In un futuro imprecisato….
Primavera.
E un che di magico nelle sue mattine fatte di un azzurro morbido, appena visibile.
Qualunque fosse il clima, qualunque la latitudine, Methos portava con sé il sospetto che la primavera fosse unica.
Per i colori e gli odori, ma soprattutto per il senso di placido benessere che dava.
Una sensazione pacifica che molti associavano alla spossatezza e al malumore. Ma che restava comunque una innata sensazione di risveglio.
Methos non poteva negare la sua indiscussa passione per le prime luci del giorno. Subito dopo l’alba, quando la luce, senza tanti eclatanti effetti speciali, si limitava a diffondersi, con calma, sul mondo.
Alzarsi presto, nel buio, gli aveva sempre provocato un fastidioso senso di nausea. L’alba era uno spettacolo a cui lui, ormai avvezzo ad un giorno sull’altro, rinunciava volentieri. Nei suoi primi secoli l’aveva colpito questo suo scarso entusiasmo. Si era sorpreso, in uno strano invecchiare, ormai distaccato da quello stato di grazia che l’alba rappresenta per l’uomo.
E aveva abbandonato, dapprima a malincuore e poi con sempre maggior serenità, la luce che si innalza, tagliando netta all’orizzonte.
Un colpo di spada recide la testa del buio, mormorò a se stesso, finendo di preparare il caffè.
Il sole stava sorgendo. Lo sapeva perché la luce saliva piano, alle sue spalle, scaldandogli la schiena.
Ma non provava il desiderio di voltarsi.
Finì con calma le sue incombenze.
Più tardi sarebbe arrivata Faith, ma ora il momento della colazione, del romanzo che stava finendo di leggere e delle sue camicie da stirare.
Gli piaceva vivere da solo. E gli piaceva anche ripeterselo, quando lavava i vetri o piegava le lenzuola.
La sua relazione con Corinne era finita. Una parentesi breve, piacevole e stuzzicante, come la cioccolata al peperoncino che avevano gustato insieme.
Dolce, ma piena di fuoco.
Corinne era ripartita per la Francia, con una punta di rancore nei suoi confronti per quell’arrivederci che non aveva avuto voglia di ammettere di essere un addio.
E Methos, di nuovo solo e con un cattivo umore neanche dei peggiori, era tornato alla sua Cacciatrice.
Ottenendo un’occhiata che diceva molto di lei e del suo disappunto per le vacanze finite così in fretta.
Faith e Methos si allenavano insieme. E Methos, con lei, riscopriva e assaporava, già da tempo, il gusto della battaglia come arte.
Niente sangue. Solo un’arte pulita, di muscoli tesi e movimenti tersi.
Faith era una gran Cacciatrice. Non si poteva che concordare con Westley Whydam Price. Il quale aveva le doti per divenire un immortale ma, purtroppo, non la natura.
Methos cercò la zuccheriera, senza dare troppo peso a quella realtà. La vita non ha importanza nella sua durata, ma nella sua sostanza. La vita di wes era piena e ricca. E sarebbe stata piena, ricca e completa, fino alla fine.
Di questo non si poteva dubitare.
Un buon amico…
Valeva la pena di ammetterlo, in effetti.
Wes era un buon amico.
E Faith, la Faith che magnanimamente divideva con Methos, era una perla a lungo nascosta. E che non sarebbe mai appartenuta a nessuno.
No. Inesatto.
Faith apparteneva ad uno solo.
E ormai non si prendevano più neanche la briga di nasconderlo. Più che amici. E più che amanti.
Quei due fondevano l’impossibile.
Ed era un bel paradosso che lui, dalle sue tenebre, fosse la luce tra loro.
“Un gran bell’elemento.” – ammise Methos, gettando due abbondanti cucchiaiate nella tazza.
Lo stereo suonava Bad Day dei Fuel, perfettamente in linea con la sua vita.
Corinne e un caffè.
E la vita, da prendere storta, per quello che è.
Per quanto eterna possa sembrare.
Stavamo dicendo?
Ah si, Spike.
Mi piace. Mi è sempre piaciuto. Dalla prima volta che l’ho visto. Il tempo ci cambia, ma non è detto che ci peggiori.
Un vampiro con molti segreti. Segreti che forse aveva già da vivo…
Methos mischiò pensosamente il suo caffè, in piedi, davanti al bancone. Un giro, un altro giro. Un gesto meccanico con un che di ipnotico, fatto dei riflessi lattei del caffè alla luce del neon.
Il caffè di fine secolo. Più nulla dell’aroma inebriante e dell’energia dei primi del novecento. Ne sarebbe bastato uno, allora, per ballare e ballare ancora, fino a notte fonda. Inebriante, come un buon liquore.
Potevi continuare a zuccherarlo, ma il sapore ti avrebbe ugualmente perforato il palato e scaldato l’esofago, come un Bas Armagnac.
Ora… bhe, americani a parte, il resto del mondo manteneva una parvenza.. ma a Los Angeles il caffè era lungo, pallido e dedito a farti gemere ‘ancora ancora’, più che a farti ansimare per il piacere intenso.
Amore e caffè.
Quella mattina andavano decisamente di pari passo…
Methos si mosse, andando verso il suo divano sfondato.
Gli piaceva il nuovo assetto di casa, con tutti i mobili su metà della superficie… e il resto adibito a palestra.
Il picchiatoio, come lo definiva Faith.
Si erano rifiutati entrambi di oscurare le finestre, anche se sarebbe stato parecchio sensato, per una questione di sicurezza.
Faith aveva recriminato a riguardo.
“per la sicurezza ci sono i materassi a terra.” – aveva commentato la cacciatrice, indicando l’attrezzatura – “ e i guantoni. Ma non starò al buio anche quando combatto per piacere personale.”
Wes l’aveva guardata con aria sbalordita.
Mai, in tanto tempo, aveva pensato che Faith potesse odiare il combattere di notte.
La sola idea lo aveva sconvolto.
E l’aveva fatto precipitare a casa, in biblioteca.
Riassumendo, sarebbe venuta solo Faith.
Methos si concentrò sul loro incontro per un minuto, prima di bere un altro sorso di caffè. E prima di sprofondare di nuovo nella lettura del suo libro.

Piedi nudi sul bracciolo, sole caldo in ascesa..
Perfetto.
Semplicemente perfetto.
Con l’unico problema di non aver ancora imparato che, chi ha a che fare con la congrega dell’Hyperion, non può avere un pensiero del genere senza tirarsi addosso dei guai.
Methos chiuse il libro, perplesso. Bussavano alla porta… strano, si ricordava che Faith sarebbe arrivata nel pomeriggio…
Poi capì.
“Francis.” – esclamo alzandosi e andando ad aprire – “Ma non hai proprio mai niente da fare?”
Un paio di passi gli bastarono per sentire il classico disturbo. La sensazione profonda gli tese tutti i sensi.
Immortale.
Non Doyle. Ma un immortale.
Continuò a camminare verso la porta, fingendo noncuranza. E nascondendo la spada dietro la porta. Non sapeva perché lo stesse facendo. Così come lo percepiva lui, lo percepiva anche l’estraneo.
Ma Methos non rinunciò alla sua finzione, fino ad afferrare la maniglia e aprire.
“Sei sempre il solito.. scommetto che Cordelia ti ha detto di andare dal barbiere.. oppure che passavi qui per caso.. o che un allibratore per caso ti insegue…”
Quando aprì la porta, si ritrovò di fronte una chioma bionda e degli occhi azzurri incredibili.
“Niente di tutto questo.” – commentò allegramente l’uomo. Aveva un sorriso aperto e una leggerissima ironia nello sguardo.
E Methos, appoggiando la tempia alla porta e fissandolo. Dopo più di un secolo, ancora si stupiva per quell’espressione limpida e quel modo di rendere ogni parola.
E del piacere che provava ogni volta che lo vedeva.
Inghilterra 1855
“per tanto, amico mio, mentre si libra su di me ancora una volta il freddo fiato dell’esistenza..”
Methos ripiegò la lettera, vagamente annoiato. Per quanto presuntamene morto e realmente osannato in tutti i cenacoli dell’Inghilterra, Byron rimaneva comunque un insoddisfatto. Amava i paesi in cui si trovava nella misura in cui poteva immaginarli decadenti, scarni e ormai soggiogati ad abitudini noiose.
Methos si alzò, camminando fino alla panoplia dei coltelli. Saggiandone uno con un polpastrello, con fare pensieroso.
Non si voltò nemmeno sentendo i due colpetti educati alla porta.
“Signore…” – il maggiordomo si era inchinato comunque. un lieve accenno, nel caso il dottore lo potesse vedere riflesso nella grande specchiera – “Il signor Coventry chiede di essere ricevuto.”
Oh, certo, in un giorno di pioggia, solo lui poteva decidere di uscire di casa.
“Fallo passare.” - Mormorò, finendo di saggiare il filo della spada.
“Non mi dirai che hai rovinato anche quella lama di Toledo…” – gli disse una voce, dal timbro morbido, alle sue spalle.
Methos si voltò sorpreso. E lo fissò mentre si avvicinava a testava di persona l’arma.
“Un collo è veramente così duro da tagliare?” – domandò, con un mezzo sorriso. Aveva occhi apparentemente verdi, sotto le brume londinesi. Ma Methos, che lo conosceva bene, sapeva che alla luce del sole sarebbero stato occhi azzurri e limpidi.
“Mi fai quasi pentire di avertelo detto.” – commentò, tornando a sedersi alla scrivania, mentre Edward si accomodava su una delle poltrone innanzi al camino.
Lo studio da medico di Adam, Doc per gli amici e Methos ormai più per nessuno, era caldo e confortevole. Più simile a una biblioteca, con quadri alle pareti e armi, appese in mostra.
“oh, andiamo, non sai più stare agli scherzi?” il ragazzo accavallò aristocraticamente le gambe, guardandolo beffardamente di traverso – “A noi mortali piace fare umorismo…”
“Se tu questo lo chiami umorismo…” – commentò Methos, appoggiandosi alla scrivania – “allora, a che devo il piacere della tua visita?”
“Mi annoiavo.” – replicò con sincerità l’altro, guardandosi intorno – “A casa non c’era nessuno e mio fratello è rintanato non so dove.. per cui..”
“per cui non ti restavo che io?”- concluse il medico, divertito.
“Tu hai tutto il tempo del mondo.” – ribattè il giovane, – “Dividilo con i meno fortunati, suvvia…”
Methos gli sorrise, tollerante.
Gli piaceva qual ragazzo. Una mente unica, brillante come poche che aveva avuto il piacere di conoscere. Un futuro immortale, poteva chiaramente percepirlo.
Un ragazzo che aveva buone probabilità di non morire di morte violenta, l’unica che potesse attivare questa sua natura. E quindi di vivere una vita vera.. e non ai limiti del tempo.
Potresti essere un immortale, amico mio… ma io prego che questo non ti accada mai…
Un attimo, prima di far mente locale.
E aggrottare la fronte.
Il ragazzo lo guardò ancora, allargando appena le braccia con aria interrogativa.
Indossava un completo di pelle e, a terra, tra i piedi, teneva una sacca da viaggio e un casco da moto.
“Mi fai entrare?” – domandò, senza rinunciare al sorriso e all’espressione divertita.
“Sai, stavo pensando che sono felice di vederti.” – commentò Methos, ignorando la domanda. – “Anche se so per certo che questa volta mi porterai guai… Edward.”

***