimi proprietari e l'autrice scrive senza alcuno scopo di lucro e non intende violare alcun copyright.
Ovviamente non accampo diritti nemmeno sull’attore scelto per impersonare il personaggio inedito.
Si è trattato di una scelta legata a molti fattori di stampo soggettivo. Senza lucro, calunnia o altro.

E Edward non appartiene a nessuno… tranne che alla sottoscritta (e micia si accontenterà della dedica…;)


ETERNITA’

 

Doyle rientrò, cercando di non far rumore. Gettò la giacca sul divano,  controllando se, per caso, avessero già consegnato il giornale.

Erano le sei passate.

Il sole era già sorto da un pezzo.

Doyle sfogliò la posta, dimenticata dal giorno prima e si buttò un’occhiata distratta intorno, prima che i suoi senso demoniaci fossero colpiti.

Odore di rabbia.. battaglia… sangue…

Aggrottò la fronte, facendo un passo in direzione della scala. Giusto in tempo per veder apparire Spike e guardarlo.

“Tranquillo.” – replicò il vampiro, con un cenno distratto che mise in risalto i tagli sulle braccia e il livido che aveva sul collo – “Tutto ok. Buonanotte.”

 

Non gli andava di raccontare. Entrò in camera senza accendere la luce e si arrampicò sul letto, dal fondo.

Finendo dritto nelle braccia di Faith.

“Mmm… bell’idea Cacciatrice…” – borbottò, strofinandole il naso sul collo, perfettamente appagato.

Finendo investito dal cono di luce della lampada, improvvisamente accesa.

“Dobbiamo parlare.” – replicò, implacabile, la ragazza, sedendosi.

“No, ti prego.” – Spike sprofondò il viso nel copriletto – “Non anche tu… ho appena schivato Doyle…”

“Quello che gli hai fatto non ha nome per essere definito.”

“Quello che ho fatto se lo stava già facendo da solo.” – replicò lui, sedendosi e appoggiandosi al testile del letto – “Io ho solo ficcato il naso.”

“Certo, una vera soluzione geniale.”

“Poteva accadere in ogni momento. Poteva succedere durante un’azione, o parlando, come se niente fosse! poteva succedere anche stasera, contro quel suo pregiato spadaccino!” – Spike stava iniziando a sentire il nervoso – “Io mi sono premurato di esserci.. e di creare un momento in cui poteva accadere.”

“Poteva ucciderti.” – replicò lei, con un filo di voce. La gola le doleva, ricordandole a ogni respiro, il pericolo corso. Protese la mano, abbassandogli il collo del maglione, fino a portare in vista il segno del morso - “Quando sono arrivata, eravate entrambi fuori di testa…”

“Lo so.” – Spike annuì, perdendosi un istante nei ricordi – “Era un rischio che sapevo di correre. Vedi, Faith, Angel ha bisogno del mio aiuto, ogni tanto. Eppure non me lo dice. Non riesce a spiegarmi come stargli vicino.. figurati se mi permette di intromettermi nella lotta con il suo demone…”

“E così hai deciso di prenderti da solo questo diritto? Mi sembra una spiegazione sciocca…”

“Ma non lo è.” – Spike le accarezzò i capelli, posandole una mano sul collo – “Io non so se puoi veramente accettare quello che sto per dirti. Ma io so cosa si prova ad avere un demone dentro. Lo so bene quanto Angel. Ed ho i miei modi per sfogarmi, per fermarlo e, perché no, anche lasciarlo libero. Sono sceso a compromessi con me stesso molto più di quanto non immagini.

Ma Angel non può farlo.

La sua lotta è continua, non conosce tregua. Combatte, minuto dopo minuto, sempre con la stessa forza e sempre con la stessa posta in gioco.

Io so cosa significa avere un attimo di quiete.. ma ad Angel non è mai concesso…”

“Quindi il dolore che gli abbiamo provocato stasera era necessario a dargli un attimo di pace?” – domandò, amareggiata.

“Anche se ti può sembrare paradossale, si. È così.” – Spike abbassò lo sguardo, domandandosi dove poteva trovare le parole giuste. Tornando a fissarla – “Mi spiace, non ho saputo inventarmi di meglio.”

Faith sospirò rassegnata, tornando a sdraiarsi e abbracciandolo, mentre la raggiungeva.

“Sei impossibile, vampiro.” – borbottò, giocherellando con i suoi capelli corti e godendo del peso del suo corpo indosso.

“Fa parte del mio personaggio.” – commentò lui, desiderando addormentarsi.. e non svegliarsi più.

Tutta l’eternità in quell’abbraccio…

Ed un sonno che tardava a giungere.

 

Rimasero così, sdraiati, ognuno immerso nei suoi pensieri.

Gli occhi socchiusi e i nervi ancora tesi, in attesa di un segnale.

Tutta una vita al limitare di un campo di battaglia li aveva resi insofferenti, pronti ad abbandonare tutto e alzarsi.

Verso nuove mete.

Contro nuovi pericoli.

Le mani di Faith percorrevano pensosamente le braccia di Spike. I suoi occhi, aperti, fissi nell’oscurità, non vedevano altro che i fotogrammi di quella lotta.

“Non riesci a dormire?” – domandò lui, senza aprire nemmeno gli occhi.

“Già.. e direi che non ti ho nemmeno svegliato.”

“Infatti.” – Spike rotolò sulla schiena e si girò verso di lei – “Ho parecchie cose che mi girano per la testa.”

“Tipo?”

“Ricordi, pensieri…” – rispose, svagato, il vampiro – “Io e Angelus non ci parlavamo da parecchio tempo.”

“E’ veramente così netta la demarcazione?” – domandò Faith, scivolando tra le sue braccia e baciandolo. La frase di Angelus, riguardo alla lotta le rimbombava ancora in testa.

“Abbastanza.” – replicò lui, ricambiando quel contatto – “Quando c’è Angelus, cambia tutto in lui. Le parole, le percezioni… può sembrare Angel.. ma non lo è…”

“E viceversa.” – replicò Faith – “Eppure ci sono volte in cui Angel combatte con il demone.”

“Certamente. Ma è presente. Combatte mantenendolo sotto controllo, bloccandone le pulsioni. Per quanto sia forte, o impressionante, il demone di Angel non è mai libero.”

“Se lo fosse.. sarebbe come stasera?”

il buio non li celava realmente uno all’altro. Forse, entrambi, in quell’attimo, si illusero di non potersi vedere. Di essere solo voci e non immagini.

“No, piccola.” – sussurrò, stringendola – “Non come stasera… molto, molto peggio…”

 

promettimi che se mai un giorno dovesse accadere, starai attenta ai suoi inganni.

E sarai consapevole, che la malvagità non ha limiti…

 

Io… te lo prometto… Spike…

 

***

 

Il giorno, celato fuori da quelle quattro mura, accompagnò le loro parole.

Il sole sorse, come ogni giorno, senza che nessuno si sorprendesse.

E Spike e Faith celebrarono quell’evento, seguitando a parlarsi, nell’ombra di una stanza tiepida.

Ignari.

Ignari di Edward.

Ignari del sonno profondo in cui Angel si riposava, ancora sdraiato sul divano. E dell’amore sotto il loro pavimento, di Doyle e Cordelia.

Lontani, per riuscire solo a immaginare Wes, ancora al volante su una strada battuta dal vento della costa… e Methos, impegnato in un’eterna intercontinentale, fuso orario permettendo.

 

Solo loro.

E la luce, dietro le imposte chiuse.

 

“Per cui.” – commentò, d’un tratto il vampiro – “Mi stai dicendo che tu lo trovavi affascinante?”

“Certo.” – Faith annuì, serissima – “Un gran bel pezzo di figliolo.”

E Spike, come se si fosse scottato, si scostò, intrecciando le braccia dietro la nuca.

“Inammissibile.” – borbottò, seccato – “Già lo odiavo.. ma adesso…”

“E dimmi.” – domandò maliziosamente la ragazza – “lo odi perché io lo trovo bello o perché Angel lo trova nobile?”

Da un argomento all’altro, erano tornati a discutere dello sconosciuto. Il ragazzo biondo senza nome che Faith aveva visto a casa di Methos e, con buone probabilità, lo stesso che Angel aveva, se così si poteva dire, battuto a scherma.

“Tu ed Angel potete decantarlo finchè volete.” – replicò il vampiro, ignorando la domanda – “Ma per me resta il vigliacco che non mi ha guardato nemmeno in viso mentre mi accoltellava. Non mi importa se ha gli occhi luminosi o il senso dell’onore. È un bastardo.”

“Non hai risposto alla domanda.”

“Non aveva i requisiti per essere degna di una risposta.” – ribattè implacabile.

“Dici così perché non sai cosa rispondere..” – Faith si mordicchiò un labbro, con aria maliziosa – “Sei geloso…”

“Io g…” – Spike alzò gli occhi al cielo – “Ma fammi il favore! E di cosa dovrei essere geloso?”

“Quel tipo piace a tutti tranne che a te…”

“E allora? Sanno tutti che io sono molto più intuitivo di tutti voi messi insieme. Quel tipo non mi piace, fine della questione.”

“Come vuoi.” – sospirò lei, alzandosi. E sentendosi afferrare per un polso e strattonare.

“Dove stai andando?” – Spike la cinse con entrambe le braccia, portandosela contro il petto.

“Mi sono stufata di stare a letto. Se non ho sonno, è inutile insistere.” – ribattè lei, inarcando la testa quel tanto che bastava per vederlo – “vado a fare colazione. Dormi.”

“Vengo anch’io.”

“No, Spike.” – Faith scese dal letto, iniziando a infilarsi i jeans – “Tu dormi. E senza far storie.”

“Perché?”

“Spiacente, la domanda non ha requisiti degni per meritarsi una risposta.” – tagliò corto lei, sporgendosi sul letto e baciandolo – “E ora dormi.”

 

Spike non si sarebbe alzato.

Di questo era certa.

Avrebbe poltrito ancora qualche minuto, indeciso sul da farsi.

E poi sarebbe semplicemente crollato.

Il minimo che poteva succedere, dopo una nottata del genere.

La caccia, la  lotta, l’accoltellamento, le discussioni, di nuovo la lotta… Faith abbinò un’avventura di Spike a ogni gradino che scese.

E scoprì, arrivando all’entrata, che una rampa non era bastata a enumerare tutte le vicissitudini.

 

Ed ha avuto una sola notte a disposizione…

 

Chissà cosa avrebbe potrebbe inventarsi, disponendo anche del giorno.

 

Faith si stiracchiò, allungando le braccia verso l’alto e camminando fino alla vetrata.

Era una giornata assolata, limpida.

E a Faith piacevano le giornate luminose. Aprì la porta e uscì sotto il portico.

Quella luce…

Chissà com’era, un’ eternità senza la luce.

Faith non amava porsi problemi del genere. A volte, non sentiva nemmeno l’esigenza di avere una risposta. A volte sentiva le proprie tenebre interiori avvolgerla e separarla dal resto del mondo.

Eppure, nella sua vita, esistevano mattine in cui poteva sentire il calore naturale del sole colpirle i capelli. E allora tornavano i quesiti, i quesiti su una vita priva di tutto questo.

Un’eternità senza luce… Faith chiuse gli occhi, alzandoli verso il sole. Godendo delle palpebre illuminate di luce infuocata.

Era così facile dimenticarlo… nella notte…

 

“ehilà… e tu da dove spunti?”

“Dal giardino.” – replicò Faith, chiudendo la portafinestra – “Ero in vena di riflessioni filosofiche…quelle baggianate sulla luce, la vita, il tempo…”

“uh.” – Doyle annuì, raddoppiando la dose di caffè nel filtro – “Si vede che stanotte non hai dormito. Non è da te cadere in tentazioni simili.”

“Hai ragione.” – sospirò la ragazza, cercando il latte in frigo – “E quando hai ragione…”

“Ho ragione.” – concluse il demone,  recuperando la scatola delle brioches e disponendole in un piatto.

 

Anche per lui era stata una notte senza sonno.  Si era tuffato nel letto, con la gioia di scoprire che Cordelia soffriva di mal di testa con risultati opposti al resto dell’universo femminile.

Nessuna parola preliminare,  soltanto amore allo stato puro.

Amore, tanto da naufragare.

 

Ed ora, calmo, appagato e rassegnato a non dormire, Doyle spargeva zucchero e riflessioni in egual misura sul ripiano di cucina.

Una notte come quella appena trascorsa nascondeva in ogni secondo un mistero passato e un mistero futuro.

E,a rendere incompleto quel quadro frammentario, c’era l’accaduto tra le quattro mura dell’Hyperion.

Qualcosa che Cordelia aveva riassunto con ‘fascia rossa, Armani, speriamo…’

Frase che, del resto, Doyle aveva scartato, convinto di aver capito male.

 

“Porti tutta questa roba a Cordelia?” – domandò Faith, sedendosi e gettando ampie cucchiaiate di zucchero in fondo a un tazzone vuoto.

“Direi di no.” – rispose il demone, finendo di disporre il piatto e il caffè su un vassoio – “però ero dell’idea di far colazione sotto il portico.”

“E da quando senti necessità di certe finezze?” – lo provocò Faith, guardandolo posare il vassoio sul davanzale esterno uscire dalla porta da cui era appena rientrata.

“Stanotte mi sono ricordato che  a casa mia si faceva sempre colazione sul terrazzo, o almeno, all’aperto. E mi è venuta nostalgia…”

Faith sorrise, alzandosi senza ribattere. E lo seguì, portandosi appresso lo sgabello su cui si era appena insediata.

“Senti un po’, Doyle.” – esordì, scegliendosi un punto assolato vista vegetazione incolta – “Non sei mai stufo di tutto questo?”

“Questo cosa?”

“Questo! Notti in cui succedono cose strane, conversazioni importanti  sin dal mattino.. non dormire, rendersi conto che non c’è mai normalità, che tutto è sempre al limite della comprensione…. Sentirsi mortali e vulnerabili…”

Doyle bevve un sorso, riflettendo. Oh, si. Talvolta era stanco.

Eppure…

“Anche tu una brutta nottata…” – sorrise, cercando di essere presente. Cercando di lasciar fuori dalle loro parole tutte le emozioni senza nome.

“Non c’è nemmeno da dubitarne.” – Faith lo fissò dritto in faccia, con un lampo di sfida negli occhi – “Ci credi che quel pezzente di Spike ha risvegliato Angelus?”

Per un pelo, Doyle non si rovesciò il caffè integralmente sui piedi. La guardò sbarrando gli occhi, assolutamente ammutolito.

“Ma si è rimbecillito?” – domandò, senza trattenersi. Cercando di riprendere una parvenza di calma – “No, andiamo con ordine… come ci sarebbe riuscito?”

“Dubito che mi crederai…” – sospirò Faith, appoggiandosi al davanzale.

 

Invece, con grande sorpresa pure per se stesso, Doyle credette ad ogni singola descrizione di Faith.

La tecnica di Spike poteva non definirsi raffinata… ma affondava le radici in una forma di tormento mentale antica come il mondo.

Disorientare il torturato fino a fargli perdere il controllo. Fargli temere tutto, a partire dalle sue stesse pulsioni.

Poteva funzionare, certo, considerò Doyle, appoggiandosi alla colonna e giocherellando con un polsino. Ma su Angel? Angel era maestro di autocontrollo… possibile che il confine tra i due se stessi fosse divenuto così debole?

“Hai detto…” – l’interruppe, alzando un dito – “Che Spike l’ha morso?”

“Si sono morsi a vicenda.” – replicò la Cacciatrice – “E non chiedermi in che ordine…”

proseguendo il suo resoconto, senza più interruzioni.

Doyle, con aria assorta, non si sentì più in dovere di interromperla.

Con voce calma e distaccata, rauca solo in certi momenti, la Cacciatrice seguitò a descrivere, tenendo per sé solo il disgusto crescente che le avevano provocato quelle mani forti e ciniche lungo il corpo.

Un contatto che aveva risvegliato in lei la verità a lungo ignorata.

Demone.

Il secondo volto di Angel.

“E’ così facile dimenticarlo…” – ammise, d’un tratto, in un attimo di silenzio.

Doyle la guardò, inclinando leggermente la testa.

“Cosa, Faithy…” – domandò, lentamente – “Cosa è facile da dimenticare…”

“Talvolta dimentico da dove viene la conoscenza di Angel riguardo ai dissidi e ai sensi di colpa.” – replicò, voltandosi a fissare la città assolata oltre le recinzioni del giardino – “Dimentico che questa sua saggezza è stata pagata con il sangue, con torture e violenze che farebbero impallidire persino i miei peccati. Dimentico quello che è … che è stato… non so, forse è stupido, da parte mia, ma uccido vampiri ogni notte. Li uccido perché sono malvagi, non significano nulla. Ma Angelus… è concreto.. reale come… come Angel…”

Doyle non disse nulla. Faith parlava dell’oscurità nascondendola dentro altri termini.

“So che non si può renderlo facilmente a parole.” – sospirò, decidendo di parlare, indipendentemente al desiderio di tacere – “È vero, Faith… Angel è un demone. Lo sono io.. lo è Spike.. e abbiamo sentimenti, anche se li teniamo celati, sentimenti così esasperati da sembrare aberranti. Ma li abbiamo.. è questo che ti ha spaventato?”

“Forse. Mi ha più spaventato la mia capacità di dimenticare. Angel non ha mai nascosto nulla, a riguardo. Eppure stanotte mi sono resa conto che, per quanto non mi abbia mai addolcito i fatti, io non ho mai voluto realmente vedere. È stato come se, per la prima volta, incontrassi un demone.” – Faith si tormentò le unghie, pensierosa – “Come se non avessi mai realmente pensato a quanto eccezionale fosse Angelus, quanto superiore dovesse essere… Buffy ne sa qualcosa di avversari degni di questo nome. Ma io.. dopotutto  non ne ho mai avuti.”

“escludi anche Drusilla da questo discorso?” – le domandò, provocandola affettuosamente – “Dimentichi quello che hai passato? Secondo me ti stai sottovalutando…”

Faith alzò la testa di scatto. E quando lo fissò dritto negli occhi, Doyle sentì scaturire da lei la forza della sua stirpe.

 

 

“Doyle, in quello scantinato, stanotte, non esisteva il tempo.” – ribattè, dolorosamente intrappolata tra la sua forza e la sua mortalità – “Giocavano secondo regole inafferrabili  ed io ero in trappola. Non potevo combatterli secondo la mia natura.. non potevo accettarli seguendo i miei sentimenti. Erano lontani…”

 

Eppure io ero presa nel vortice…

Ero parte di quel gioco pericoloso e senza risposte…

 

Nemmeno il Sindaco mi ha mai fatto respirare quella forza malvagia…

 

Faith tacque e Doyle, questa volta, preferì fare altrettanto.

Sapeva bene a cosa si stesse riferendo la ragazza.

Sapeva bene di essere colpevole, come lei, di aver dimenticato.

Dimenticato quella seconda natura, nascosta appena sotto la prima, nei loro due eroi.

Quella sensazione di buio in cui cadere che Angel gli aveva sempre trasmesso e che solo ora riusciva ad accettare…quel rumore di fondo che Spike si portava appresso, in ogni sua singola battuta…

E quell’impressione che vicino a loro tutto rallentasse.

La loro eternità… come un pugno nello stomaco…

Diversa.. eppure terrificante come quella di Methos…

 

Irlanda, anni Novanta

 

Piovigginava. E ci sarebbe stato da stupirsi, fosse stato il contrario.

Doyle spostò il peso,molleggiando da una gamba all’altra. E si strofinò i capelli fradici.

In ritardo.. in ritardo anche questa volta..

Sinceramente potevi risparmiartelo, lo ammonì, mentalmente, scorgendolo percorrere il viottolo e accelerare il passo, nel vederlo fermo, a malapena riparato dalla vecchia tettoia in legno.

“Da quando fumi?” – domandò Methos, fermandosi.

“Non molto.. Tre giorni ieri.” – ribattè Doyle, con voce spenta, fissando un punto imprecisato alle sue spalle. Sapeva di avere i vestiti zuppi ma, solo in quel momento, si rese conto di aver freddo e di tremare.

Methos scosse la testa, posando la sacca a terra e sfilandosi il giaccone. Quando lo posò sulle spalle del suo figlioccio, notò, ancora una volta, quanto fosse esile rispetto a se stesso. Lo sovrastava di quasi tutta la testa.

Doyle alzò gli occhi, mentre l’uomo gli sfilava la sigaretta dalle dita e la gettava in una delle tante pozzanghere.

“Il funerale è domattina.” – disse, come se fosse un’informazione indispensabile in quel momento – “non fanno che dirmi che non ha sofferto, per farmi sentire meglio.”

“Ma non fa sentire meglio, vero?” – domandò Methos, non curandosi della pioggia che cadeva sempre più forte, di traverso, colpendogli la schiena. Aveva freddo dentro, non avrebbe cambiato nulla.

“No, decisamente.” – scosse la testa, cercando di sembrare tranquillo, e più grande dei suoi quindici anni – “non cambia nulla. Non ha sofferto .. ma non soffrirà più.. e non gioirà nemmeno. È soltanto svanita… forse non è mai esistita.”

“Oh, si, invece.” – Methos se lo attirò contro il petto, carezzandogli i capelli e posandovi il mento – “esisteva… i suoi capelli divenivano di fiamma alla luce del sole…. E sapeva dire cose che ti entravano dritte nel cuore. Ti amava con passione… e litigava con me come se fosse la cosa più importante al mondo… è esistita, Francis, credimi…”

Doyle aveva la guancia posta sul suo petto. Ed era fermo e lontano. La sua eredità gli pesava sulle spalle, schiacciandolo.

“Per te non è nulla, vero?” – domandò, senza intonazione – “Quante ne hai viste di queste cose… quello che dici è per farmi sentire meglio, anche tu… ma per te non significano nulla, tu non conosci la morte.. e il nulla che segue…”

Methos si irrigidì, sentendo come una lama penetrargli nel respiro. Rimase immobile, con quell’accusa crudele tra le braccia.

Fermo.

“L’eternità pesa su di me, Francis.” – sussurrò, senza respingerlo.. senza smettere di tenerlo contro il suo corpo – “Ed ora pesa anche su di te che la desideravi per Sinead. Io l’ho avuta in dono, tu la senti irraggiungibile. Ma questo non rende diverso il nostro dolore… l’abbiamo persa entrambi.”

Doyle sentì le mani dell’uomo sfiorargli la schiena e intiepidirgli la pelle nel portar via il velo dell’acqua.

Restò in silenzio, in quell’abbraccio che sembrava aver perso la sua forza protettiva e il suo profumo di casa. Non c’era il tempo, tra quelle braccia, c’era il vuoto dell’assenza di cambiamento in quel cuore.

Avrebbe voluto divincolarsi e fuggire da quel buio… eppure si ritrovò a rannicchiarsi ancor di più contro di lui.

Lo sentì ricambiare, sfiorargli la fronte con il respiro e chiuse gli occhi, stordito. La sua mente si aprì, lentamente, a quell’uomo così poco propenso a spiegarsi. Le sue emozioni fluirono, senza il dolore delle visioni a cui non era ancora abituato. Percepì soltanto il suo animo, il suo dolore sordo.. e la solitudine.

Una solitudine infinita…

Una paura oltre i limiti della fine, sepolta sotto mille incertezze ormai fondate.

Respirò a fondo il suo profumo e ascoltò il suo cuore che non smetteva di battere. Il cuore di Methos batteva anche se lui desiderava sentirlo fermo.

Come batteva quello di Doyle.

Io ho te, pensò… ma tu non hai nessuno…

 

Le braccia di Francis si mossero e Methos attese di vederlo allontanarsi, ferito.

Poi le sentì stringerlo, forte, aggrappandosi alla sua schiena.

“Ti voglio bene, Methos…” – sussurrò, con voce soffocata dal dolore e dalla paura – “Ti voglio tanto bene… papà…”

E Methos chiuse gli occhi,  su quella parola che mai aveva sentito e su quelle lacrime che adesso potevano condividere.

 

Già... eternità... Doyle si mosse, cercando un’ultima sigaretta.

 

Dopotutto, cos’è l’eternità, se non il prolungamento delle nostre possibilità.. o dei nostri incubi?

 

***

 

Con un sospiro, Methos interruppe la comunicazione. Lo fece con gesti studiati, quasi meditabondi. Rimproverandosi mentalmente per quella caduta di stile.

Oddio.. così l’aveva definita Corinne… ma lui  avrebbe preferito optare per ‘tentativo di riconciliazione’.

Non che amasse Corinne, a dire il vero. Gli piaceva, era bella e divertente.  Erano stati bene insieme e si erano lasciati poche cose insolute alle spalle.

A parte  la definizione del loro rapporto.

“A dire il vero.” – mormorò a se stesso Methos, giocherellando con una matita – “Non mi ricordo se ho chiamato per lasciarla o dichiararmi.”

La motivazione di partenza, comunque, non aveva più importanza. Deliziosa con quel suo accento un po’ troppo marcato, Corinne gli aveva dato del bifolco e dell’inopportuno, assestando un beneamato calcio a qualcosa che si profilasse più nobile della spensierata avventura.

“Oh mia cara.” – tuonò, ridendo a guardando il soffitto – “E io che volevo far di te una donna rispettata!”

“Che hai tanto da gridare?” – domandò Edward, arrivando sul soppalco, a piedi nudi, con una maglietta sdrucita degli AC/DC dalle manche strappate.

“sofferenze d’amore.” – ribattè, suo malgrado divertito – “Del vecchio stampo. La donzella mi ha infinocchiato.”

“Buon per te…” – bofonchiò, sprofondando nella poltrona – “Ancora libero…”

“Oh, certo.” – sorrise Methos, sentendosi comunque poco convinto. Guardando il ragazzo strofinarsi la faccia, arruffarsi i capelli e stortarsi il naso con le mani.. senza sembrare realmente sveglio – “Come ti senti?”

Edward lo fissò, con gli occhi chiari a fessura.

“Come ti senti tu.” – ribattè, soffocando uno sbadiglio.

“Non era un grande amore.” – commentò, tamburellando – “Mi riprenderò. Ma tu non eludere la domanda. Come stai?”

“Come l’ultima volta.” – sospirò Edward, gettando la testa indietro e allungando le gambe – “Respiro.. e mi sento morire.”

“Eppure sai che sopravvivrai.” – lo schernì, cinico, l’amico. Facendosi violenza, per la frase seguente – “Sei certo di non volerglielo dire?”

Edward si bloccò, con la mano a mezz’asta e un ciuffo di capelli ancora stretto tra le dita. Gli occhi avevano perso la sfumatura assonnata. E se non fosse stato per quella mandibola che si stava irrigidendo, Methos l’avrebbe classificato ‘sorpreso’.

E non ‘furibondo’.

Sotto i suoi occhi, il ragazzo mutò espressione. come se stesse trattenendo il fiato e cercando di dominarsi. Come se non volesse cedere a quel moto di rabbia improvviso, così anomalo per il suo carattere.

Lentamente si rilassò, tornando a poggiare la testa. E a fissare testardamente l’arazzo sopra la testa di Methos.

“Deduco di no…”

“Deduci bene.”

“Eppure dovresti pensarci. Sei ancora in tempo.”

“Certo. Dove sei stato finora Edward? Dov’eri mentre distruggevo la mia vita? Dov’eri ieri sera mentre mi accoltellavano? Bhe, sai, Willy.. stavo dall’altra parte del kriss!”

“Secondo me non riuscirà a dire una singola parola.” – ribattè Methos, seguendolo tranquillamente sulla via del cinismo – “E puoi stare  tranquillo del fatto che non gli verrà un infarto.”

“Certo.” – sospirò Edward – “E a me? A me può venire un infarto?”

Methos lo fissò, con cipiglio.

“In effetti non lo so.” – ammise – “Del resto, se il tuo cuore ha retto ieri sera…”

“Già.. a parte la freccia…” – e il lacerarsi metafisico…

L’improvviso silenzio gli sembrò anomalo. Edward alzò appena la testa, quel tanto che bastava per guardare veramente il suo interlocutore.

Methos gli sorrise, scanzonato.

“No.” - Soffiò dolcemente – “Mi sono sbagliato. Il tuo cuore non ha retto per niente…”

 

Edward impiegò un attimo per decidere se rispondere.

Poi preferì optare per un mezzo sorriso, chinando la testa.

Era vero.

Cos’altro si poteva dire?

 

“Allora.” – riprese Methos, tornando alla carica – “Cosa pensi di fare?”

“Parto. Me ne vado tra qualche ora.” – replicò, tranquillo, afferrando i braccioli con le mani – “Ero venuto a vedere come ti eri sistemato… ed ora posso ripartire…”

“Ti preferivo quando cercavi le risposte prima di metterti in viaggio.” – replicò l’immortale, senza peli sulla lingua – “Mi davi meno l’impressione di uno che fugge.”

Edward lo fissò, pensosamente.

“Tu non sei un saggio.” – commentò, mettendosi in piedi e voltandosi – “Sei uno stronzo.”

 

“Oh, andiamo.” – insistette Methos, correndogli dietro giù dalla scala – “sai benissimo che ho ragione, è inutile che ti comporti in questo modo.”

“Oh, certo!” – Edward si voltò così veloce che Methos rischiò di investirlo – “Tu hai ragione, hai sempre dannatamente ragione. E dimmi, mia indispensabile fonte di perfezione, dimmi cosa dovrei fare, qui subito e ora, perché io…”

Non si voleva controllare. Non pensava di riuscirci. Eppure le parole gli morirono in gola quando Methos, in piedi sull’ultimo gradino gli afferrò la nuca e lo tirò verso di sé, posando le labbra sulla sua fronte.

Edward si sentì proiettare verso quell’uomo e, improvvisamente, la sua rabbia svanì. Gli afferrò un braccio, stringendo disperatamente e Methos sentì i riccioli scivolargli sul viso.

“Voglio solo che tu sia quello che sei sempre stato.” – replicò Methos, senza smettere di premergli con le dita sulla nuca – “Non fare scelte di cui potresti pentirti solo per paura di sbagliare…”

Sbaglia, se è necessario…

 

Lo lasciò andare, con la stessa incuranza con cui l’aveva afferrato e travolto con quella frase. Con la stessa tranquillità  con cui talvolta decideva di osservare i disastri.

Come se non lo riguardassero veramente.

Come se ci fosse sempre di meglio verso cui andare.

E tanto da lasciarsi alle spalle.

 

Edward rimase fermo dove si trovava, soppesando i suoi ragionamenti con un leggero tamburellare sul corrimano satinato della scala.

Immobile, mentre il calore di quel contatto inaspettato si disperdeva.

E sentì solo distrattamente lo scatto leggero della serratura e la porta di casa che si chiudeva, alle spalle di Methos.

 

***

 

Di nuovo giorno.

Di nuovo luce.

Tanta, traboccante da sopra i palazzi, sempre deliziosamente ignara di ciò che metteva in vista.

Luce.. luce innocente…

Methos alzò la testa, stringendo gli occhi per guardare il sole. E si fermò, le mani piantate in tasca, una leggera brezza sui lineamenti.

Di colpo si sentì molto ispirato e romantico. E gli venne da ridere.

Da ridere irrefrenabilmente per quella strana alchimia che l’universo aveva sui suoi esseri: un filo di luce, per sentirsi eterni e in pace.

Un’altra favola che l’umanità ancora si tramandava da una generazione all’altra, senza mai smettere di crederci.

Riprese a camminare, con quella sua andatura dinoccolata e flemmatica.

All’angolo, tra un hot dog e un poliziotto impegnato ad alzarsi il colesterolo, recuperò un caffè.

Un finto ma indispensabile caffè, si corresse, nel rigirare il cartone nella mano e nel proseguire.

Non troppo lontano, c’era uno dei tanti cancelli del parco. Continuò a camminare, senza che niente lo potesse smuovere dalle sue comuni e pigre riflessioni.

La mente faceva come i piedi. Vagava, senza una reale attenzione.

 

Attenzione o no, ad un certo punto, nell’alzare gli occhi, Methos notò un particolare.

I suoi occhi, bassi e persi nel pensiero, si spostarono da quel singolo particolare, fino alla visione di insieme.

E lo obbligarono a fermarsi un attimo. E a bere un sorso, studiatamente, soppesando la situazione.

Fissando, con un pizzico di rassegnata ironia, quegli occhi scuri e ostili che gli stavano scavando la fronte.

 

Lo odiava.

Oh, si, lo odiava proprio.

Brutto, fetente… m.. m… matusalemme, matusalemme, ecco!

Quando Methos si bloccava per fissarla in quel modo, Faith provava il desiderio di ucciderlo.

Di mettergli le mani attorno al collo e tirare.

Un desiderio che si perdeva all’istante in un quesito enorme.

Cosa avrà visto questa volta? Di cosa si sarà accorto?

 

Lo fissò, caparbia, mentre percorreva gli ultimi due passi che gli servivano per riavvicinarsi al chioschetto dove si era appena servito.

“Latte o zucchero?” – lo sentì chiederle, distrattamente, senza voltarsi.

Faith si mosse, togliendo il piede dall’inferriata a cui si stava appoggiando.

“Zucchero.” – replicò, adattandosi al tono incurante del suo osservatore.

Methos pagò passandole educatamente il bicchiere di cartone, quasi le stesse offrendo la Sindone. Poi si girò, per vederla in faccia e sorriderle.

 

 

E per riprendere a camminare.

“Niente di meglio che quattro passi.” – disse – “Mi fai compagnia?”

 

Se Methos avesse potuto scegliere, se ne starebbe stato in silenzio a sorseggiare il suo caffè guardando la poca gente che, a quell’ora del mattino, si beava del sole e del verde del parco.

Ma anni di convivenza con il gentil sesso gli avevano invece insegnato che un uomo in silenzio viene spesso recepito come un insulto personale. Faith, a riguardo, si distaccava in parte dalla categoria solo perché percepiva l’affronto personale in molte più cose.

Già il caffè le sembrava, con buone probabilità, una beffa.

Ed era il momento di correre ai ripari.

“Allora.” – commentò, andando dritto al sodo – “Come stai?”

“Come scusa?” – ribattè lei, sobbalzando.

“I lividi.” – replicò, indicandole il collo dove spiccata, violacea, la linea dell’avambraccio di Angelus – “Si vedono…”

“Non è niente.” – rispose, precipitosa, sfiorandoseli con le dita – “Un incidente.”

“Certo. E dimmi.. ci siamo incontrati per caso?”

Eccolo. Il Methos che conosceva. Faith gli sorrise, vagamente beffarda.

“No.” – ammise, senza rinunciare al suo sarcasmo – “Ero quasi sotto casa tua e ti ho visto uscire. E visto che hai l’andatura di un uomo avanti con l’età…”

“Un uomo avanti con l’età.. però, Faith. La sostanza non cambia ma il costrutto si raffina.” – Methos bevette un sorso, senza degnarla di uno sguardo – “ti fa bene frequentare persone con almeno un secolo sulle spalle…”

“Da che pulpito…”

“Miglioriamo, addirittura! E dimmi, sai anche cosa sia un pulpito?”

“Vagamente.” – ribattè la Cacciatrice, iniziando a perdere la sua noncuranza – “Ma so per certo cosa sia un doppiogiochista…”

“Ah si? E dimmi, quali sono le sue caratteristiche base?”

“Semplice… solitamente si tratta di immortali con parecchi segreti, grande menefreghismo e facce tiraschiaffi.” – replico, caustica, incrociando le braccia.

“E immagino che tu ne conosca parecchi di immortali…”

“Qualcuno. E, se non erro, da ieri ne conosco uno in più.”

L’aveva detto con il tono di chi sta per denunciare uno scoop. Eppure Methos aspettava questa frase già da un pezzo. Era ovvio che Faith collegasse il visto al raccontato. Anzi, se l’era addirittura presa comoda prima di farglielo notare.

Non commentò. Non disse un bel niente, sorseggiando il suo caffè e fissando il laghetto desolantemente grigio.

Iniziava a essere stufo di quella tragedia, in tutti i sensi. Il cast era ormai completo. Il parente ritrovato e ignaro, il giovane esule del tempo dai nobili sentimenti, l’eroe osteggiato e destinato a grandi cose, l’amata fanciulla…

E se stesso? Methos si sarebbe insignito volentieri del titolo di narratore, avesse potuto. Li avrebbe seduti attorno ad un tavolo e si sarebbe preso la briga di dire quel che pensava.

Il quadro era già completo così… se non si considerava quel Grillo Parlante impazzito che Doyle interpretava così bene…

“…E visto che Doyle non mi ha detto un bel niente, ho pensato di tornare alla fonte dei miei problemi.” – concluse Faith, compiaciuta di un monologo che Methos non aveva per niente ascoltato.

“Eh?” – Domandò Methos, voltandosi verso di lei. E ricadendo nel vecchio cliché dell’uomo distratto – “Doyle non ha detto che?”

“Niente.” – ringhiò la ragazza, cercando di stritolare il suo già martoriato bicchiere – “E tu non mi stavi ascoltando.”

“Avevo altro a cui pensare.” – tagliò corto l’uomo. Fece una pausa, si concesse un respiro e si tuffò nel nuovo atto di quella pesantissima trama – “Non giriamoci attorno. Che intenzioni avete?”

“Come scusa?”

“Voi, The Hyperion Group o Gang che dir si voglia, che intenzioni avete?” – domandò, pacatamente l’immortale – “Tu arrivi in avanscoperta e al calar della notte gli altri vengono a cercarlo?”

“Toglimi una curiosità.” – adesso era Faith a sorseggiare il suo caffè con aria flemmatica – “Sei nato scimunito o lo sei diventato?”

per un attimo, sotto quello sguardo fatto per intimorire i demoni, Methos si chiese se la domanda di Faith fosse poi realmente così infondata. Dopotutto si stava comportando da scimunito… dopotutto era stato frettoloso…

Methos si abbandonò a un breve grugnito contrariato facendo sparire il suo naso importante dentro il bicchiere e Faith approfittò di quel silenzio per scendere  a compromessi.

“Non verrà nessuno.” – sospirò – “Angel ha  detto chiaramente che dobbiamo farci gli affari nostri. Se sono venuta a parlarti era solo per mia iniziativa personale.”

“disubbidendo a Angel?”

“Angel non da’ ordini.” – mentì la ragazza. Lui forse non direttamente, ma Angelus… - “E comunque tu non sei stato menzionato. Lo sconosciuto è intoccabile.”

Methos la squadrò, mentre soppesava un sassolino e lo tirava nel laghetto.

“Io so solo che  ieri c’era un tizio biondo da te… e che un tizio biondo ha attaccato Angel, ieri notte. Posso essere poco raffinata, ma non sono scema.” – continuò Faith, camminandogli a fianco e gettando i sassi nell’acqua appena increspata – “L’ho detto a Angel.. ma mi sarei potuta risparmiare la fatica. A quanto pare, sei stato prevedibile…”

Vero.

Anzi, verissimo.

Methos ridacchiò, senza trattenersi. Lo era stato, eccome! Ma se avesse aggiunto tutti i pezzi mancanti di quel puzzle, Faith avrebbe dovuto ricredersi… non era Methos il vero prevedibile.

A mancare di fantasia, in quel contesto.. era l’universo.

I legami, gli intrecci, le spaventose coincidenze…

Come poteva spiegare a Faith che di tutti i  promettenti immortali che poteva incontrare era incappato nel fratello di Spike?

Come poteva spiegarle che di tutti gli inglesi che poteva vampirizzare, Angelus aveva scelto un ragazzo timido destinato a diventare un predatore e un amante di cacciatrici?

Come poteva dare un senso a tutto questo senza che suonasse strambo, o grottesco…

 

Il caso, il destino… lo stesso che fece incontrare Angelus e William secoli fa.. lo stesso che ieri sera ha lasciato che Edward incontrasse Angel…

 

“Non è colpa mia…” – sospirò, senza curarsi di Faith che lo ascoltava. Solo per se stesso.

“Dipende dai punti di vista.” – fu la risposta. E, alle orecchie di Methos ebbe un suono vagamente inquietante.

 

Camminarono per un po’ senza parlarsi. Methos con quel vago sorriso stampato in viso, gli occhi bassi a contemplarsi la punta delle scarpe. E Faith impegnata a fissare le persone normali. Quelle che portavano a spasso il cane, o leggevano una rivista. Persone che probabilmente non avrebbero mai avuto il piacere di entrare nella propria cantina e trovarci due vampiri in lotta.

Persone senza lividi intorno alla gola… e con un buio sostenibile nel petto.

Dio, mormorò, ad un certo punto, come odio la mia vita….

“Ogni tanto succede pure a me.” – concesse, consolatorio, l’immortale – “Qualche motivo particolare?”

“Certo. La mia vita. Mi sembra un motivo abbastanza particolare. Odio la mia vita perché è la mia vita.”

“Quindi fosse la vita di un altro andrebbe bene?” – domandò Methos, seguendola per quel tortuoso ragionamento. E trattenendo a stento il desiderio di ridere.

“Esattamente. Così potrei vivere senza interessarmi mai di chi protegge la mia comunissima esistenza.” – schivò un ragazzino in bicicletta, tornando a camminargli a fianco – “Potrei lamentarmi di cose banali, preoccuparmi delle mie indecisioni e la sera potrei stare davanti alla televisione pensando quanto sono stanca.”

“Certo…” – concordò Methos, cingendole le spalle con un braccio – “E staresti tutta la vita a dieta, lamentandoti dei tuoi vicini che fanno bordello e del fatto che  vorresti un po’ di emozione ogni tanto. Spike porterebbe  a spasso il cane…”

Faith non riuscì a reprimere un risolino, e gli tirò un pugno nelle costole. Anche Methos rideva.

“Fammi indovinare…” – domandò, d’un tratto, senza rinunciare all’espressione allegra, pur addolcendosi – “Wes è partito e stamattina non hai nessuno con cui scambiare due chiacchiere…”

“Pressappoco.” – sospirò, rilassandosi – “abbiamo avuto qualche problema, stanotte. In effetti, detto così è un po’ riduttivo. Comunque, visto che non c’era nessun altro.. in mancanza di meglio…”

“Ma grazie tesoro.” – replicò Methos – “Un uomo adora sentirsi dire certe cose. E stamattina sei pure la seconda…”

e fu così che le raccontò di Corinne. Per filo e per segno. Ogni particolare.

L’espressione di Faith coprì una rapida gamma di emozioni. Dalla sorpresa iniziale, alla comprensione, fino a scivolare in una risata leggera e spensierata, innanzi ai commenti decisamente brillanti in cui Methos si produsse.

A poco a poco, quella vita normale di cui Methos sembrava godere divenne parte della sua. E Faith, che mai l’avrebbe ammesso volentieri, provò gratitudine per quel suo Osservatore improvvisato e ammirazione, per quel tentativo di distrarla. Gratitudine e ammirazione quanto bastava da tollerare quel braccio ancora sulle sue spalle

“Decisamente un bel risveglio.” – sospirò,  ad un certo punto.

“Già. E come ben sai, la notte non è stata decisamente tutto riposo.” – replicò lui, rassegnandosi al fatto di parare su quel discorso.

“Immagino.” – Faith gli gettò un’occhiata di traverso – “Anche se mi hanno detto che tu sei arrivato giusto in tempo per sventolare il tuo spadone e metterti in mostra.”

“Esatto. Ho gonfiato i miei bicipiti e fatto la ruota.” – ribattè l’immortale – “Tutti hanno detto ‘ohhhhh’ e si sono inchinati. A quel punto abbiamo deciso che potevano andarcene a casa a dormire.”

“A me l’hanno raccontata diversa.”

“Si vede che non volevano ammettere la mia inevitabile superiorità.” – concluse Methos, sentendosi un imbecille. Ogni volta che si attaccava con Faith, cominciava a parlare una lingua incomprensibile e a dire cavolate.

“Certo.” – ribattè Faith, fermandosi e sfuggendo da sotto il suo braccio – “Perchè tu sei un… un…”

Incredibile. Methos la guardò, sbalordito, mentre perdeva il filo del discorso e alzava le braccia in segno di nervosismo, prima di tirare un calcio a una panchina.

In quei semplici movimenti, Methos vide i lividi che aveva sulle spalle e sul collo… e quelli sulle braccia. Ed anche se continuava a sfuggirgli perché Faith fosse a corto di parole, iniziava a farsi strada in lui che la nottata della ragazza fosse stata decisamente peggiore della sua.

E forse anche di quella di Edward, se si poteva arrivare a  concepire qualcosa di peggio.

Nel fissarla, mentre sfogava il suo stress a spese della panchina, Methos intuì che a Doyle sarebbe bastata una semplice occhiata per capire l’accaduto e dire la cosa giusta. Ma lui non era un demone con grandi doti umane.. era solo un povero immortale, tutto sommato reso un po’cinico dal tempo.

E quindi più bravo a gettare frasi lapidarie, che parole di conforto.

“Lascia perdere.” – disse, scotendo una mano- “E’ chiaro il concetto. Sono UN, punto e basta. Senti, prima che mi dimentichi, puoi portare un messaggio a Spike?”

“Sentiamo.” – Faith incrociò le braccia e lo fissò.

“Digli…” – se Edward lo scopre mi ammazza sul serio – “che siamo spiacenti della coltellata che si è preso. È stato un incidente…”

 

Gli sarebbe piaciuto finire la frase. Ma dovette spostarsi in fretta, prima che il colpo della ragazza lo mandasse lungo disteso nel laghetto.

“Quando sei arrivato in città.” – ringhiò la ragazza, quando Methos, comunque toccò terra con la schiena – “Ho promesso a Wes che non ti avrei incrinato neanche una vertebra. Ti prego di non provocarmi…”

Lo minacciava, puntandogli un dito contro. E tutti lo stavano guardando. Tutti, constatò Methos, e uno di troppo.

Prontamente l’afferrò per quella mano accusatoria e la tirò su se stesso, sul prato, senza lasciarle il tempo di replicare.

“Poliziotto a ore nove.” – sussurrò, prima di esplodere in una risata falsa quanto piacevole – “Tesoro, io ti adoro!”

Sorrise, da ragazzino e fece un cenno di saluto allo sbirro che stava camminando nella loro direzione. E questi, togliendo la mano dalla radio e rinunciando alla segnalazione con cipiglio sospettoso, proseguì per la sua strada.

“Per un pelo.” – sospirò, posando la testa indietro  - “Tu ed io dovremmo cominciare a litigare in luoghi privati.. o finiremo nei guai.”

Faith non gli rispose.  Era ancora sdraiata in parte su di lui, una gamba attorcigliata alle sue, in una posizione quanto meno equivoca… quel tanto che bastava da convincere le forze dell’ordine del loro rapporto.

Alzò la testa, nascondendo l’imbarazzo per quella loro vicinanza. E lo fissò dritto negli occhi.

“Io non ti piaccio, vero?” – domandò, minacciosa.

“Eh?”

“Piacere in quel senso.” – sottolineò, con vigore, la ragazza.

“Ma neanche un poco.” – ribattè lui, passandosi un braccio dietro la testa e guardandola – “Sei troppo bassa, troppo muscolosa e troppo collerica. Carina, grande forza, sono ormai abituato ad averti tra i piedi. Ma niente di più.”

L’aveva detto, con un mezzo sorriso che presto Faith si ritrovò a ricambiare.

Riusciva sempre a smontarla, a litigare con lei in modo superbo.

“E poi…” – sospirò lui attorcigliandosi una ciocca di capelli intorno a un dito – “Sei pure troppo giovane per me.”

“Su questo non ci piove.” – ribattè lei, rotolando su se stessa e sedendosi, con le gambe piegate – “Comunque , sappi che non darò il tuo messaggio a Spike. La sua reazione sarebbe decisamente peggiore.”

“Probabile. In ogni caso, puoi credermi. È stato un incidente.”

“Ma non lo è stato l’attacco a Angel, vero?” – insistette, implacabile – “Lo stava aspettando.”

“A dire il vero, no. Paradossalmente si sono incontrati per caso.” – mondo e paradosso stanno diventando sinonimi da queste parti – “Ma ciò non toglie che ne hanno approfittato per discutere.”

“E lo faranno ancora?” – domandò lei, abbassando inconsciamente la voce – “Si cercheranno ancora?”

Methos la squadrò.

Pensieroso.

“Francamente, non lo so.” – mormorò – “E devo ammettere che la cosa un po’ mi preoccupa…”

 

***

 

Restarono fermi, a parlare per un bel pezzo, senza dirsi realmente qualcosa di importante.

Methos non intendeva svelare i reali fatti riguardo alla notte trascorsa, Faith non era propensa a raccontargli la sua esperienza nello scantinato.

Rimasero solo sdraiati, a contarsi un po’ dei loro guai, a discutere e battibeccare su mille argomenti.

Per un po’, solidali uno verso l’altro, sfuggirono alle loro grane e alle loro incertezze, rifugiandosi insieme in quel loro mondo in cui uno sfotteva l’altro senza troppi problemi.

Eppure, per quanto impegnati in quella loro litigata ormai codificata, agli occhi dei passanti erano solo due amici, con tanto da dirsi. E tante parole, in un mondo ormai ad un passo dalla comunicazione essenziale.

 

Come si addice ai migliori cavalieri, Faith riaccompagnò Methos fino alla porta di casa.

E, sul portone, con aria tra il divertito e il perfido, Methos le fece la proposta.

“Vuoi salire?” – chiese, domandandosi appena le conseguenze di quel suo gesto. Lasciando ancora una volta tutto in mano al caso.

“No, grazie.” – replicò lei, con una voce impostata e udibile. Tanto da beccarsi un’occhiata sorpresa dal suo osservatore – “Andrò a casa, a vedere come vanno le cose…”

“Come preferisci.” – sospirò l’uomo, cercando le chiavi e voltandosi. E sentendosi afferrare per un braccio.

“Methos, ascolta…” – sussurrò la ragazza, costringendolo a piegarsi accostandosi con le labbra al suo orecchio. E strappandogli un ultimo sorriso, prima di andarsene.

 

Methos fece le scale ridacchiando e aprì la porta senza annunciarsi, per coglierlo sul fatto.

Edward non se ne era andato. Se ne stava seduto sul divano, arrotolandosi un ricciolo di capelli tra le dita, con una rivista chiusa su un ginocchio.

E i piedi rigorosamente sul tavolino di fronte.

“Ciao.” - Lo salutò con voce neutra – “Hai fatto quattro passi?”

“Si, dovevo pensare.” – replicò Methos, appendendo il giaccone e passando una mano sulle macchie d’erba lasciate dalla colluttazione con Faith – “E tu?”

“Ho pensato anche io, qui, seduto.” – replicò, il ragazzo, sventolando la rivista.

“Bravo.” – si complimentò l’immortale, voltandosi a guardarlo. E avvicinandosi al divano – “Comunque ho una cosa importante da riferirti…”

“E sarebbe?”

“Faith mi ha detto di dirti…” – sillabò Methos, non trattenendo più le risate – “Che uno che si nasconde non prende il sole sul terrazzo. E che, da persona educata, potresti affacciarti e salutarla.”

Edward lo guardò tra lo stranito e il colpevole, prima di alzarsi e tornare sul terrazzo, dove ancora troneggiavano, a terra, i resti della sua colazione e il libro che stava leggendo.

Fece un respiro e mosse un passo, fino ad appoggiare le mani sulla ringhiera.

E guardò dall’altra parte della strada, dove una ragazza bruna e sarcastica attendeva, appoggiata a una ringhiera.

Con gesto studiato, edward alzò una mano, in un cenno di riconoscimento. E venne ricambiato, con la stessa solennità.

 

Faith lo fissò, divertita, mentre accettava la sua provocazione. Là, in piedi, su quel terrazzo, le sembrò ancora più aristocratico ed elegante, anche se indossava una maglietta da concerti, come un ragazzo normale. Lo guardò, come si fissa un quadro che proviene da un secolo perduto. Lo fissò come qualcosa di unico e irripetibile.

Quel tizio, in qualche modo, aveva ottenuto il rispetto di Angel. Ne aveva guadagnato la stima a prezzo del sangue, al di là del suo senso di giustizia, al di là della stessa incolumità di Spike.

Nulla avrebbe più cambiato le cose.

Quel ragazzo era parte di Angel, adesso.

Parte dei suoi enigmi, parte della sua moralità, parte del suo mondo.

Che lo volesse o no, ora era nel suo mondo.

 

Già…

Faith dischiuse le labbra in un sorriso, alzando la testa verso di lui e avanzando, verso il cento della strada.

Non puoi più nulla, adesso. Non potrai più fuggire da questa consapevolezza, e lo sai.

Sai di Angel. Sai chi è, cosa può fare.

Sai cosa significa combattere contro di lui e perdere.sai cosa significa conoscerlo.

Non potrai più sfuggire a questo onore…

 

Faith lo guardò ancora, perdendosi in quella consapevolezza.

E nella sensazione che sarebbe passato del tempo, prima che si svelasse il suo mistero.

Prima che lei sapesse…

Prima che lui potesse varcare le porte dell’Hyperion.

Prima che tornasse.

“Fai buon viaggio.” – mormorò, senza staccare gli occhi dai suoi.

 

Ed Edward annuì, colto alla sprovvista.

Quella ragazza sapeva.

Per la prima volta nella sua vita, Edward percepì il potere, in una forma sconosciuta e primitiva. Il potere che andava oltre alla saggezza creata nel tempo, tipica degli immortali, oltre la forza dell’innaturale di Angel, o di Doyle.

La voce di Faith, in quella singola affermazione, gli parlò di solitudine e doveri, cose che vanno fatte contro la propria volontà.

Forza.

Amore.

E legami con esseri così forti da sconvolgere la vita e la mente.

 

Annuì, in un attimo di comprensione.

E la sua voce risuonò forte, nella via poco affollata.

Sotto la luce gialla del giorno.

 

“Grazie. A presto.”

 

Ed erano parole che sapevano di notte.

 

***

 

 

“Allora, Doc.” - esordì Edward, rientrando – “Potevamo offrirle un caffè, visto che c’eravamo…”

“Già fatto.” - replicò l’immortale, fingendo di essere occupato – “E poi, se non la invitavo a salire, si sarebbe insospettita… cioè, avrebbe potuto insospettirsi se non avesse avuto la certezza…”

“Si, lo so, ho fatto una cavolata!” – sbottò il ragazzo, tornando a sprofondare nel divano – “Ma mi sento in gabbia. E i vampiri non escono di giorno, hai detto. E quindi….”

Si era appoggiato con i gomiti alle ginocchia. Ed aveva sprofondato il viso nelle mani, interrompendo la frase.

Per poi rialzare la testa, furioso.

I capelli biondi lo incoronavano di una furia e una bellezza senza limiti.

Era fatto di luce, luce allo stato puro, anche adesso, in un momento in cui era più simile al fulmine che alle stelle.

“Non posso fare altrimenti.” – mormorò, senza spiegazioni, tornando a posare le labbra alle mani – “Devo andarmene.”

 

Non c’era nulla da aggiungere a quella frase.

Methos lo fissò, imperscrutabile.

 

Peccato… io ho sperato fino all’ultimo…

 

“Allora preparo il pranzo.” – sospirò, fissando la sua cucina che ancora portava segni della devastazione notturna – “Che non si dica che ti lascio andare famelico…”

 

***

 

Nel frattempo, all’Hyperion, come nelle migliori tradizioni, la vita era tornata nel suo ritmo.

Quel ritmo serafico che hanno le cose prima che scatti la scena di pathos.

O, almeno, così pensava Doyle, in contemplazione di Cordelia che passava l’aspirapolvere.

Seduto su un mobile con una tranquillità che avrebbe fatto impallidire il più pacato degli antiquari, osservava la sua fanciulla, impegnata a debellare gli acari del tappeto di Angel.

Di un Angel che, dal suo studio, non emetteva il più piccolo monosillabo per chiedere un po’ di silenzio.

Se ne stava sprofondato nella poltrona di pelle nera e tamburellava sul tavolo, disegnando, a tratti distrattamente e a tratti con concentrazione.

Il suo albo rilegato in pelle era magicamente riapparso. Ed ora, su quelle pagine ruvide e opache, Angel stava facendo scivolare le sue perplessità

La fronte aggrottata, la leggera espressione di fastidio nello sciogliere l’articolazione della spalla raccontavano di lui molto più della sua voce.

Rifletteva. E per quanto sembrasse più sereno delle sere precedenti, appariva ancora concentrato in un sospetto.

Schivando l’ennesima passata, Doyle scese dal ripiano con cigolio sinistro e si intromise nel santuario dell’eroe.

“Stamattina, una bella ragazza bruna mi ha detto che nello scantinato si sono decise le sorti del mondo…” – esordì, appoggiandosi alla porta accostata.

“L’hanno detto anche a me.” – sospirò Angel, tenendo gli occhi bassi – “ma io non c’ero…”

“Mi hanno detto anche questo.” – replicò Doyle, sedendosi e appoggiando le braccia conserte sulla scrivania – “ma possiamo parlarne comunque, anche se non c’eri…”

la matita di Angel si bloccò un centimetro sopra il foglio. I suoi occhi, senza abbandonare lo schizzo che stava eseguendo, cambiarono di tonalità, divenendo ancora più bui.

“Spike?” – domandò.

“Dorme.” – Doyle si lasciò andare contro lo schienale e sparò alzo zero – “Per cui puoi raccontarmi bene l’accaduto solo tu.”

“Dimentichi Faith.”

“No, con Faith ho già parlato.” – rispose, catturando finalmente la sua attenzione – “Lei indubbiamente c’era…”

“E cosa ti ha detto?” – insistette il vampiro.

“Parecchie cose.” – Doyle annuì, soppesando le parole – “Parlale tu, se vuoi saperle.”

“Si, certo.”

Angel, avesse potuto fare la cosa che preferiva, sarebbe tornato a sprofondare nella sua arte pittorica. Come i primi tempi a Los Angeles, avrebbe provato a ignorarlo, a seguire la propria strada.

Un tentativo, inutile.

Doyle non si può ignorare.

Doyle è … Doyle è Doyle.

 

Rassegnato, Angel posò blocco e matita. E lo guardò.

“Parlerò con Faith quando avrà voglia di parlarmi.” - sospirò – “Per quanto riguarda quello che vuoi sapere tu… ieri notte ho semplicemente perso il controllo. Era parecchio tempo che non mi succedeva.”

“Probabilmente ti ha fatto bene.”

“può darsi. Anche se non sono così certo. Ha rimesso le cose in prospettiva, questo è sicuro. Ma dire che sia stato un bene, mi sembra una cosa azzardata.” – fece una pausa, scivolando nella sua posizione più tipica, le labbra alle mani – “Non faccio che pensare a quello che mi dicesti tu, appena arrivato a LA. Il contatto con l’umanità in grado di salvarmi… l’indispensabile contatto con l’umanità. Tu credi mi abbia riportato solo questo, indietro?”

si stava riferendo alla questione del battito cardiaco di Faith. Eppure non osava dirlo. Tra loro doveva essere intercorso veramente qualcosa di oscuro, se anche Angel stentava a parlarne. Il loro contatto aveva attraversato una zona oscura… ed Angel sapeva di essere stato lui a condurvi Faith, tenendola quasi per mano.

“Io penso…” – commentò Doyle, senza cercare di sondare oltre – “Che Faith sia servita decisamente da ancora di salvezza…. Ma so anche che non vado sempre in giro a dire verità assolute. Il contatto umano è importante perché è uno stimolo continuo a migliorare, a credere. E tu ne hai bisogno.. ti serve molta forza per sopravvivere alla tua vita.”

Angel sorrise, concorde.

Ci voleva coraggio, certo. ma non era tutto…

“Non ti deprimere, uomo. Nessuno ti sottovaluta mai. Lo so bene che le parole sono riduttive.. eppure è meglio dirle, che non dirle affatto.. no?”

“Può darsi.” – concordò Angel, appoggiando la testa allo schienale e riafferrando la matita, per ruotarla tra le dita.

Eppure non voglio parlarne. Ci sono stati attimi, oggi, in cui non avrei nemmeno voluto ricordare...

Istintivamente i suoi occhi corsero al disegno.

E lì si fermarono.

Anche Doyle aveva fissato la sua attenzione su quello schizzo brunito. Uno sguardo casuale, improvvisamente attento.

La piega della bocca, i capelli appena mossi… Edward.

 

Angel l’aveva tracciato con poche linee appena ombreggiate. Quasi non volendo annerire i contorni di quegli occhi, e quegli occhi stessi.

Aveva infuso in quel ritratto molto più di quanto si potesse realmente immaginare. L’aveva colto nella sua espressione dolente, così come doveva essere stato in quel combattimento che, a modo suo, aveva cercato tanto quanto aborrito.

“Sei un vero artista, uomo.” – sussurrò, del tutto rapito da quel bozzetto.

“Ho avuto parecchio tempo per osservare quel ragazzo.” – commentò Angel, tamburellando con la matita e girando il blocco, perché Doyle potesse osservarlo meglio – “non riesco a togliermelo dalla testa… c’è qualcosa, in lui…non me lo spiego, veramente. Ieri sera non ero abbastanza in me per accorgermi… e oggi temo mi sia definitivamente sfuggito.”

“Non esagerare.” – e non esserne così sicuro – “Probabilmente ti verrà in mente quando arriverai a mettere insieme tutti i tasselli. L’unica cosa certa è che si tratta di un tipo piuttosto complicato…”

Angel buttò un’occhiata a Doyle che pronunciava quella frase con tono incurante. Non era rientrato con loro e, francamente, Angel non si era posto il problema di dove fosse andato.

In giro, probabilmente. Oppure verso una meta precisa che non voleva svelare.

“Tu sai qualcosa di lui?” – domandò, senza pensare troppo al fatto che una risposta diretta di Doyle era probabile come un lingotto d’oro sotto lo zerbino di casa.

“come scusa?”

“ti ho chiesto.” – Angel lo guardò divertito mentre prendeva l’aria più assente e bugiarda del suo repertorio – “se tu sai di lui qualcosa che io non so.”

“Io…” – Doyle prese un respiro più profondo del necessario e… - “No. Mi spiace. So  che se ne è andato dopo che è stato ferito. Tutto qui.”

Angel non gli rispose, mentre si allungava a prendere nuovamente il blocco da disegno. Fissò quegli occhi appena stilizzati e si chiese cosa avesse portato le loro strade a incrociarsi, ancora una volta.

E quando, in una vita passata…

“Non c’è redenzione per la tua colpa nei miei confronti…”

“Come, scusa?”

“E’ quello che mi ha detto.” – rispose Angel, fissando un punto imprecisato nella grana della carta – “e che io temevo il motivo per cui combatteva con me. Penso che avesse ragione… non c’è Redenzione…”

“Non dire sciocchezze, uomo. Lo sai benissimo che cosa sia la redenzione.. e poi, come fai ad essere certo che non stesse bluffando?”

Forse perché non stava mentendo. Doyle strinse le labbra e soppesò quella frase. Edward aveva visto veramente giusto. Come Drusilla, come Spike stesso prima di lui, Edward riportava ancora una volta alla ribalta la realtà dei fatti.

Angel aveva dannato William.

E l’aveva fatto con coscienza di distruzione.

 

“Forse.” – rispose il vampiro, scotendolo da quelle riflessioni – “Ma non potrò esserne certo fino a quando non sarò andato a fondo in questa faccenda. Cosa posso avergli portato via… come.. quando… non ho una singola risposta. È come correre dietro al Bianconiglio…”

Bhe, inglese è inglese… Doyle pregò ardentemente che dalla bocca di Angel non uscissero altre domande.

Non poteva fare altro che mentirgli. Perché almeno su una cosa Methos aveva ragione… non riguardava nessuno di loro, se non i diretti interessati.

E, su almeno una cosa, Doyle sapeva di avere ragione.

La partita tra Angel e Edward era appena iniziata. E presto uno dei due avrebbe fatto una mossa.

E, quel che era peggio, lo sapevano entrambi.

Edward, ancora in città. Ed Angel, così fermamente convinto ad attendere un segno.

“Toglimi una curiosità.” – domandò Doyle – “a quanto dice Cordelia sai benissimo dove si trova questo tizio. Eppure non vai a parlargli…che cosa aspetti?”

“Non lo so. Davvero, non lo so.” – Angel stilizzò un’ultima ombra su quel ritratto.

Mi manca la chiave per risolvere l’enigma…

 

“Fatto.” – si complimentò Cordelia facendo il suo ingresso – “tutto in ordine. E ho levato pure le ultime macchie  di sangue. Mi resta solo questa da sistemare…”

in mano teneva la sua fusciacca rossa. Una povera piccola cosa raggrinzita e maculata.

“Non mi fiderò più di un vampiro biondo che dice che me la restituirà in perfetto stato.” – commentò, sollevandola e accomodandosi sul bracciolo della poltrona di Doyle – “Non voglio nemmeno immaginare di cosa sia macchiata.”

“Lacrime.” – borbottò Angel, riprendendo a disegnare.

“lacrime? Lacrime di chi?”

“Mie.” – Angel non alzò nemmeno gli occhi nell’ammetterlo – “Angelus mi ha fatto piangere.”

Era un’affermazione tragica. Eppure Cordelia si trovò a ricambiare il sorriso di Angel.

“A stare con te impara a sdrammatizzare.” – si rallegrò, dando una leggera gomitata a Doyle.

“Vero. Sono un ottimo maestro.” – concordò il demone.

“E’ stato così brutto?” – chiese, tornando a voltarsi verso il vampiro.

“Abbastanza, Cordy.” – un altro tratto di matita – “Ho fatto e detto cose di cui sono vagamente pentito.”

“Vagamente…”

“E’ironico, principessa.. significa che…”

“Doyle, guarda che ho capito.” – Cordelia si voltò, lanciandogli un’occhiata seccata – “Vagamente in Angelslang sta per moltissimo.”

“Angelslang?” – domandò lui, alzando gli occhi dal disegno.

“Ma si, certo. parli talmente poco che bisogna interpretarti!” – Cordelia avvolse la fascia su se stessa e la posò sul ripiano della scrivania, prima di alzarsi – “Io non voglio forzarti come questo qui, ma se vuoi parlarne….”

“Lo so, Grazie Cordy.” – Angel accennò un sorriso, guardandola.

Il suo contatto con l’umanità in carne e ossa. Fino all’ultimo capello e all’ultimo soffio di cipria. Cordelia, fino all’ultima particella.

La ragazza lo fissò per un attimo, prima di tirare un sospiro rassegnato e fare il giro della scrivania.

Fino ad arrivargli alle spalle e sfiorarlo.

In modo semplice ed essenziale. Ma unico.

Angel ricambiò quel gesto con lo sguardo. E osservò Cordelia sporgersi per vedere il disegno, prima di recuperare la sua fusciacca e avviarsi alla porta.

“Quel ritratto di Spike è veramente bello. L’hai addirittura migliorato.” – commentò, sostando sulla soglia – “Prima o poi dovrai fare anche il mio…”

 

E fu allora che accadde.

Angel, ad un passo dal negare che fosse Spike, si bloccò.

E Doyle, con un brivido, seppe che la mossa era stata fatta.

***

 

Gli occhi di Angel si abbassarono con una lentezza impressionante sul disegno. La sua mente, per giorni ottenebrata dal demone, si riempì di immagini.

Quasi con sorpresa e tormento, carezzò quelle linee di matita con gli occhi. E dal disegno sorse ancora una volta quel viso affilato ed enigmatico.

E parole, parole sussurrate, parole urlate… parole dette….

 

“Parli di te o del mio antagonista misterioso?”

 

“Ma per piacere!Non vorrai paragonare me a quel biondino slavato…”

 

No…

Non è possibile…

 

“Comunque, non intendo andare a cercare quel ragazzo. Almeno per il momento. Devo ritrovare il mio equilibrio, prima. Quel ragazzo… è come se fosse fatto di luce…”

 

“E’ una cosa che si potrebbe dire anche di Spike, non trovi?”

 

Spike… William….

 

 “Spike è sempre stato fatto di luce. Buttarlo in pasto alle tenebre è stata un’ambizione troppo forte perché Angelus e Drusilla potessero resistere.

Aveva l’odore dell’eternità appiccicato addosso…”

 

L’eternità.. questo peso che ci coglie nel pieno della vita.. l’eternità… l’eternità che ci allontana dai nostri sogni.. dai nostri ricordi…

 

“a cosa stai pensando? A dove ci siamo conosciuti? A cosa mi hai fatto?

Mi spiace, non c’è redenzione per la tua colpa nei miei confronti…”

 

Sotto gli occhi di Doyle, Angel sembrò trattenere il fiato. La consapevolezza si fece strada in lui prepotentemente, costringendolo a stringere tra le dita il piano del tavolo, fino a far divenire bianche le nocche…

 

"Più grande di quattro anni…"

 

Può darsi sia inglese…

 

"Gli volevi bene?"

"Molto. Perché? Tu non volevi bene a tua sorella?"

 

L’immortale deve essere nato nell’ottocento…

 

Chi sei… perché solo ora mi rendo conto…

perché non l’ho saputo nell’istante in cui ti ho visto…

Perché William non ha compreso…

 

"Credo di doverti delle scuse."

"E… per cosa?"

"Per averti mentito. E per averti detto, per più di centocinquant' anni che ero figlio unico. Se l'ho fatto è perché quando Dru mi ha trovato, ero, di fatto, figlio unico. Ed il prima… l'avevo dimenticato. "

 

Non l’hai mai dimenticato….

Ti proteggi, ti proteggi da te stesso, giorno dopo giorno.

 

E tu, Edward? Stai facendo altrettanto?