I personaggi delle serie "Angel" e "Buffy, the vampire slayer", appartengono a Joss Whedon, la WB, ME e la Fox, l'autrice scrive senza alcuno scopo di lucro e non intende violare alcun copyright.
Crossover con la serie televisiva Highlander. Anche in questo caso, i personaggi appartengono ai legittimi proprietari e l'autrice scrive senza alcuno scopo di lucro e non intende violare alcun copyright.
Ovviamente non accampo diritti nemmeno sull’attore scelto per impersonare il personaggio inedito.
Si è trattato di una scelta legata a molti fattori di stampo soggettivo. Senza lucro, calunnia o altro.

E Edward non appartiene a nessuno… tranne che alla sottoscritta (e micia si accontenterà della dedica…;)



ETERNITA’
Fuori era ancora primavera. La città era ora illuminata da un bel color paglierino che la faceva sembrare caldo e viva come non mai.
Methos stava già inaugurando il pieno giorno con il suo quarto caffè. E l’atmosfera non era solo calda… ma incandescente.
“Tu mi stai dicendo una cosa che non posso accettare!” – urlò Edward.
Quel che restava di lui dell’epoca in cui era nato e cresciuto gli impediva di lanciare gli oggetti, nel miglior stile dei tempi moderni. Ma la sua rabbia travalicava i decenni, pura e semplice.
E si trasmetteva, attraverso i suoi occhi e la sua voce, tutto intorno.
In questo era tale e quale a Spike.
Con l’unica differenza che il vampiro aveva preso la pessima abitudine di spaccare oggetti e pigliare a calci i mobili.
Methos si versò un altro caffè, guardando con aria afflitta il suo libro, ancora abbandonato aperto sul divano. Quel finale che si prospettava tanto avvincente avrebbe dovuto attendere.. era iniziata la stagione del dramma...
Il giovane inglese stava camminando nervosamente avanti e indietro, tirandosi i riccioli biondi.
Giovane inglese.
Oh, certo, paragonato a se stesso… Methos guardò l’immortale, domandandosi se preferisse parole o silenzio. Edward non era un tipo tendente all’ira. Se ora si comportava in quel modo, lo stava facendo per dolore.
William… il suo William…
La gioia di saperlo vivo era sfumata nella spiegazione tecnica che era seguita a questa ammissione.
Methos gli aveva detto tutto, senza preamboli. Aveva riversato implacabilmente su di lui tutto ciò che c’era da sapere sulla vampirizzazione in ogni sua forma. E aveva ucciso il ribrezzo e la felicità incontrollata con la paura della realtà dei fatti.
Suo fratello William, il poeta, il timido indifeso, era stato ammazzato in un vicolo. E aveva vissuto per secoli, del tutto privo di coscienza morale, uccidendo e depredando, fino a un inspiegabile ritorno dell’anima.
Un demone.

Eppure, Methos conosceva abbastanza Edward da sapere che non aveva un problema etico di ritrovarsi un demone in famiglia. La sua rabbia nasceva dalle limitazioni che William stava subendo.
Il sangue… e la notte.
“Non posso accettarlo.” - ripetè Edward, con tono spento.
Facendo sobbalzare Methos che, tanto assorto nei suoi pensieri, non l’aveva visto avvicinarsi al bancone.
Con il viso tra le mani, prima di appoggiare il mento sulle braccia, con aria avvilita.
Methos lo fissò, aspettando. Edward aveva un naso sottile e diritto e capelli biondo scuro. I suoli lineamenti erano decisamente più nitidi di quelli di Spike che, in certe angolazioni, apparivano solo un enorme ammasso di ossa desiderose di bucar la pelle.
C’era un’indiscutibile somiglianza, tra loro. E Methos, che già da quasi dieci mesi aveva il fu William Coventry tra i piedi, non poteva che ritrovarsi, ancora una volta, a paragonare i due ragazzi.
Edward era decisamente più aristocratico, in ogni suo movimento. Nemmeno gli atteggiamenti bruschi della gioventù del duemila con cui si trovava in sintonia avevano inquinato i movimenti puliti dell’uomo che era stato, abituato alla vita nella campagna inglese fatta di raffinati pic-nic e cacce alla volpe.
Edward proveniva dalla miglior società inglese. Appartenere a una famiglia borghese non l’aveva privato della compagnia dei migliori aristocratici e della possibilità di frequentare i migliori ambienti. Come suo fratello, era stato educato alla vita in società, senza la tensione disperata che i poeti della generazione precedente la sua, capitanati da Byron, avevano reso arte. E distruzione.
Edward, come del resto anche William, era cresciuto credendo fermamente in cose che la maggior parte dei suoi coetanei aveva amabilmente ignorato, preferendo perdersi in una vita leggera e spensierata, piena di obblighi apparenti e frivole regole.
Cosa sarebbero potuti essere entrambi, fossero vissuti… spezzati entrambi troppo giovani, come capita talvolta a chi brucia troppa in fretta dall’interno.

Methos lo guardò, con un sospiro. Non sapeva cosa dirgli, sinceramente.
L’aveva accolto e aveva spento quel sorriso, senza alcuna sensibilità.
Perdonami. Avrei voluto dirtelo in altro modo.
Ma non ne sono capace.
Edward aveva raddrizzato le spalle. E ora era seduto in silenzio, le mani strette una nell’altra, si fissava le nocche, bianche per l’eccessivo stringere.
“Edward…” – esordì.
“Lui non lo sa, vero?” – lo interruppe, quasi tremando. Fissandolo dritto in viso – “Non gli hai detto nulla, spero…”
“Nulla.” – Edward si stava trattenendo solo perché sapeva di non poter essere arrabbiato con lui. Nemmeno ora, accecato in questo modo, perdeva quel senso di giustizia che l’aveva sempre contraddistinto.
E che Spike emulava, un giorno sull’altro, senza più neanche rendersene conto.
“Non farne un caso, Edward.” – commentò, seguendo quei ragionamenti – “Il passato è passato. Vi siete persi da troppo tempo. Lascia le cose come stanno.”
“ma sentitelo.” – Edward era riuscito a sbarrare gli occhi e a spalancare le braccia quasi nello stesso istante in cui era saltato in piedi – “E mi dici allora perché cazzo me lo hai detto?”
Mmm… si poteva iniziare a considerare che avesse perso un po’ del suo smalto…
“Perché sei arrivato qui con l’intenzione di fermarti. E gradivo comunicartelo io prima che te lo trovassi di fronte.” – replicò Methos, perdendo le staffe come suo solito, sbattendo il resto del suo caffè freddo nel lavandino. E iniziando energicamente a lavare i piatti – “Prendila per una gentilezza, così da evitarti l’infarto che non puoi avere… stupido inglese.”
Edward lo fissò, stringendo i denti. Sbattendo in fuori la mascella volitiva che si ritrovava. I suoi occhi divennero color dell’acciaio, indipendentemente dall’azzurro di cui erano. Strinse i pugni e divenne così simile al suo metropolitano fratello da fargli interrompere il lavoro.
Lo fissò, pensosamente, continuando a strofinare l’interno di un bicchiere.

Eternità:Cronache di Anime e Sangue

“E’ cambiato, Edward.” – commentò, quasi dolcemente – “per molti aspetti non è più lui.”
“Nessuno di noi lo è più.” – commentò seccamente il ragazzo, girandogli le spalle. Certe volte Methos lo irritava. Era come non si rendesse conto che i cambiamenti non sono solo visibili.
Ecco. Non aveva fatto in tempo a pensarlo che già si era pentito.
Methos sapeva veramente cosa significa cambiare e veder cambiare. Se lo diceva…
“Non mi ricorda più, vero?” – mormorò, senza voltarsi.
Mi ha perso così tanto tempo fa… era quello che volevo, volevo avesse una vita felice, senza turbamenti…
Non ho mai rimpianto altro, tanto quanto lui. Non gli ho detto nulla, perché potesse riprendersi e andare avanti da solo, senza un fratello maggiore così in gamba da aver anche scoperto come non invecchiare.
Methos finì in silenzio di asciugare le posate. Quella schiena, rigida per la tensione, era peggio di ogni domanda. Sapeva molto delle rinunce di Edward, anche se tra loro non vi erano mai state confessioni e ammissioni. Tra loro persisteva ancora, per molti tratti, l’amicizia decorosa e corretta dei tempi andati, quella che, per etichetta, impediva talvolta il sentimento. Anche sotto il loro discutere d’avanguardia, il loro litigare senza mezzi termini, continuava a vivere quel sostrato che li portava a nascondere il dolore e a sminuire le scelte veramente difficili.
E William, così chiaro nella sua importanza, era sempre solo stato un respiro in un mare di altre parole.

Inghilterra, 1857

“Forse è la cosa migliore.” – commentò Methos, osservandolo. Gli dava la schiena, contemplando pensoso il marciapiede di fronte e la gente che camminava tranquilla.
“Lo so. Infatti non farò nulla.” – replicò, piatto, senza muoversi assolutamente.
Methos cominciava a stancarsi delle spalle di Edward. Ormai aveva più dialogo con loro che con i suoi occhi. Si rizzò a sedere, ponderando l’idea di girargli attorno. Poi lasciò perdere.
Edward si era voltato, molto lentamente. Come accadeva talvolta agli immortali appena ‘nati’, il suo corpo aveva perso alcune imperfezioni. Il suo aspetto era sano, molto più di quello che era stato negli ultimi mesi. Riacquistava vigore rapidamente e forse il suo prolungato silenzio nasceva anche dalla consapevolezza del cambiamento. Lentamente lo vide respirare, osservò il suo petto alzarsi aritmicamente, espandendo la cassa toracica. Edward assaporava l’aria e Methos, ogni volta che vedeva in lui quel gesto umano così a lungo negato, provava un’emozione forse molto vicina al sollievo.
“Non dirò nulla a William.” – commentò, con voce tranquilla, intrecciando le mani dietro la schiena e percorrendo la stanza, lentamente – “I miei sono anziani, non reggerebbero il colpo. E mio fratello… capirebbe, credimi. È in grado di accettare molto più di quanto non sembri… ma io non voglio. Ha già troppe illusione che si spezzeranno…”
Eppure hai deciso di non dirlo, pensò Methos, mentre tra loro cadeva nuovamente un silenzio denso di ragionamenti. Credi veramente che possa comprendere o lo dici per convincerti?
Methos non conosceva realmente William Coventry. Come molti, tendeva a ritenerlo l’ombra del primogenito, l’astro pallido vicino a quel giovane sole. Alcuni, addirittura ritenevano fosse un semplice raggio, che le doti nascessero dal saperlo fratello di Edward e da nient’altro.
No, Methos non arrivava a questa opinione così dura. Ma riteneva il ragazzo troppo fragile. E gli occhi di Edward, semplicemente accecati da un affetto enorme.


Centocinquant’anni dopo, Spike gli avrebbe rotto due costole e fatto fare due rampe di scale con la testa.
Per Methos la forza non era un questione di violenza. E, più ancora dei colpi figli di rabbia, aveva apprezzato gli occhi color calcedonio e le risposte affilate che avevano reso il loro incontro unico e memorabile.
Spike, dotato di una bocca irriverente e di una vena dura d’acciaio in ogni sua certezza, avrebbe definitivamente catturato la sua attenzione, E, cancellando la sua opinione ormai datata, si sarebbe rivelato un fulmine, più che un raggio di luce, in barba a tutte le chiacchiere ottocentesche.

“Non lo so.” – ammise, tornando al presente – “Di certo con me non parla. Ma, se ti basta la mia opinione, si ricorda. E anche molto bene.”
Ancora adesso sente il bisogno di un fratello. Ed è stato abbastanza fortunato da trovarne uno che vale quanto te.
“C’è Angel, adesso?” – domandò l’uomo, girando appena la testa.
Angel… non sapeva nulla di lui. Se non che era il carnefice.
L’assassino di William. Lui e una vampira bruna di cui Methos non aveva una gran opinione. Un assassino raffinato e ora redento da un’anima ingombrante. E da un bagaglio di profezie che avrebbero fatto impallidire anche il più scafato degli eroi.
Un assassino ammantato dall’armatura luccicante di un paladino.
“Oh si, Angel è molto importante.” – commentò Methos. Edward era geloso… sotto la scorza delle sue motivazioni batteva lo stesso cuore impulsivo di sempre – “E’ una personalità forte e Spike ama gli scontri.. e poi credo sia uno dei suoi legami più duraturi.. se ci capisco qualcosa di rapporti tra vampiri, ovviamente.”
Edward aveva smesso di ascoltarlo.
Spike ama gli scontri.
Quella frase da sola era un vero paradosso. Dal soprannome all’azione. William si faceva chiamare Spike. E amava discutere.
Chiuse gli occhi un istante, riassaporando le vertigini della sua giovinezza.
Che strano.. quante cose emergono dal passato, insieme ad un fantasma….

Inghilterra, 1851

“William, conterò fino a tre, poi dovrai dare spiegazioni per un materasso bagnato.” William aprì un occhio, stropicciandosi la faccia. C’era Edward, vicino al letto. Incorniciato dalla luce del mattino, con le braccia sopra la testa.. e una brocca tra le mani.
Un po’ d’acqua gocciolava giù, sui riccioli biondi.
E William fissava quei riflessi. Edward lo guardò, mentre si sedeva sul letto, dimenticando le minacce. Fissando la rifrazione infinitesimale nell’acqua. E null’altro. Non c’era nulla da fare.. quando prendeva quello sguardo.. ogni partita era persa.
Lentamente abbassò la brocca, posandola sul tavolino ovale. Spostando di libri, per non bagnarli.
Fogli spiegazzati, cartellette di pelle consunta piene di appunti… un calamaio e qualche macchia di inchiostro anche sulla tovaglietta ricamata.
“Uh, queste sono peggio..” – commentò, indicandole.
“Dici che non andranno via?” – domandò, sporgendosi e mettendo le lunghe gambe a penzoloni dal letto. Era alto per i suoi quattordici anni, già gli arrivava quasi alla spalla.
“Ah, non lo so.” – Edward scosse i capelli, con un mezzo sorriso – “Ma non ti preoccupare. Con te bisogna abituarsi ad avere inchiostro dappertutto.”
Era stato allora che William gli aveva sorriso. Alzando la testa verso di lui, con quell’espressione adorante che illuminava il mondo.

Ricordare William poteva essere il più profondo dei paradisi o il più ampio degli inferni.
Ma, in quel momento, era solo un attimo di oblio.
Si riscosse, quando sentì una mano sulla spalla.
“Spike si ricorda di te.” – ripetè Methos, scotendolo appena – “E puoi andare da lui in qualsiasi momento. E’ qui, adesso. In questa epoca, in questa città… devi solo decidere.”

No…
La verità, Methos.. è che ho paura…
Il passato è così poco potente, rispetto al presente.
È soltanto più buio e insidioso…
… e intenso…
e mio fratello si chiamava William, non Spike.

“No.” - Edward scosse la testa, spostandosi, lasciandosi andare sul divano – “Non lo farò. Lasciamo le cose come stanno.”

***

Tra il lasciare le cose come stanno e il mettersi il cuore in pace passava, come si suol dire, un mare.
E un mare in tempesta, si sarebbe potuto specificare, osservando Edward esercitarsi nell’ampio spazio a disposizione.
Methos, senza troppi rimorsi, aveva congedato Faith.
Una telefonata suonata pressappoco in questo modo.
“Perché, hai di meglio da fare?” – l’aveva provocato la cacciatrice.
“Di meglio no. Non mi va di averti tra i piedi.”
E Faith, ovviamente aveva apprezzato quella risposta.
Methos era per lei uno spirito amabile con cui essere perennemente in disaccordo. In una famiglia in cui la comprensione per lei sembrava infinita, il suo istinto la conduceva talvolta verso vecchie adrenaliniche abitudini.
Picchiare, provocare e sedurre.
E sentirsi in aperta battaglia con le idee degli altri.
“Ma bravo, Osservatore. Se lo sapesse il consiglio…”
“E tu di’a wes di fare la spia. Gli farà guadagnare punti.” – aveva ribattuto.
Prendendosi il telefono sul naso.
Senza troppo stupirsi della risata di Faith che aveva accompagnato la caduta della linea. Con Faith fuori dalle scatole, la sua giornata sarebbe stata a disposizione di Edward.
Finchè il sole batteva, implacabile, sulle loro teste, non avrebbero corso il rischio di incontri ‘imbarazzanti’. A meno di due isolati da loro c’era l’Hyperion. Ma Edward aveva comunque sbattuto la sua sacca in un angolo, senza aspettare un invito ufficiale. Era sua intenzione fermarsi, almeno un paio di giorni.

Era ombroso e di scarsa compagnia, almeno per il momento. Aveva domande che non non avrebbe riportato a casa senza risposta.
E forse, nel profondo del cuore, non gli andava nemmeno di restare solo.
In centocinquant’anni di vita, Edward aveva condotto un’esistenza libera, senza abbandonarsi mai agli eccessi e all’onnipotenza. Aveva vissuto come voleva, come riteneva che fosse giusto.
I primi anni, lontano dall’Inghilterra, con Methos, era serviti per realizzare gli impellenti sogni che si portava dentro, l’indispensabile bagaglio di ognuno di noi.
Aveva respirato l’Asia e Methos aveva scoperto in lui un appassionato storico e un attento esploratore. L’aveva educato, perfezionando il suo talento nell’uso dell’arma bianca, lasciandolo libero di sperimentare le sottili e letali katane giapponesi e tecniche di combattimento più adatte alla sua corporatura.
Edward era veloce, molto più agile di quanto non fosse Methos, ed aveva presto rinunciato ad una spada che gli impegnasse entrambe le mani. Spade dall’impugnatura cesellata, armi europee quanto orientali avevano finito con il divenire parte del loro bagaglio.
A differenza dei suoi simili, non aveva una lama prediletta, bensì un culto per l’arma nelle sue svariate forme. E amava girare armato, indipendentemente dal perenne gentilissimo rifiuto che opponeva alle richieste di duello poste da coloro che desideravano, senza alcun segreto, aggiungere la sua splendida testa alla lista dei trofei.
Uno tra loro, addirittura, si era beato all’idea di poterla rimpicciolire e portare sempre con sé, per onorare quell’aspetto fiero e nobile. E i suoi occhi avevano continuato a manifestare quella brama nella testa ormai staccata dal corpo.
Lui e Methos si erano separati nei primi anni del 1890. La loro convivenza si era protratta ben oltre il periodo necessario per garantire la sopravvivenza di un novellino. Per puro piacere, Methos aveva continuato a viaggiare con lui, senza troppo rimpiangere le brume londinesi. E senza mai stupirsi di quei silenzi che talvolta cadevano tra loro.
Le ferite di Edward erano fresche e ci sarebbe voluto ben più di una manciata di desideri realizzati per iniziare a rimarginarsi. Il tempo passava e il desiderio di sapere cosa fosse successo a casa, cresceva, innegabile.
Eppure, per quanto il richiamo talvolta divenisse insostenibile, Edward aveva voltato le spalle al passato. E puntato verso un futuro in cui il raggiungere un obbiettivo implicava averne già uno nuovo.
Nel corso dei decenni successivi si erano visti ben poco.
Methos era difficile da rintracciare e Edward aveva sfruttato la sua abilità di adattamento per entrare perfettamente in sintonia con le epoche che attraversava. E questo gli aveva permesso di godere di una certa tranquillità. Dapprima si erano limitati a incontro voluti dal caso. Poi, nel ventesimo secolo, attraverso le rivoluzioni sociali e le nuove tecnologie, avevano iniziato a programmare i loro incontri.
Da un anno all’altro, in posti del mondo dove si sarebbero attesi solo per poche ore, prima di riprendere la loro strada.
Essere forti con una arma in mano significava sopravvivenza, ma non certezza. Ed entrambi, diversi per età e carattere, erano comunque uniti dalla consapevolezza che, un giorno, uno di loro avrebbe atteso l’altro invano.

A metà degli anni novanta, Edward l’aveva raggiunto a Parigi.
Si era presentato, inatteso, per comunicargli che il Nuovo Mondo lo attendeva.
Desiderava stabilità. Aveva viaggiato molto. Ed ora voleva fermarsi e vivere.
Semplicemente.
E poi era ripartito, perdendosi nuovamente nel vasto mondo.
Disinteressandosi di Methos, fino al giorno in cui un’amica in comune non gli aveva detto dove avrebbe potuto trovarlo.
E Los Angeles non era poi così lontana…o, perlomeno, era nello stesso continente…

Edward fece un altro giro in cerchio, tornando a mettersi in posizione. Indossava un paio di pantaloni morbidi, grigi e si allenava a piedi nudi. Il sudore gli dorava la pelle e faceva risaltare maggiormente una lunga cicatrice sul braccio che nemmeno l’immortalità avrebbe potuto cancellare.
I capelli umidi erano buttati indietro, in riccioli scomposti. Il lieve accenno di barba che Methos non aveva prontamente notato al primo esame, conferiva allo sguardo una maggior profondità.
Laghi infiniti, concentrati in una nuova serie di parate e affondi.
“Vuoi un avversario?” – domandò Methos, abbassando il libro.

Eternità:Cronache di Anime e Sangue

Alla fine era tornato alle sue letture, lasciandolo riflettere in pace. Ed anche se leggeva più volte la stessa riga e non provava più interesse a sapere chi fosse l’assassino, si sentiva calmo.
E pronto ad un nuovo round.
“No, grazie.” – Edward stava compiendo un’ampia rotazione, fendendo l’aria con la spada. Un movimento liquido e controllato.
“Sei decisamente migliorato.” – si complimentò.
Facendolo inaspettatamente sorridere.
“Ma meno male. Con un secolo di allenamenti giornalieri!” – replicò, ironico – “Non ci fosse miglioramento potrei anche deprimermi…”
“In effetti…” – soppesò Methos, chiudendo il libro e lanciandogli l’asciugamano – “allora, che ne dici se violiamo il nostro accordo e parliamo un po’ di questa storia?”
Edward si strofinò la faccia, lasciando scivolare la spada su uno dei materassi
Il nostro accordo…
Me ne ero dimenticato.

Egitto, 1857

“ Risparmiami i commenti.”
“Non intendevo dire nulla.” – replicò Methos, restando in piedi, le mani nelle tasche dei pantaloni.
Edward, in tenuta coloniale, con la carabina tra le mani e i piedi sul tavolo, lo fissò.
“In tal caso.” - rispose, senza smettere di essere vagamente ostile – “Ti ringrazio.”
Methos fece due passi verso di lui, togliendogli il fucile dalle mani.
“Vedi, Edward…” – spiegò, aprendolo e poi impugnandolo per controllargli le diottre – “Io ritengo che tra le persone intercorrano sempre dei taciti accordi. Il nostro implica che io attenda che sia tua a parlarmi degli affari tuoi. E non il contrario.”
Edward non era abbastanza stupido da ritenere che Methos si credesse una prima donna. Per quanto quella frase fosse stata scarna e leggermente pedante, aveva ugualmente compreso.
E apprezzato.

“Cosa vuoi sapere?” - domandò, sedendosi a terra, a gambe incrociate, con l’asciugamano sulle spalle.
“Se mai, cosa vuoi sapere tu…” – rispose Methos, allungando le gambe sul divano. “Io assolutamente nulla. Ho già fatto la mia scelta… no?”
“Certo. Ma ciò non toglie che tu abbia ancora qualche domanda senza risposta.” – spiegò, fissandolo. A quanto pare, i Coventry avevano la provocazione e l’ironia anche come armi di difesa, direttamente incise nei cromosomi.
E lui che si stupiva ancora di questo fatto…
“Sei sicuro che non ti abbia riconosciuto?” – domandò Edward, cambiando improvvisamente idea.
“Ne sono sicuro.” – sospirò, alzandosi. E anche fosse che si ricorda, non gli importa.
Non sono io quello che sono morto, nel suo cuore… potevi essere in una stanza piena di gente. Ma eri l’unico che William vedeva.
“Ma come, te ne vai alla prima domanda?” – sbraitò Edward, torcendosi per vedere dove stava andando.
“Oh santo cielo, Eddy!” – replicò Methos, sbattendo lo sportello del frigobar. E aprendo un lattina – “Birra! Ne vuoi una?”
Edward si morse le labbra. E scosse la testa, in segno di diniego.
“Stavamo dicendo..” – riprese Methos, ignorando il suo nervosismo – “Non mi ha riconosciuto. E io ho impiegato parecchio a riconoscere lui. Ti assomiglia ancora parecchio.. ma quei capelli…”
“Perché, che hanno i suoi capelli?”
“E’ biondo…”
“E’ sempre stato biondo…”
“No, Edward. Intendo dire che è biondo platino. Ossigenato.”
Il ragazzo aveva sbarrato gli occhi. Si era dimenticato l’agitazione e le mani, che poco prima si erano strette una sull’altra, erano abbandonate sulle ginocchia.
“Stai scherzando!” – boccheggiò.
“Oh no, per niente! Lo si vede benissimo al buio!” – ribattè, ridendo – “Li porta tagliati a spazzola. Da qualche tempo li tiene sparati verso l’alto, modello Billy Idol.
Il quale, da quanto dicono, ha preso da lui già negli anni ottanta e…”
“Aspetta, così è troppo, non ti seguo!” – e siamo solo ai capelli…– “come sarebbe a dire che Billy Idol ha preso da William?”
“Io non so se sia vero, ma così racconta lui. Ma andiamo avanti. Fuma come un turco, non le manda a dire a nessuno ed è un combattente come pochi.”
“William combatte?”
“In qualche modo deve difendersi dai suoi nemici che il più delle volte hanno tentacoli e tendono al verde.” – Methos bevve un sorso – “E’ veramente bravo. Lui ed Angel si allenano spesso nel corpo a corpo e sono un gran bello spettacolo. I suoi sensi sono molto sviluppati, come i suoi movimenti. Ma ho l’impressione che talvolta se ne dimentichi. Per certi aspetti, è molto umano. Per altri.. bhe, per altri diciamo che c’è l’inconscio demoniaco.”
Edward aveva abbassato gli occhi, a questa frase. Le ciglia color miele erano lunghe e gettavano una leggerissima ombra sugli zigomi.
“cosa intendi per inconscio demoniaco?”
“Non è facile da spiegare. L’esempio più lampante è la mutazione dei lineamenti. E del colore degli occhi. Il suo organismo si potenzia, diviene più veloce ancora. E forte. Certe volte è una perdita del controllo. È come se in lui vivesse un altro, così potente da poterlo dilaniare.
Credo sia per questo che è divenuto così forte. Combatte con se stesso, ora più che mai, per via dell’anima. Eppure è equilibrato, almeno in apparenza.”
Edward era tornato a stringersi le mani, pensosamente.
“In lotta con se stesso.” – mormorò, quasi soprappensiero – “ non so se posso immaginare quanto sia devastante questo fatto. È più forte di me domandarmi se non lo fosse già in vita…”
“Anche lo fosse stato, ora è una cosa diversa. Il demone è una cosa diversa da un dissidio interiore umano. Ci sono molti studi noiosissimi a riguardo, ma se semplifichiamo il tutto, possiamo dire che il demone, quando subentra, è abbastanza forte da scacciare l’anima, ma non da ucciderla. Il che implica che questa, con sistemi non meglio definiti, possa tornare… con una piccola, irrilevante, manciata di sensi di colpa…”
“Piccola e irrilevante quanto?” – domandò Edward, alzando un sopracciglio e stando al gioco.
“Proporzionale all’esistenza, Edward.” – replicò Methos, interrompendo il sarcasmo e abbassando la voce – “Si può impazzire per la consapevolezza di un delitto. Ma se i delitti sono centinaia… no, è un discorso inutile. Quello che passa per la testa di Spike è incalcolabile. Tu sai quanto può essere lunga un’esistenza. Ora prova immaginarla senza coscienza. E con malvagità pura.”
Non era una cosa facile da accettare. Edward non riusciva a far coincidere le informazioni con i suoi ricordi. Non c’era più nulla, nulla.
Methos, senza curarsi delle sue riflessioni, stava seguitando a parlare.
“Lui e Angel sono casi unici, sulla terra. Per cui non basta il loro rimorso. C’è anche la Redenzione, sommata ad una valanga di profezie, mezza tonnellata di leggende e una punta di Predestinazione… ma questo discorso te lo risparmio. Intanto suppongo che tu abbia qualche decennio a disposizione, per sviscerare l’argomento.”

Era vero.
Forse più ancora della crescita di William, si sentiva attratto da quel mondo. Un mondo fantastico, a un passo dalla fantasia. Un mondo oscuro, di regole che gli sfuggivano.
Per la miseria, fratellino.. ci sei riuscito a finire in uno dei tuoi libri…
“vorrà dire che studierò.” – commentò, asciutto, sdraiandosi e puntellandosi sui gomiti – “dimmi qualcosa che non troverò in biblioteca.”
“tutt’altro. Ti dirò proprio una cosa che troverai in biblioteca. Perché è basilare.” _ Methos accartocciò la latina, provando a fare canestro – “Spike è famoso tra i vampiri. È conosciuto anche come William il sanguinario.. o come l’uccisore delle Cacciatrici.”
Sanguinario…
Uccisore…
Aspetta un momento….
“E cosa sarebbero le Cacciatrici?”

***

E Methos, pazientemente, gli aveva raccontato del grande amore di William per le Cacciatrici. Della morte che aveva donato loro, della passione con cui l’aveva fatto.
Come se avesse riflettuto a lungo, a riguardo. Un po’ per volta, in quella grande storia che aveva a che fare con gli opposti del mondo, con il bene e il male, i vampiri e le Cacciatrici, Spike aveva trovato il suo posto.
Dalle tenebre da cui proveniva, aveva radunato la forza necessaria per combattere contro quella singola fanciulla predestinata. A modo suo, aveva ucciso la sua morte, in lei.
Con quel trasporto che da vivo aveva coltivato nella bellezza. E che ora ritrovava nella lotta pulita.
Ballare con le Cacciatrici. Un pensiero romantico, che lo aveva distinto da vampiri ben più anziani di lui. Una passione che aveva fatto di un predatore un artista.
Questo è sbagliato, sussurrò Edward.
Spike è l’opposto. È colui che, nato artista, è divenuto predatore.
Su questo posso garantire io stesso.
Comunque sia, riprese Methos con l’aiuto di un nuovo caffè, Spike è stato sopra le aspettative di molti.
Due cacciatrici morte. Una in Cina, l’altra a New York. E, tra le due, si possono ricostruire i suoi spostamenti in base all’attivazione delle prescelte.
Sanno che le uccise sono queste. Ma non sanno su quali altre Spike abbia saputo metter mano, in un modo o nell’altro.
“Una frase interessante.” – rise Edward. Quel quadro del suo imberbe fratellino lo deliziava nella misura in cui gli faceva male.
La società di cui avrebbe dovuto far parte lo aveva scartato, come un esemplare di seconda scelta. E lui, in cambio, si era preso il mondo, in molte sue forme.
Chissà quanto c’era di sbagliato e terrificante, nelle sue avventure. Ma Edward, con la parzialità con cui l’aveva sempre amato e la difficoltà a immaginarlo come un malvagio puro, non poteva che pensare alla rivincita che William aveva avuto sui pregiudizi.
“Ora è un eroe. E anche se non può cancellare il suo passato, ha un presente che ti renderebbe fiero di lui.”
“io non ho mai smesso di essere fiero di lui.” – commentò Edward, piantandogli addosso quegli occhi – “nemmeno un istante.”
“Forse non immagini la portata di quello che ha fatto tuo fratello come vampiro. Ha ucciso, Edward, con la miglior freddezza. Ha bevuto sangue come se fosse sangria, senza trovare mai un motivo per fermarsi.” – Methos non poteva tollerare le illusioni. E non voleva, soprattutto, che Edward ascoltasse una storia horror ritenendola una fiaba – “So benissimo come tu stia pensando a quanto si è riscattato dalle prese in giro dei suoi compagni di giovinezza. Ma credo anche che tu sappia fermarti a riflettere sul fatto che è un demone. E che non puoi negare questa evidenza.”
“perché, solo i demoni massacrano per la gloria?” – ringhiò Edward.
Era un colpo basso, come quello che gli era appena stato inferto.
E Methos sapeva di esserselo meritato.

Istambul, 1860

“Ti aspettavi che te lo raccontassi?” – Methos provava il desiderio di strangolarlo – “credevo che sapessi che non è mia abitudine tirare fuori episodi delle mie vite passate. Non capisco cosa ti stupisca.”
“Forse questo mi sarebbe piaciuto me lo raccontassi tu, piuttosto che scoprirlo in questo modo.”
“Scusami tanto, Edward, se non mi andava di raccontarti uno dei miei massacri preferiti.” – Methos piantò entrambe le mani sul tavolo, fissandolo in viso – “E non mi andava di raccontarti i tempi della mia vita in cui mi tenevo la gloria come amante… stai pur certo che non si regalano gioielli ad una femmina del genere.”
“Methos.” – Edward si passò una mano tra i capelli e lo fissò – “mi dici che c’è che non va? Non ti sto giudicando. Ripeto: avrei solo voluto saperlo da te.”
“oh, ma smettiamola! Tu non vuoi capire. Tu vuoi che io ti racconti le mie avventure. Ma sono sbagli, puri e semplici. Sbagli. Uccisioni. Distruzione. Staccati da questo mito dell’eroe, per favore! A voi europei basta uno squillo di tromba per chiamare in causa l’onore. In battaglia si muore, Edward. E quelli che non muoiono possono sfruttarlo a loro vantaggio.”
Si era mosso, ed aveva spalancato la porta. Era già con un piede fuori dalla soglia, quando si voltò, la mano allo stipite.
“Ho cinquemila anni, Edward. Metà degli immortali che incontrerai avrà una storia su di me. E quando sentirai magnificare la mia arte della guerra, ricordati che era solo violenza.”

Quel giorno l’aveva invitato a giudicarlo. A ricordarsi che si può assecondare il male o il bene. Che il libero arbitrio è connesso a una forma di giudizio.
Aveva visto troppi immortali adorare il dio che vedevano allo specchio. E non poteva accettare che Edward perdesse la sua linearità di pensiero. E il suo senso di giustizia.
Oggi, il problema si ripresentava.
“Non ragionare con il cuore, Edward.” – brontolò Methos – “Non negare mai le decisioni che Spike ha preso. E le conseguenze che ci sono state. Lui è il primo che non accetta di farlo. Chiama le cose con il loro nome, anche quando vorrebbe nasconderle. Lui è un demone. E ci sono momenti in cui ne va fiero. Ma non verrà mai a raccontarti con orgoglio dei bambini che ha trucidato e delle feste in cui si é servito ma non dal buffet!”
Si era alzato, affacciandosi da una delle ampie finestre. Poi si era voltato, appoggiandosi al davanzale.
“Pertanto, se lui è il primo che cerca di avere un po’ di obbiettività, fammi il piacere di averne anche tu.” – accennò un sorriso – “l’unica debolezza dei tempi andati che Spike continua ad avere, comunque, sono proprio le Cacciatrici.”
l’aveva detto con un tono divertito, abbandonando quel rimprovero mosso tanto prontamente.
Edward, tralasciando per un istante il pensiero di Spike e della sua dannazione, si domandò cosa potesse importare al suo mentore di tutto questo. Era assolutamente intollerante nei confronti della magia. I riti asiatici e africani a cui aveva assistito insieme gli avevano dipinto sul volto un’espressione di freddezza e rispetto che rasentava il disinteresse.
Allergico. Ecco come si definiva, allergico.

“dapprincipio mi viene un gran nervoso… poi il desiderio di spaccare tutto.. poi non riesco più a muovere un passo…e poi, se proprio non posso andarmene, cerco di calmarmi e pensare hai fatti miei.”
“Deduco che ne hai visti, di riti magici.”
“oh certo, ci sono giorni in cui non ho altro sotto agli occhi. Ma se posso li evito… come la peste…”

Edward non ricordava dove avessero avuto quella conversazione. Quello che era certo, era il vago disgusto di allora che Methos stava tirando fuori adesso.
“E poi c’è Wes, che potrebbe piantarla con quei suoi dannati libri. C’è un incantesimo per questo… E uno per quello… esorcizziamo il ragazzino dei giornali, così la pianterà di spaccarci i vetri.. imprigioniamo in una dimensione infernale la barista che mi ha mandato in bianco… no, in effetti non è a questi livelli… ma credo tu abbia capito.”
“oh si.” – Edward annuì, serissimo. Passando dalle sopracciglia aggrottate al sorriso – “A parte chi è Wes, il resto è ok.”
“Wes è un Osservatore. Si occupa di una Cacciatrice.
Cioè, si occupava, adesso sono io l’Osservatore.”
Edward lo fissava, indecifrabile. Aveva inclinato la testa da un lato, con aria perplessa.

Eternità:Cronache di Anime e Sangue

Se i suoi zigomi fossero stati più affilati, e di colpo si fosse acceso una sigaretta, Methos l’avrebbe chiamato Spike.
E ci avrebbe litigato.
“Senti un po’…” – mormorò il ragazzo, alzandosi e piantandosi le mani sui fianchi – “Tu ti stai divertendo a confondermi.”
“Io? e come sarei riuscito in questo?”
“Vampiri, Cacciatrici, Osservatori.” – enumerò alzando la mano sinistra e dando modo a Methos di vedere un tatuaggio allungato sul polso e sul dorso – “Incantesimi, Redenzione, Omicidi.”
“Se hai elencato sei punti, come fai a enumerare ancora con una mano sola?”
Edward lo fissò. Gli occhi divennero due fessure e lui si voltò, andando spedito verso la sua sacca.
Ecco.. mi sono giocato la testa..
Lo sapevo…

Lo scatto di un accendino.

Methos si sentì come colpito da un fulmine. E lo guardò, sbalordito.
“Ricominciamo.” – ringhiò Edward, stringendo il filtro tra i denti – “E con ordine.”

***


“Adesso.” – commentò, sei sigarette dopo – “Mi è tutto più chiaro.”
Edward, come sempre, non si era smentito. Aveva ascoltato, senza un commento, le motivazioni che avevano spinto Methos ad accettare quel compito ingrato. Si era sorbito le spiegazioni su cosa fossero gli Osservatori e un paio di teorie metafisiche.
Aveva schematizzato i pro e i contro.
E, dulcis in fundo, aveva focalizzato l’aspetto base.
“perché Doyle ti ha ficcato in questo casino?” – domandò, incrociando le braccia. Lui e il demone non si conoscevano di persona. Ma Edward aveva conosciuto Sinead e aveva avuto una parte dei segreti di Methos in dono, molto tempo prima.
Per molti aspetti, Methos era la sua famiglia. Edward, cresciuto in una casa serena e arricchito da questa fortuna, non concepiva la vita senza legami. A modo suo, nel suo piccolo, si sentiva legato a quell’irlandese che Methos aveva tutelato e cresciuto.
“Perchè è il suo dovere di figliastro.” – ribattè Methos, ridacchiando.
“Non hai l’aria del martire…”
“Se non mi andava, non lo facevo.”
“Giusto, me ne ero scordato.”
Methos appoggiò la testa alla mano, fissandolo.
“Altre domande?”
“No. Mi sembra di aver capito abbastanza.” – commentò, spegnendo l’ultima sigaretta nel posacenere – “Finiamo solo la storia…”
“E’ finita. Sono qui, c’è Faith… fine.”
“Non me la bevo.”
“Non me la porto a letto, se è quello che vuoi sapere.”
Edward lo fissò, appoggiando il mento alle mani intrecciate. Sorridendogli, dapprima con lo sguardo…
“perchè, è riserva di caccia di qualcun altro?” – lo provocò.
“Sei impossibile.” – boccheggiò l’immortale – “Sono passati centocinquant’anni, Edward. Non puoi violare la privacy di tuo fratello. È nei suoi diritti tenere per sé certe cose.”
“Infatti non ho chiesto a lui ma al mio amico immortale. E questo mio amico immortale, permettimi il gioco di parole, essendo un buon osservatore…”
“Si, certo. Un buon Osservatore, con la O maiuscola rispetta i segreti della sua Cacciatrice.”
Edward gli sorrise, con aria da monello.
“perfetto. Ho saputo quel che volevo.” – commentò, stiracchiandosi – “Grazie.”
E Methos, suo malgrado, ammise la sconfitta con una risata.

“Doyle dice sempre che era nel destino di Spike farsi sconfiggere da una Cacciatrice.” – aggiunse, più tardi, mentre Edward impilava i piatti del pranzo e li posava in cucina.
“E William come gli risponde?”
“Fatti i cazzi tuoi, tappo irlandese.”
Edward rise, aprendo il rubinetto.
“Bella risposta.” – si soffermò un attimo, poi prese il coraggio per chiedere – “E dimmi un po’.. qualcuno lo chiama ancora William?”
“Solo Angel. Ma per gli altri è Spike.”
“Perché solo lui?”
“Spiacente, non ho risposta.”
Angel. Per quanto provasse a tenere sotto controllo le sue emozioni, tutto quello che stava accadendo non gli dava pace.
William non distava più di due isolati. Mai, nel tempo e nello spazio, erano più stati vicini come ora.
Eppure si trovava dannatamente lontano.
E in mezzo a loro, insieme a tutti il resto.. Angel.
Spike viveva sotto lo stesso tetto del suo assassino.
No, non riusciva a capire.
“Edward.” – canticchiò Methos, passandogli accanto – “ Angel non è quello che pensi.”
“Devo porre mio fratello sulla bilancia della morale e della giustizia.” – commentò Edward mantenendo lo sguardo fisso – “E usare un altro metro per Angel? Mi sembra un controsenso.”
“Non ti sto dicendo di usare un altro metro per Angel. Ti sto parlando del beneficio del dubbio. Se Spike lo rispetta, un motivo deve esserci.”
“Non ne dubito… ma non condivido.”
“ne sei veramente certo?”
Il tono di Methos era risuonato strano.
Edward non si mosse. Sapeva che c’era dell’altro.
E attendeva.
“Sei sicuro che non si possa andare d’accordo con il proprio carnefice?”
Edward si voltò lentamente. Methos era a braccia conserte, appoggiato contro il frigo.
Ed era serio.
E del tutto privo di emozione.

Londra, 1857

Lo seguiva da quando era uscito di casa. Passo dopo passo, cercando di mantenere la sua andatura, cercando di non raggiungerlo. Guardandolo rallentare, come se stesse per cadere, e poi riprendere a camminare.
Nell’osservare quella figura, alta e fragile, Methos si sorprendeva a trattenere il fiato. Il cuore gli martellava, fin dentro le tempie, dandogli l’impressione che il mondo fosse un unico mormorio indistinto.

Camminava lento, assorto nei suoi pensieri.
E per quanto fosse diritto come giunco e elegante, come sempre, ogni passo gli costava una fatica immensa.
Londra era tiepida, quella notte. L’aria era dolce, e il ragazzo la inalava piano, senza rimpiangere la brezza di mare che aveva respirato nelle settimane precedenti.
Era tornato a casa. E non se ne sarebbe più andato.

Aveva pregato che non accadesse mai, che una morte violenta non gli si parasse sulla strada.
Era ad un passo dalla certezza che questo non sarebbe mai successo… e ora…
Ora…

Ancora pochi passi, e sarebbe stato troppo tardi.

Era il momento di decidere.
L’ultima via buia… l’ultima prima che fosse a casa.
L’ultima…

Accelerò l’andatura, raggiungendolo. La sua mano, al di sotto del mantello, aveva già trovato quello che cercava. Senza esitazione.
Il giovane lord era fermo, a pochi metri dal lampione successivo. La sua mano guantata stava sfiorando i mattoni impregnati di umidità, macchiando i polpastrelli di una tonalità quasi nera.
Era languido, nell’inclinare la testa, cercando di catturare ancora più aria.
Nemmeno il leggero rantolio che ora Methos sentiva, interrompeva quel dialogo silenzioso con il mondo circostante.

Una notte pura, con poche stelle. Una notte indimenticabile…

Sapeva cosa fare.

Aveva smesso di porsi quella domanda. Non voleva più sentirla, prepotentemente al centro del cervello. Non voleva più porsi problemi, a riguardo.

Non c’erano che un paio di metri, tra loro.
Adesso gli stava alle spalle.
Vicino.

…la mano ancora contro il muro…
… gli occhi socchiusi, la testa indietro, in attesa di una risposta dal creato…

“Edward.”
Lo chiamò e attese si girasse, l’espressione interrogativa, nel riconoscere il timbro della voce.
Poi fece fuoco.

Edward finì di impilare i piatti, in silenzio.
E Methos, dopo un attimo, si mosse, passandogli a fianco, e salendo veloce le scale del ballatoio.

***

“Permesso?” – Edward si affacciò alla porta. E Methos, con aria ossequiosa, abbassò il libro e lo fissò.
“Avanti.” – rispose.
Edward era in piedi, davanti alla scrivania, con le mani in tasca.
“Facciamo pace?”
“Dai, siediti…”
Edward sprofondò nella poltrona di pelle nera, scompigliandosi pensosamente i capelli. “Non ce la faccio, Doc.” – mormorò, tornando all’appellativo del passato – “Per quanto mi sforzi, non riesco a venirne a capo. Mi sembra che la testa possa esplodermi da un momento all’altro.
Mio fratello… l’ho perso così tanto tempo fa… lui è uno di quei volti che ci lasciamo alle spalle, quelli che dobbiamo perdere inevitabilmente. E ora… cosa sarebbe stato, se le cose fossero andate come dovevano? Sarei morto solo io, Methos? Era inevitabile quello che gli è successo?”
“Non lo so, Eddy. Nessuno lo sa. Quello che so, è che tu non ne hai colpa. Tu sei morto. Per tutti loro, sei morto comunque. E William… può darsi fosse destino, realmente. Ma credere nel fato è una scelta, non una realtà assodata.”
“Gli immortali nascono predestinati. Cosa ci distingue dai mortali? Solo noi abbiamo un destino?”
“La nostra è una possibilità, non un dogma. Possiamo vivere e morire nel nostro letto, secondo le leggi di natura. Solo una morte violenta ci dona l’eternità, lo sai bene. Anche noi siamo guidati dalle coincidenze. O dalle scelte altrui, nel tuo caso.”
Edward abbassò gli occhi, assecondando la battuta, con l’ombra di un sorriso.

Eternità:Cronache di Anime e Sangue

Non ne avevano mai parlato.
Mai, in tanti anni, Edward aveva chiesto Methos il perché di quella decisione. Anche se poteva immaginarlo e forse, nel suo intimo, esserne addirittura lusingato.
Methos l’aveva ucciso. Gli aveva puntato contro una elegante pistola intarsiata e aveva sparato, guardandolo fisso in viso. L’aria si era riempita dell’odore di bruciato della polvere e, un istante dopo, tutto era divenuto caldo.. e poi troppo freddo…
E poi il mondo era cambiato.
Per sempre.
E in quel mondo ormai diverso… c’era ancora Methos.
Con i suoi difetti e la sua vita caotica. E la sua saggezza, svezzata dal tempo.
Ed Edward che, come William, si svegliava la mattina sorpreso di quanto la vita l’avesse portato a vite ignote, non aveva mai immaginato diverso un singolo minuto che aveva passato, correndo, alle spalle di Methos.

Eppure restava sempre la domanda, insidiosa. Il giusto e lo sbagliato, ancora una volta in gioco.
Perché.
Perché farsi carico di una scelta che Edward avrebbe potuto rifiutare?
Con quale diritto?
Secondo quale incomprensibile piano?
Perché... perché andare contro le proprie idee in questo modo…

Methos, a modo suo, stava seguendo gli stessi ragionamenti.
Le sue concezioni dell’esistenza… e il non essersi mai pentito di avergli sparato.
Aveva avuto un motivo ben più valido di qualsiasi credo.
La vita, contro la morte.
Il dolore…

No.
Non intendo tornare sui miei passi. Ripercorressi la mia strada un’altra volta.. anche solo con il pensiero… sarebbe una volta di troppo.
Quel che fatto è fatto.
Senza rimorso.
E senza pentimento.
“Già.” – commentò, incrociando le braccia e dandosi ragione. Prima di ricordarsi che c’era Edward seduto dall’altra parte del tavolo.
E che, con uno spettatore, è meglio non mettersi a parlare da soli.
“Che c’è!” – domandò, infastidito, allargando le mani – “Mai visto uno che pensa?”
“Come no.. ne ho visti a migliaia… ma che adesso tu voglia far parte della categoria…”
“Non mi provocare, Eddy.” – Methos gli mise un dito sotto il naso, protendendosi sulla scrivania – “Perché se dici un’altra parola poco gentile, ci rivedremo nel ventiduesimo secolo.”
“Chissà che pace…”
“Guarda che ho sentito…”
“Ma se non ho detto nulla…”

E fu in quel mentre, che suonarono alla porta.
“Resta qui.” – ordinò Methos, alzandosi.
E non passò molto, che Edward potè sentire Methos parlare. E poi lo scatto della porta che si chiudeva.
“Ti avevo detto di non venire….”
“Si, lo so.” – replicò una voce femminile – “Ma me ne sono fregata.”
Una bella voce rauca e beffarda.
Edward si sporse, inarcandosi sulla poltrona.
Cercando, con addirittura i piedi puntati sulla scrivania, di vedere con chi stava discutendo Methos.
“Faith, ti ho detto che oggi ero impegnato.”
“No, hai solo detto che non avevi voglia di vedermi. E io ho deciso di non prenderti sul serio.” – replicò la ragazza, scivolando scompostamente sul divano – “Allora, osservatore, mi alleni?”
A queste parole, Edward decise che la posizione non lo favoriva. Rotolò giù dal bracciolo e fece il passo del giaguaro fino alla porta, affacciandosi sul ballatoio.

Osservatore sulla bocca di una ragazza uguale cacciatrice.
Un’equazione semplice.
Cacciatrice uguale Faith.
Mia cognata.

Da dove si trovava, vedeva solo due gambe vestire di nero con in fondo degli anfibi lucidi.
Continuava a sentire la sua voce roca, impegnata a ribattere a quella di Methos e a grondare sarcasmo. Si stava divertendo, alla follia.
E l’uomo, a metà strada tra l’istinto omicida ed il divertimento puro, le rispondeva per le rime, citando il suo seno grosso e le sue spalle da lottatrice.
Ma la ragazza non sembrava ugualmente prendersela a male.
Anzi, più lui sottolineava con bel garbo i suoi difetti, più lei svelava un nuovo epiteto che avrebbe fatto arrossire i frequentatori dei bassifondi londinesi.
Edward non credeva alle sue orecchie. Quella era la ragazza di William… e non aveva niente in comune con i grandi amori della sua adolescenza! Era concreta, dura, terribilmente disincantata. Probabilmente non conosceva preamboli e risolveva le discussioni collezionando le otturazioni dell’interlocutore.
E quanto gli piaceva!
Sentire Methos alle prese con quella tipa indomabile gli stava provocando ripetuti attacchi di risate che lui cercava di sedare, in qualche modo. Trattenendo il fiato, o pregando di restare serio e concentrato.
Forza, Edward… puoi farcela…
“Oh, va bene.” – commentò infine Faith, alzandosi – “Me ne vado. Tieni.”
“Che cos’è?” – domandò Methos, prendendo il foglio ripiegato che la ragazza gli porgeva.
“Non lo so.. una comunicazione di qualcosa. Westley mi ha detto di portartela.” – Faith si mosse verso l’ampio tavolo sotto il ballatoio, annusando distrattamente i fiori al centro, nella grande coppa di cristallo.
E, con quello studiato movimento incurante, entrò nella visuale di Edward.
Però…
Appoggiato alla parete, ruotando la testa il più possibile, poteva ammirare i capelli lunghi e scuri, le spalle ben disegnate e, tanto vale va ammetterlo, anche il seno.
Quella ragazza aveva delle…
“Da lì vedi anche dentro la scollatura fino all’ombelico?” – domandò Faith, parlando al tulipano che teneva tra le dita. E alzando gli occhi verso il ballatoio.
Edward appoggiò la testa alla parete, dandosi dell’emerito imbecille. E segnando, mentalmente, la capacità di ricezione di una cacciatrice.
È come un predatore, aveva specificato Methos, si può dire che veda sempre e comunque, al buio. Il che, tradotto in termini più concreti, significava stare sempre all’erta. Quella ragazza, Faith, era una parabola puntata sul pianeta terra.

Non poteva tirarsi indietro, senza attirare la sua attenzione.
E, a dire il vero, la cosa lo intrigava, parecchio.
Passare sotto il naso di Faith, non lasciar intendere chi fosse e fare, della possibile attenzione, un punto di forza.
“Non è mia abitudine spogliare le ragazze con gli occhi” – replicò, uscendo a appoggiandosi alla ringhiera – “Ma una conversazione come la vostra era tutta da ascoltare.”
Faith alzò lo sguardo, registrando l’alta figura, sospesa qualche metro sopra la sua testa. Aveva occhi chiari, e una corona di riccioli biondi a stento trattenuti dagli occhiali da sole che portava come un cerchietto.
Porca puttana…. E Methos tiene questo belvedere in studio…
Mmm… e bravo Methos…
Si voltò, con un’eloquentissima occhiata ammirata all’immortale. E Methos, prossimo ad un attacco di nervi o a una sincope, si domandò se non fosse anche il caso di arrossire.
Coventry… gli anni passano, ma tu resti sempre uno stupido dandy…
“Posso presentarvi?” – domandò… Faith, ti giuro che se lo guardi un’altra volta così, ti regalo la sua testa.. dopo avergliela staccata a morsi – “Faith, questo è un mio vecchio amico, Eddy. Eddy, lei è Faith...”
ecco.. cosa dico di Faith… se dico Cacciatrice capirà cosa sa Edward… se dico… taglia corto.
Lei è Faith. Punto.
“Piacere di conoscerti.” – replicò il ragazzo, scendendo le scale e tendendole una mano sopra la balaustra. Stava parlando un americano perfetto, del tutto privo di accento.
Dove era finita l’intonazione che dava alle parole? Adesso, senza ombra di dubbio, sarebbe passato per un perfetto californiano.
“Piacere mio.” – replicò lei, apprezzando la stretta forte e il sorriso aperto. Quel tipo aveva un savoir faire che la mandava su di giri – “ Adam, amico vecchio quanto?”
“Come scusa?” – commentò Methos, aggrottando la fronte e facendo finta di non capire.
“No.” – sorrise lei, enigmatica – “Niente.”
Non era convinta. Ma poco importava. Niente le dava fastidio in quello sconosciuto.
Anzi… lo fissò, come era solita fare con tutto ciò che incontrava, percorrendone la statura, dai mocassini fino al collo delle camicia slacciato. Focalizzando una giugulare pulsante e i segni della respirazione. Era perfettamente rilassato.. ma soprattutto era certamente umano. L’istinto non aveva nulla da obbiettare a questa conclusione.

Solo per un istante, soffermandosi sugli occhi e sullo sguardo con cui ricambiava, si sentì percorrere da un brivido. Un millesimo di secondo, non abbastanza per registrare un’intuizione mancata.
Era tutto a posto. E lei, contrariamente all’ intenzione di provocare il suo Osservatore ufficiale, dovette ammettere con se stessa che la sua presenza era inopportuna. Era ora di levar le tende.
Faith accennò un sorrisetto per chiudere quell’esame rapido ma quanto mai efficace.
“Vi lascio ai vostri discorsi.” – commentò, calcando la parola discorsi e provocando in Methos un’altra ondata di bile.
“Piacere di averti conosciuto.” – ripetè quell’Eddy, sorridendole di nuovo. Gli occhi gli brillavano decisamente, di un’ilarità repressa che Faith non sapeva spiegarsi del tutto.

Un vero dispiacere sapersi già innamorate e ritrovarsi di fronte quel dono dal cielo…

Eternità:Cronache di Anime e Sangue

Quel tipo era agli antipodi del suo vampiro… dal sorriso ai movimenti. Eppure…

Eppure Faith, per essere una Cacciatrice, mancava a volte della fantasia necessaria. I suoi forse e i suoi eppure, figli dell’intuizione, tendevano a finire nel reparto pensieri scartati.
Sicchè, il possibile punto di incontro tra Spike ed Edward, venne sbattuto nella categoria ‘ effetti di luce’.
Così vicino alla realtà da essere sorprendente.
Perché la luce che Faith aveva identificato su Edward, non proveniva da fuori... ma da dentro…

***

Venti minuti più tardi, rientrando all’Hyperion, avrebbe trovato Wes sotto il portico, intento a prendere una boccata d’aria.
“Fatto tutto.” – disse, scavalcando la panchina e andandogli incontro – “Ha detto che si farà vivo per parlarne. “
Ottimo, rispose l’Osservatore, girando le pagine del giornale. Interrompendo la lettura, nel notare la sua espressione pensierosa.
“Qualcos’altro?”
“No, niente di particolare.” – Faith scosse il capo. Poi, visto che non aveva nulla da perdere in dignità, azzardò – “Wes, posso farti una domanda?”
“Penso di si…”
“Ti è mai successo di incontrare qualcuno a cui si addica il termine ‘ rifulgente’?”
Questo si che era strano, detto da Faith.
Wes si trattenne per un pelo dal chiederle come diavolo sapesse una parola così forbita. Sarebbe suonato offensivo, gli ricordò il suo sangue inglese.
“Ma no, è un sciocchezza.” – aggiunse, subito dopo, la ragazza, movendosi per entrare in casa – “Lascia stare… si vede che frequento troppo Spike e le idee bacate.”

***

“Per la miseria, che ragazza…”
ecco, l’aveva ripetuto di nuovo. Passava dal tono entusiasta a quello ammirato, per tornare al perplesso e di nuovo allo stupito.
Methos alzò gli occhi al cielo, prima di infilare le mani nel cassetto e continuare a frugare.
Non che il foglio portato da Faith fosse di vitale importanza… ma cercare la documentazione relativa lo teneva occupato. E gli impediva di commettere un temporaneo omicidio sulla persona di Edward Coventry, inglese purosangue e idiota fin nel midollo.
“Pensi che questa tua esaltazione da pericolo scampato durerà ancora a lungo?” - domandò, sbattendo un raccoglitore sul tavolo e strappandogli l’elastico – “Perché passati i primi seicento modi di dirla, la tua esclamazione diventa piuttosto monotona…”
“Tu non lo pensi? Quella è nitroglicerina.” – Edward era tanto allegro da sembrare scimunito – “Ed è mia cognata per giunta!”
A quella frase, il sistema di autocontrollo di Methos si disinserì.
“La tua…” – si voltò, fissandolo – “Ma fammi il piacere! Spike non si sposa Faith!” “Perché?”
“Perché… per le croci sull’altare, che ne so! O perché sono tutte due prodotti del ventesimo secolo! Quei due vivono insieme, si amano, si odiano e non si mettono di certo le manette!”
“Methos, data la tua passione per il matrimonio, non mi sembra il caso che le chiami manette…”
“Ma proprio perché so di cosa sto parlando, so per certo che non se la sposa! Ma dico, da dove vieni per avere un’idea del genere?”
no.. questa non era una frase geniale…
“Nell’ottocento ci si sposava, Methos.” – replicò Edward, tallonandolo – “c’erano i principi morali, l’astinenza, il rispetto reciproco…”
“Certo, tre cose che ai tempi attuali mancano. Anzi, no, è cambiata l’impostazione: ti astieni dall’avere rispetto per i principi morali. Hanno gabbato il mondo con le parole, amico mio. E sono andati direttamente ai fatti!” – ribattè Methos, portando la sua bracciata di fogli al piano di sopra, salendo le scale così baldanzoso da far vibrare la lamiera sotto i loro piedi.
“Credevo che anche ai tuoi tempi funzionasse in questo modo.”
“A quali miei tempi ti riferisci? Perché sai, colleziono epoche come cartoline.” – aveva posato tutto sul ripiano in cristallo – “comunque, adesso, il matrimonio serve solo per vestirsi di bianco. E visto che Faith non ama i vestiti e tuo fratello non ha uno specchio per raddrizzarsi il papillon, non ci sarà cerimonia.”
“Aspetta! Mi stai dicendo che è vera anche la questione del riflesso?” – Edward aveva un buonumore incrollabile.. oppure un esaurimento nervoso – “magari anche quella delle bare…”
“No, quella no. Una bara sciuperebbe il suo trench di pelle. E questo è inammissibile.” – si accasciò sulla sua sedia, prostrato da quella discussione. E guardò quel ragazzo che gli rideva in faccia.
“ma che ho fatto di male.” – gemette, mentre Edward afferrava una sedia e si accomodava, a cavalcioni – “E chissà perché mi prendo così a cuore la questione…”
“Già.” – annuì Edward, ridendo – “Chissà perché.”

Methos lo fissò. Forse il perché stava tutto in quella risata. In quel modo di essere sereno che in Edward l’aveva colpito fin dal primo istante.
Quell’essere, senza ombra e senza esitazioni.
Quel vedere troppo lontano, quel non temere le sue responsabilità…
Edward, a differenza di molti, era nato per vivere.
E avrebbe vissuto a lungo. Non per la sua abilità nel maneggiare una spada. In lui l’eternità esisteva da sempre.

“Se mi fissi ancora così, finirò con il concordare con Faith.”
“Eh?”
“Vergogna Doc.” – Edward gli scosse un dito sotto al naso, con disapprovazione – “Tenere un maschio bello come me nascosto qui…”
Ancora con questa allusione. Methos lo fissò a bocca aperta, prima di riprendersi del tutto.
“ma non ti ci metterai anche tu adesso!” – esplose – “Ho avuto più di sessanta mogli e non sono arrivato al ventesimo secolo per sentirmi dire che sono stato sedotto da te!”
“Credevo fossero settanta…”
“sessantaquattro per l’esattezza. E chi sopravvive a sessantaquattro mogli sviluppa una pazienza impareggiabile.”
“Visto da qui, non si direbbe che tu sia paziente…”
“Vorrà dire che con le mie mogli ci sapevo fare!” – dichiarò. Prima di bloccarsi – “Ma che cosa sto dicendo…”
“me lo stavo chiedendo anche io…”
“Taci Edward…”

Taci, Edward.
E taci Spike.
Methos soppesò quel comando, riflettendo. Era la frase tipica di Wes.
Taci, Spike. Wes lo pronunciava distrattamente, fregandosi beatamente del secolo abbondante che il vampiro aveva più di lui.
E Spike non se ne aveva a male, mai. Come Edward.

“però.” – riprese Edward, stirando le braccia sopra la testa – “Che donna…”
No, era decisamente una partita persa.
“poteva riconoscerti…”
“No che non poteva. Per due motivi: potrebbe non sapere nulla di me.. e anche sapesse, non può associarmi direttamente con gli immortali solo perché mi trovo qui.” – Edward si complimentava ancora per se stesso, per quel trabocchetto – “Non devi necessariamente vedere una cosa che sai di non poter vedere…”
“Il ragionamento non fa una grinza. Ma sull’ultima occhiata ho temuto…”
Temuto per cosa, poi… cosa ci sarebbe di male, se lo scoprisse? Cosa potrebbe accadere, se questi due si incontrassero di nuovo…
Cosa, se non una gioia infinita…

Edward era lo stesso di allora. Per quanto fosse in grado di entrare nella mentalità della società in cui risiedeva, amarne i costumi e assaporarne le mode, restava comunque uguale al se stesso mortale.
Era maturato, ma questa non contava nei sentimenti.
Amava William nello stesso modo impareggiabile con cui l’aveva sempre amato.
Che non fosse più umano, che avesse centosettant’anni… non importava. Edward stava compiendo questa scelta con lo stesso spirito dei suoi ventiquattro anni.
Non gli importava il suo dolore.
Gli importava solo di non turbare William con la realtà.

“Sei certo di non volergli parlare?” – domandò, pensieroso, aspettandosi una qualsiasi risposta, compreso l’alzarsi e andarsene, sbattendo la porta.
“No, non ne sono certo. Ma non mi porrò il problema.” – Edward non sentiva il bisogno di preamboli – “William era pronto alla mia morte. Lo sapeva e non lo accettava. Può darsi che non lo abbia accettato ancora adesso. Ma adesso, in ogni caso, è una partita chiusa.
Mi ha lasciato nel passato, come io ho lasciato lui. Non torneremo indietro….”

Ti stai sbagliando…
Non ti ha lasciato nel passato.. ti ha portato con sé, fin nel mondo moderno…
Ti ha portato con sé da sempre…

Los Angeles, Hyperion

“Cordelia, questa torta è impareggiabile.” – commentò galantemente Methos, masticando con più tenacia del solito, ma con un sorriso tutto fascino.
Doyle stava bevendo un sorso di caffè. E ci stava affogando la risata beffarda con cui avrebbe volentieri accolto quel complimento.
“Grazie. È una ricetta mia.” – sospirò, orgogliosamente la ragazza – “Ne vuoi un’altra fetta?”
“No, grazie.. se no rischio di perdere la testa…” – ribattè Methos, senza perdere il suo sorriso ed una certa qual ironia a riguardo.
Ironia che Cordelia, ringraziando il cielo, non colse.
Come darle torto, del resto. La porta della cucina era esplosa e un demone le era passato sui piedi.
“Scusa amore.” – commentò Spike, saltando il bancone e finendolo con una coltello prelevato al volo.
“però…” Methos spostò i piedi, per non interrompere la corsa della testa staccata – “Avresti un futuro nel mio settore..”
“Spiritoso.” – ringhiò Spike, mentre dietro di lui spuntava Angel, con un machete.
Ed era furibondo.
“William, credevo di averti detto di lasciar perdere.”
“Credevo di averti risposto che non ti stavo ascoltando…”
“William…”
“Oh, andiamo, Flagello.” – Spike gli diede una pacca sulla spalla – “E’ una partita persa, smetti di discutere, tanto non serve a niente.”
Angel fece per ribattere. Poi cambiò idea, mentre la sua rabbia evaporava, posando rassegnato l’arma nel lavandino.
“mi toccherà anche darti ragione…” – commentò, aprendo l’acqua e lavando la lama, sotto gli occhi affranti di cordelia.
“Io ho sempre ragione.” – sospirò il biondo, buttando anche il suo coltello sotto il getto dell’acqua.
E schizzando Angel.
“Ehi!” – scattò lui, prendendo una manciata d’acqua e tirandogliela in faccia. Afferrando poi, con un improvviso colpo di fulmine, il braccio staccabile del lavandino. E puntandogli il getto contro, con un raro sorriso.
Spike buttò indietro la testa e rise, mentre Doyle si spostava per evitarsi la doccia.
“Ok, ho capito!” – urlò Spike, cercando di ripararsi la faccia – “Smettila, hai vinto! Smettila, Edward!”
Il sorriso gli si spense di colpo. Rimase immobile, mentre Angel si affrettava a chiudere l’acqua. Guardandolo, sbalordito.
Era calato il gelo.
Nessuno aveva più fiatato.
Tutti lo fissavano.
E Spike, rimasto immobile per un attimo, si era voltato, andando verso il piano di sopra.
“A questo punto dovrò cambiarmi…” – aveva detto, con tono tranquillo – “Dammi un paio di minuti, e possiamo andare… Angel.”

“…Per questa volta sarà così…” – Edward stava ancora parlando – “E poi, se è vero che abbiamo un’eternità innanzi… avremo tempo….”

***

“In ogni caso.” – aggiunse, finendo di impilare i fogli sulla scrivania – “sono contento di aver visto Faith.”
“Perché sei un curioso.” – gli rispose distrattamente Methos, leggendo un incartamento. Odiava la burocrazia del consiglio. E gli sfuggiva perché il settore Immortali fosse tutto multimediale e quello Cacciatrici tutto cartaceo. Non si dovevano più essere evoluti, dai tempi dell’Inquisizione – “e non potevi resister all’idea di ficcare il naso nelle faccende di tuo fratello, comunque, anche da lontano.”
“Vero.” – concordò Edward, ritirando il tutto in una cartelletta e afferrando un paio di fermafogli – “Io e William non abbiamo avuto tempo di parlare seriamente di ragazze. Volevo vedere com’era il suo tipo ideale.”
“Gli piacciono le brune.” – commentò Methos, passandogli altri due fogli – “Anche Drusilla, quella squilibrata, è una bruna con gli occhi brillanti.”
“Anche Cecily era bruna…”
“Cecily?” – Methos voltò pagina. Poi alzò la testa di scatto – “Non starai parlando di Cecily Dashwood!”
Edward si tolse la graffetta dalle labbra e lo fissò.
“Ti ricordi di lei?” – domandò, mentre gli si accendeva la classica lucina in fondo allo sguardo.
“Oh certo! Aveva una nonna con l’artrite che mi faceva chiamare una notte su due! Non ho mai dormito poco come nel novembre del 1853…” – Methos gettò la penna sul tavolo e si appoggiò allo schienale – “Inverno particolarmente umido.”
“Doveva essere un anno più giovane di Will… credo fosse lei quella per cui scriveva tutte quelle poesie…” – Edward tamburellò sul tavolo, cercando di ricordare – “non mi andava molto a genio, era troppo sicura di sé. Però era indiscutibilmente bella. Ed elegante. William ha sempre avuto un debole per le ragazze sofisticate.”
“Direi che si ricreduto, nel tempo.” – rispose, poco convinto, Methos. Definire sofisticata Faith era un po’ come dare per certa l’esistenza della vita su marte.
“Ho sempre pensato che sarebbe rimasto scottato a crederle tutte ragazze angeliche.” – Edward si tirò indietro i capelli, tornando a bloccarli con gli occhiali da sole – “Del resto, al cuore non si comanda… indubbiamente rimane una predilezione per le personalità graffianti.”
“Su questo non ci piove.”
“Solo delle brune quindi?” – insistette.
“Sei un pettegolo, Eddy.” – sospirò, tornando a fissare i suoi fogli – “comunque, per la cronaca, mi risulta che una bionda debba esserci stata. Faith la rinfaccia tutte le volte che discutono. E capita spesso.”
“Sai parecchio di loro, per essere uno che non li frequenta…”
“Cordelia ha istituito il pranzo della domenica, da quando sono arrivato.
Invita me e un tizio tutto verde con gli occhi rossi che non fa che cantare.
E poi Spike viene qui ogni tanto ad allenarsi con Faith.”
“Tira di spada?”
“Poco. Quello bravo è Angel.”
Ecco. L’aveva nominato di nuovo. Ed Edward, senza premurarsi di nasconderlo, lo fissò di nuovo ostilmente.
“Oh signore! Ma sei veramente così geloso?”
“Non sono geloso.” – ringhiò Edward, mettendo in mostra una fila di denti bianchissimi – “Sono uno che disapprova.”
“Sai che ti dico?” – Methos abbassò di nuovo gli occhi e tirò una riga sulla pagina – “Fai pure.”

***

Fai pure.

Ma che cavolo di risposta…

Edward si era attrezzato. Uno sgabello alto e i piedi sulla ringhiera di ferro battuto del terrazzo. La sua sigaretta, ormai consumata, stava ancora planando, e già Edward si chiedeva se ne servisse una seconda.

Eternità:Cronache di Anime e Sangue

Ancora un’ora, al massimo.
Poi Los Angeles sarebbe divenuta la sua zona di guerra.
Il sole sarebbe calato e Spike avrebbe ricominciato a muoversi libero.

A detta di Methos, prendeva molto seriamente la sua Redenzione. Non aveva esitazioni, faceva quel che doveva, con una punta di cinismo in più rispetto a Angel.
Non si trattava specificatamente di non uccidere. Si trattava innanzitutto di non abusare del proprio potere. Perché, senz’anima, quello era il primo autocontrollo che svaniva.
Il controllo del desiderio, in ogni sua forma.
Ancora una volta, Edward ripercorse mentalmente quella che doveva essere una caduta spirituale.
Il concetto non gli era del tutto estraneo.
I poeti che leggeva a sedici anni, i suoi contemporanei, addirittura i coetanei dei suoi genitori, avevano coltivato questo mito della caduta dal paradiso.
L’uomo intrappolato, l’uomo condannato che si libera dal giogo e da’ sfogo ai suoi istinti.
E torna cacciatore.
Lupo tra i lupi.
Edward non aveva mai condiviso questo elevarsi attraverso la dannazione. E William, di indole tranquilla, si era spesso rapportato agli altri come un’anima sensibile: senza credere in sé, ma nutrendo l’innocente certezza di capire e interpretare la realtà in modo oggettivo.
Eppure si era dannato l’anima.
Aveva accettato questa sua dannazione.
Ingannato?
Tradito?
Consapevole?
No, non riusciva a immaginare in che termini fosse giunta la sua scelta.
Di dolore?
Di vendetta?
Amore?
Perché no, amore…
Trattandosi di William, non se ne sarebbe stupito poi molto. William aveva sempre creduto che per amore si può morire…probabilmente l’aveva creduto sino all’ultimo.
E, con una certezza del genere, Edward non riusciva a immaginarlo nuovamente sveglio e privo di anima.
Ti è rimasto il senso d’amore, da demone, fratellino?
Credevi ancora in questo sentimento, quando sei uscito da quella bara? Posso immaginarti senza morale, ma non senza amore…
E senz’anima… non eri tu.
Ma un altro.
Ora, vampiro o no, saresti ancora tu. Diverso, ma sempre tu.

Come puoi resistere, senza il sole…
Edward chiuse gli occhi, lasciando che il sole del tramonto lo scaldasse, tingendolo d’oro. Vivere senza luce… forse era vivere come senza aria.
Già, senz’aria… dopotutto ne so qualcosa…
Vivere senz’aria…

Londra, 1856

Finì di abbottonarsi con lentezza la camicia. La testa china, concentrato su ogni bottone.
Ascoltando i battiti del cuore… che strano, nemmeno una donna l’aveva mai fatto battere in quel modo, dentro la gola…
Strano… batteva così forte da quando sapeva di doversi fermare…
Alle sue spalle, Doc si stava lavando le mani. Con lentezza, facendole scivolare una sull’altra, piano.
Per riflettere.
Per tenere gli occhi chiusi ancora un poco.
Per imprecare.
Per cercare di calmarsi.
“Doc…”
Lentamente Methos riaprì gli occhi e cercò l’asciugamano, voltandosi. Guardandolo, mentre finiva di abbottonarsi i polsini.
“quanto tempo…”
no..
non poteva averlo chiesto.. non con quella voce… non con quella tranquillità…
“Doc…”
“Sei mesi.” – rispose, scotendosi da quel torpore. Guardandolo, risoluto come sempre – “Un anno… forse…”
Edward era pallido. E solo ora, sapendo quello che strisciava nei suoi polmoni, Methos notava i lineamenti scavati.. e quella fiamma buia in fondo agli occhi.
Eppure, gli stava sorridendo.
Stava sorridendo.. e Methos provava solo il desiderio di sedersi e piangere.
“Va bene…” – annuì, voltandosi a prendere la giacca.
Fermandosi, piegandosi per un altro eccesso di tosse. Methos camminò verso di lui come un sonnambulo. Ma Edward aveva alzato una mano, imperiosamente.
“Sto bene.” – ansimò. Con una voce roca che non gli apparteneva.
“Edward…”
“Sto bene, Doc.” – ripetè, raddrizzandosi e guardandolo – “Ma adesso voglio andare a casa. Mi aspettano per cena…”

Anche allora c’era stato Methos.

E Methos aveva pronunciato la condanna…
William l’aveva ascoltata.

Una statua di sale.
Fermo, in piedi, le mani lungo i fianchi.
E quelle lacrime che continuavano a scendere.
Non muoveva un muscolo.
Piangeva, con gli occhiali sul naso e il libro che stava leggendo in una mano.
Senza una parola.
Senza fare nulla.
“William…” – sussurrò – “ti prego…”
Devo ancora dirlo a mamma e papà… ho bisogno di te…
“Edward… dimmi…”
Non riusciva a controllare la voce. Ma la domanda era chiara.
Ed era la più spontanea.
“No.” – rispose Edward, scotendo la testa. Si era seduto su un bracciolo e il calore del camino gli faceva girare la testa – “Doc ne è certo. Sei mesi, un anno. Potrò viverli normalmente… voglio… voglio viverli normalmente, William. Voglio sia un anno splendido.”
“Ma non lo sarà…” – William chinò il capo e il libro finalmente cadde. Edward si alzò, sentendo aumentare i singhiozzi di intensità
“Oh, William, ti prego…” – sussurrò, stringendolo – “E’ questo che non possiamo permetterci, questo dolore.
È per questo che non voglio avere tempo…. Perché non cambierà nulla. Tu devi accettarlo. E io devo accettarlo. Perché, credimi… io non voglio morire…”
A quelle parole, il corpo di William si tese, tra le braccia di Edward. Come se fosse stato attraversato da una scossa.
E i suoi singhiozzi si interruppero.
Con lentezza, Edward sentì le mani di William passargli sulle braccia.
E, quando queste giunsero alle braccia, si sentì spingere indietro.
Senza che ci fosse il desiderio di respingerlo.

Non aveva mai lesinato abbracci a suo fratello.
Si era stretto William al cuore anche quando questo gli creava imbarazzo.
L’aveva tenuto stretto, davanti al camino, durante le loro conversazioni…
Se l’era tenuto vicino sempre.

Eppure, in quell’istante, mentre William lo spingeva indietro, per fissarlo dritto in viso, seppe che mai erano stati così uniti.
E che non avrebbero mai più avuto tempo per esserlo.

William aveva occhi enormi, rossi per il tanto piangere… eppure ancora azzurri.
E forti.
Si era morso le labbra, per smettere, per controllarsi.
Ed ora lo fissava, con un’espressione che non aveva mai avuto.
“Va bene.”- mormorò. Ed Edward, nel sentire quell’acciaio, si chiese se non fossero allucinazioni – “Sarà l’anno della nostra vita.
Lo vivremo insieme.
Ma promettimi che, quando ti mancherà la forza… prenderai la mia…”

Edward posò una mano sulla ringhiera. Aveva rischiato di cadere. Per un attimo aveva percepito di nuovo quella fiammata, dentro ai polmoni.
Ansimò, poi diede un colpo di tosse. E un altro.
Idiota…ti sei suggestionato…
“Edward…”
“Sto bene Doc….”
“No, non stai bene.” – Methos gli arrivò accanto e lo obbligò a risedersi sullo sgabello – “Respira.”
“Scoppio di salute…”
“Non ti dico respira in quel senso. Hai un attacco di panico.” – replicò secco, ponendosi alle spalle, tenendolo fermo, mentre gli si appoggiava contro – “Sai bene che non hai nulla ai polmoni, adesso. Respira e calmati.”
Il sole stava scendendo. Ma Edward non lo vedeva.
Lui che amava i tramonti, aveva chiuso gli occhi e inarcato la testa indietro, per posargliela sulla spalla.
La sua cassa toracica si dilatava lentamente.
“Mi aveva detto che mi avrebbe dato anche la sua forza…” – lo sentì sussurrare, all’improvviso – “E io l’ ho fatto. Ho attinto da lui ogni volta che mi mancava… e poi l’ ho lasciato. L’ ho abbandonato, Methos… l’ ho lasciato solo…”
Methos non gli rispose. E non si mosse. In piedi, dietro lo sgabello, guardava quel sole che Edward non voleva vedere.
E cercava di portare chiarezza in quella situazione.
I fantasmi del passato stavano giungendo.
E con la notte sarebbe stato peggio.
Edward aveva il controllo della sua scelta… ma non delle sue emozioni. Provava paura, quella paura incontrollabile che non aveva mai ammesso, nemmeno mentre si riduceva all’ombra di se stesso e avanzava verso la sua fine annunciata.
Lo cinse con le braccia, senza incontrare resistenza, seguitando a pensare.
Senza curarsi del fatto che non erano mai stati così vicini.
Sotto il suo realismo e la sua punta di freddezza, Methos sapeva perfettamente cosa fosse la sofferenza. Solo un folle avrebbe attraversato l’umanità senza provare almeno una volta, in vita sua, un dolore incontrollabile, un terrore puro, tanto freddo da agghiacciare.
Un dolore che l’aveva atterrito, ogni volta come la prima.
Anche lui aveva lasciato. Si era finto morto, abbandonando le persone che amava. Per salvarsi, per preservare il suo segreto, perché non iniziasse una caccia alla streghe o perché non cominciassero gli esperimenti.
Aveva abbandonato, prima o poi, tutte le persone della sua vita.
E, lentamente, aveva iniziato a pregare di non avere più legami.
E si era sbagliato.
Ogni volta sempre di più.
E aveva continuato ad amare, con la stessa insistenza.
E a soffrire, nello stesso modo.
“E’ il peso dell’eternità, questo?”
“Penso di si.” – Methos non si mosse, rispondendo istintivamente, dal profondo mare dei pensieri – “In parte è questo. Noi perdiamo chi amiamo e, talvolta, li abbandoniamo, prima che siano loro ad andarsene. In ogni caso, rimangono sempre solo i ricordi… e, con loro, ogni più piccola emozione provata.
La mente umana non è fatta per sopportare questo bagaglio.
Può resistere decenni… ma quando ai decenni si accumulano altri decenni.. quando la polvere viene spazzata via con altra polvere… a noi resta il peso di ricordare. E di cercare di capire.”
“Ed è più facile, quando il passato non torna?” – domandò Edward, aprendo gli occhi e fissando il cielo ormai arrossato.
“Io credo di no.” – respirò Methos, lasciandolo andare. E appoggiandosi alla balaustra – “Oddio, non mi sono mai trovato in un caso come il tuo, ma penso che sia che torni sia che scompaia, il passato è sempre passato. È un peso, certo…
E bisogna andare avanti.”

Il passato che torna ci uccide di nuovo…

Aveva magistralmente mentito.
Aveva sorriso e detto una verità parziale.

Eternità:Cronache di Anime e Sangue

E non gli era spiaciuto quando Edward, non del tutto convinto, aveva comunque ricambiato, unendosi alla sua risata.
Dopotutto, erano poche le cose che potevano salvarsi dalla follia.
Ma tra queste poche, rimaneva sempre la felicità, per effimera che fosse.

***