Edward rotolò lontano.
Angel l’aveva colpito ma non l’aveva ucciso. Aveva la lama posata sul suo punto debole, con una minima torsione avrebbe potuto staccargli la testa. Ma non l’aveva fatto. E non aveva temuto Edward, quasi suo speculare, con la spada appoggiata sul suo collo…
Un immortale si stava avvicinando. Il percepirlo, repentino, l’aveva distratto ed Angel l’aveva atterrato, approfittando della sua percezione.
Con un ceffone.
Un colpo seguito da un calcio in pieno petto.. e da un altro, per spingerlo lontano.
Edward non aveva mollato la spada. Ed Angel, rialzandosi, non si curò di disarmarlo.
Il suo istinto gli diceva che il ragazzo non aveva più interesse a combattere.
E lui, in piedi, vincitore senza gloria, non poteva che essere d’accordo.
Edward tossì, cercando di puntellarsi sui gomiti.
Ed un altro calcio lo centrò in pieno stomaco, facendolo girare, facendogli sbattere anche le scapole.
Quest’ultimo attacco lo sorprese più dei precedenti.
Angel l’aveva colpito per allontanarlo.
Ma quest’ultimo.. bhe, quest’ultimo calcio gli era sembrato decisamente irritato.
E gratuito.
Aprì un occhio, cercando di riprendere il controllo della sua respirazione.
E non gli piacque affatto sentirsi una punta acuminata appoggiata subito a lato della carotide.
“Muoviti.” – sussurrò Methos facendo pressione – “E giuro che faccio quello che Angel non ha fatto.”

Doyle e Spike avevano seguito tutta la scena. Senza intervenire.
C’era qualcosa, in quella sfida, di tangibile.
Né Angel né lo sconosciuto volevano essere interrotti.
Ed entrambi i demoni, con la sensibilità che li contraddistingueva, avevano compreso di non poter far nulla.
Se non guardare, resistendo al desiderio di accendersi anche una sigaretta.
Guardare quelle due figure in penombra, ferme, in attesa di un passo falso.
Doyle aveva continuato a fissare l’avversario. Come Spike, per quanto si sforzasse, non riusciva a scorgerlo nitidamente. L’avvicinarsi avrebbe distratto i due combattenti, con il rischio di ribaltarne le sorti.
Ma, anche da lontano poteva constatare che quel giovane uomo biondo era abile, determinato quanto Angel.
Anche da qui, nel silenzio della notte, nel non sentire le parole che si scambiavano sottovoce, poteva comunque visualizzare la sua forza di volontà e la sua personalità forte.
Non era un avversario comune.. ma le Alte Sfere non gli avevano dato mezzi in anteprima per comprendere chi fosse.
Eppure Doyle, con un fiuto raffinato da anni di predestinazioni, non dubitava del suo istinto.
Quell’uomo era importante.
Era un tassello nell’universo.
E quando Angel si mosse, si sorprese a pregare che non lo uccidesse.
Perché conosceva abbastanza il vampiro da sapere che non si sarebbe mai perdonato di aver spento una luce del genere.
Un attimo dopo, con sollievo, aveva osservato Angel limitarsi a respingerlo.
E poi, quasi a conferma dei suoi sospetti, aveva visto Methos emergere dall’ombra, silenzioso, spada in pugno. E quando aveva notato anche la sua espressione, aveva capito che stavano per cominciare i veri guai.
Per Spike l’arrivo di Methos era stato come un urlo.
Alla carica!
Se lo era risentito risuonare nelle orecchie. E non aveva perso tempo.
Con passo spedito aveva percorso gli ultimi metri, comparendo alla luce dello spiazzo. E, senza preamboli, aveva puntato la sua balestra contro l’immortale e lo sconosciuto.
Methos lo fissò spuntare dalla boscaglia. E si trattenne dall’imprecare.
Doveva agire. E in fretta.
Ruotò appena la spada, usandola per mascherare i lineamenti di Edward. E premette sul suo collo.
Il ragazzo lo stava fissando con occhi infiammati. E, ringraziando il cielo, aveva occhi solo per lui.
“Angel.” - Chiamò l’uomo, guardando il vampiro, ancora in piedi dove al battaglia si era conclusa – “Questo sarebbe il mio settore. Chiudiamo qui la faccenda. Il mio campo, il tuo campo.. ricordi?”
Angel annuì.
“Non mi interessano le questioni di voi immortali.” – commentò, senza muoversi – “Si è trattato di un malinteso.”
“Oh, immagino.” – concordò Methos, premendo ancora un po’ la lama, prima di toglierla. E sostituirla con un piede – “Questi giovani tendono da essere parecchio litigiosi…”
“E ora…” – aggiunse poi, guardando Edward – “Alzati e levati dai piedi…subito.”
“Io non avrei così fretta…”
Quella voce.
Gli occhi di Edward divennero enormi.
Quella voce, a pochi passi da lui…
Resistette al primo impulso di voltarsi. Si impose di restare calmo, lucido.
Era lì.
E lui non se ne era accorto.
Era lì…

Methos lo fissò, pregando che mantenesse il controllo. Levando il piede, con evidente sollievo, quando lo vide annuire.
Calmo.
E alzarsi, dando le spalle a Angel.
E a Spike.
“Oh andiamo, Spike.” – commentò Methos, allargando appena le braccia – “Si sono sfidati ed è finita pari. Se non da’ fastidio a Angel…”
“Ma non mi da’ fastidio, amico mio.” – commentò il vampiro, avanzando ancora di un passo e affiancando Angel, sempre con la balestra puntata – “Trovo solo discutibile la faccenda…”
Spike stava seguitando a parlare. Ma Angel, pur avendolo così vicino, aveva smesso di ascoltarlo.
La voce di Spike era divenuta soffusa, quasi un rumore di fondo.
Sopra ogni fruscio, c’era un battito cardiaco.
Forsennato.
Incontrollabile.
Il suo avversario era nel panico più puro. E lo era solo ora, come se fosse accaduto qualcosa di ben peggiore che rischiar di morire.
Ma cosa?
Stava diventando tutto troppo strano…
Doyle si mosse, ignorato, spostandosi lungo il perimetro dello spiazzo.
Studiando la disposizione.
Angel e Spike, uno immobile, l’altro all’erta.
Poi lo sconosciuto, fermo, di spalle. E, di poco discosto, in grado di vederli tutti in viso, Methos.
Sul suo viso i sentimenti trapelavano sovrapponendosi. Doyle poteva percepire una certa tensione anche da parte sua. E questo era strano…
Methos difficilmente prendeva a cuore una questione. Ed era strano questo suo rivendicare gli spazi, quando non gli era mai occorso farlo.
Era come se sapesse qualcosa più di tutti loro, pur essendo arrivato per ultimo.
Cosa aveva percepito, in quel biondo che aveva denunciato come immortale, per preoccuparsi di difenderlo?
Edward rimase fermo. Non ascoltava veramente le parole, ma soltanto l’inflessione.
Il tono morbido di suo fratello si era riempito di una sicurezza che non aveva mai avuto. Ogni parola, ironica e efficace, denunciava una piena comprensione dei propri limiti e delle proprie capacità.
Così raro, da ascoltare, dalle sue labbra…
Inghilterra, 1854
“Lo porta con sé ovunque…”- sussurrò Emma, sventolandosi un po’ più rapida per nascondere il movimento delle labbra – “Non c’è stato modo di evitarlo…”
Edward fece finta di non sentirla. Sapeva benissimo a cosa si stesse riferendo e non si sentì in dovere di offendersi.
Era vero, dopotutto. Dove andava… andava con William. Ed Emma poteva incapricciarsi quanto voleva.. ma non sarebbe riuscita a portarsi appresso solo il cugino grande per motivi di lustro.
Emma era di poco più piccola di entrambi. E, a quattordici anni, prometteva già di divenire un’oca giuliva di qualità. Adornata di pizzi, appassionata di mode e mondanità, era tutto l’opposto di William. Il quale aveva l’unico torto di reputarla sempre una bambina e di perdonarle tutto.
Anche la cattiveria.
Era uno splendido pomeriggio di giugno e la campagna inglese chiamava a gran voce i ragazzi annoiati di Londra, infreddoliti dal lungo inverno e desiderosi di luce e tranquillità
Una gita informale, di alcuni giorni e un pic-nic, sulle sponde di quel laghetto che di certo non era avaro di insetti. Erano più o meno una decina.. i soliti ragazzi di buona famiglia, impegnati ad assecondare con galanteria le loro civettuole ex compagne di gioco.
William, in mezzo a queste amorose baruffe, stava leggendo un libro.
Perfettamente assorto, con i capelli sugli occhi e gli occhiali di traverso. Si sarebbe potuto scommettere sul fatto che non avesse sentito la cugina, impegnata a spargere malignità con il ventaglio.
Edward, seduto poco lontano, si godeva il tepore e la luce sull’acqua.
E non si perdeva una parola…
Una…
Un’altra ancora…
E una di troppo.
Si voltò gettandole un’occhiata.
Si stava intrattenendo con un’amica e un ragazzetto dall’aria impertinente, ridendo dell’ennesima battuta di cattivo gusto.
“Andrai avanti ancora molto, Emma?” – domandò, senza rinunciare ad un bel sorriso.
“Emma, smettila, ci hanno sentito.” – esclamò la sua amica Shirley, agitata, tirandole la manica. Arrossendo più per l’esser notata da Edward Coventry che per la possibilità di offendere William.
“Oh, andiamo, non sente nulla tanto è svanito” – ribattè il ragazzo, sfidando Edward con gli occhi. Senza curarsi di essere inopportuno.
Edward si preparò a ribattere. Odiava le persone di quel genere. L’unico modo di batterle era apparire più forte.. e non più efficace.
Il ragazzo stava aggiungendo qualcosa, sottovoce. E non doveva essere più riguardo a William. Ma su Edward. Lo poteva capire dall’espressione contrariata di Emma e da quella vergognosa di Shirley.
Si stava alzando. E aveva l’aria di uno che vuole una rissa.
Edward lo fissò avvicinarsi, senza mettersi in piedi. Non meritava risposta.. ma la voleva… E voleva dimostrare con la violenza di valere molto, per far colpo su Emma.
Non gli importava né di william né di lui. Ma solo di Emma e dei suoi occhioni.
E questo lo rendeva divertente…
Edward accennò un sorriso. Poi, un cambio di luce, lo costrinse a voltarsi.
Tra lui e il sole, in piedi c’era William.
Dopotutto, la sua lettura non doveva essere così interessante…
“Ritengo non sia il caso di rovinare questa bella giornata.”- disse William, con aria compita.
Il ragazzo assunse un’aria divertita e cattiva, Emma alzò gli occhi al cielo, disgustata.
E Edward si appoggiò sui gomiti, godendosi la scena.
“Come, scusa?” – ringhiò il tipo. Era più alto di suo fratello e doveva essere un buon picchiatore. Le nocche spelate lo denunciavano.
“Credo che abbiate capito perfettamente.”- insistette, gentilmente William.
“Non prendo ordini da te…”
Gli occhi di Edward passavano da uno all’altro: suo fratello aveva aggrottato la fronte, perplesso. Non aveva ordinato nulla, aveva dato un buon consiglio…
Era disarmante, con la sua buona educazione.
Il ragazzo si stava facendo scrocchiare le mani, come un ubriaco da osteria.
E questo lo irritò più della risposta incomprensibile. William sapeva di essere un po’ diverso da tutti gli altri. E, per quanto lo ferissero le battutine e le risate al suo passaggio, era disposto a non ribattere.
Non avrebbero capito…
Solo pochi avevano la sensibilità per comprendere come fosse…
Ma non poteva tollerare che si parlasse male delle persone che amava.
Quel ragazzo voleva Emma. E questo non gli andava.
E non gli andava che cercasse di prevaricare su Edward per dimostrare che era un uomo.
Qualcuno doveva fare qualcosa.
“Emma, vieni qui, per favore.” – domandò, scostandosi e passando oltre il bellimbusto.
“Oh, scordatelo.” – ribattè capricciosamente la ragazza.
E questo atteggiamento, decisamente, sembrò avere su William l’effetto di una scossa.
“Emma.” – disse, con un tono che la lasciò a bocca aperta – “Non umiliarti oltre e vieni qui.”
E lei, sorprendentemente si alzò e si sedette vicino a Edward. Imbronciata, ma soprattutto perplessa. William si era imposto e la sua voce era risuonata affilata, mettendo in vista qualcosa del suo carattere che non traspariva tanto facilmente.
Eppure, per quanto orgoglioso di lui, Edward si mosse, per intervenire, quando il ragazzetto afferrò william per una spalla. Per obbligarlo a voltarsi.
Una frazione di secondo dopo, lo stesso ragazzo si toglieva il fango dalla faccia.
“Vi prego di scusarmi.” – mormorò William, con un tono che diceva tutto il contrario, facendo un passo indietro e massaggiandosi la mano contusa – “Mi auguro di non avervi rotto il naso. Ma vi invito a non importunare più mia cugina. Non è abituata a gente del vostro livello. La vostra educazione lascia parecchio a desiderare.”
Erano rimasti tutti a bocca aperta.
William Coventry aveva appena picchiato un ragazzo. Ed Edward non aveva mosso un dito per aiutarlo.
Il ragazzo era sbalordito e assolutamente incapace di ribattere.
Quanto bastava per farli chiacchierare almeno qualche settimana.
William si girò, con l’aria infastidita di chi si sente le dita dolenti. E guardò il fratello.
“Ti disturba se resta con te?” – domandò, con voce tranquilla, indicando Emma – “Vorrei finire il mio libro.”
“Fai pure.”- Rispose Edward, ridendo apertamente.
William stava recitando. E gli occhi gli brillavano.
“Grazie.” – rispose, trattenendo un sorriso che non riteneva opportuno. E tornando all’ombra del suo albero.
Con Emma alle calcagne.
Non sono più il suo eroe, constatò Edward, guardando la ragazzina e lo sguardo adorante. Ma, Dio, se ne è valsa la pena…
Dio.. anche adesso vale la pena…
Edward non si era mosso. Spike aveva seguitato a parlare, tenendolo sotto mira.
Non gli andava a genio quella lotta senza di lui. Non gli andava a genio non saperne la motivazione.
E non approvava l’essere rabbonito da Methos o sconsigliato da Angel.
Angel… adesso faceva veramente male…
“Oh, andiamo, Flagello!” – lo sentì esclamare, spazientito – “ ci hai combattuto e adesso voglio farlo io. Doveva avere dei gran begli argomenti per fare quello che ha fatto…”
“Li aveva, William.” – disse Angel, fissando i due immortali… e in particolare quelle spalle indecifrabili – “ma erano tra me e lui. Smettila, andiamo.”
“Scordatelo…”
Ecco.. aveva perso di nuovo la frase. Quando Angel l’aveva chiamato per nome, Edward aveva dovuto chiudere gli occhi, frastornato. Il modo in cui l’aveva pronunciato, il tono confidenziale e tranquillo…
C’era Angel, adesso.
Ed era Angel quello che William difendeva.
Il suo sangue non gli aveva svelato nulla.
Sei uno sciocco, Edward.. pensavi sul serio che ti riconoscesse?
Ti ha dimenticato… non sei più tu…
Non ha più bisogno un centro per il suo mondo.
È cresciuto… e ha dovuto farlo senza di te…
È questo, dunque, il morir dentro…
Londra, 1856
L’odore del sangue gli provocò un’altra ondata di nausea. Il medico, quel Doc, si stava lavando le mani.
C’era una scia, dal letto al catino, lasciata dalle gocce che eran cadute.
Ce ne era sul tappeto, poco lontano dal divano, dove era cominciato l’attacco.
William si appoggiò alla parete, cercando di afferrare il profumo di velluto delle tende. Si fece forza. E avanzò, fino a porgergli un asciugamano.
“Grazie.” – mormorò l’uomo, senza voltarsi. Era un tipo di poche parole. Ma Edward si fidava di lui e questo a William bastava.
Fissò il letto e la figura sdraiata sul fianco.
“E’ sveglio.” – disse il dottore, avviandosi verso la porta – “vado a prendere alcune cose in studio. Resta con lui.”
Non aveva bisogno di sentirselo ripetere. Provò il desiderio di respirare profondamente e lo troncò sul nascere.
Edward non poteva più farlo. Ogni qual volta la sua necessità d’aria diveniva così umana, il sangue tornava ad aggredirlo, a invadergli la gola e, in un certo senso, lo sguardo.
I suoi occhi divenivano immoti, e lui si piegava su se stesso, coprendosi la bocca. E la sua schiena sussultava…
William si sedette sul letto, alle sue spalle.
Com’era magro… Doc gli aveva tolto la giacca, e aperto la camicia, strappando direttamente i pochi lacci. Aveva lividi, dove avevano posato le mani per tenerlo fermo.
E ora, qualunque cosa Doc gli avesse dato, era calmo.
E anche il respiro appariva più lieve.
“Ti va di venirmi più vicino?” – lo sentì mormorare, senza muoversi.
E ubbidendo, trattenendo le lacrime, gli si era sdraiato a fianco, cingendolo con le braccia. Facendo aderire i loro corpi.
Posando il viso tra i capelli biondi di Edward.
“sai…” – Edward aveva gli occhi aperti. E fissava la parete – “Quando mi succede cerco di pensare ai libri che ho letto…alla musica dei concerti che abbiamo sentito… e mi domando se sarà il mio ultimo pensiero. Mi piacerebbe morire con qualcosa di bello in testa…”
William non gli rispondeva. Non con la voce, almeno. Le sue braccia lo stringevano, e i loro cuori distavano solo poche dita. Sentiva il suo respiro, affrettato, sul collo.
Ed era caldo.. e vivo…
“Morire non è come morire dentro… è quello che temo…”
“Morire dentro?” – ripetè William, cercando di trattenere i singhiozzi.
“Già… perdere me stesso, prima della fine. Perdere anche solo un minuto di quello che mi resta. Come quando provi un dolore enorme… o sei ancora vivo e non vorresti più esserlo… io voglio morire tenendo la mia vita sotto gli occhi…”
ripercorse la stanza, con lo sguardo.
“Voglio la mia splendida vita… tutta davanti agli occhi…” – ripetè.
Methos lo scrutò in viso.
Edward aveva gli occhi pieni di lacrime.
***
“Adesso sarebbe ora di voltarsi.” – aggiunse Spike, in quel mentre – “E fare le presentazioni.”
E fu allora che Edward portò una mano alla vita.
Doyle stava seguendo più l’espressione di Methos che il resto della scena.
Lo vide abbassare gli occhi. E poi rialzarli, sorpreso.
Methos fissò Edward, inorridito, e scosse impercettibilmente la testa..
Le lacrime si erano asciugate e i suoi occhi brillavano.
Duri. Duri con se stesso.
E arrabbiati.
“Non farlo.” – mormorò l’immortale, stringendo più forte la spada – “Ti prego… non farlo.”
Anche Angel vide quell’espressione. E non comprese.
L’aria era fredda e tesa.
Sentiva i suoi nervi tendersi allo spasimo, il suo demone lottare, per intromettersi in quella suspence.
E quello di Spike, vibrante e nitido, a pochi passi.
“William.” – lo chiamò.
Ma era troppo tardi. Spike stava camminando verso lo sconosciuto.
E, se veramente non voleva svelarsi, ci avrebbe pensato lui.
Ed Edward si voltò.
La sua mano sinistra compì un arco perfetto e il cappotto ruotò insieme al suo corpo, quasi al rallentatore.
Doyle vide distintamente le gocce d’acqua che si separavano dai suoi capelli e il profilo terso. Seguì, incantato, quell’ampio movimento di rotazione e condivise, con un attimo di ritardo, l’urlo di Methos.
Angel scattò verso Spike, nell’attimo stesso in cui la punta del pugnale emerse dalla sua schiena. Uno schizzo di sangue lo colpì in pieno viso, mentre lo afferrava, prima che si accasciasse a terra.
La balestra, ormai scarica, cadde a terra, poco distante, partendogli di mano.
Il suo suono rimbombò sulla pellicola d’acqua, sollevando qualche spruzzo leggero.
Edward lo fissò cadere, tra le braccia di Angel. E, nell’abbassare gli occhi, vide la freccia sporgergli dal torace.
Subito sotto il cuore.
Che ironia… colpiti a vicenda…
Hai una buona mira, William… mi hai spezzato il cuore…
Methos era rimasto immobile.
Raggelato.
Quando aveva visto la mano di Edward stringere quella seconda lama, nascosta nell’interno del giaccone, aveva sperato di aver capito male.
Ed aveva sperato un attimo di troppo, per riuscire a impedirgli di farlo.
Era stato il sangue di entrambi, alto sotto la luna, a riscuoterlo dal torpore.
Non si era nemmeno reso conto di gridare.
E anche ora, fermo, immobile, sentiva solo risuonare dei passi.
Passi di corsa, incespicanti… di Edward che finalmente fuggiva.
***
Methos aveva quasi inciampato nei suoi piedi, arretrando, prima di voltarsi e andarsene.
Al centro dello spiazzo, mentre uno degli ultimi lampioni funzionanti si spegneva, rimasero Spike ed Angel.
E Spike, imprecando, puntellato contro il torace del suo sire, afferrò l’impugnatura dell’arma, senza dargli il tempo di aiutarlo. Era un coltello lungo, malese. Un Kriss, con l’impugnatura diritta, di corda. Lo afferrò con entrambe le mani e lo sfilò dal petto.
Il sangue scendeva a impregnargli i vestiti, rendendogli la testa evanescente.
Ma era acciaio, e non legno.
E questo significava che sarebbe passato.
Che avrebbe solo fatto male.. come molte altre ferite.
“Bastardo.” – mormorò, furibondo, inarcandosi indietro e finendo con la testa sul ginocchio di Angel – “Ti prego, dimmi che l’ho colpito.”
“Più di quanto pensi, William…” – rispose Angel, mentre Spike chiudeva un attimo gli occhi, stordito – “Più di quanto pensi….”
Lo disse guardando lo spiazzo piombato nel buio.
E domandandosi dove fosse Doyle.
Methos corse come un forsennato, sbucando sulla via illuminata, ruzzolando quasi contro ogni ostacolo, prima di afferrarsi alla portiera della sua macchina ed entrare.
Ovunque fosse Edward, stava morendo.
E sarebbe stato meglio trovarlo, prima che ci pensasse un vampiro biondo e furibondo, desideroso, a ragione, della sua testa.
Non poteva credere a quello che aveva visto. Sotto i suoi occhi Edward aveva estratto un pugnale e colpito suo fratello.
Perché fermasse la sua camminata verso la verità.
Perché non lo vedesse in viso.
Che si fotta il destino, dunque!
E tutte quelle belle parole, Eddy?
Se lo incontrerò sarà stato il destino, farò quello che deve accadere?
Non mi verrai a dire che questo doveva accadere!
Non mi dirai che sei uscito stasera con l’idea di accoltellare William!
Sei un idiota, Coventry!
Percorse le strade circostanti. Si infilò in ogni singola via o vicolo intorno. Dove poteva essere andato, con una ferita del genere…
I fari illuminarono vicoli a ripetizione. Un altro.. e un altro ancora.
In preda ormai a una rabbia furibonda, svoltò in un’ennesima strada, larga appena come la sua macchina. Fregandosene dello stridio della fiancata contro una scala antincendio.
E lo vide, finalmente, appoggiato ad un muro.
La spada ancora in pugno.
E la mano insanguinata ancora stretta intorno alla freccia.
Doyle saltò la cancellata facendo leva su una panchina e schivando per un pelo le punte lavorate.
Tornando al suo viso umano nell’atterrare a terra. Aveva visto il fuoristrada di Methos percorrere a velocità una delle vie.. aveva quasi cercato di corrergli a fianco, separato solo dal perimetro chiuso del parco. E l’aveva visto svoltare in una via.
E non si era fatto problemi a proseguire il suo inseguimento sui tetti.
“Lasciami andare.” – Spike cercò di divincolarsi dalla presa di Angel.
“Vuoi sul serio fare il segugio e seguire le tracce?” – Angel non intendeva lasciare il suo braccio – “hai perso parecchio sangue e quel ragazzo non intende combattere con te. Mi sembra che te l’abbia fatto intendere più che chiaramente.”
“Smettila Angel!” – si era voltato, furioso – “Mi è sembrata una chiara e vigliacca dichiarazione di guerra, questa!”
Stringeva ancora in una mano il lungo coltello. Un’arma che non aveva nulla in comune con la sciabola italiana con cui combatteva il suo proprietario.
Due armi discordanti.. come le reazioni di quel tizio.
“Aveva un conto in sospeso con me.” – ringhiò, impedendogli di rialzarsi. Erano ancora inginocchiati nel punto in cui Spike era caduto. Nello stesso punto in cui quella dannata sciabola gli aveva striato il collo senza misericordia.
Si vede che questo punto di Los Angeles è perfetto per farmi litigare con qualcuno, pensò distrattamente Angel, tirando Spike verso di sè con uno strattone.
Non faccio altro che stare qui inginocchiato a discutere con ragazzi biondi e tenaci.
Quel pensiero fuggevole, gli provocò un brivido. Un’interminabile vibrazione lungo la spina dorsale. Osservò Spike, come aveva fatto poco prima con Edward.
Cercò nuovamente la fonte di quell’ostinazione. Ma vide solo Spike, impegnato a cercare di respingerlo.
“William, adesso ascoltami.” – scattò, non riuscendo più a trattenersi – “Voleva combattere con me ma non uccidermi. Non ne ha mai avuto l’intenzione. Voleva solo sapere chi ero veramente!”
“Cos…” – Spike aggrottò la fronte e fissò Angel. Stava parlando seriamente – “Mi vuoi spiegare cosa stai dicendo?”
“Io non so chi fosse, non l’ ho mai incontrato.” – spiegò Angel, fissandolo in viso – “Ma qualunque cosa gli abbia fatto, l’ ho colpito nel profondo. Mi chiamava per nome, mi ha chiamato Angel, non Angelus, sapeva chi ero.. e io non riesco a immaginare in quale vita gli ho portato via qualcosa di così importante da venire meno ai suoi principi.
Quel ragazzo, chiunque sia, ha un senso dell’onore come non ne ho mai visti.
Ne ho avuti pochi di avversari degni come lui…”
Spike lo fissò, interdetto. All’improvviso si sentì sciocco e inopportuno in quel suo accanirsi.
Scivolò, sedendosi a terra. E sentendo la presa di Angel allentarsi, prima di lasciarlo andare.
E lo scrutò in viso. Angel aveva schizzi di sangue fin nelle ciglia. E di nuovo, a nudo, quel fuoco che lo divorava dentro.
“Sapeva che..” – stava seguitando a dire Angel – “qualunque cosa gli avessi fatto, non era importante come la mia Redenzione. Credeva in me e nel mio combattere per il bene, sapeva che la sua vendetta non valeva altrettanto. Si è preso quel poco che poteva reclamare…era pronto a morire, se necessario.”
Spike non aveva percepito nulla di tutto questo.
Solo un enorme vuoto, in quella schiena, in quella nuca bionda ancora priva di volto.
Solo il vuoto.
“Era tra me e lui.” – ripetè il vampiro, guardandolo – “Non avrebbe mai permesso a nessuno di intromettersi… se ti ha colpito è stato perché non ti voleva tra noi. L’ha fatto solo perché tu non lo potessi seguire…”
Spike era combattuto.
Angel poteva intuirlo dalla mascella contratta e dal silenzio. Rifletteva, come sempre, su quello che aveva sentito.
E, alla fine, sembrò arrendersi, prima ancora di rialzarsi.
Angel lo fissò, mettersi in piedi sulle sue gambe, mentre dalla ferita quasi chiusa usciva un’ultima goccia di sangue.
“Non so dove tu abbia la macchina.” – commentò Spike – “ma io andrei volentieri a casa…”
Angel annuì, raccogliendo da terra la sua spada e, dopo un ripensamento, anche il coltello malese.
E sentendosi una mano poco gentile sulla fronte.
“E levati il mio sangue dalla faccia.” – commentò Spike, utilizzando un lembo della manica per strofinargli la pelle – “Mi irriti…”
Methos frenò a fianco di Edward. Ed il ragazzo, con una leggera rotazione, appoggiò entrambe le spalle al muro. E lo fissò, come se non lo vedesse.
Aveva gli occhi vitrei e perdeva sangue, in quantità minima. La freccia, ancora conficcata, bloccava l’emorragia.
“Sali.” - mormorò Methos, sporgendosi ad aprire una delle sicure.
Ed Edward, come un sonnambulo, scivolò sul sedile posteriore.
Chiudendo gli occhi, un mano ancora su quel cuore che doveva fargli ben più male di quanto una freccia avrebbe mai potuto.
Le gomme del fuoristrada stridettero, come bloccate.
E Methos, con un piede repentinamente sul freno, sentì il desiderio di picchiare a sangue qualcuno.
Ad esempio, un mezzo demone irlandese con le mani in tasca, illuminato dai fari, in piedi davanti alla macchina in accelerazione.
“Io non ci posso credere.” – esclamò Faith, nel giardino dell’Hyperion.
Stava percorrendo la strada con aria pacifica, quando aveva visto la macchina fermare innanzi all’albergo. Aveva intravisto Cordelia, dietro la cancellata, seduta sulla panchina e intenta a mangiare una mela, leggendo una rivista. Cordelia che, quando aveva visto Spike scendere dalla macchina, con la maglietta resa rigida e scura dal sangue, si era alzata e gli era andata incontro. Avevano sostato in giardino, parlando animatamente e, dopo pochi attimi, lei ed Angel li avevano raggiunti.
Non avevano valutato l’idea di rientrare. Mancavano alcune ore all’alba e l’aria della notte era rasserenante ben più di un the in cucina.
Con calma, Angel e Spike avevano raccontato la loro notte.
E Faith non aveva preso per niente bene quel romanzo fatto di demoni, parchi gotici e spadaccini introversi.
“Per una volta che me ne vado da sola.” – cristonò – “Vi beccate tutto il divertimento. Ma certo, si capisce, dovevo esserci quando abbiamo avuto l’assalto di quei mollicci gialli, ma se c’è l’occasione per combattere fieramente…”
“Non dirlo a me.” – borbottò Spike, massaggiandosi il torace nudo – “Pare che questo essere eccelso sia riserva di caccia di Angel… in tanti anni di degenerazione, non mi sono mai guadagnato un antagonista tanto complicato. E liberale, oserei pure dire, visto che lo lascia andare per il bene dell’umanità.”
Infatti non me lo spiego, pensò Angel, in piedi appoggiato a una colonna del portico. Aveva posato le due armi sul bordo della vecchia fontana.

La sua spada e quel coltellaccio.
Un appassionato d’oriente, il nostro sconosciuto.. capace di citare un poeta cinese e combattere allo stesso tempo.
“E che tipo era?” – domandò Cordelia, sedendosi quasi sui piedi di Spike.
“Chiedi a lui.” – disse Spike indicando l’altro vampiro – “Io non sono riuscito a vedere un bel niente.”
Ma Angel non degnò d’attenzione né Spike né Cordelia. Era completamente assorbito da quel combattimento che stava ripercorrendo passo dopo passo, nella mente.
Era stato un colpo anche per il suo demone. Quel ragazzo di cui non sapeva nemmeno il nome, l’aveva portato fuori dal conflitto che, per giorni, aveva combattuto.
Gli aveva ricordato chi fosse veramente.. con le parole, con quel sorriso…
Ad una personalità del genere ci si poteva aggrappare .. e sentirsi tratti in salvo…
“Quindi era un immortale….” – commentò Wes, studiando il coltello – “Sei riuscito a capire quanto antico?”
“No.” – Angel scosse il capo – “Non me lo ha lasciato intendere. Aveva un che di famigliare, per cui posso pensare che sia di un’epoca che ho vissuto… ma è una teoria un po’ labile…”
“Avrei proprio voluto sentirlo.” – commentò ancora spike, finendo di strofinarsi via le ultime scie rossastre e rivestendosi – “non faccio altro che sentirne parlare con tanta ammirazione…”
“Sul serio, Angel?” – domandò Faith, rinunciando alle lamentele e sedendosi a terra – “Era veramente così ammirevole?”
“Era un guerriero, Faith.” – commentò criptico, Angel. Non sono poi così comuni…
“Va bene, è chiaro.” - Concluse Cordelia – “Noi ci siamo persi un fenomeno. Però mi interesserebbe anche sapere dove voi vi siete persi Doyle.”
“Bella domanda, Gattina.” – commentò una voce, da dentro una maglietta – “Proprio una bella domanda.”
***
“Dannazione!” – sbraitò Methos, picchiando una mano sul volante.
I mezzi demoni come quello andrebbero affogati da piccoli.. prima che scoprano di potersi vestire disordinato ed andare in giro a spargere guai.

Doyle non accennava a muoversi.
Anche se il cuore stava cercando di scappargli dal petto per lo spavento.
Fermo, davanti a una macchina quasi in corsa.. la macchina di uno che, anche schiacciato, calpestato o buttato giù dal trentacinquesimo piano, si sarebbe rialzato comunque.
Uno per cui i riflessi buoni erano importanti ma non indispensabili.
Methos lo fissava attraverso il parabrezza. Ed era talmente amichevole che Doyle si dispiacque di non essere stato investito.
Si fissarono, con sfida, ancora qualche istante.
Poi Methos, con un gesto seccato, gli indicò un posto a fianco del guidatore.
“Ce ne hai messo per deciderti.” – esclamò, salendo e guardandolo. Cominciando a parlare e gesticolare nel suo stile – “Ti sto inseguendo da quando te ne sei andato, perché credo che tu….”
“Ora basta!” – scattò, frenando di nuovo e fissandolo – “Francis, ascoltami bene. È una serata schifosa, non mi parlare.”
“Non mi parlare?” – esclamò doyle – “Non devo parlarti dopo tutto il casino che hai fatto? Ascoltami Methos, Io…”
E le parole gli morirono sulle labbra, mentre si voltava.
Methos gli buttò un’occhiata, giusto in tempo per vederlo protendersi verso il sedile posteriore.
“Doyle, immagino…” – mormorò Edward, accennando la smorfia di un sorriso.
Così quello era il demone di Methos. Si stava sporgendo tra i due sedili anteriori, puntandosi quasi contro il cambio. Aveva capelli corti e scuri, occhi trasparenti e calmi.
Non sarebbe mai riuscito a immaginarselo così, constatò, nel vederlo chino su di lui.
E preoccupato.
“Eddy, Doyle… Doyle, Eddy.” – presentò, sbrigativamente Methos, sterzando con furia – “E adesso, doyle.. afferra quella freccia e levala.”
“Ma tu sei matto! Se faccio una cosa del genere lo ammazzo!”
Sentendosi molto stupido, dopo averlo detto.
“L’obbiettivo è quello, Francis!” – Methos fermò al semaforo – “Quella freccia prolunga l’agonia. Se muore, la ferita si rimargina. Non provo nemmeno a curarlo, con un’emorragia del genere…”
“E fai bene.” – replicò Edward, cercando di ridere di quell’affermazione – “Come medico sei un tormento…”
L’aveva detto scherzosamente. Come se, dopotutto, avere una freccia nel torace potesse essere cosa da poco.
“Sei un immortale sul serio, quindi…” – commentò il demone.
“Non mento sempre…” – borbottò Methos, risentito, tamburellando sul volante – “E’ un immortale. Molto idiota, ma pur sempre immortale…”
Doyle fissò il profilo dell’uomo. Finalmente lo vedeva in viso poteva valutarlo. Aveva occhi chiari e ombreggiati da ciglia bionde come i capelli. Non era americano, lo poteva intuire dai lineamenti, i capelli color miele e la forma delle labbra. Tutti particolari irrilevanti, nel percepirne la confusione e la sofferenza.
Non era un dolore fisico che sentiva al centro del petto.
Paradossalmente Doyle aveva l’impressione che quella freccia fosse più un monito che un dolore… il monito di una realtà dura da affrontare.
Ed Edward stava per confermare questa sua teoria.
Per quanto brutale, Methos non aveva torto.
E doyle, non appena la macchina ripartì, si sporse nuovamente su di lui.
“Mantieni un’andatura costante.” – consigliò, colpendo quasi in testa il guidatore con un gomito.
Non appena posò mano sulla freccia, gli occhi di Edward si riaprirono e lo fissarono.
Occhi che non ammettevano discussioni.
Non estrarla, mormorò, posando le mani su quelle del demone.
Non ancora.
Per piacere…
Doyle strinse le labbra, preoccupato.
“Methos ha ragione, lo sai.” - spiegò, pazientemente.
“Può anche darsi.” – riusciva ancora a sorridere, mentre il sollevarsi del suo petto diveniva sempre più aritmico – “Ma tu aspetta comunque…
Non è così che muoiono i vampiri?”
L’aveva sussurrato, tornando a chiudere gli occhi, mentre Doyle si risiedeva al suo posto. Osservandolo, con una punta di risentimento per quell’ultima battuta.
“Oh, si.” – rispose – “Ma finiscono in polvere, all’istante. Non soffrono di certo in questo modo.”
E fu allora che accadde.
Edward aveva gli occhi socchiusi, l’azzurro appena visibile.
Quando doyle gli rispose, prendendolo così di punta, per niente disposto a fargliela passare liscia, Edward gli sorrise, senza guardarlo.
Un sorrise forzato, eppure luminoso.
Quel sorriso.
Doyle sbattè le palpebre, sorpreso. Dove aveva già visto quel sorriso velato di tristezza…
Dove…
Improvvisamente gli parve di sentire un profumo di gelsomini.. un giardino in ombra e una testa inarcata indietro, per il dolore e la debolezza… un’espressione fragile, lineamenti puliti, come quelli di un cherubino…
Sangue… e dolore…
La mente talvolta gioca brutti scherzi.
Quella di doyle, in quell’attimo in cui avrebbe potuto percorrere una via senza risposta, come Angel e come Faith, ebbe un sussulto.
E si riempì di immagini confuse. A centinaia, prima che una riuscisse a imporsi sulle altre.
Buon dio…
Edward…Come molti re inglesi e nessuno in particolare…"
Edward… Eddy… la freccia…
“Edward.”
Methos rallentò e si voltò, smettendo di guardare la strada.
E incontrando all’istante l’espressione sconvolta di Doyle.
“Non è possibile…”
“Detto da te, Francis, suona decisamente strano…”
***
Nell’attimo in cui doyle aveva raggiunto la verità, Methos capì che si era illuso di potergliela nascondere.
Edward aveva ragione. Non è detto che si possa realmente vedere quello che si ha sotto gli occhi, se si è convinti di non poterlo vedere.
Era un discorso che reggeva.
Per tutti. Ma non per gli occhi trasparenti di doyle.
Edward poteva provare a gabbarli.. Angel, Faith.. persino Spike.
Ma Doyle…
“Complimenti.” – sentì commentare, flebilmente, dal sedile posteriore – “Allora parla ancora di me…”
Doyle lo fissò, senza parole. Ora che aveva compreso, i tasselli andavano al loro posto, con una velocità impressionante.
Tutto, fino all’ultimo fotogramma, acquistava un senso.
Edward girò la testa, seppellendo il viso nella tappezzeria ruvida della macchina. Avrebbe voluto ridere di quella situazione, ridere liberamente.
Perché non poteva che concordare con Methos: si era realmente comportato come un idiota. Aveva fatto di tutto perché lo riconoscessero, per poi tirarsi indietro.
Ed ora, a tragedia consumata… ora, ad un passo dal sentirsi fuori dalla vita di William, arrivava lui.
Che di eroico non aveva niente.
Complimenti, Doyle…
Adesso mi ricordo anche io di te…
Irlanda, anni Ottanta
“Ciao, amore.” – Sinead Doyle non si era nemmeno voltata, continuando a pulire verdure – “Francis, porta fuori la spazzatura.”
Però… diceva amore e spazzatura nello stesso modo. Edward fissò quella chioma fiammeggiante stretta in una treccia e fece, rispettosamente, un passo indietro.
Era meglio se entrava prima ‘Amore’…
Methos, del resto, non condivideva questa opinione. Lo fissò, con aria risentita.
“Vigliacco.” – mormorò mentre, in senso contrario, usciva un bidone metallico – “Ciao Francis.”
“Ciao Methos.” – il bidone si abbassò e spuntò un naso sottile e due grandi occhi chiari- “E’ molto arrabbiata, stai attento…”
L’aveva detto con il tono del cospiratore. Ed Edward aveva sorriso, divertito.
“Oh, lo so.”- annuì Methos, guardando il bambino – “Lo è sempre.”
“Sono stato buono oggi…
così è arrabbiata solo con te.” – aggiunse, orgoglioso.
Ed Edward ebbe il sospetto che la frase non fosse stata costruita nel modo giusto.
“Intende dire che non è più arrabbiata di quando si è alzata.” – spiegò Methos all’amico.
“Le piace dire che siamo della stessa pasta.” – sospirò il bambino. Per poi voltarsi e guardarlo – “E’ meglio che resti con me, tu. La mamma potrebbe arrabbiarsi anche con te…”
“E’ possibile.” – mormorò, ermetica Sinead, spuntando sulla soglia – “Ciao Edward.”
“Ciao Sinead, scusa per l’intrusione…” – le sorrise gentilissimo. Sinead aveva un’espressione talmente amichevole che Edward, pur di non discuterci, si sarebbe anche proclamato irlandese.
“Nessun problema.” – replicò la ragazza, sempre a braccia conserte – “E ora, se non ti spiace, dovrei parlare con lui.”
Methos guardò con desiderio il bidone della spazzatura. E il bambino dietro.
Ed Edward sentì, in contemporanea una mano attaccarsi ai suoi pantaloni.
“No, no.” – Francis scrollò la piega dei jeans di Edward e la testa con la stessa veemenza – “Mi aiuta lui, grazie. Parla pure con la mamma.”
“Vigliacco pure tu…”
“Methos, entra. E chiudi la porta.”
“E ‘ proprio arrabbiata...” – constatò Edward, ancora fermo con le mani in tasca.
“Te l’avevo detto.” – sospirò Doyle, in piedi al suo fianco.
Avevano vuotato il bidone. Poi si erano seduti sul muretto e avevano aspettato.
La casa di Sinead in Irlanda era decisamente meglio del suo appartamento in America. Era in una depressione naturale, verde e irta di cespugli, non molto lontana dalla strada principale.
Gli alberi la nascondevano ai curiosi e agli estimatori delle case basse in pietra tipiche di quella zona. Un posto tranquillo e profumato delle erbe che crescevano ancora disordinatamente nell’orto.
Sinead l’apriva regolarmente, qualche mese all’anno. Nel pieno dell’inverno e all’inizio di torride estati.
Non si curava molto della stagione, per decidere di tornare alle sua radici. Lei e Francis tornavano in Irlanda con l’incostanza con cui poi ripartivano per l’america. Quando Sinead decideva che fosse il caso.
Indipendentemente da questo approccio nomade alla vita, Francis era proprio di buon carattere. Adesso, mentre dalla casa le urla salivano e crescevano di intensità, era impegnato a seguire una lucertola, sdraiato in mezzo alle erbacce.
Ed Edward si godeva il paesaggio.
Fino a che, con aria afflitta, Francis non emise un sospiro.
“Che ti succede?” – gli domandò, gentilmente.
“ma li senti? Sono impossibili.” – Francis prese un’aria sofferente impensabile e allargò le braccia – “E pensa che l’altra volta si lanciavano pure le cose!”
“Lo fanno perché si vogliono bene…”
“Oh, lo so… ma lanciano proprio di tutto.” – Francis si arrampicò sul muretto e si sedette. Aveva delle ginocchia pelate e polverose. Ed era… buffo – “però la mamma mi ha promesso che non gli taglierà la testa nemmeno se la fa arrabbiare troppo.”
Ah… credevo che fosse lui il tagliatore di teste…
“perché, la tua mamma va in giro a tagliare teste?” – domandò, non resistendo.
“Oh, no.”- rispose Francis, lasciandolo senza parole – “Quello lo fa Methos. La mamma vuole farlo solo a lui…
A te piace tagliare le teste?”
Cosa poteva rispondergli… era piccolo perché Methos gli avesse già detto una cosa del genere…Edward si domandò se non stesse riferendo una conversazione sentita per sbaglio. Oppure se, come molti bambini, stesse semplicemente inventando.
“A me puoi dirlo.” – aggiunse francis guardandolo con occhi allegri – “Non mi fate paura.”
“Hai ragione.” – Edward gli sorrise, chinandosi un po’ verso di lui e ammettendo, sottovoce – “In effetti ai bambini non facciamo nulla.”
Francis dovette trovarla divertente come idea. Rise e saltò giù dal muretto.
La porta di casa si era aperta e Methos era uscito le braccia verso il cielo come uno che invoca il fulmine.
“Devo andare.” – disse allora il bambino, tendendogli la mano – “la mamma avrà ancora voglia di discutere.”
“Allora vai e fa il tuo dovere.” – rispose Edward, stringendogli la mano.
Il bambino gli sorrise con gli occhi.
“Mi prometti che non ti farai tagliare la testa così ci rincontriamo?”
la grammatica non era il suo forte... ma non sarebbe importato a nessuno che si fosse trovato, anche solo per un istante, al centro di quel sorriso.
gli sarebbe piaciuto promettere…
“Ci proverò…” – rispose, lasciando andare quelle dita appiccicose.
Come vedi, Doyle, pensò, non mi hanno tagliato la testa… e ci siamo rivisti…
E, d’istinto, strinse più forte quelle dita che si erano insinuate tra le sue.
***
“Siamo quasi arrivati.” – commentò doyle, voltandosi a vedere le sue condizioni.
Aveva percorso l’ultimo miglio senza dire una parola, cercando di riordinare i pensieri. La mano di Edward, stretta nella sua, era sempre più fredda e cedevole.
Non c’era stato modo di convincerlo a sfilare la freccia e porre fine a quella forma di autolesionismo.
“Fai come ti pare.” – aveva sbraitato Methos – “Ti prometto che aspetterò che tu sia crepato per strappartela io di persona, insieme a tutti i capelli!”
“Ottima idea.” – aveva ribattuto l’inglese, riacquistando un filo di voce. Prima di rinunciare alla discussione e risprofondare in un torpore pieno di allucinazioni.
Non c’erano più insegne luminose e abbaglianti… solo luci, semplici luci da strada.
Un cellulare stava suonando. E Doyle, senza abbandonare la presa, infilò una mano in tasca e rispose.
“Doyle…” – la voce di Cordelia era tra il preoccupato e il bellicoso – “Dove sei?”
“Uh, ciao Cordy.” – dannazione, si era proprio dimenticato di chiamare e mentire – “Avevo una cosa da fare e allora…”
“Allora te ne sei andato di corsa lasciando Angel e Spike in mezzo a una strada... e Spike era pure gravemente ferito…”
Oddio, sto parlando con la Florence Nightingale che è in lei…
“Principessa, non l’ho lasciato solo.. c’era Angel con lui…” – protestò, spostando rapidamente gli occhi su Edward. Cercando di dosare le parole.
Aveva inteso che si stesse parlando di spike e stava cercando di sedersi, protendersi verso di lui.
Doyle scosse il capo, posandosi un dito sulle labbra. Spingendolo di nuovo gentilmente contro il sedile.
“sta benissimo, intanto, adesso.” – commentò, guardandolo fisso in viso – “Scommetto che sta sfogando il nervoso nello scantinato.”
“No, invece.” – replicò Cordelia, coprendo il ricevitore, perché il suo demone non potesse sentire il cozzare di lame nell’entrata dell’Hyperion.
Non aveva propriamente mentito.. spike non si stava sfogando ‘nello scantinato’…
“Cordy, verrò a casa più tardi.” – riprese doyle – “Per cui non preoccuparti, non aspettarmi alzata e non venirmi a cercare. Passo da Methos, tornando indietro.
devo parlargli…”
“Riguardo al biondo immortale?” – il tono di Cordelia si era acceso di curiosità – “Sei riuscito a vederlo? Che tipo è?”
“Da’ l’idea di essere testardo.” – replicò Doyle, fissandolo così intensamente che Edward, intontito e stravolto, riuscì comunque a capire che non si stava più parlando di Spike – “Mi è sembrato uno in gamba…”
Certo, ragionò Methos, tenendo la bocca ben chiusa. Peccato non abbia un cervello ancora attivo…
Doyle parlava ancora al telefono e Methos si sentiva sul punto di esplodere.
Era troppo. Decisamente c’era di che esplodere.
Demoni, immortali, redivivi e traumatizzati… c’erano sentimenti per tutti gusti. Si spaziava dalla rabbia al dolore passando per una certa dose di incoscienza.
Eppure, se Methos avesse dovuto scegliere.. si sarebbe definito solo stufo.
Stufo di non aver ancora imparato a star fuori da certi casini.
“Maledizione, maledizione, maledizione!” – urlò nella testa, a denti stretti, picchiando ancora sul volante.
Alle sua spalle, Edward si stava lasciando morire dissanguato. Niente di irreparabile, si sarebbe potuto dire… ma per Methos non era abbastanza. No, errato.
Per Methos era sbagliato.
Come era sbagliato quello che Edward aveva fatto a Spike.
E sbagliato quello che si era lasciato fare da Spike.
Certo.. perché ad aggiungere rabbia a rabbia… Spike non aveva colpe.
E Methos, istintivamente, avrebbe tanto voluto che quel rapporto tra fratelli fosse un concorso di colpa. Ma non poteva. Spike, William… non sapeva.
Perché sapere lo avrebbe devastato, secondo l’ottica di Edward.
Tze…
Edward, vero e unico signore dell’autolesionismo.
Maledizione…
“Stai borbottando.” – commentò Doyle, dopo essere riuscito faticosamente a salutare la sua ragazza. Giocherellando con l’antenna del cellulare, fissò il guidatore, impegnato ad infilare la macchina in garage.
“Non è la cosa peggiore che potevo fare stanotte.” – commentò, criptico l’immortale, slacciandosi la cintura di sicurezza – “E ora, se non ti spiace, aiutami a portare il cadavere.”
***
Il cadavere respirava ancora. Impercettibilmente, forse, ma ancora troppo per essere dichiarato, finalmente, morto.
Methos l’aveva afferrato per le spalle, senza tanti complimenti e, aiutato da Doyle, l’aveva adagiato su uno dei materassi da palestra di Faith.
“Niente sangue sul mio divano.” – aveva commentato, all’occhiata di Doyle.
Tornando, istintivamente, a cercare il battito di Edward.
“Non capisco come possa essere ancora vivo…”
“E’ una tempra forte…” - replicò, senza levargli le dita dalla giugulare. Lo è sempre stato…
Fosse stato più fragile… non l’avrei mai ucciso…
Faith aveva dimenticato un paio di asciugamani, appoggiati sulla sua amata cassapanca intarsiata. E Methos, allungando un braccio, arrivò a prenderli.
Si passò una mano sul viso, riflettendo.
Doyle era in piedi dietro di lui, e non fiatava. Lo fissò, mentre li appoggiava vicino alla testa di Edward. Questo movimento sembro riscuoterlo, ben più del fatto di essere stato trasportato fino in casa.
Aprì gli occhi, ancora una volta, e Doyle si ritrovò a pregare, pregare che qualcuno facesse qualcosa per quell’anima dilaniata.
E fu allora che Methos, senza troppe indecisioni, strappò la freccia da quel cuore. Edward si inarcò, in un roco singulto, mentre il sangue cominciava ad uscire copioso.
Methos, così pronto a prendere una decisione, dimenticò il motivo per cui l’aveva fatto e premette sulla ferita, per bloccare il flusso.
Ed Edward, spalancando gli occhi, ancora paradossalmente lucido, quasi rise di quella sollecitudine.
“Avevi promesso…” – mormorò, posando una mano sulle sue, su quel mare di sangue, senza riuscire a terminare la frase.
“Ho mentito.” – replicò l’immortale.
Adesso se ne stava andando rapidamente.
Nell’attimo in cui Methos aveva estratto il dardo, Edward aveva sentito la bocca riempirsi di sangue.
Ora, mentre lentamente perdeva coscienza, si ritrovò a fissarsi la mano.. le dita arrossate… come allora…
Avrebbe voluto riderne.
Avrebbe voluto ammettere, almeno con se stesso, di aver sperato di non dover mai più sentire il proprio sangue tra le labbra.
Se solo ne avesse avuto ancora… la forza…
E Methos comprese.
Comprese quello sguardo, quel modo di contemplarsi una mano sporca di sangue.
E gliela strinse, protendendosi a sfiorargli la fronte.
“Sono qui adesso… e sarò qui quando tornerai.” – sussurrò.
Rinsaldando il loro legame, una volta ancora, mentre il cuore di Edward si fermava.
Londra, un vicolo, 1857
Quando il proiettile gli penetrò in petto, Edward provò un senso di sorpresa. Il contraccolpo lo aveva fatto appoggiare al muro e gli aveva riempito le narici dell’odore di muffa e di bruciato.
Dovette guardare la ferita che si allargava, per rendersi conto.
Alzò lo sguardo, senza risentimento, verso il suo assalitore.
Un uomo che ora stava correndo ad afferrarlo.
“Doc…” – gorgogliò, scivolando a terra.
I capelli gli caddero indietro e il sangue si allargò sui suoi vestiti, rendendo rosso il selciato. Methos si era piegato su di lui e l’aveva tenuto per le spalle, parlandogli concitatamente.
Ma Edward aveva continuato a fissare il cielo, tramortito da quel creato che stava abbandonando.
Non c’era la musica, non c’era più il sole.
Non ricordava più nulla.
Non era mai esistito, non aveva mai vissuto.
Tutto naufragava nel morire.
Ed Edward avrebbe tanto voluto provare almeno paura.
Methos era chino su di lui, i sensi allo spasmo, per paura che giungesse qualcuno.
“Non temere, Edward, non aver paura…” – stava mormorando. Gli aveva tolto un guanto e gli stringeva le dita intorpidite, spingendole nella sua visuale – “Sono qui, mi puoi sentire Edward.. puoi sentire che non sei solo…”
Sono qui…
Edward si riscosse per un attimo. Le pupille si stavano dilatando, il sangue sgorgava ancora.
E i polmoni, i polmoni che bruciavano già in vita gli riportavano altra vita.
Consapevolezza di dolore…
Che buffo… la mia morte è ciò che resta della mia vita…
I miei polmoni.. e l’aria… non ha mai avuto questo sapore…
Un altro spasmo…
Edward si mosse, come in preda a convulsioni.
Soffriva… Methos gli strinse più forte le dita. Non era stato nemmeno capace di ucciderlo sul colpo. L’aveva fatto soffrire…
“Ti prego perdonami… perdonami perdonami….” – si sorprese a ripetere, come una litania – “Non potevo accettarlo, non potevo… ho tentato, Edward, ma non potevo farti morire, non in quel modo, senza speranza, senza futuro…”
Edward non lo sentiva più.
Anche i polmoni stavano lentamente lasciandolo. Ora respirava, respirava come quel giorno d’estate nel grano. Respirava e non c’era più il freddo dell’inverno e la nebbia…
C’era la luna…
È finita…
Ti ho tanto attesa… ti aspettavo… sono pronto…
C’era un peso, sul suo petto.
Ma Edward non lo sentiva più…
“Sono qui adesso… e sarò qui quando tornerai.”- sussurrò ancora Methos, la guancia appoggiata su quella ferita e su quel sangue ormai freddo.
Ancora un battito.
E uno ancora.
E poi…
Più nulla.
E Methos chiuse gli occhi, senza riuscire più a trattenere i singhiozzi.
Methos chiuse gli occhi un attimo, prima di lasciar andare quella mano ormai inerte. La adagiò con cura sul suo petto e si rialzò, con calma.
Doyle non aveva detto nulla.
Era rimasto in piedi, immobile, in attesa.
In attesa poi di cosa…
Methos si voltò a fissarlo.
“Impiegherà un po’ a svegliarsi.” – spiegò, conciso. – “Se vuoi un Whisky, versatelo. E preparane uno anche per me. Mi lavo le mani.”
Si era appoggiato al lavandino della cucina, con le mani sotto al getto freddo.
Da lì, con lo sguardo fisso, poteva vedere il corpo senza vita, la mano sul petto e quell’altra, abbandonata, giù dal materasso. I capelli umidi avevano il colore dell’oro scuro e l’ombra della barba spiccava ancora di più sulle guance pallide.
Edward era morto, il capo reclinato da un lato, il sangue che finalmente aveva cessato di scorrere.
Methos se lo sentiva sulla pelle, denso e appiccicoso. E fin dentro l’anima.
Doyle gli era venuto vicino, sedendosi su uno degli alti sgabelli.
Senza un commento, aveva posato i due bicchieri sul ripiano lucido.
Era stranamente silenzioso, quasi quella morte lo opprimesse, con un senso di irrimediabilità che non le era consono.
“La morte di un immortale è breve come un caffè, Francis…” - pensò, guardando ancora un attimo quel corpo scomposto e fragile.
“Edward non ha il risveglio veloce.” – commentò, sedendosi e stringendo il bicchiere con mani ancora umide – “Abbiamo tempo per parlare. Hai domande da farmi?”
Doyle annuì.
“Stai bene?” – chiese, cogliendolo di sorpresa.
Una domanda da Doyle, sorrise Methos, guardandolo.
Con mille perché nella testa, andava a caccia di quelli degli altri.
“Sto bene.” – rispose, seguendo con un dito le cesellature del cristallo – “immagino che tu voglia sapere di lui.”
“In effetti immagini giusto.” – aveva una voce tranquilla e bassa – “Da quanto tempo lo conosci?”
“Da molto.” – soppesò le parole e le menzogne un istante, prima di affrontare la verità – “Sono io che l’ho ucciso. Che l’ho reso immortale.”
“Ah.”
“Ah.” – ripetè Methos, fissandolo – “Tutto qui?”
“Tu non vuoi essere giudicato per quello che hai fatto.” – replicò Doyle, sostenendo il suo sguardo – “Per cui non ho nulla da dire. Raccontami.”
“Non sapeva di Spike. L’ha saputo stamattina.” – ringhiò Methos, abbandonandosi a quella rabbia non sfogata – “E’ stato un caso, stasera. Non vi stavamo cercando. Spike non lo sa e non lo deve sapere. Soddisfatto?”
Doyle lo valutò, mentre tracannava il contenuto del bicchiere.
“Ti senti meglio, adesso?” – domandò, senza recriminazione nella voce.
E Methos, senza un commento, annuì, alzandosi e camminando avanti e indietro sulle lucide piastrelle della cucina.
“Sì. Tutto sommato mi sento meglio.” – ammise, voltandosi verso il demone – “Ne avevo bisogno… e ora ricominciamo da capo.”
aveva un tono più tranquillo. E, per quanto stesse ancora in piedi e in preda ad una certa tensione, era nuovamente razionale. E non più insondabile come poco prima.
“E’ successo dopo la presunta morte di Byron. Sono stato per un po’ in giro per l’Inghilterra e poi sono tornato a stabilirmi a Londra. Doveva essere suppergiù il 1854…”
1853, Kensington
“oh, ma mio caro dottore, cosa dite mai…” – il ventaglio accellerò la sua oscillazione e la bella bocca di lady Charlotte divenne intermittente – “Suvvia, vi sentisse mio marito…”
“Mia cara…” – rise, impeccabile Methos – “Noi staremo attenti che questo non accada…”
Dietro il paravento cinese faceva piacevolmente caldo: le guance si arrossavano, gli spiriti si scaldavano… e delle risatine sospette si propagavano nell’aria.
Nascondendo i rumori, rumori come porte aperte e richiuse con attenzione.
Edward si spostò lungo la parete, sfogliando le coste dei libri con lo sguardo.
Lord Cabborough aveva una biblioteca ricchissima e di grande importanza. Testi rari e antichi a fianco di pubblicazioni ancora profumate di stampa e carta asciugata al sole.
L’angolo di uno spirito eccelso, innamorato della vita.
E di una moglie un po’ troppo vivace. Edward aggrottò le sopracciglia bionde, iniziando a farsi un’idea della provenienze di quei fruscii.
Fruscii che potevano, effettivamente, portare guai.
Fece due passi a ritroso, allontanandosi dalla splendida tiratura d’importazione che avrebbe voluto consultare. Schivò un tavolino, salì sul tappeto e proseguì la sua camminata silenziosa all’indietro verso la porta in noce a doppio battente.
E arrivò a posare la mano sulla maniglia, nell’attimo stesso in cui lo stimato medico della buona società londinese sbucava da dietro il paravento, aggiustandosi lo sparato.
Edward rimase immobile, guardandolo. E, quando si ritrovò ricambiato, da uno sguardo sorpreso e circospetto, non potè trattenersi.
“Perché mi sento io, colto sul fatto?” – domandò, mentre un irrefrenabile sorriso lo illuminava.
Methos, d’altro canto, lo fissò sbalordito, sentendo un’improvvisa simpatia per quel giovane sconosciuto. Elegante, del tutto privo di quell’arrivismo che contagiava molti londinesi in quell’epoca.
Diverso. Methos, con una prontezza nata da secoli di scontri continui con gioventù arrabbiate o idealiste, ne fu subito colpito. Prima ancora che una nuova sensazione lo raggiungesse.
Una sensazione istintiva, quasi un riconoscimento.
Un profumo di immortalità…
Quel ragazzo avrebbe percorso la strada dell’eterno.
Si impose si restare presente, di trascurare il particolare, mentre Charlotte approfittava di quei pochi attimi per infilare una porta secondaria e svanire.
Un ospite del marito.. un giovane con libero accesso alla biblioteca privata…
E, nell’ambiente, si vociferava che nessuno potesse competere in prontezza di battuta e stile con…
“Lord Coventry, suppongo.” – mormorò Methos, avvicinandosi e tendendogli amichevolmente la mano – “desideravo proprio fare la vostra conoscenza…”
“…andai subito d’accordo con Edward. Era impossibile non trovarlo brillante e piacevole. Ma c’era di più. E molto. Edward credo che rientri tra le dieci persone più intelligenti che abbia mai conosciuto.
Non è solo una questione di quoziente intellettivo. È un fatto si sentimenti, intuizioni, prontezza… mi colpì, fin dalla prima volta che lo vidi.
E, a poco a poco, cominciammo a frequentarci regolarmente. Era un’amicizia solida, senza pretese. E fu così che gli rivelai la verità.”
“Lui sapeva della tua immortalità?”
“Già. Glielo dissi e di certo lui non mi fece pentire. Quello che non gli rivelai era la sua natura. non sapeva di essere uno di noi e io confidavo che non lo scoprisse mai, che avesse una bella vita e morisse circondato da figli e nipoti.”
“Poi cambiò qualcosa…”
“Certo. Ci si mise l’ottocento con il male del secolo. Tubercolosi. Tisi, se preferisci. E fui io a diagnosticargliela.”
Si era nuovamente riempito il bicchiere, per il piacere di poterlo ruotare ancora tra le mani più che per il gusto del suo pregiato liquore.
“Quel pomeriggio rientra senza dubbio tra i momenti peggiori della mia esistenza.” – commentò, abbandonandosi ad una confidenza – “Una della persone che più stimavo al mondo sarebbe morta prima di arrivare ai venticinque anni. Tutto quello che di meglio possedeva del suo tempo e del suo essere umano, sarebbe finito sotto due metri di terra.
Per un po’ resistetti.. resistetti quasi un anno. Poi decisi che non potevo attendere come stava facendo lui. Avevamo superato il tempo limite entrambi…
E intervenni.”
“E lo uccidesti.”
“Un colpo di pistola in pieno petto. Ed Edward svanì nel nulla.” – Methos alzò gli occhi, fissando ancora quel corpo, con aspettativa – “Il resto è un interessante romanzo di occultamento del delitto. Te lo risparmio volentieri.”
Doyle bevve un sorso, riflettendo.
Poi, posando il bicchiere sul tavolo, espose i suoi dubbi.
“In questo quadro che hai fatto” – commentò – “Non c’è William…”
“Ed infatti è questo che lo rende realistico. Il mondo di William non è mai stato il mio. E viceversa. Ci conoscevamo di vista.” – Methos soppesò le parole – “O, meglio, io conoscevo di vista lui. William aveva occhi solo per Edward. Il resto del mondo non esisteva. E dopo la mia diagnosi il loro legame divenne un dogma. Non ho mai visto due persone tanto legate…
La decisione di Edward di non dirgli nulla mi sorprese. Ero pronto a insistere a riguardo, ma non ce ne fu bisogno. Scelse di restare morto ai suoi occhi….”
Ancora adesso non comprendo…. Ma, del resto, quanto cose non ho ancora capito, dopo cinquemila anni…
“Sai, Francis…” – riprese – “…”
Methos si era interrotto, distratto da mille pensieri. E, dopo un attimo di era alzato.
Perdonami, aveva mormorato. Dopotutto, ho bisogno di farmi una doccia…
Doyle rimase seduto, bevendo, un sorso alla volta, quel liquido caldo e forte.
Aveva così tante domande senza risposta…
Si alzò, affacciandosi alla porta della camera da letto.
L’acqua correva nella doccia, ma Methos stava ancora cercando alcuni vestiti nell’armadio.
“Questi sono per Edward.” – momrorò, per nulla sorpreso di essere stato seguito – “ormai non dovrebbe più mancare molto…”
“Da quanto hai capito chi è spike?” – domandò, lo stipite piantato nella schiena e il bicchiere ancora in mano.
“Non ho impiegato moltissimo, se è questo che vuoi sapere.” – rispose, prelevando un maglione – “solo che il mio inconscio non è veloce come il tuo. Per cui ho dovuto anche accorgermi di quello che avevo visto.”
“E non l’hai detto ad Edward…”
“Non fosse venuto a trovarmi, non glielo avrei nemmeno detto.” – Methos stava appoggiando il necessario in bagno – “Se l’ho fatto, è stato per evitare quelle belle scene strappalacrime che capitano dalle tue parti. E, quanto al dirlo a William, non era mia pertinenza.”
“Su questo siamo d’accordo.” – commentò doyle.
“Anche non lo fossimo.” – ribattè Methos, sbucando dal bagno già a torso nudo – “sarebbe l’unico fatto non discutibile. Sta ad Edward decidere. Nessuno deve intromettersi.”
“Nemmeno Angel?” – domandò Doyle, fissandolo con una vaga sfida.
“che cosa intendi dire?” – Methos lo fissò, notandone il sorriso divertito.
“Intendo dire che non dirò nulla a Spike. E a tutti gli altri. Ma dai tempo ad Angel… la partita sua e di Edward è appena iniziata.”
***