I personaggi delle serie "Angel" e "Buffy, the vampire slayer", appartengono a Joss Whedon, la WB, ME e la Fox, l'autrice scrive senza alcuno scopo di lucro e non intende violare alcun copyright.
Crossover con la serie televisiva Highlander. Anche in questo caso, i personaggi appartengono ai legittimi proprietari e l'autrice scrive senza alcuno scopo di lucro e non intende violare alcun copyright.
Ovviamente non accampo diritti nemmeno sull’attore scelto per impersonare il personaggio inedito.
Si è trattato di una scelta legata a molti fattori di stampo soggettivo. Senza lucro, calunnia o altro.

E Edward non appartiene a nessuno… tranne che alla sottoscritta (e micia si accontenterà della dedica…;)



ETERNITA’
Niente aveva impedito a Methos di sbattere la porta del bagno sul suo muso irriverente. E Doyle, consapevole del suo sarcasmo, non se l’era avuta a male.
Methos aveva ragione a imbestialirsi. Dopotutto quello di cui Doyle si stava impicciando non era affar suo. Sempre se non si considerava il fatto che stava diventando una questione di famiglia. Anzi, di famiglie.
Quella di Doyle, quella di Methos, dell’Hyperion…
William ed Edward si collocavano al centro di questo turbinio.
E tra loro, paradossalmente, sembrava collocarsi l’ombra di Angel.
E quella di Angelus.
Con chi aveva combattuto Edward quella notte? Con l’assassino di suo fratello o con il suo sostituto?
Qual era il fantasma che temeva?

Doyle camminò con lentezza verso di lui.
La sua ferita era ormai richiusa. Restava solo il sangue, sul materasso e sui vestiti.
Dovremo bruciarli, ragionò Doyle. E anche gli asciugamani.
Puoi mentire a un vampiro, ma non ai suoi sensi…

Rimase in piedi, a fissarlo.
Adesso lo ricordava bene.
L’amico di Methos, il ragazzo biondo che percorreva tranquillo il viottolo verso casa di sua madre con una bracciata di legna o che appariva con un mazzo di margherite nei momenti meno probabili.
Nei suoi ricordi di bambino si associava sempre ad un sorriso amichevole e a pochissime parole. Taciturno, forse propenso ad ascoltare i bambini più che a narrare. Così diverso da Methos, capace di avere sempre un aneddoto sulle labbra.
Era così strano, vederlo immutato.
Con Methos era diverso. Methos era sempre stato grande.
Ma questo ragazzo, questo Edward che lo seguiva, gli era sempre sembrato giovane. Ed ora, ritrovandosi adulto, a fissarlo, doyle percepiva, per la prima volta, la sua mortalità.
Edward non sarebbe invecchiato. In un modo diverso da spike, o da Angel, era destinato a restare così. Lo stesso viso, la stessa espressione…
Doyle abbassò gli occhi, permettendosi il lusso di scacciare quella fastidiosa sensazione, fissando le dita lievemente inarcate.

Spike ha le tue mani, Edward.
Non so ancora cosa ho visto in te, per capire chi eri… proprio non lo so.

E non mi va di pensare che sia stato destino.

Forse avrei preferito non capire…

E fu in quel mentre, mentre l’ultimo quesito si vibrava ancora tra loro, che Edward aprì gli occhi e, con un rantolo, cercò il primo respiro.

***

Quando finalmente l’aria gli penetrò nei polmoni, Edward sentì le spalle rilassarsi e tornare a contatto con il materasso.
Aveva le membra intorpidite e mille pensieri nella mente.
Ed era di nuovo vivo.
Senza fretta, quasi pigramente, iniziarono ad affiorare alcuni fotogrammi di quella notte. Poi, sempre più concitati, gli ultimi attimi di lotta….
E william.
Istintivamente cercò con le dita la ferita, pur sapendo di non poter trovare nemmeno una cicatrice. Methos non si era premurato di togliergli nemmeno il maglione. Aveva strappato la freccia per accelerargli l’agonia e l’aveva lasciato morire.
Armeggiando, a fatica, Edward si sfilò l’indumento, irrigidito dal sangue essiccato.
E tornò a scivolare sdraiato, gettandolo lontano.
“Dio, come la odio…” – momrorò, riferendosi alla sua morte e alla sua resurrezione indiscriminatamente.
Aprendo gli occhi, nel sentire dei passi.
“Lo vuoi un po’ di caffè?” – domandò Doyle, porgendogli una tazza – “Non c’è niente di meglio, appena svegli…”

Edward lo guardò perplesso, prima di alzarsi, appoggiandosi sui gomiti.

Eternità:Cronache di Anime e Sangue

“Grazie.” – mormorò, prendendo il boccale tiepido dalle mani del demone.
“Figurati.” – gli sorrise l’uomo, di rimando – “Resta pure sdraiato.
Methos sta facendo una doccia.. credo che ne avesse abbastanza di tutto il tuo sangue…”
“Non posso dargli torto.” – replicò, sentendosi improvvisamente calmo, nel parlare così normalmente… così lontano dalle emozioni – “Ho fatto un bel casino, stanotte…”
“Vero.” – rise Doyle, accendendosi una sigaretta – “Proprio vero.”
“Me ne offri una?” – chiese, speranzoso, Edward, tendendo una mano.
“Certamente.” - Doyle gli porse il pacchetto – “Intanto non sono mie. Le ho fregate a Spike.”
La mano che stringeva la sigaretta si bloccò a mezz’asta. Poi Edward la portò verso la bocca, accettando l’accendino già acceso.
“Lui... fuma?” – domandò, quasi rispettosamente.
“Come un turco.” – ribattè doyle. Edward si era illuminato di una curiosità che faceva quasi tenerezza.. ed era difficile, come gli succedeva con spike, ricordare la sua età reale - “Anche se, certe volte, ho l’impressione che gli piaccia più il gesto che il vizio.
Si gode il movimento meccanico…”
Edward abbassò gli occhi, con aria assorta.
E Doyle, rispondendo a quel suo innato intuito, si sentì in dovere di dire qualcosa.
“Chiedimi quello che vuoi Edward.” – momrorò, sedendosi a cavalcioni di una sedia – “Se vuoi sapere che tipo è, io credo di conoscerlo… almeno un poco…”

Edward lo fissò, con un’inconfondibile tristezza negli occhi.
Era strano farsi raccontare il proprio fratello da altri, da persone ad un passo dall’essere estranee.
Doyle conosceva Will… Spike molto meglio di lui…
“Mi piacerebbe.” – rispose, cauto – “Ma non credo sia una buona idea.”
“Credi sia veramente troppo cambiato, per riconoscerlo quando ti parlerò di lui?”
Edward sorrise, incassando il colpo e sedendosi. Gettando quel che restava della sigaretta dentro il caffè.
“E’ questa la famosa sensibilità che ti contraddistingue, doyle?” – domandò, piegando le ginocchia e constatando che il suo amato cappotto era da lavare molto bene – “Il famoso sesto senso di tua madre…”
“non sono così in gamba.” – replicò doyle stando al gioco – “Ma da mia madre ho indubbiamente preso la testardaggine. E tu dimmi, Edward…. Spike ha preso da te il suo amore per la musica?”

Sai, doyle, inizio a capire cosa intende Methos quando dice che il tuo dovere è portare confusione…

“No.” – replicò provando a mettersi in piedi – “Io non suono nemmeno il triangolo. Da me ha preso l’abitudine a impicciarsi di affari non suoi.”

Le gambe mi reggono… grazie al cielo…

Poco convinto di quello che stava facendo, cercò di riacquistare un equilibrio che non avesse a che fare solo con la posizione eretta.
Fermo.
La testa china.
Doyle scrutò quei riccioli biondi e scomposti così adatti a nascondere.
Chissà se anche Spike, sotto quell’abuso di acqua ossigenata…

Adesso, nel vederlo nuovamente in piedi, notava i piccoli particolari che aveva in comune con spike. Era interessante ricercare i pro e i contro di quel legame tanto intenso quanto irreparabilmente fonte di problemi.
Si domandò come avrebbe reagito Spike, al posto di Edward… e poi cosa avrebbe detto, ritrovandoselo di fronte.
“Pensi che ti avrebbe colpito, avesse saputo chi eri?” – domandò, senza giri di parole. Beccandosi una singola occhiata, eloquente più di ogni risposta.
Edward è una persona decisamente tollerante, annotò, mentalmente. Prima di rispondergli preferiva astenersi.
Stava camminando e sciogliendo i muscoli. Doveva provare una fastidiosa sensazione di intorpidimento, più psicologica che reale.
“Toh, guarda chi si rivede.” – mormorò Methos, spuntando con i capelli ancora umidi – “Tornato a miglior vita?”
“Chiamala migliore…” – borbottò, scoprendo, nello specchio, di avere sangue fin nei capelli – “Ho male dappertutto.”
“Possibile. E puzzi di battaglia.” – Methos si appoggiò le mani sui fianchi e lo guardò, disgustato – “Lavati. Subito.”
“Si, mamma.” – replicò Edward, mostrando tutti i denti – “A meno che tu non voglia uccidermi un’altra volta. In quel caso preferirei aspettare…”
Methos non sapeva se ridere o ammazzarlo.
Altro appunto mentale, ragionò doyle. Quello che vale per tutti gli altri, non vale nei confronti di Methos.
A lui si dice tutto, senza appellarsi alla calma…
“No?” – stava aggiungendo Edward, la testa leggermente inclinata – “Allora vado a farmi la doccia.”
“Ehi.” – mormorò Methos, afferrandolo per un braccio e guardandolo negli occhi – “Non sono intenzionato a litigare. E se può interessarti.. non sono nemmeno arrabbiato.”
Edward lo guardò dritto in viso.
Prima di allargare la bocca in un memorabile sorriso.
“See… raccontatela, Doc.”

E Doyle, frenando a stento una risata, scoprì in cosa Spike assomigliasse realmente a Edward.

***

Methos aveva palesemente fame. Lo si poteva intuire dal fatto che, nel cuore della notte, avesse tirato fuori metà del contenuto del frigo e si fosse messo a spalmare mostarda in quantità su fette di pane.
Una catasta di panini, ecco cosa voleva.
“Aiutami. E non farmi una domanda che non sia di ordine pratico.”
“Come dire che posso solo chiederti dove sono i bicchieri?” – precisò Doyle, avvicinandosi.
“Pressappoco…”

Nel frattempo, Edward si era rintanato in bagno. E ora, sotto il getto bollente, anelava una pace che non ricordava di aver provato.
Chiuse gli occhi e, con calma, si impose di pensare al combattimento con Carlos Suarez, ricordare gli assalti e separare le emozioni della reminiscenza dalle mosse di scherma.
Fermo, i capelli incollati al viso e le mani in lenti e limitati movimenti, a mimare le sequenze degli assalti.
Un esercizio spirituale, per fare chiarezza. Lentamente riaprì gli occhi e si fissò nello specchio appannato. I capelli fin sugli zigomi, la barba decisamente in vista. Aveva occhi iridescenti…
C’era stato un tempo in cui questo particolare era tipico di William. Non suo.
Gli occhi di William mutavano in balia della luce e dell’umore… i suoi avevano cominciato stranamente a farlo con l’immortalità. Uno strano effetto collaterale.
Poteva succedere, aveva ammesso Methos, già allora.
Mutiamo appena.. ma certe nostre caratteristiche si acuiscono…
Si toccò uno zigomo, cautamente, come se temesse di essere contuso e dolorante.
Aveva l’impressione che la testa potesse esplodergli, che gli occhi potessero bruciare. La verità, pura e semplice, era che non si riconosceva.
L’uomo nello specchio era un estraneo.

Methos aveva acceso la musica. Ora l’opera di diffondeva da una stanza all’altra, senza rimbombare, con voce limpida e pura.
Era piacevole..e ipnotico.
Era stato strano, ricordò, una sera, comprendere che non avrebbe mai più potuto andarci.
L’opera… la Londra bene che frequentava il teatro non avrebbe apprezzato i suoi colpi di tosse, il suo respiro pesante… perché la morte che bussa deve farlo silenziosamente e non disturbare le nostre feste…
Altrimenti è disdicevole…
Edward si tirò indietro i capelli e chiuse l’acqua calda. Il getto gelido lo colpì in pieno, facendolo sussultare ma allontanandolo, finalmente, dai ricordi scomodi.
Sei andato all’opera, ancora… e ancora, si rammentò, mentre il gelo si propagava in brividi giù dalle spalle. La morte ha cambiato porta…
Quasi per istinto, seguendo un dolore che non percepiva più, si massaggiò il torace, nel punto in cui la freccia l’aveva trapassato.
E quel semplice gesto, gli scatenò in testa immagini confuse.
Strinse gli occhi, cercando di scacciarle.

“Francis…” – Methos alzò gli occhi e lo guardò, mentre si dirigeva verso il bagno – “Lascialo stare.”
A questo comando, il demone si voltò. E lo fissò interrogativo.
“Lo senti anche tu?” – domandò, riferendosi ad una precisa sensazione, una percezione definita di pura confusione.
“Non ho bisogno di sentire nulla.” – ribattè l’immortale – “E’ normale che sia sconvolto. E ha bisogno di farsene una ragione. Lascialo stare.”
“Sei certo che invece non abbia bisogno di aiuto?”
“E come vorresti aiutarlo? Lo tiri fuori dalla doccia, di peso, per cosa? Riportare indietro il tempo? E di quanto? Centoquarant’anni o un’ora?
Cosa preferiresti evitargli? La scelta di abbandonare William prima di vederlo morire di vecchiaia o la decisione di piantargli un coltello in petto per mantenere il segreto?” – Methos stappò una bottiglia di rosso e ne versò il contenuto color rubino nei calici alti – “L’immortalità ha un piccolo difetto… è eterna. E bisogna saperci convivere. Edward ne è perfettamente in grado…”
Credimi…

India, 1883

La sensazione della reminiscenza gli fece quasi piegare le gambe.
“E’ qui dietro.” – mormorò sbrigativamente Damodar, dando un altro colpo alla parete sconnessa e sollevando ancora polvere.
Methos annuì. Damodar aveva percepito come lui la vicinanza. Edward era sotto quelle macerie e non troppo lontano.
“Muoviamoci.” – ribattè, sollevando altra polvere con colpi decisi di piccone.
Ormai da giorni quella zone della costa era piombata nel caos. Una piccola isola, Krakatoa per gli occidentali, si era inabissata, in seguito a ripetute scosse.
Le onde, i sussulti successivi della terra, violenti come non mai, si erano propagati fino all’India. Solo in seguito Methos avrebbe scoperto come questi fossero stati percepiti addirittura dagli australiani.
Ma allora, in quel momento, non era una catastrofe memorabile, da ricordare. Era solo morte. Morte per strada, morte sotto le macerie, morte e basta.
Da giorni si scavava in cerca di sopravvissuti. Methos e damodar, ritrovatisi dopo qualche secolo, avevano vissuto i giorni precedenti il disastro nella pigra certezza di attraversare un’epoca tranquilla. E si erano sbagliati.
Quando la prima ondata di panico si era spenta, si erano ritrovati per strada, insieme ad altri mille, ad aiutare, a cercare di salvare.
E, per una volta ancora, a cercare amici e conoscenti in quel deserto desolante.
Anche Edward era svanito. A tre giorni di distanza, non ancora tornato, aveva cominciato a destare qualche preoccupazione. Nulla, non un cenno.
Lentamente, entrambi avevano iniziato ad avere un sospetto. E, precedendo i soccorsi, ma seguendo i saccheggiatori, si erano spostati in quella parte di città più danneggiata.
Il giorno del terremoto, Edward era uscito di casa di corsa. E Methos sapeva senza dubbio dove stesse correndo.
“Se ci muoviamo.” – ripetè, assestando un altro colpo con maggiori risultati – “Abbiamo una possibilità di salvare Mayuri.”
Gia.
Mayuri.
Edward doveva essere andato da lei, quel giorno. Doveva aver corso come un pazzo e doveva aver cercato in tutti i modi di portarla al sicuro. Se veramente erano lì sotto, Methos e Damodar potevano ringraziare solo la reminiscenza, che aveva permesso di trovarli, laddove nessuno stava cercando.
Con un ultimo colpo la parete crollò, sollevando una nube rossastra.
Methos non aspettò nemmeno che si diradasse, infilandosi nello spazio. Il soffitto aveva retto e lo spazio risultava ancora agibile con poche difficoltà. Methos, tallonato da Damodar, percorse le poche decine di metri della galleria, quasi correndo, fino a quando non lo colpì, indescrivibile ma sempre nitido, l’odore di morte.
Imprecò, sottovoce, accelerando il passo.
Reminiscenza, di nuovo.
E ancora, nell’attimo in cui la torcia li illuminò.
Abbracciati, rannicchiati uno sull’altro.
Occhi chiusi per sempre.
E occhi azzurri, sbarrati su quello scenario di desolazione.

Eternità:Cronache di Anime e Sangue

Methos si bloccò. Edward piangeva.
I singhiozzi lo scotevano, mentre ancora seppelliva il viso in quei capelli che ormai sapevano solo della polvere che vi si posava. Stringeva un corpo rigido, probabilmente da ore.
E Mayuri riposava con la testa sulla sua spalla. La luce rossastra delle torce non l’avrebbe più svegliata. La sua voce non si sarebbe più levata limpida sulle sponde del Gange.
Mayuri se ne era andata.
Ed Edward, morto con lei, viveva ancora.
Alla fine era successo. Methos l’aveva dolcemente messo in guardia, giorno per giorno. Abbracciare la morte, vedere la propria ragione di vita sfiorire, e svanire.
E poi, come nel peggiore degli incubi,addormentarsi insieme.. e svegliarsi soli.
Damodar fu più pronto a riprendersi. Si avvicinò a entrambi, inginocchiandosi e tendendo le braccia.
Sotto gli occhi di Methos, Edward sembrò riscuotersi. Come se non avesse atteso altro, lentamente, lasciò che il suo amore scivolasse lontano da quell’abbraccio che non l’aveva protetta. Damodar era il suo popolo. L’avrebbe onorata e rispettata, donandole gli onori, quegli onori che per lei erano così importanti.
Quegli onori che mai più sarebbero stati vita e calore.
Damodar raccolse quelle spoglie quasi con reverenza. E si alzò, trasportandola lungo il cunicolo. Le braccia allungate, inerti… la testa reclinata e le labbra dischiuse.
Methos si avvicinò piano a Edward, ancora scosso da un tremito che gli proveniva dal profondo dell’animo.
Senza chiamarlo.
Senza poter far altro che esserci mentre, con lentezza impressionante, l’eternità gli donava una nuova definizione di se stessa.

L’acqua era ancora aperta. Edward, la pelle gelata, le mani tremanti, si appoggiò alla parete. Il viso premuto contro le piastrelle.
Ecco.. adesso lo vedeva…
Non si era aspettato una reazione del genere. I suoi occhi si erano dilatati nel vederlo voltarsi così veloce. E, da lontano, gli erano apparsi grigi e uniformi.
Il coltello, tra loro, aveva ruotato su se stesso, velocissimo. William aveva alzato la balestra proprio mentre il kriss lasciava la mano. E la freccia era passata tra le sue braccia, conficcandosi vicino allo sterno.
Edward ricordava di essersi piegato, premendosi una mano allo stomaco e di aver alzato la testa.
Ed aveva visto quella di William, veramente tropo bionda, inarcarsi all’indietro. Aveva lasciato andare la balestra e la luce del lampione aveva illuminato l’incarnato chiarissimo e la linea del profilo, mentre cadeva, tra le braccia di Angel.
Indossava una maglietta nera… jeans… Edward strinse gli occhi, cercando di catturare più particolari… nero, era integralmente vestito di nero…

Ma cos’altro..

No, non ricordava nulla, nulla.
Fece un respiro, rivide la sequenza una volta ancora.
No, non lo vedeva.
Non l’aveva visto in viso.
Erano colori, solo colori. Ombre, luce… la mano con la balestra…
Nulla.
Perfetto, William, non volevo mi vedessi, volevo vederti… ho sbagliato anche questo...

Ti ho guardato in viso…e non ricordo nulla. Occhi, capelli… sei accecante al buio.. probabilmente lo sai.. ma io mi sento che se non ti avessi visto…
Eppure fa male… anche se la ferita non c’è più… Edward si massaggiò il torace, reprimendo un gemito.
Era come se l’idea di William amplificasse le sensazioni dei ricordi… oggi i polmoni.. adesso il cuore…
Riempi la mia mente, divori il mio essere.. eppure non sei più un fantasma del mio passato…
È come allora… sei vivo e lontano…

Le piastrelle erano ancora fredde, sotto la sua fronte. Ma non bastavano. Non bastavano. Si appoggiò con tutto il corpo, pesantemente, cercando di respirare a fondo. Frugando nella mente, rabbiosamente. La reminiscenza di Carlos, la sua vita ancora in circolo, Angel e il suo mistero, William..
Il sangue…
WilliamWilliamWilliam…

Il box doccia si era aperto.
E una mano si era insinuata, portando dentro, paradossalmente, il calore umido del bagno.
“Cena pronta.” – aveva commentato Methos, chiudendo i rubinetti – “Asciugamani e vestiti sono sul ripiano. Li avevi dimenticati…”

Si voltò e uscì, senza aggiungere altro.
Lasciandolo nuovamente solo.
Ma, sperava, salvo da se stesso, una volta ancora.

In salone, Doyle stava accendendo un candeliere. Lo scatto dell’accendino era quasi ritmico, in contrasto con le fiammelle diritte e statiche.
Il demone alzò lo sguardo, vedendolo rientrare.
Con un sorrisetto saccente.
“Che c’è!” – Methos si mostrò seccato, ritrovando in quel sorriso i sentimenti di Sinead che più lo irritavano. La comprensione, ad esempio – “Ho fame, non mi va di aspettare!”

***

Dove passava, Methos aveva il potere di spargere una forma di cinismo.
Edward, lasciato solo e finalmente consapevole del freddo che provava, si sentì pronto a riacquistare un minimo di calma.
Con un respiro profondo, battendo i denti, si vestì, strofinandosi i capelli con un asciugamano. Gesti monotoni, capaci di distrarre.
Quando uscì dal bagno, Methos stava ancora armeggiando in cucina.
“Il tuo difetto.” – commentò, indicandolo con il coltello che stava usando – “E’ di essere ancora troppo giovane e pieno di passione.”
Edward lo squadrò, con cipiglio. Poi guardò Doyle, che gli porgeva uno dei bicchieri.
“Lo dice anche di te?” – domandò, accettando – “Di me non fa che ripeterlo…”
“Di continuo.” – annuì il demone con aria fintamente affranta – “Bisogna capirlo.. alla sua età ogni passione è sopita…”
“Ah, questa poi…” – borbottò Methos, mentre i due brindavano e lo fissavano con le loro facce innocenti – “chissà dove è finito il rispetto per gli anziani…”
“Insieme ai principi morali.” – replicò Edward, sedendosi a tavola – “Sotto gli anfibi.”
“Un ottimo posto per tenere gli scrupoli superflui…”
Se quei due fanno tintinnare ancora una volta i loro bicchieri in segno di intesa, ponderò Methos, portando il vassoio in tavola, sarò io a mettere da parte gli scrupoli superflui…
“Passioni sopite.. io” – borbottò ancora – “Sono solo diventato bravo a convogliarle nella giusta direzione.”
“Beato te.” – sospirò Edward, afferrando un panino – “Io sono lungi dall’essere infallibile. E, per giunta, mi sento come se mi fosse passato un tir sopra…”
“Quei due fanno spesso quell’effetto.” – Doyle bloccò la bottiglia a mezz’asta – “Si possono nominare ‘quei due’ o facciamo finta di non conoscerli?”
“Possiamo nominarli.” – rispose Edward, con tranquillità – “Non sono paranoico…”
“In effetti non dai quell’impressione.”
“Grazie.”
“Ma prego, Eddy.” – doyle si accese una sigaretta, spargendo un po’ di cenere sul tavolo mentre Methos spingeva verso di lui il posacenere di cristallo.
“Stai laggiù in fondo...” – domandò il demone, vedendolo seduto a capo tavola – “O ti aggreghi alla gioventù?”
“Ancora un commento sulla mia splendida età…” – Methos puntò il dito minaccioso – “No, lasciamo perdere… è una partita persa. Resto qui, grazie. Ho un’ottima visuale.”
“Perfetto.” – concluse, passandogli un piatto – “Allora, di che parliamo?”

***

Mentre Doyle cercava di stordire il suo recalcitrante pubblico, all’Hyperion regnava il silenzio.
E tutti sentivano, palesemente, la sua mancanza.
Tutti tranne Angel.
Perché Angel, a dirla tutta, si era dimenticato di Doyle.
E di tutto.
Seduto sui gradini nell’entrata dell’albergo, con le mani intrecciate, non vedeva nemmeno Faith e Spike, impegnati in una lezione di scherma.
In testa aveva solo un tarlo fisso. La sua vita, fotogramma dopo fotogramma, a caccia di quel viso. I capelli biondo miele, gli occhi chiari, lo sguardo irriverente.
Era una descrizione famigliare.. solo che non era spike.
Uno in meno.
Angel l’aveva scartato, proseguendo la ricerca della risposta, come capita talvolta nella vita.
Era fuggito dalla risposta perché sarebbe stata azzardata… perché sembrava più una battuta ironica che la cruda realtà, perché sarebbe stato troppo, anche per un vampiro con l’anima addetto ai miracoli di LA.

Eternità:Cronache di Anime e Sangue

Come stava compiendo negli stessi istanti Edward, anche Angel portava avanti una disincantata analisi del combattimento.
Innanzitutto la tecnica. Umano, ma dannatamente in gamba. Anni, decenni di allenamento e perfezionamento. Uno stile interessante, frammisto. Oriente, senza dubbio. Lama di cavalleria europea, metà ottocento…non troppo leggera, in effetti.
Elegante, ma molto corretto. Qualcuno che, per quanto abbia fatto, non ha perso l’idea di considerare la spada un’arte e non una difesa.
Coetaneo della sua lama, dunque?
Angel si appoggiò sugli avambracci e fissò i due schermidori che gli stavano passando sui piedi. Faith impugnava la Toledo che le avevano regalato, con lo stesso spirito con cui afferrava ogni corpo contundente. Sapeva maneggiarla nella misura in cui la faceva sembrare uno spadone a due mani.
Ampie rotazioni.
William, in risposta, era decisamente più oculato. In vita doveva aver tirato ben poco, soppesò Angel, osservandolo e ricordando le loro prime devastanti e discutibili lezioni. L’aveva svezzato Angelus, portandolo verso uno stile eccessivamente elegante e rapido. Non umano, non paragonabile con nulla. Comprensibile quindi, che Spike la usasse frenando l’istinto.
“William.” – lo chiamò, interrompendo la sfida. E sperando che Cordelia non se ne avesse male per lo stipite irrimediabilmente scheggiato – “Avrei bisogno un piacere.”
“Fa in modo di meritartelo.” – ribattè l’altro vampiro, pro forma, avvicinandosi comunque.
“Dovresti metterti in posa di affondo.” – Angel si sporse in avanti – “Se possibile, nella prima che ti hanno insegnato nella tua vita.”
“Come, scusa?”
“Diciamo una posa ancora priva di stile.” – semplificò Angel. L’arma bianca era la sua indiscussa passione, non poteva negarlo.
Senza fare tante domande, Spike eseguì. Il braccio allungato, il peso distribuito, la mano perfettamente in linea.
“Adesso puoi farlo anche tu, Faith. Senza guardare William.. come ti è stato insegnato.” “Che stai facendo?” – domandò Wes, sbucandogli alle spalle.
“Un confronto tra epoche. Hai insegnato tu la posa a Faith?”
“In effetti si.” – replicò Westley, fissando i due schermidori e cercando di vedere le differenze – “Ricordavo solo i fondamenti per cui ho lasciato il resto a te…”
Angel si limitò ad annuire e a lasciare i ragazzi liberi di continuare il loro rendez-vous. “L’immortale deve essere nato nell’ottocento.” – commentò, mentre l’Osservatore gli si sedeva a fianco – “le differenze sono minime, in una posa ferma. Ma quando poi si arriva al movimento, diventa più evidente. Ottocento, ne sono quasi certo.”
“Qualche altro particolare?”
“L’accento. Può darsi sia inglese.” – Angel girava vicino al bersaglio, molto più di quanto non pensasse – “Riesce a forzarlo, lo modifica… potrebbe essere un emigrato delle colonie indiane… questo spiegherebbe la variazione e la sua discreta conoscenza della cultura orientale.”
“Come fai a sapere che conosce l’oriente?”
“Innanzitutto il coltello. E poi, una citazione… mi ha citato un poeta cinese.. ma non credo andremo molto lontano, battendo quella via. Dopotutto è un immortale, ha avuto tempo di viaggiare... la domanda è dove l’ho incontrato io nel suo peregrinare.”
“Possibile sia una tua vittima?”
“Sinceramente lo escludo. Una vampirizzazione è una morte violenta, senza dubbio. anche se non so quali potrebbero essere i risultati di un incontro del genere, tra natura immortale e sangue demoniaco… Forse l’ho ucciso… Ma sarebbe venuto a cercarmi subito. Oppure mi avrebbe comunque trovato prima.” – Angel stava tamburellando sul gradino – “Non so, c’è qualcosa che mi sfugge. Non mi stava cercando, ma quando mi ha trovato mi ha riconosciuto. E sapeva anche dell’anima. Dove ha raccolto queste informazioni?”
“Trovare informazioni su di te non è la cosa più difficile del mondo.” - Ribattè Wes, divertito suo malgrado – “Comunque è vero. Fosse stato ucciso da te avrebbe cercato vendetta molto prima.”
“Già. Tanto più che, Wes, posso assicurarti che reperire informazioni su Angelus e la sua famigliola non era per niente difficile. Dritto lungo la scia di sangue e poi subito a destra!” – Angel gli indicò questa via metaforica, grondando di sarcasmo. Sorridendo, un attimo più tardi, di quello che aveva detto – “Sto veramente troppo con Spike…”
“E bene che ti fa…” – replicò il vampiro in questione parando una stoccata e saltando oltre il divano.
“Bisogna ammettere che è bravo.”
“lo è.” – concordò Angel, guardando i due sfilare a suon di assalti – “Ma non farti trarre in inganno… ci sono spadaccini molto superiori.”
“Questo mi sembra un complimento indiretto al tuo avversario…”
“In effetti è la prima volta che combatto con un immortale. È interessante. Vedi, Wes, per la mia esperienza, l’arma bianca è l’unica cosa in grado di mettere sullo stesso piano un umano e un demone. Ha a che fare con una velocità e una prontezza di decisione che non vengono necessariamente acuite dai sensi demoniaci.
Puoi essere veloce e sovrumano quanto vuoi, fisicamente. Ma quando hai una spada in mano devi saperti confrontare. Quell’immortale era abile con la spada. Non c’è stato un singolo attimo in cui abbia perso concentrazione, o si sia agitato. “
“per lui è una questione di sopravvivenza.” – rispose Wes. Prima di azzardare una domanda – “Sei certo che fosse ottocentesco? Dopotutto potrebbe aver modificato anche lui lo stile nel tempo…”
“Può darsi.” – considerò Angel, mentre Spike e Faith interrompevano e si avvicinavano – “Ma Methos ha detto che era giovane. E, comunque, non aveva del tutto l’odore del tempo.”
“Cosa intendi per ‘odore del tempo’?” – chiese Wes, con tono interessato.
“Non è proprio un odore.” – specificò il vampiro, giocherellando con la spada appena posata dalla Cacciatrice – “E’ una percezione. Methos, i primi tempi, mi faceva uno strano effetto anche per questo.. non riuscivo a collocarlo. Era vivo, palpitante… ma del tutto estraneo al tempo. Non so come renderlo… William, tu lo percepisci?”
Spike si appoggiò alla balaustra, aggrottando la fronte.
“In effetti c’è qualcosa.” – mormorò, lentamente – “E’ come se, in certi momenti, si potesse sentire l’eternità che c’è in loro. È diversa dalla nostra ma è comunque una particolarità che si può riconoscere. Del resto, gli immortali si percepiscono anche tra loro.. e noi possiamo riconoscere i vampiri in mezzo alla folla, con un minimo di attenzione.”
“Questo perché non respirano…” – domandò Faith, sedendosi per terra e massaggiandosi un polso indolenzito – “hanno battito, ma non respirazione…”
“Non solo per quello, Faith. Probabilmente è una percezione per simpatia, per similarità, intendo. Riconosciamo qualcosa che c’è anche in noi…. Il demone… l’eternità… chi può dire quale delle due maggiormente.” – Angel tacque un istante, prima di proseguire – “Lo sconosciuto di stasera era un immortale, ma non era antico. Non me ne sono accorto fino a quando non sono stato vicinissimo ed è giunto Methos… deve essere servito da catalizzatore…”
Fu in quel momento che una scintilla innescò il cervello di Faith.
“Aspetta un momento… biondo, immortale, Methos… doyle non ha detto a Cordelia che passava da Methos?” – esclamò, saltando in piedi.
“Si, ma…”
“Lui è sicuramente là.”
“Aspetta un momento.” – Spike la fissò di colpo illuminato – “Lui il bastardo? Da Methos?”
“Lo era anche oggi, quando sono passata.” – spiegò lei, omettendo gli ormoni per evitare che la bile vendicativa di Spike si sommasse alla gelosia – “Doyle doveva saperlo…”
“Pazienza, anche che Doyle lo sapesse poco importa!” – Spike sfregò l’impugnatura della spada con entrambe le mani – “Andiamo a prenderlo, vero?”
Non vedeva l’ora di saltare in macchina. Ma Angel, si rese conto in quell’istante, non aveva mosso un muscolo. Tanto Wes si era dimostrato interessato a quello scambio rapido di battute, tanto il vampiro bruno non aveva battuto ciglio.
“Angel.” – lo spronò Faith – “Non ti interessa?”
“Lo sapevo già.” – commentò, con tono piatto. Lasciandoli tutti senza parole.
“Come sarebbe a dire che lo sapevi?”
“Faith, conosci abbastanza Methos da sapere che si lava le mani delle beghe che non lo riguardano. Poteva avere due motivi per interromperci stasera. Il primo è volere quella testa. Il secondo volerla lasciare attaccata al collo.” – Angel tornò ad appoggiarsi sugli avambracci, pensieroso – “E direi che ha optato per la seconda soluzione. Lo voleva vivo. Altrimenti avrebbe finito il lavoro sotto il nostro naso.”
In effetti era vero. Spike soppesò la spada, fissando il vuoto. Tra Methos e lo sconosciuto c’era stata una lunga occhiata inspiegabile…
“Methos è un’ottima lama.” – replicò, soprappensiero, tornando ad appoggiarsi alla balaustra – “l’avrebbe decapitato prima che uno di noi facesse un solo passo, fosse stato quello l’obbiettivo… “
“Senza contare che l’hai ferito.. e che Methos l’ha seguito. È certamente a casa sua, adesso.” – Angel fissò entrambi i suoi pupilli desiderosi di vendetta – “Ed è per questo che nessuno di noi muoverà un passo in quella direzione.”
“Che cosa?”
l’urlo era esploso all’unisono. Persino Wes, silenzioso spettatore fino a quel momento, si unì al coro di proteste.
“Si da’ il caso…” – ribattè Angel, alzando la voce – “Che io l’abbia battuto e che quindi non voglia una rivincita. Io. Voi, invece, con questa storia, non c’entrate un bel niente.. per cui non ficcateci il naso.”
Ecco… ho detto la mia… e ovviamente li ho fatti urlare ancora più forte…
Ogni via di fuga era ovviamente preclusa. Wes dietro di lui, le due furie davanti … e, immancabile nel suo tempismo, Cordelia in arrivo dai suoi appartamenti.
“Avete scoperto qualcos’altro?” – domandò, sventolando le mani appena smaltate.
“Certo. Abbiamo scoperto che Angel sta applicando tutte le regole di cavalleria che riesce a inventarsi, che il suo avversario conosce Methos e che io, come al solito, non ho il permesso di pelargli il culo!” – replicò, seccato, Spike.
“A chi? All’avversario di Angel o a Methos?” - domandò Cordelia, escludendo consapevolmente un demone doppiogiochista dall’elenco.
“Che Methos faccia quello che vuole è risaputo.” – ribattè Faith, rimuginando un poco su quel casuale incontro del pomeriggio – “Ma che tu, Angel, voglia tenerti i dubbi al posto che andare a parlare con questo tipo…”
“Io non ho detto questo. Ho detto solo che Noi, sottolineo Noi, non ci andremo. Chiunque sia è ferito. Se ha intenzione di riprendere a combattere, adesso non ne è in grado. Se non ne ha intenzione…” – ed è quello che spero – “Allora se ne è già andato.”
Era una risposta che faceva acqua da tutte le parti. Se ne era reso conto nell’attimo in cui aveva terminata di pronunciarla.
“senza contare che ho detto a Methos che non mi sarei impicciato.” – aggiunse, poco convinto. C’erano tanti motivi.. ma non era intenzionato a renderli oggetto di discussione.
“Io non mi capacito di quello che stai dicendo.” – il tono di Spike risuonò sopra le recriminazioni di Faith e Wes. Non per l’irritazione che sarebbe dovuta trapelare.. ma per l’incredulità – “Non sei mai scappato innanzi a niente, da quando ti conosco. Adesso è come se non volessi sapere… cosa c’è in quel tizio, da renderlo diverso da tutti gli altri?”
“Non lo so, William! È questo il punto. Io devo scoprire chi sia, perché non so per quale motivo abbiamo combattuto. Lui aveva una motivazione.” – replicò, con veemenza – “Io devo trovare la mia. E, mi spiace dirtelo, non sono certo di poterne avere una.”
Si era raddrizzato, e si era dimenticato di tutti. Lo guardava dritto in viso, con una durezza inaspettata.
“Il motivo per cui non te l’ho lasciato inseguire è lo stesso di adesso. Il conto in sospeso è tra me e lui. Ed io ho una missione che vale più della sua vendetta. Non andrò nuovamente a cercarlo, con questa consapevolezza.
Perché non è malvagio, non è da combattere e perchè non vuole combattere. Può non andarmi questa situazione in sospeso, ma non ricomincerò a versare sangue innocente per il piacere di sapere.”
“E’ questo che ho fatto io, secondo te?”
“Si. E’ quello che hai fatto tu.”
Una replica secca.
Da lasciare tutti di sasso.
“Ti sei intromesso, William.” – ripetè Angel, senza addolcirgli la pillola – “Come ha fatto Methos. Ed è stato un bene, perché altrimenti ci saremmo ammazzati a vicenda. Tu e Methos avete salvato le vite di entrambi... stanotte. Ma adesso voglio che tu ti metta in testa che io e quel tizio possiamo essere molte cose.. ma inspiegabilmente non siamo nemici. Non del tutto. E, nella nostra sfida, esistiamo solo noi.
Immortale o no, è un innocente.
Nessuno di noi lo toccherà con un dito, finchè la mia opinione, qua dentro varrà qualcosa.”
Aveva salito le scale, rapidamente, mentre ancora la sua affermazione aleggiava nell’aria. Ed aveva sbattuto la porta, chiudendosi in camera.
Lasciandoli tutti senza parole.
“Cavolo.” – affermò Faith, la prima a riprendersi – “Questa storia gli sta veramente sullo stomaco…”
Wes e Cordelia si scambiarono un’occhiata perplessa. Spike era in piedi tra di loro, in perfetto silenzio, la mascella contratta e lo sguardo cupo.
Angel li aveva tutti indiscriminatamente redarguiti. Tutti loro, nel prendersela con spike in modo quasi eccessivo e plateale.
Non era da Angel…
“Bene.” – Spike ingoiò il rospo e si voltò, gelido – “Il capo ha detto la sua. E noi rispettiamo la parola del riverito capo. Vado a farmi la doccia…”

***

Angel si fermò nell’attimo in cui giunse al centro della stanza. Quando gli fu chiaro che era tardi per fare dietrofront e tornare indietro.
Si passò furiosamente una mano sulla testa e provò il desiderio di prendere a calci il tavolo. In mancanza di un respiro profondo, avrebbe volentieri usato le mani.
In fondo alla testa c’era una vocina che gli sussurrava quanto fosse stato ingiusto. E come quella sua ultima affermazione sulle motivazioni di spike, non avesse sminuito la sua accusa.
Aveva accusato Spike di aver ferito un innocente. Un innocente che gli aveva appena piantato un coltello malese nel cuore.
Già.. aveva proprio detto così.
Innocente. Ferito.
E aveva appena accusato di un delitto del genere un vampiro con l’anima a caccia di Redenzione.

Qualcosa gli diceva che non l’aveva presa bene…

Angel si buttò sul divano, passandosi le mani sul viso.
Non era possibile che avesse fatto una cosa del genere! Sapeva benissimo qual era la sensazione di risvegliarsi con il sangue di centinaia di vite sulle mani! Spike aveva attaccato per difendere la sua famiglia, con un istinto così vicino a quello animale da poter essere quasi scusato.
Il suo senso della famiglia.. il suo dannato senso della famiglia!
Un cuscino volò attraverso la stanza nell’attimo in cui la porta si apriva.
“so che di solito Doyle aspetta che tu sbollisca.” – commentò Faith, affacciandosi – “Ma io preferisco prendere il toro per le corna. Sappi però che, se lo ritieni indispensabile, puoi lanciarmi addosso i soprammobili.”
“Dai, entra.” – ringhiò Angel, facendole un cenno – “Nel peggiore dei casi ti morderò.” “Posso correre il rischio.”
Si era fermata a pochi passi dal divano, per vederlo bene, sprofondato in tutta la sua lunghezza, i piedi sul bracciolo.
“Mi spiace.” – disse, incrociando le braccia – “Non ho pensato fosse il caso di dirtelo in separata sede.”
“Cosa? Del fatto che l’hai conosciuto?” – Angel la fissò, intrecciandosi le mani sullo stomaco – “Non è veramente importante. E non è il motivo per cui sono arrabbiato con Spike.”
“Sei veramente arrabbiato con lui?” - domandò la ragazza, continuando a restare immobile.
“Non del tutto.” – ammise Angel – “In questo periodo sono arrabbiato per molte cose. Certo, mi ha irritato la sua belligeranza. L’avesse visto, ci avesse combattuto, capirebbe… non so nemmeno come rendere veramente il concetto…”
“penso di aver capito..” – Faith fece un passo verso di lui – “sostanzialmente non vuoi che faccia casino. No?”
“Bhe, si, detto così è in effetti più chiaro.” – Angel aggrottò la fronte e si rassegnò all’idea che quella potesse essere la definizione migliore – “E’ una situazione che mi lascia perplesso, per molte cose. Non voglio che Spike ci metta mano…. Intanto è palese che lui non ha partecipato a questo mio peccato.”
“Da cosa l’avresti capito, questo?” – domandò, sedendosi sul bracciolo, mentre Angel spostava i piedi.
Si era avvicinata con calma, fissandolo negli occhi, con circospezione. Conquistandosi la sua fiducia... più che una Cacciatrice si sentiva un domatore.
E, dovendo scegliere, con una punta di sincerità ed egoismo, preferiva lasciare che Spike affrontasse il problema in solitudine. E focalizzarsi su Angel e il suo comportamento stranamente aggressivo.
Faith era stata la prima a percepirlo. Le ultime ronde con Angel erano state insopportabili. Il vampiro le passava sui piedi, pur di massacrare il maggior numero di esseri.
Un fuoco lo bruciava dentro, irrefrenabile. Ed era quel fuoco che Angel teneva a bada, subito sotto la superficie di ogni giorno.
Un fuoco che divampava nella mischia, un volto che non mutava, nell’uccidere senza misericordia.
Un volto umano e un demone all’interno… qualcosa di troppo aspro e solido per poter essere frenato.
Angelus assumeva maggior concretezza in ogni suo gesto, in quei momenti. Non il demone nella sua forma più pura... ma quello nelle sembianze di un uomo forte. Quello che faceva paura a Faith… quello che lei stessa sentiva di dover ancora combattere, anche adesso che molte barriere sembravano cadute.
“Lo straniero non gli ha detto nulla.” – rispose Angel distogliendola da quelle riflessioni – “Non si è curato di Spike fino a quando non si è sentito minacciato. Non aveva intenzione reale di attaccarlo… l’ha fatto per una forma di difesa che non comprendo…”
In effetti era strano… Angel fissò il soffitto, cercando di portare chiarezza. L’immortale era rimasto immobile, mentre Spike cercava di provocarlo. Assolutamente statico, voltandogli le spalle. Una rapida rotazione, quanto bastava per colpirlo… quasi senza mirare.. e poi la fuga…
Alla sequenza mancava qualcosa. Un particolare sfuggito… quel qualcosa che gli aveva accelerato il battito e fatto abbassare le difese, tanto da essere ferito.
Il suo sangue si era levato all’unisono con quello di spike, un flusso netto, preciso, libratosi in aria tra i due, snodatosi in modo macabro alla luce della luna.
Il tiro di spike era stato istintivo. Una reazione all’arma che lo avrebbe colpito. Aveva probabilmente focalizzato il punto, senza vedere il bersaglio nella sua integrità.
Come diceva quello scrittore? Chi ha mira è perché si sdoppia e spara a se stesso…
Quest’ultima ragionamento lo fece alzare di scatto. Un’intuizione sfrecciò rapidamente sotto i suoi occhi, per perdersi nuovamente.

Angel non era uno stupido.
Per quanto Spike continuasse ad affermare che era lento nel capire, la verità era ben altra.
Angel avrebbe compreso molto prima, se il demone non fosse stato così attivo.
Al suo demone non importavano le connessioni, né tantomeno i sentimenti contrastanti.
Voleva solo sangue e potere, nel modo più raffinato possibile. Seguire il demone avrebbe significato uccidere lo sconosciuto, nel peggiore dei modi. E far pagare a Spike quell’intrusione tra lui e il suo divertimento.
Tenere a bada questo istinto che gli urlava in petto era già abbastanza. L’intuizione non aveva spazio.
Ed era per questo motivo che la verità tangibile sotto i suoi occhi, così trasparente nei suoi pensieri, continuava a nascondersi.
Là dove il cuore si batteva con il demone… la mente non trovava pace.

“Angel? Tutto ok?” – Faith lo guardò sedersi di scatto sul divano.
“Si... certo.” – Angel chiuse gli occhi e si toccò il viso. Per un attimo aveva temuto di sentire le cartilagini stravolgersi, di ritrovarsi il volto inconsapevolmente mutato.
“E’ il demone, vero?”
Era stata una domanda sommessa, quasi intima. Angelus l’avrebbe addirittura trovata deliziosamente reverenziale.
Ma Angel ne fu soltanto sorpreso.
“Già.” – annuì, non riuscendo a mentire – “Si vede così tanto o hai usato qualche particolare istinto da Cacciatrice?”
“A dire il vero.” – momrorò lei, sedendosi a fianco – “Mi sono basata su quanto ti conosco.”
Aveva una voce dolce e morbida. Spike, in quei mesi, aveva fatto emergere una parte nascosta di Faith e l’aveva resa più donna, più completa.
Non era più la ragazza persa, né tantomeno la bambina dura che era stata. Era una splendida donna sbocciata. Era cresciuta, sotto i loro occhi, aveva attraversato la sua vita complicata, ricominciando ogni mattina.
Ventidue anni… lei, condannata a morte con esecuzioni sommarie, così tante volte da aver smesso di contarle. Ancora viva, per poterlo raccontare.

Gli si era seduta a fianco senza sfiorarlo.
Senza toccarlo con un dito.
Voltata verso di lui, le labbra appena dischiuse.
“C’è niente che posso fare?” – domandò, senza alzare il tono della voce. Quasi quella solidarietà fosse un segreto per pochi eletti.
Angel scosse il capo, con un mezzo sorriso.
“Nulla. Non è la prima volta. Sopravvivrò anche a questa…”
“Ti è successo, stanotte… contro quello?”
“No. È stato come se quel suo appellarsi a me, quel suo sfidarmi… fosse verso di me, non verso il mio demone.” – Angel giocherellava con il claddagh, facendolo ruotare – “Riusciva a distinguerli, in modo perfettamente chiaro. Ho conosciuto pochissime persone, in grado di farlo… e ancor meno tra le persone che volevano una forma di vendetta.
E’ stato quasi un balsamo. Voleva me, non il mio demone, non faccio che ripeterlo e ripetermelo di continuo. Gli ho detto che non volevo combattere e lui mi ha risposto di farlo per la mia missione, se non volevo farlo per la mia vita… ed è stato allora che ho sentito di avere il demone sotto controllo.”
“La tua missione… “
“Già.” – si era alzato e aveva fatto alcuni passi, prima di incrociare le braccia – “Non dimentico mai i miei peccati.. ma talvolta scordo il mio difendere il bene, le Alte sfere e tutto il resto. So come farlo, so perché… ma non ricordo chi sono.”
“E senza la consapevolezza di noi stessi…”
“Non possiamo realmente essere.” – concluse Angel – “E, soprattutto, non possiamo reagire. Certo, la regola non cambia… quando quel ragazzo mi ha chiesto se ero un paladino, ho avuto una chiarezza che mi manca da giorni.”
“Credi che sia consapevole di questo fatto?”
“Io credo di no. Voleva provocarmi.. e voleva saggiarmi, vedere se ero veramente quello che dicevano. Tutto ciò che sa di me gli è stato raccontato.”
“Methos?”
“Se è stato lui, mi ha descritto veramente bene.” – sorrise Angel, girandosi – “E’ riuscito a dare una cesura netta tra il prima e il dopo, tanto ben delineata da attecchire senza dubbi o esitazioni. Parla di me, ferma il mio avversario… sta diventando decisamente una figura interessante.”
“Buffo, credevo che tu ritenessi Methos ‘interessante’ già da un pezzo…”
“Non mi sento di avere un vero giudizio su di lui. Ho meno di trecento anni, e mi pesano oltremodo. Methos ne ha cinquemila. Anche una vita condotta rettamente ad un passo dalla santità può essere faticosa da portare, dopo così tanto tempo.
Posso concordare con lui per molti aspetti… oppure dargli contro senza scrupoli. Ma non posso avere un giudizio reale. A mio avviso, implicherebbe un’opinione sull’umanità…”
Stava divagando. E si allontanava nuovamente dal nocciolo della questione.
Avrebbe potuto chiedere a Methos.. oppure andare direttamente a caccia del suo antagonista…
Ma tra loro c’era ancora quel demone desideroso di avere campo d’azione.
“Comunque, non intendo andare a cercare quel ragazzo. Almeno per il momento. Devo ritrovare il mio equilibrio, prima. Quel ragazzo… è come se fosse fatto di luce…”
“E’ una cosa che si potrebbe dire anche di Spike, non trovi?” – domandò Faith. Anche lei aveva provato quella sensazione, innanzi a quel tipo, quel.. come aveva detto di chiamarsi?
“Spike…” – Angel camminò, lentamente, le braccia conserte – “Spike è sempre stato fatto di luce. Buttarlo in pasto alle tenebre è stata un’ambizione troppo forte perché Angelus e Drusilla potessero resistere.
Aveva l’odore dell’eternità appiccicato addosso…”
“E l’ha mai saputo?”
“Tu lo conosci, Faith.” – replicò Angel, passandosi una mano sul viso – “Tu pensi che Spike possa accettare un’affermazione del genere senza tirare su un polverone?”

“A dire il vero, non sono poi così polemico.”

Aveva replicato a bassa voce, senza muoversi.
Ed Angel aveva alzato gli occhi, del tutto colto alla sprovvista.
Era giusto silenziosamente, senza farsi annunciare. Nemmeno la porta aveva cigolato, nel lasciarlo passare. Nulla.
Angel non aveva sentito nulla.
Accecato del tutto.
Lo squadrò, sentendosi colto in fallo. Quasi in imbarazzo per quell’ammissione, così spontanea, in un momento in cui, a ragion veduta, si sarebbe dovuto sentire furente nei suoi confronti.
Aspetto della questione che non era di certo sfuggito al vampiro biondo.
“Devo dedurre.” – commentò,con un sorrisetto – “Che non sei poi così arrabbiato con me… il che è un peccato, perché ero venuto a farti le mie scuse…”
“Ma che occasione perduta!” – replicò Faith, sarcastica, alzandosi – “Taglia corto, tu sei venuto qui per riprendere la discussione.”
“Forse… di certo per rendere del tutto vana la tua missione, Cacciatrice.” – replicò, passando a fianco di Angel e mirando a Faith. Arrivando a cingerle la vita, gli occhi negli occhi – “Quale attività migliore se non ostacolare un’ammazzavampiri?”
“ma che spiritoso….” – commentò lei, mantenendo le braccia abbandonate e fissandolo con sfida – “Hai interrotto una conversazione, sentito cose che non dovevi sentire e…”
Niente e.
Spike l’aveva baciata a zittita.
Per non sentire la predica.. e per dirle grazie. Grazie di non aver avvertito Angel del fatto che stava ascoltando.
Gli occhi della ragazza si erano posati su di lui molto prima che Spike aprisse bocca. E, con quel piccolo inganno, aveva donato a Spike, ancora una volta, con le parole che Angel stava pronunciando, un frammento di quel mosaico tanto difficile da comprendere.
E si sarebbe volentieri abbandonato a considerazioni poetiche di questo tipo, se una procace ragazza non lo avesse afferrato per il collo della maglietta e scosso.
“Tu e la tua lingua da serpente levatevi dalla mia bocca.” – ringhiò, le labbra rosse e luminose – “Se sei qui per parlare con angel, fai pure. Altrimenti, levati dalle palle.”
“Si dice biforcuta, tesoro. E smetti di esprimerti in questo modo… non ti dona…” – replicò, sorridendole, bastardamente innocente.
“So io cosa ti donerebbe…”
“Amore.. non qui, davanti a Angel. Lui è diventato casto e puro…”
“Spike…”
“Luce mia…”
Era una partita persa. Faith fece un respiro e si rassegnò. La dialettica non era un campo in cui potesse confrontarsi con il letterato. E quindi, di necessità, optò per le vecchie maniere chiarificatrici.
E Spike volò oltre il divano, mentre Angel le si avvicinava.
“Scusaci.” – disse, spolverandosi le mani e rispondendo al suo silenzio – “Ma volevo essere certa di avere ragione.”
“Ho notato.” – commentò il vampiro, rassegnato. Spike era spuntato da dietro lo schienale e, apparentemente senza essersela presa, li stava fissando.
“A questo punto.” – aggiunse Faith, spostando lo sguardo da uno all’altro – “Credo siate in grado di parlarvi. Per cui vi lascio.”
Aveva fatto già qualche passo verso la porta, quando decise di tornare indietro.
“Angel.” - Sussurrò, avvicinandosi e alzando gli occhi verso di lui.
Sentendosi, ancora una volta, come in ogni singolo attimo della sua vita, persa in quello sguardo scuro e triste. Tornando a fissarlo in viso, con lo stesso identico trasporto di sempre.
“Dovresti dirlo a spike. Lui può aiutarti.” – aggiunse ancora. Non sapeva nemmeno bene perché si fosse sentita così libera di dare un consiglio del genere a angel.
Forse perché tra loro intercorreva ancora quel patto.
Un santuario. Un santuario uno per l’altro.
E tra loro la Redenzione.

Non aveva bisogno di una risposta concreta. Angel non aveva mosso un muscolo, eppure Faith si era voltata, soddisfatta, e se ne era andata, con i suoi anfibi e la sua andatura caracollante.
“Che donna…” – commentò spike, vedendola sparire dietro la porta accostata.
Ed è tutta mia…
Poi, guardando Angel, dovette correggersi.
No, non tutta mia.

Angel era a braccia conserte, al centro della stanza.
E cercava le parole.
Sicchè Spike decise di semplificarsi l’attesa.
“Io penso di sapere a cosa si stesse riferendo Faith…”
“William.” – lo interruppe Angel, alzando una mano come per fermarlo – “Per piacere. Evitiamo il nostro solito show in cui tu dici quello che io penso e io rimango sorpreso. Mi manca solo questo, al momento.”
“Oserei dire che il problema di oggi è che non riesco a capirti.” – replicò, appoggiando le mani allo schienale del divano – “Sei chiuso in te stesso. E sei difficile da raggiungere.”
“E’ questo che senti?” – domandò il vampiro bruno, usando Spike per ottenere risposte che continuavano a sfuggirgli – “Non sono più io, è questo che mi stai dicendo?”
“No, quello che sto dicendo è che sei proiettato a far uscire dalla tua bocca una valanga di stronzate.” – Spike non era in vena di avere peli sulla lingua. Come al solito, del resto – “mi dici come potrei non riconoscerti? Sei Angel e sei Angelus. Normalmente o c’è uno o c’è l’altro... in questo periodo non so mai con chi dei due sto parlando.. ma proprio dire che non ti riconosco…”
Per la miseria.
Angel lo guardò del tutto esterrefatto. Spike lo stava sfottendo. Gli rideva proprio in faccia, dicendogli delle cose terrificanti.
Ma non era possibile! Gli stava rendendo lo sgarbo di prima, ed era deliziato dal risultato che gli vedeva trasparire dai lineamenti.
“Ero serio.” – borbottò, cercando di ricomporsi.
“Io no. E il fatto che tu non mi abbia ancora massacrato di botte dimostra che controlli il demone meglio di quanto non pensi.” – Spike inclinò la testa con un mezzo sorriso – “Ed ora siamo seri. Non ho mentito prima. Non riesco a raggiungerti, anche se, a rigor di logica, so cosa significa domare un demone quotidianamente.”
Angel si sedette, le braccia conserte e l’espressione assorta.
“Cosa fai, William, quando ti succede?”
“Io? semplicemente mi sfogo.” - Spike scavalcò lo schienale e si sdraiò sul divano – “Mi dedico agli eccessi. Alcool, rabbia, lotta… quello che fai tu, del resto. E so che lo faccio per ammazzare il tempo, in attesa che l’equilibrio torni.”
Angel lo fissò, con l’ombra di un sorriso.
Era una spiegazione tutta da Spike.
Ed era decisamente una verità.
“Sai, William… ogni volta è la stessa storia. Ed ogni volta non ricordo come sono sopravvissuto la volta precedente.” – Angel tamburellò sul rivestimento consunto della poltrona – “ combatto ogni giorno con qualcosa, con i miei istinti, con il male a cui appartenevo… e poi vengono giorni in cui non ricordo come si fa a farlo. Combatto e sento che il sangue mi eccita troppo. Mi manda su di giri, mi inebria... e ne desidero ancora. Stasera, per un singolo attimo, sono tornato ad avere il controllo della situazione… ma riuscirò a mantenerlo?”
“Cosa dovrebbe esserci di diverso dalle altre volte?” – domandò, poco rispettoso, nascondendo la sua preoccupazione.
“Non lo so… probabilmente nulla.” – Angel scivolò nell’incavo della poltrona, allungando le gambe – “Forse sono solo un po’ più stanco del solito.”
“E’ possibile. Ma se quello fosse il motivo, dovresti dormire, al posto che parlare con me…”
“E perdermi il piacere di una nuova divergenza?” – sorrise – “sarebbe uno sbaglio imperdonabile.”
“potresti anche accettare il mio consiglio e picchiarti di santa ragione con un essere che possa capirti.” – Spike si guardò distrattamente le unghie – “Diciamo un essere antico, con una raffinatissima percezione del reale, che sembra conoscerti bene…”
“Parli di te o del mio antagonista misterioso?” – scherzò Angel, alzandosi.
“Ma per piacere!” – il tono di spike risuonava offeso, mentre scendevano le scale diretti allo scantinato – “Non vorrai paragonare me a quel biondino slavato…”

***

“Una, due, tre….” – doyle, con aria assorta e da vero matematico, raddrizzò la quarta bottiglia della riserva privata di Methos. E spostò il piede di Edward per allinearla con le altre – “ Sai, Methos, la tua riserva è memorabile…”
“Era, vorrai dire.” – mormorò l’uomo, senza alzare la testa dalle braccia incrociate – “Memorabile, più che altro, l’alcool che abbiamo in circolo…”
“Non me ne parlare…” – Edward aprì un occhio, continuando a mantenere la nuca saldamente appoggiata alla parete – “Ci vorrebbe un caffè…”
“O una dormita…” – borbottò il demone guardando l’orologio e la luce del giorno imminente – “Ma preparo comunque la colazione.”
Si alzò, a tentoni, contemplando la devastazione del loro spuntino notturno. Piatti, bottiglie e posacenere accatastati alla rinfusa. Ognuno aveva di che pensare e ognuno sembrava aver qualcosa da dimenticare con qualche artificio.
I pensili della cucina, aperti e rinchiusi con poca grazia, rimbombavano nella testa di Edward senza nessuna misericordia.
Il ragazzo aggrottò le sopracciglia, tornando ad appoggiare la testa contro il muro. Ancora una volta, all’interno degli occhi, rivide la scena, quasi al rallentatore.

Il pugnale partiva dalla sua mano…
Seguiva una traiettoria perfetta…
E si piantava… dritto… nel cuore di suo fratello.
Nel cuore troppo fragile di quel fratello che non sapeva più di avere.

Un pugnale, una traiettoria, un cuore.
Nient’altro.

Ridotto ai minimi termini. Non c’era nient’altro. Né dolore, né rabbia. Nulla.
Nulla, se non suo fratello che rispondeva all’attacco.

Edward strinse gli occhi.

Occhi grigio azzurri… un viso ossuto… zigomi pronunciati… la bocca, in una piega rabbiosa, nel seguire la mano che alzava una balestra.

Edward si drizzò, rovesciando una bottiglia, ansimando.
Si passò le mani sul viso, tirando indietro i capelli.
Anche Methos si era rialzato di scatto, sentendo il tramestio. Dall’altra parte del tavolo, Edward si teneva la testa tra le mani.
“Ho bevuto troppo.” – lo sentì mormorare, mentre si alzava incespicando e si dirigeva al terrazzo.

Doyle non fece commenti, quando lo vide uscire e tirarsi la porta scorrevole alle spalle.
Con la coda dell’occhio, continuando metodicamente a riempire il filtro, lo vide sedersi, le spalle contro il muro, lo sguardo alzato alle ultime stelle della notte.
“Mmm…. Sei certo che non posso ficcare il becco?” – domandò, chiudendo il coperchio – “In fondo sono bravo a parlare con chi ha dei fantasmi…”
“Francis… lui non ha i canini, e non ha nemmeno un massacro alle spalle.” – commentò Methos, incrociando le braccia e guardandolo storto – “Non ha mai perso l’anima, non ha sterminato la famiglia e non ha una missione che lo lacera dal profondo. Sei certo di poter capire veramente?”
“Non è tua abitudine dubitare delle mie capacità…”
“Non sto dubitando. Ti sto domandando se puoi realmente capirlo. Tu non lo conosci, Doyle. Lui non è Spike. E spike non è lui. È un immortale, Doyle. Ha vissuto la vita con un’intensità e una consapevolezza che persino Angel ammette di non aver avuto per molto tempo. Ha vissuto secondo i suoi principi, secondo il suo credo e il suo istinto. Non si mai sentito un estraneo in se stesso, non ha mai dovuto fare i conti con un passato che sente come non suo. Questo è Edward. Non William.”
“Lo so.”
“No, non lo sai. Ed io voglio che tu l’abbia chiaro in testa, quando varcherai quella porta e partirai per la tua missione…”

Edward stava seduto dove Doyle l’aveva visto accasciarsi. Si era portato le ginocchia verso il petto ed ora fissava un punto imprecisato oltre la ringhiera.
E, paradossalmente, si massaggiava la ferita scomparsa.
“La cosa strana…” – disse, sorprendendo il demone che si stava accostando – “E’ provare dolore per qualcosa che non si ha… “
“Quella freccia ti fa male per quello che ti ricorda, non per il buco che ti ha fatto.” – replicò, bonario, Doyle – “ma credo che tu lo sappia già…”
Edward inclinò la testa, accennando un mezzo sorriso.
“E’ un bel problema.” – commentò – “Che io veda tua madre in te.. e tu veda mio fratello in me…”

Irlanda, 1987

“Ben sveglio.” – Sinead alzò la testa, senza smettere di imburrare la sua fetta di pane – “E che brutta faccia…”
“Grazie.” – sbadigliò Edward, grattandosi una guancia e sedendosi con un tonfo – “Gli altri?”
“Io non ti basto?” – domandò lei, addentando la sua colazione e versandogli il caffè con la mano libera – “Comunque in giro…”
Edward le sorrise, afferrando la tazza e bevendone un sorso. Prima di sbadigliare di nuovo.
“Ma sei veramente un rottame…”
“Non ho dormito.” – replicò il ragazzo, godendosi il vento. Quella terrazza in pietra gli dava un gran senso di pace… anche in pieno ottobre, battuta dal vento del nord – “cambiando discorso, come fai a far le valige, mollare un posto del genere e tornartene in America?”
“Tre parole: Francis Allen Doyle.” – Sinead attinse generosamente dal barattolo della marmellata, gestendo i toast di entrambi – “E, ricambiando discorso, perché non mi dici il motivo della insonnia?”
“Tanti pensieri…”
“Qui li chiamano incubi.”
“Vada per incubi.” – ridacchio Edward, conciliante, girando pensosamente il caffè e fissandone le profondità – “Per la precisione, qualche volto di troppo…”
“La tua famiglia?”
“Mio fratello.” – Edward bevve un sorso, con una smorfia. Sinead era una gran donna.. ma il suo caffè era mostruoso – “Oggi compie centocinquant’anni… cioè, li avrebbe compiuti, fosse stato immortale.”
Si interruppe, fissando gli alberi scossi dal vento.
“Di’ un po’, Sinead.” – domandò, senza guardarla – “Pensi mai a come il nostro destino cambi, nelle mani di un altro? Io dovevo morire e sono vivo in eterno.. mio fratello aveva le stesse probabilità di divenire immortale, ed è morto.
Perché io, tra noi… sarebbe potuto essere lui, qui con te, stamattina…”
Sinead lo fissò, masticando pensosamente, strofinandosi le mani per togliere le briciole.
“Tu mi piaci.” – commentò, senza mezzi termini – “Hai cervello, oltre ad essere bello.”
“Grazie.” – replicò lui, scoppiando a ridere, del tutto di sorpresa – “Ma questo cosa…”
“Cosa ha a che fare con quello che hai detto?” – lo interruppe la donna, passandogli una fetta grondante di marmellata – “Assolutamente nulla. Ma mi andava di dirtelo. Vedi, Eddy, io credo che la maggior parte delle persone perda la parte migliore di sé senza nemmeno accorgersene. Non è da poco ricordare il proprio fratello con questa intensità, dopo tutto questo tempo. Soprattutto tenendo presente che potresti sentirti il mondo ai tuoi piedi.”
“L’affetto è affetto, Sinead.” – protestò – “Il tempo non lo dissolve, lo sai.”
“Hai perfettamente ragione. Il tempo lo cambia e lo frantuma. E non possiamo farci nulla. Tuo fratello è immortale, a modo suo. Talmente eccezionale da avere ancor oggi un compleanno, per te.
Lo so, non è abbastanza, non è come parlargli, stringerlo o saperlo vivo. Ma è qualcosa che molti non hanno.
Un ricordo.”
Edward la fissò, pensosamente. Talvolta era così difficile capire quella donna. Aveva così tante risposte e una dolcezza impagabile sotto quella scorza dura.
“Certe volte è strano, non possedere più nient’altro.” – il vento era tornato a scompigliargli i capelli – “Un ricordo pieno di emozioni, profumi, luce…così vivo da mettere in discussione la propria esistenza. William viveva fuori dal mondo…eppure io sono certo che, dopo la mia scomparsa, abbia avuto una vita intensa. Non ne ho dubbi. Anche se talvolta vorrei solo avere la certezza che non ha sprecato tempo.. e che io ho speso al meglio tutti quei giorni in più che io ho avuto.”
“Insomma vuoi la luna.” – replicò la donna, alzandosi e impilando alcuni piatti su un vassoio – “Tu non puoi averne la certezza. E, dopotutto, poco importa. La vita, in ogni sua forma, è intensa solo per chi la vive. Nessun altro dovrebbe giudicarla.”
Era splendida.
Edward le fissò i capelli infuocati e l’espressione volubile.
“Anche tu sei bella, Sinead.” – le disse, dedicandole uno di quei sorrisi scanzonati che lo contraddistinguevano – “E mi andava di dirtelo e basta.”
“E il mio cervello?” – ribattè lei, voltandosi con le stoviglie in bilico – “Non vogliamo parlarne?”

“Mia madre…” – doyle si sedette a fianco – “Non parlo di lei con nessuno. E non passa giorno in cui non mi domando se non avrei potuto imparare di più, da lei. L’ho persa troppo presto…”
Si voltò a guardarlo, con quel sorriso monello negli occhi chiari e calmi.
“E non c’è giorno che non mi renda conto che passerà un tempo eterno prima che la riveda. Molto più tempo di quello che abbiamo trascorso insieme.” – concluse.
Edward si morse un labbro, pensosamente.
“Io non so se la conoscevo realmente.” – ammise – “Ma le cose che mi ha detto, le risposte che sapeva darmi… aveva un suo concetto di eternità che non sono mai riuscito ad afferrare veramente. Anche con William era la stessa cosa…. è.. la stessa cosa.” La voce gli era morta in gola. Aveva alzato lo sguardo a quel cielo, lentamente più chiaro, quasi scolorito, sopra la città degli angeli. “Le persone che amiamo di più sono quelle che comprendiamo meno.” – riprese, senza voltarsi verso il demone – “William aveva uno spazio suo in cui non sono mai riuscito a entrare. Sogni, paure… c’era così tanto, in lui… cose che nessuno si curava di scoprire. Mi sono tormentato fino a oggi, con questo quesito.. mio fratello.. la sua vita…”
“Fino a oggi…” – ripetè Doyle – “Ma oggi cambia tutto.”
“Già… oggi la mia vita cambia di nuovo…” – Edward intrecciò le dita, posandovi le labbra. Un gesto che ricordò incredibilmente Angel, nei suoi momenti di riflessione – “Sono stato molti anni lontano dall’Inghilterra, sono tornato a metà di questo secolo, non prima. E della mia famiglia non c’era più nulla. La casa venduta, la tomba dismessa… nulla, nemmeno all’anagrafe. Hanno perso tutto durante i bombardamenti.
Più nulla. William, è stato bravo a buttarsi tutto alle spalle. Non ho trovato neanche il più piccolo indizio. Mi è rimasta solo la fantasia, immaginarlo, per come lo conoscevo.
Ed ora…”
Si era interrotto di nuovo, quasi gli costasse troppo ammetterlo.
“Stasera non ho saputo che fosse presente fino a quando non ha parlato. E poi, quando l’ho colpito… quando lui ha colpito me… speravo di avere un singolo attimo..
ma non sono certo di quello che ho visto…”

Non so…
Forse ho chiuso gli occhi…
Forse non ho voluto vedere…

“Non l’hai riconosciuto, vero?”
Edward scosse la testa, mentre con i denti tornava a tormentarsi le labbra.
“Io non so come fosse da vivo.” – commentò Doyle, porgendogli le sigarette – “Ma so che ora è forte, ironico e, mi dicono, decisamente affascinante. È una calamita ambulante, a dire il vero… la sua vita non è facile.. né tantomeno sicura.
Ma, per sua stessa ammissione, molte cose non possono immaginarsi diverse.”

Era strano stare lì seduto a parlare con quel giovane uomo biondo.
Nel cercare di offrirgli risposte, doyle percepiva un profondo disagio.
In parte, ciò da cui l’avevo messo in guardia methos era reale.
Edward portava sulle spalle un tempo più chiaramente percepibile di quello di spike, come se il vampiro avesse imparato a meglio nascondere la sua età reale.
Quel ragazzo, per certi versi simile ad Angel, per altri lontano da qualsiasi persona che Doyle avesse mai conosciuto, portava negli occhi un’esistenza piena, ricca. Aveva vissuto vedendo ben oltre il suo raggio d’azione e la sue aspettative.

“Se c’è una cosa che rimpiango, è non aver realmente speso la mia esistenza. Ho preso, senza costruire… ho plasmato me stesso e la realtà, perché tutto, alla fine, tornasse a mio vantaggio.” – Angel era rimasto seduto sul parapetto, lo sguardo all’orizzonte, nel pronunciare quelle parole – “Talvolta dimentico il numero di anni, dimentico i giorni.. ricordo solo che il tempo è fuggito ed io, più che la vita, ho amato intensamente la morte.”

Ora, parlando di spike, cercando di rendere il meglio di lui a parole, Doyle tornò a sentire la voce di quell’eroe silenzioso, assolutamente incapace di farsi aiutare. Ciò che Angel ammetteva era una lacrima di inchiostro su un mare di oscurità.
Il suo passato era buio.. invisibile nel buio.
E quell’Edward gli brillava negli occhi.
Il dolore di Edward stava nel vederlo scorrere nella morte delle persone che aveva amato, come quello di Methos. Ma il dolore di Angel, quello di Spike, era nel sapere di avere plasmato il tempo e proprio piacimento e di averlo, così, irrimediabilmente perso.
“Spike ha un’ossessione per il tempo.” – aggiunse, quasi soprappensiero – “Non si stanca mai di ripetere di sentire solo adesso, nuovamente, il peso dei cambiamenti. Non è esistito a lungo, nella sua vita… e quando il tempo non esiste, scompare anche la crescita… l’evoluzione…”
“E’ una sciocchezza… Ogni giorno ci arricchisce, Doyle. Anche quando stiamo immobili, anche quando non siamo in noi. Ogni giorno ci lascia sempre qualcosa… ed è il solo saperlo che ci rende più ricchi…”
Aveva risposto con una spontaneità e una prontezza sconvolgenti.
Le parole gli erano fluite dalle labbra senza esitazione, accompagnate da quello sguardo improvvisamente luminoso.
Aveva quella luminosità che talvolta emergeva inaspettatamente da Spike, dai suoi strati di ironia, dai suoi molteplici scudi. Quegli occhi splendenti con cui baciava faith, l’espressione con cui talvolta amava la sua vita, il combattimento pulito, un passato di battaglie che avrebbe desiderato più onorevoli.

E’ così, dunque, Edward? Si domandò Doyle, fissandolo.
Sei tu la rifulgenza di Spike? Sei sempre stato tu, in quel suo contatto inspiegabile con l’esistenza in sé?
Sei sempre stato tu il principio e il fine ultimo di quella sua luce in cui finiamo tutti con il cadere, prima o poi?

Eternità:Cronache di Anime e Sangue

Ancora oggi cerca te, quando desidera un appiglio. Il suo mondo sta in equilibrio tra la tua luce e l’oscurità di Angel…

Ed io… non sono parte di questo equilibrio…

“Methos può continuare a dire che non sei Spike.” – mormorò, alzandosi – “Ma lui ti assomiglia in modo sconvolgente, questo posso garantirtelo. Hai ragione.. abbiamo un problema… se io assomiglio a mia madre la metà di quello che Spike assomiglia a te… sono un uomo fortunato. E molto più completo di quanto non credo.”
Gli aveva posato una mano sulla spalla. E gli aveva sorriso, prima di andarsene.
“E’ ora che vada.” – aveva spiegato, affacciandosi alla porta finestra appena varcata – “Buonanotte, Eddy.”

“Molli già la presa?” – domandò Methos, a braccia conserte, appoggiato al tavolo che stava finendo di riordinare.
“E’ tardi e sono stanco.” – replicò il demone, avvicinandosi, con la mani saldamente piantate in tasca – “E poi hai ragione. Non posso comprendere del tutto.”
“Affermazione sorprendente….”
“Non sono io quello che può far accettare certe cose a Edward. Ma non ho di che preoccuparmi…”
si era avviato alla porta, con aria tranquilla.
E poi si era voltato, con un’ultima occhiata irriverente, tanto da far desiderare a Methos di lanciargli dietro un piatto.. come ai bei tempi.. con Sinead…
“Non ho di che preoccuparmi.. perché ci penserà Angel…”

***

“Allora.. il vecchio sistema….” – spiegò Spike, infilando un cd nello stereo di Cordelia – “e le mie regole.”
“E cosa hanno di diverso dalle precedenti?” - domandò Angel ruotando l’asta metallica tra le mani e fissando la schiena nuda di spike.
“Prima di tutto, sono regole del ventesimo secolo.” – Spike si voltò, stringendo in una mano il telecomando e nell’altra la sua asta – “E, secondo motivo.. funzionano meglio delle tue.”
“Ah si?” – Angel ribattè blandamente, stando al gioco.
Spike lo stava provocando senza ostentazione, con un mezzo sorriso e un passaggio dell’asta tra una mano all’altra.
“Spike.” - Lo chiamò la voce di Cordelia dalla cima delle scale – “Ne ho trovato uno.. guarda se può andare…”
il vampiro salì le scale, prendendo l’oggetto che la ragazza gli porgeva. Era un lungo nastro rosso, alto non più di dieci centimetri. Pesante, quel tanto che bastava da non essere trasparente.
“E’ la fusciacca di un vestito” - spiegò lei, fissandolo – “Non ti chiederò a cosa serve, ma lo voglio indietro senza macchie e senza strappi. Siamo d’accordo?”
“Siamo d’accordo, grazie gattina.” – ribattè lui, ridiscendendo la scala.
In palestra, Angel si stava allenando. Passava l’asta sopra la testa, flettendo le braccia e piegandosi in posizione di attacco.
Si era finalmente spogliato ed ora, nell’attesa, aveva già raggiunto una notevole concentrazione.
Spike armeggiò levandosi gli anfibi, gettandogli alcune occhiate in tralice, considerando che, per molti vampiri, doveva essere un deterrente già vederlo apparire all’improvviso.
Era muscoloso, con delle spalle ampie e una struttura ossea imponente. Vicino a lui, talvolta Spike tornava a provare il senso di disagio della sua giovinezza… anche se, il più delle volte, doveva ammettere che la sua immensità non stava nella corporatura, bensì nello sguardo. Angel non amava ostentare questa prestanza.. non tanto quanto Angelus, in effetti.
Molte volte, parlando, tendeva a piegare le spalle, o ad appoggiarsi a pareti o ripiani, quasi questo potesse ridurre quel suo troneggiare sulle teste degli altri.
All’Hyperion, solo Wes lo eguagliava in statura. Ma nessuno aveva la sua camminata e i suoi movimenti concreti.
Wes era troppo umano, doyle del tutto insensibile all’idea di esercitare un colpo di scena.
Cordelia camminava come al centro di un palco e Faith era un gatto, nel senso migliore del termine.
E di se stesso? Cosa si poteva dire? Spike soppesò l’asta, cercando di buttarsi un’occhiata di insieme.
Non era alto, ma sapeva di avere un fisico invidiabile. Diciamo che se gli mancavano spalle e statura, sentiva di aver comunque compensato alla grande…
“Hai finito di ammirarti?” – gli domandò Angel, puntando l’asta a terra e girandola nel palmo della mano – “Aspetto di sentire le nuove regole.”
“Regola uno.” – Spike tese con uno schiocco la fascia rossa e si avvicinò – “China la testa, per favore….”
“Seta rossa?” – domandò incuriosito Angel, prima di sentirsela premere sugli occhi e stringere strettamente – “credevo ne sapessi fare usi migliori…”
“Certamente.” – ribattè spike, facendo un secondo nodo – “ma non con te.”
Si spostò di alcuni passi, lasciando Angel bendato a centro stanza.
“E adesso.. regola due.” – aggiunse, premendo un tasto del telecomando.
E finendo assordato da Britney Spears.
Imprecando, si precipitò a spegnere. Dentro lo stereo, assieme al cd inserito, ne era rimasto uno di Cordelia, probabilmente per qualche elaborata e incomprensibile lezione di step.
Quando finalmente la musica si interruppe, i sensi di spike furono colpiti da ben altro suono.
Alle sue spalle, Angel rideva.
Appoggiato all’asta, a testa china, ma sempre bendato, rideva.
Ed era un suono bellissimo, tanto era raro.
Per un attimo, spike restò immobile, ascoltandolo.
Angel non rideva spesso. Sorrideva, certo… Angelus non aveva mai avuto una risata di quel tipo. Aveva riso, di una libertà e una felicità che ora sembravano a spike decisamente sinistre. E paurose.
“La regola due è interessante.” – commentò Angel, raddrizzandosi, mentre un sorriso ancora gli aleggiava sulle labbra – “Ma mi sfugge il nesso tra l’essere bendato e Britney…”
“e a me sfugge come tu la conosca, visti i tuoi gusti musicali.” – ribattè spike, accertandosi che il cd fosse quello esatto – “Comunque di questo parliamo dopo. Preparati…”
“Mi preparo, a cosa?” – domandò ange, tenendo l’asta con entrambe le mani, orizzontale, di fronte a sé.
“Fai un sacco di domande inutili, stasera, Flagello.” – sospirò Spike, camminando verso di lui. E avviando le stereo, prima di lanciarne il telecomando sul ripiano.
La musica che usciva ora dallo stereo era forte.. quasi rimbombante, nelle fondamenta dell’albergo. Il ritmo.. le parole…

Angel ascoltò il testo, senza muoversi. Spike gli stava girando intorno, fendendo l’aria con l’asta. Angel lo seguiva, con brevi movimenti del capo, leggere rotazioni, per continuare a coglierne la posizione.
Non capiva il perché di quel gioco.. ma erano poche, dopotutto, le volte in cui spike si imponeva per condurre.
Se adesso aveva deciso di farlo… bhe, si meritava, almeno il beneficio del dubbio.
Dopotutto, considerò angel, con una punta di cinismo, non ho niente da perdere…

No, la scelta di Spike non lo stupiva.
Last Resort.. ecco qual’era il titolo.

Glielo aveva detto faith.

Doveva essere la terza volta che il cd ripartiva da capo.
Angel abbassò il libro e tese l’orecchio, seguendo un’altra volta le parole.
Una canzone senza mezzi termini sulla perdita di se stessi.
Una canzone, a modo suo, in grado di strappare il velo dell’autocontrollo.
Anche Wes aveva smesso di prendere appunti. Ed ascoltava.
“Indubbiamente non ci vanno per il sottile, quei due…” – momrorò, con una punta di imbarazzo – “Non voglio immaginare cosa stiano facendo.”
“In effetti…”
Pur essendo dall’altra parte del pianerottolo, Angel poteva sentire Faith saltare. E il fatto che ci fosse una seconda chitarra dal vivo, sopra la registrazione, lasciava intendere che le mani di Spike stavano suonando uno strumento e non il corpo della Cacciatrice.
Spike aveva ammesso più volte, la stretta connessione che può esserci tra la musica e l’anima. E, perché no, anche tra la musica e il demone.
Con una testardaggine che non aveva pari, andava professando come l’adrenalina in circolo potesse battere lo stesso ritmo di una canzone, o esprimersi attraverso parole gridate o sussurrate.
Angel doveva ammetterlo, anche in quel frangente: Spike aveva costellato la loro convivenza con canzoni e armonie, suonando la chitarra o fischiettando. Ascoltando musica o regalando dischi a tutti gli abitanti dell’Hyperion, arrivando addirittura all’acquisto di singoli che riteneva aberranti, se non per il significato che talvolta predicavano in una sola singola strofa.

Poi una voce si sovrappose al frastuono dello stereo.
Era Faith, che cantava le parole a squarciagola, stonando, gridando per il piacere di gridare.
Poi, d’un tratto, cessarono, sia la voce che la chitarra.
Ed Angel, abbassando precipitosamente gli occhi sul paragrafo che stava vagliando, non potè che domandarsi se avessero trovato un modo migliore per esorcizzare il proprio demone… un modo migliore di una manciata di parole scritte da un altro.


Quella notte, stava compiendo dunque un gesto per lui usuale. Immergeva angel, senza chiedergli un’opinione, in un ritmo che riteneva adatto.
Eppure, in questa sua decisione, c’era qualcosa di discordante. Ed Angel, con il suo intuito e la sua percezione distorta degli ultimi tempi, iniziava a preoccuparsi. E a tendersi come una corda di violino.

E il volume continuava a salire…

Cut my life into pieces
I've reached my last resort, suffocation, no breathing
Don't give a fuck if I cut my arms bleeding
Taglia la mia vita in pezzi
Ho raggiunto il mio ultimo rifugio, soffocando, non respirando
fottitene se tagli le mie braccia sanguinanti


La musica lo assordava,e lo confondeva. Pungeva i suoi sensi, come un fischio troppo acuto. Ma questo Spike doveva saperlo…
L’aveva bendato.. e ora lo privava dell’udito…
Cosa si stava inventando?

Would it be wrong, would it be right
Sarebbe sbagliato? sarebbe giusto?

Le parole si erano snodate nell’aria, poi si erano interrotte, ed erano nuovamente iniziate. Le parole lo trapanavano, penetrandogli al centro del cervello.
Poi, quando meno Angel se lo sarebbe aspettato, lo aveva raggiunto il primo colpo.
Preciso, sul alto del collo.
Quanto bastava ad atterrarlo.
If I took my life tonight, chance are that I might
Mutilation out of sight and I'm contemplating suicide
Se ho preso la mia vita stanotte, le possibilità sono che io possa
essere mutilato fuori di vista e sto contemplando il suicidio


Poi un secondo, al centro della schiena.
E un terzo.
Angel appoggiò le mani a terra, incontrando nuovamente la sua asta. E sentendo le braccia piegarsi, e fitte, lungo tutto il corpo.
Ruotò su se stesso, istintivamente tese le braccia in avanti, senza riflettere nemmeno sull’evenienza di chiedere spiegazioni, di parlare con Spike.

Dentro di sé, per quanto la musica lo soffocasse, vigeva un silenzio inattaccabile. Quel frastuono gli impediva di parlare, nella misura in cui Angel stesso desiderava rinunciare ad esprimersi.

Cause I'm losing my sight, losing my mind
Perchè sto perdendo il mio senso della vista, sto perdendo la testa

Silenzio, un terrificante silenzio all’interno di quella musica.

Wish somebody would tell me I'm fine
Desidero che qualcuno mi dica che sono perfetto

Si tese, cercando di capire dove fosse il suo avversario. E un altro colpo lo raggiunse, iniziando a spiazzarlo, a confonderlo.
Non vedeva.
Non sentiva.
Ma, quel che era peggio.. non riusciva a percepire.

Nothing's alright, nothing is fine
Niente è apposto, niente è perfetto

Nessun battito…

I'm running and I'm crying
Sto correndo e sto gridando

Nessuna emozione.

Nulla. Spike aveva cessato di esistere. Eppure i colpi lo raggiungevano ancora.
Disperatamente, si rese conto che questo eccitava il suo demone.
Si stava nutrendo della sua confusione. Le sue barriere, i suoi legami con l’esterno, la continua sollecitazione dei suoi sensi, la luce e i volti della gente con cui aveva parlato, l’avevano distaccato dal dissidio interiore.

I never realized I was spread too thin
Till it was too late and I was empty within
Hungry, feeding on chaos and living in sin
Non mi sono mai reso conto che stavo diventando troppo delicato
Finche non fu troppo tardi ed ero vuoto dentro
Affamato, nutrendomi di caos e vivendo nel peccato


Svaniti loro, svanita la realtà, avvolti nel buio, il demone e l’anima stavano nuovamente combattendo.

Downward spiral, where do I begin
Spirale discendente, dove comincio?

Spike saltò come un felino sul bancone, senza il minimo scricchiolio.
Camminando sul profilo del ripiano si spostò, lungo la parete.
Angel aveva menato alcuni fendenti, tagliando l’aria con l’asta. Ed ora era di nuovo fermo, all’erta.
La piega della sua bocca, la posizione delle mani sull’asta… spike lo studiò, silenziosamente.
Stava funzionando. Lo stava spingendo nell’angolo da cui sarebbe emerso solo il suo demone.
E, senza attendere oltre, scattò verso di lui, colpendolo nuovamente.

It all started when I lost my mother
No love for myself and no love for another
E' cominciato tutto da quando ho perso mia madre
Niente amore per me stesso e niente amore per gli altri


Angel sentì i battiti del cuore accelerare, oltremisura. Cercò di riprendere il controllo, ferocemente, tirando a vuoto ma riuscendo, perlomeno, a tornare in piedi.
Ovunque fosse, spike stava ben attento a non svelarsi.
Girò la testa, impercettibilmente, distribuendo il peso e iniziando provare il desiderio di fargli pagare quella costola che sentiva già irrimediabilmente rotta.
“questo gioco non mi piace.” – mormorò, a denti stretti.
Comprendendo, in quel singolo istante, di star mentendo.
Quella confusione lo eccitava.
Dentro al suo petto, il demone si agitava, in preda a un’estasi furiosa… e avanzava, inesorabile.
Istintivamente si portò una mano alla benda, deciso a strapparsela dagli occhi, a riacquistare un contatto con la realtà.
E un colpo lo frenò, calando senza preavviso sul suo avambraccio.

Searching to find a love upon a higher level
Cercando di trovare un amore sopra un livello superiore

Angel sentì il gomito scricchiolare, ad un passo dal disarticolarsi.
E ringhiò. Un suono basso, quasi gutturale.

Ci siamo… Spike fece due passi indietro, rapido.
Angel si era piegato su se stesso, ma il vampiro biondo, pur non vedendolo in viso, intuì chiaramente che la trasformazione si stava avvicinando.
Strinse gli occhi, concentrandosi, preparandosi a un nuovo attacco.

Finding nothing but questions and devils
Non trovando niente tranne domande e diavoli

Nelle profondità dell’essere di Angel, quella parte che egli era solito definire ‘demone’, iniziò ad emergere, senza conoscere ostacoli reali.
L’anima, mutilata dai sensi, priva di una realtà distinguibile, si stava indebolendo.

Cause I'm losing my sight, losing my mind
Perchè sto perdendo il mio senso della vista, sto perdendo la testa

Ancora pochi attimi.. e saremo di nuovo insieme.. uno, di fronte all’altro… Angelus…

Wish somebody would tell me I'm fine
Desidero che qualcuno mi dica che sono perfetto

Un altro colpo lo prese al centro dello sterno, piegandolo. Una nuova fiammata si irradiò da quel punto, diffondendosi lungo gli arti, fin dentro al cervello.
Adesso lo sentiva, quasi incontrollabile.

Nothing's alright, nothing is fine
Niente è apposto, niente è perfetto

Spike gli girò attorno, velocissimo, prima di atterrarlo, con tutto il suo peso e sedersi sul suo stomaco, rapido e implacabile.
Le loro aste cozzarono, ma spike riuscì ugualmente, nel vederle allineate, a bloccarle, stringendole entrambe tra le dita. Ed Angel sentì le mani scricchiolare, intrappolate in quella morsa di metallo sovrapposto.
Fulmineo, Spike si insinuò nello spazio tra le braccia di entrambi, portando le aste al di sopra della testa e, nella foga del movimento, le sentì appoggiarsi al suo collo, premere, rivelandosi una trappola, e non solo una mossa azzardata.
Si maledisse, per quel calcolo sbagliato… nella consapevolezza di non poter più modificare la situazione.
Non gli restava che gettare tutto al vento… e fidarsi, semplicemente, dell’istinto.
Chinò la testa, aderendo con il corpo al torace di Angel, al suo torace, con decisione repentina.
Mutando i lineamenti.
E piantandogli le zanne nella giugulare.

I'm running and I'm crying
Sto correndo e sto gridando

Angel si rese conto di essere a terra nell’attimo in cui quella bocca famelica lo schiacciò contro il pavimento.
Un morso, deciso, gli fece inarcare la testa indietro. il sangue quasi esplose, zampillando dalla lacerazione e ricadendo, caldo, sul torace.
Facendolo rabbrividire… ed eccitare, con il suo odore.
Spike stava avidamente succhiandogli linfa vitale. L’aveva atterrato, come al loro primo incontro… spike lo reclamava, una volta ancora.

I can't go on living this way
Non posso andare avanti vivendo così.

Spike… stava… avendo il sopravvento.
E questa non era cosa che Angelus potesse realmente accettare.

I can't go on living this way
Non posso andare avanti vivendo così

La rabbia istintiva per quella irrispettosa prevaricazione emerse furiosamente, spegnendo ogni forma di raziocinio e controllo.
Nel buio di quella sua cecità obbligata, Angel sentì il viso divenire una contorta massa di cartilagini mentre il demone emergeva nella sua perfezione.
Lottò, per fermarlo. Spike era troppo vicino, rammentò, in un un’ondata di panico.

I can't go on living this way
Non posso andare avanti vivendo così.

Non riesco a controllarmi.

I can't go on living this way
Non posso andare avanti vivendo così.

Non riesco…

D’improvviso avvertì qualcosa lacerarsi, nel suo intimo. Uno strappo, netto, irreparabile.
Provò vertigine e perse il contatto con il reale, con la bocca di Spike piena del suo sangue, con la musica frastornante.

E si rialzò, tremando, trovandosi in una cripta… un posto buio, fatto di catene agganciate alle pareti.
E, monumento a se stesso, in questo scenario di desolazione, lo vide.
Un sorriso crudele.
Occhi iridescenti.

Angelus…

In preda ad un orrore che rasentava la paura, lo vide aprire le labbra, con movimento liquido, e parlare.

Ciao, stupido me stesso…
era un po’ che non ci si vedeva…

E, sguardo nello sguardo con la persona che più temeva, Angel sentì le catene bloccargli le braccia.

Eternità:Cronache di Anime e Sangue