ETERNITA’
A Micia.
Perché Edward è cresciuto con la nostra amicizia.
Perché ci volevano due sorelle per crearlo.
E perché c’è quel mare della vita, o quel tetto che scotta, su cui amo vagare
con lei.
Un abbraccio, come sempre, MJ
***
Nota
dell’autrice: ritenevo sarebbe passato molto più tempo, prima che io mi
decidessi a scrivere questo capitolo della saga. Ma, si sa, alle idee non si
può dare una scansione. Quando ti vengono, ti vengono. Questa è un’idea nata
così tanto tempo fa da farmi pensare che sarebbe andata perduta, insieme a
molte altre.
Ma mi sbagliavo. È cresciuta, poco a poco, insieme a molte altre cose. Forse
non sarà più importante di tante altre parole che ho buttato su un foglio. Ma
è, ancora una volta, una storia fatta di perché e risposte che nella vita non
sempre si hanno.
Per tanto, indipendentemente dalla pubblicazione, ho cominciato a scrivere
questa fanfic adesso.. a metà dell’arrivo di Methos, prima di aver deciso cosa
fare di molti episodi.
Molte le avventure in sospeso.
Ma questa, più di altre, mi preme di narrare oggi.
***
La comprensione di questa fanfic è strettamente connessa al capitolo
‘Tempo, ricordi e Brindisi’.
Per chi non fosse molto ferrato sulla questione immortali, alcune semplici
regole. Ci sono persone che nascono destinate a divenire immortali. Ma questo
accade solo se si va incontro a una morte violenta. Essi sono, in tutto e per
tutto simili ai vivi e sono coinvolti in un gioco che prevede l’uccisione di
altri immortali mediante il taglio della testa.
Come dice la memorabile frase, ‘Alla fine ne resterà soltanto uno.’
Nel momento in cui un immortale ne uccide un altro, ha inzio la Reminiscenza,
ovvero un fenomeno inspiegabile in cui parte delle conoscenze delle ucciso
viene assorbita dal vincitore. Viene, inoltre, definita Reminiscenza la
percezione della vicinanza di un altro immortale.
Buona lettura,MJ
In un futuro
imprecisato….
Primavera.
E un che di magico nelle sue mattine fatte di un azzurro morbido, appena
visibile.
Qualunque fosse il clima, qualunque la latitudine, Methos portava con sé il
sospetto che la primavera fosse unica.
Per i colori e gli odori, ma soprattutto per il senso di placido benessere che
dava.
Una sensazione pacifica che molti associavano alla spossatezza e al malumore.
Ma che restava comunque una innata sensazione di risveglio.
Methos non poteva negare la sua indiscussa passione per le prime luci del
giorno. Subito dopo l’alba, quando la luce, senza tanti eclatanti effetti
speciali, si limitava a diffondersi, con calma, sul mondo.
Alzarsi presto, nel buio, gli aveva sempre provocato un fastidioso senso di
nausea. L’alba era uno spettacolo a cui lui, ormai avvezzo ad un giorno
sull’altro, rinunciava volentieri. Nei suoi primi secoli l’aveva colpito questo
suo scarso entusiasmo. Si era sorpreso, in uno strano invecchiare, ormai
distaccato da quello stato di grazia che l’alba rappresenta per l’uomo.
E aveva abbandonato, dapprima a malincuore e poi con sempre maggior serenità,
la luce che si innalza, tagliando netta all’orizzonte.
Un colpo di spada recide la testa del buio, mormorò a se stesso, finendo di
preparare il caffè.
Il sole stava sorgendo. Lo sapeva perché la luce saliva piano, alle sue spalle,
scaldandogli la schiena.
Ma non provava il desiderio di voltarsi.
Finì con calma le sue incombenze.
Più tardi sarebbe arrivata Faith, ma ora il momento della colazione, del
romanzo che stava finendo di leggere e delle sue camicie da stirare.
Gli piaceva vivere da solo. E gli piaceva anche ripeterselo, quando lavava i
vetri o piegava le lenzuola.
La sua relazione con Corinne era finita. Una parentesi breve, piacevole e
stuzzicante, come la cioccolata al peperoncino che avevano gustato insieme.
Dolce, ma piena di fuoco.
Corinne era ripartita per la Francia, con una punta di rancore nei suoi
confronti per quell’arrivederci che non aveva avuto voglia di ammettere di
essere un addio.
E Methos, di nuovo solo e con un cattivo umore neanche dei peggiori, era
tornato alla sua Cacciatrice.
Ottenendo un’occhiata che diceva molto di lei e del suo disappunto per le
vacanze finite così in fretta.
Faith e Methos si allenavano insieme. E Methos, con lei, riscopriva e
assaporava, già da tempo, il gusto della battaglia come arte.
Niente sangue. Solo un’arte pulita, di muscoli tesi e movimenti tersi.
Faith era una gran Cacciatrice. Non si poteva che concordare con Westley Whydam
Price. Il quale aveva le doti per divenire un immortale ma, purtroppo, non la
natura.
Methos cercò la zuccheriera, senza dare troppo peso a quella realtà. La vita
non ha importanza nella sua durata, ma nella sua sostanza. La vita di wes era
piena e ricca. E sarebbe stata piena, ricca e completa, fino alla fine.
Di questo non si poteva dubitare.
Un buon amico…
Valeva la pena di ammetterlo, in effetti.
Wes era un buon amico.
E Faith, la Faith che magnanimamente divideva con Methos, era una perla a lungo
nascosta. E che non sarebbe mai appartenuta a nessuno.
No. Inesatto.
Faith apparteneva ad uno solo.
E ormai non si prendevano più neanche la briga di nasconderlo. Più che amici. E
più che amanti.
Quei due fondevano l’impossibile.
Ed era un bel paradosso che lui, dalle sue tenebre, fosse la luce tra loro.
“Un gran bell’elemento.” – ammise Methos, gettando due abbondanti cucchiaiate
nella tazza.
Lo stereo suonava Bad Day dei Fuel, perfettamente in linea con la sua vita.
Corinne e un caffè.
E la vita, da prendere storta, per quello che è.
Per quanto eterna possa sembrare.
Stavamo dicendo?
Ah si, Spike.
Mi piace. Mi è sempre piaciuto. Dalla prima volta che l’ho visto. Il tempo ci
cambia, ma non è detto che ci peggiori.
Un vampiro con molti segreti. Segreti che forse aveva già da vivo…
Methos mischiò pensosamente il suo caffè, in piedi, davanti al bancone. Un
giro, un altro giro. Un gesto meccanico con un che di ipnotico, fatto dei
riflessi lattei del caffè alla luce del neon.
Il caffè di fine secolo. Più nulla dell’aroma inebriante e dell’energia dei
primi del novecento. Ne sarebbe bastato uno, allora, per ballare e ballare
ancora, fino a notte fonda. Inebriante, come un buon liquore.
Potevi continuare a zuccherarlo, ma il sapore ti avrebbe ugualmente perforato
il palato e scaldato l’esofago, come un Bas Armagnac.
Ora… bhe, americani a parte, il resto del mondo manteneva una parvenza.. ma a
Los Angeles il caffè era lungo, pallido e dedito a farti gemere ‘ancora
ancora’, più che a farti ansimare per il piacere intenso.
Amore e caffè.
Quella mattina andavano decisamente di pari passo…
Methos si mosse, andando verso il suo divano sfondato.
Gli piaceva il nuovo assetto di casa, con tutti i mobili su metà della
superficie… e il resto adibito a palestra.
Il picchiatoio, come lo definiva Faith.
Si erano rifiutati entrambi di oscurare le finestre, anche se sarebbe stato
parecchio sensato, per una questione di sicurezza.
Faith aveva recriminato a riguardo.
“per la sicurezza ci sono i materassi a terra.” – aveva commentato la
cacciatrice, indicando l’attrezzatura – “ e i guantoni. Ma non starò al buio
anche quando combatto per piacere personale.”
Wes l’aveva guardata con aria sbalordita.
Mai, in tanto tempo, aveva pensato che Faith potesse odiare il combattere di
notte. La sola idea lo aveva sconvolto.
E l’aveva fatto precipitare a casa, in biblioteca.
Riassumendo, sarebbe venuta solo Faith.
Methos si concentrò sul loro incontro per un minuto, prima di bere un altro
sorso di caffè. E prima di sprofondare di nuovo nella lettura del suo libro.

Piedi nudi sul bracciolo, sole caldo in ascesa..
Perfetto.
Semplicemente perfetto.
Con l’unico problema di non aver ancora imparato che, chi ha a che fare con la
congrega dell’Hyperion, non può avere un pensiero del genere senza tirarsi
addosso dei guai.
Methos chiuse il libro, perplesso. Bussavano alla porta… strano, si ricordava
che Faith sarebbe arrivata nel pomeriggio…
Poi capì.
“Francis.” – esclamo alzandosi e andando ad aprire – “Ma non hai proprio mai
niente da fare?”
Un paio di passi gli bastarono per sentire il classico disturbo. La sensazione
profonda gli tese tutti i sensi.
Immortale.
Non Doyle. Ma un immortale.
Continuò a camminare verso la porta, fingendo noncuranza. E nascondendo la
spada dietro la porta. Non sapeva perché lo stesse facendo. Così come lo
percepiva lui, lo percepiva anche l’estraneo.
Ma Methos non rinunciò alla sua finzione, fino ad afferrare la maniglia e
aprire.
“Sei sempre il solito.. scommetto che Cordelia ti ha detto di andare dal
barbiere.. oppure che passavi qui per caso.. o che un allibratore per caso ti
insegue…”
Quando aprì la porta, si ritrovò di fronte una chioma bionda e degli occhi
azzurri incredibili.
“Niente di tutto questo.” – commentò allegramente l’uomo. Aveva un sorriso
aperto e una leggerissima ironia nello sguardo.
E Methos, appoggiando la tempia alla porta e fissandolo. Dopo più di un secolo,
ancora si stupiva per quell’espressione limpida e quel modo di rendere ogni
parola.
E del piacere che provava ogni volta che lo vedeva.
Inghilterra 1855
“per tanto, amico mio, mentre si libra su di me ancora una volta il freddo
fiato dell’esistenza..”
Methos ripiegò la lettera, vagamente annoiato. Per quanto presuntamene morto e
realmente osannato in tutti i cenacoli dell’Inghilterra, Byron rimaneva
comunque un insoddisfatto. Amava i paesi in cui si trovava nella misura in cui
poteva immaginarli decadenti, scarni e ormai soggiogati ad abitudini noiose.
Methos si alzò, camminando fino alla panoplia dei coltelli. Saggiandone uno con
un polpastrello, con fare pensieroso.
Non si voltò nemmeno sentendo i due colpetti educati alla porta.
“Signore…” – il maggiordomo si era inchinato comunque. un lieve accenno, nel
caso il dottore lo potesse vedere riflesso nella grande specchiera – “Il signor
Coventry chiede di essere ricevuto.”
Oh, certo, in un giorno di pioggia, solo lui poteva decidere di uscire di casa.
“Fallo passare.” - Mormorò, finendo di saggiare il filo della spada.
“Non mi dirai che hai rovinato anche quella lama di Toledo…” – gli disse una
voce, dal timbro morbido, alle sue spalle.
Methos si voltò sorpreso. E lo fissò mentre si avvicinava a testava di persona
l’arma.
“Un collo è veramente così duro da tagliare?” – domandò, con un mezzo sorriso.
Aveva occhi apparentemente verdi, sotto le brume londinesi. Ma Methos, che lo
conosceva bene, sapeva che alla luce del sole sarebbero stato occhi azzurri e
limpidi.
“Mi fai quasi pentire di avertelo detto.” – commentò, tornando a sedersi alla
scrivania, mentre Edward si accomodava su una delle poltrone innanzi al camino.
Lo studio da medico di Adam, Doc per gli amici e Methos ormai più per nessuno,
era caldo e confortevole. Più simile a una biblioteca, con quadri alle pareti e
armi, appese in mostra.
“oh, andiamo, non sai più stare agli scherzi?” il ragazzo accavallò
aristocraticamente le gambe, guardandolo beffardamente di traverso – “A noi
mortali piace fare umorismo…”
“Se tu questo lo chiami umorismo…” – commentò Methos, appoggiandosi alla
scrivania – “allora, a che devo il piacere della tua visita?”
“Mi annoiavo.” – replicò con sincerità l’altro, guardandosi intorno – “A casa
non c’era nessuno e mio fratello è rintanato non so dove.. per cui..”
“per cui non ti restavo che io?”- concluse il medico, divertito.
“Tu hai tutto il tempo del mondo.” – ribattè il giovane, – “Dividilo con i meno
fortunati, suvvia…”
Methos gli sorrise, tollerante.
Gli piaceva qual ragazzo. Una mente unica, brillante come poche che aveva avuto
il piacere di conoscere. Un futuro immortale, poteva chiaramente percepirlo.
Un ragazzo che aveva buone probabilità di non morire di morte violenta, l’unica
che potesse attivare questa sua natura. E quindi di vivere una vita vera.. e
non ai limiti del tempo.
Potresti essere un immortale, amico mio… ma io prego che questo non ti accada
mai…
Un attimo, prima di far mente locale.
E aggrottare la fronte.
Il ragazzo lo guardò ancora, allargando appena le braccia con aria
interrogativa.
Indossava un completo di pelle e, a terra, tra i piedi, teneva una sacca da
viaggio e un casco da moto.
“Mi fai entrare?” – domandò, senza rinunciare al sorriso e all’espressione
divertita.
“Sai, stavo pensando che sono felice di vederti.” – commentò Methos, ignorando
la domanda. – “Anche se so per certo che questa volta mi porterai guai…
Edward.”

[I]
Fuori era ancora
primavera. La città era ora illuminata da un bel color paglierino che la faceva
sembrare caldo e viva come non mai.
Methos stava già inaugurando il pieno giorno con il suo quarto caffè. E
l’atmosfera non era solo calda… ma incandescente.
“Tu mi stai dicendo una cosa che non posso accettare!” – urlò Edward.
Quel che restava di lui dell’epoca in cui era nato e cresciuto gli impediva di
lanciare gli oggetti, nel miglior stile dei tempi moderni. Ma la sua rabbia
travalicava i decenni, pura e semplice.
E si trasmetteva, attraverso i suoi occhi e la sua voce, tutto intorno.
In questo era tale e quale a Spike.
Con l’unica differenza che il vampiro aveva preso la pessima abitudine di
spaccare oggetti e pigliare a calci i mobili.
Methos si versò un altro caffè, guardando con aria afflitta il suo libro,
ancora abbandonato aperto sul divano. Quel finale che si prospettava tanto
avvincente avrebbe dovuto attendere.. era iniziata la stagione del dramma...
Il giovane inglese stava camminando nervosamente avanti e indietro, tirandosi i
riccioli biondi.
Giovane inglese.
Oh, certo, paragonato a se stesso… Methos guardò l’immortale, domandandosi se
preferisse parole o silenzio. Edward non era un tipo tendente all’ira. Se ora
si comportava in quel modo, lo stava facendo per dolore.
William… il suo William…
La gioia di saperlo vivo era sfumata nella spiegazione tecnica che era seguita
a questa ammissione.
Methos gli aveva detto tutto, senza preamboli. Aveva riversato implacabilmente
su di lui tutto ciò che c’era da sapere sulla vampirizzazione in ogni sua
forma. E aveva ucciso il ribrezzo e la felicità incontrollata con la paura
della realtà dei fatti.
Suo fratello William, il poeta, il timido indifeso, era stato ammazzato in un
vicolo. E aveva vissuto per secoli, del tutto privo di coscienza morale,
uccidendo e depredando, fino a un inspiegabile ritorno dell’anima.
Un demone.
Eppure, Methos conosceva abbastanza Edward da sapere che non aveva un problema
etico di ritrovarsi un demone in famiglia. La sua rabbia nasceva dalle
limitazioni che William stava subendo.
Il sangue… e la notte.
“Non posso accettarlo.” - ripetè Edward, con tono spento.
Facendo sobbalzare Methos che, tanto assorto nei suoi pensieri, non l’aveva
visto avvicinarsi al bancone.
Con il viso tra le mani, prima di appoggiare il mento sulle braccia, con aria
avvilita.
Methos lo fissò, aspettando. Edward aveva un naso sottile e diritto e capelli
biondo scuro. I suoli lineamenti erano decisamente più nitidi di quelli di
Spike che, in certe angolazioni, apparivano solo un enorme ammasso di ossa
desiderose di bucar la pelle.
C’era un’indiscutibile somiglianza, tra loro. E Methos, che già da quasi dieci
mesi aveva il fu William Coventry tra i piedi, non poteva che ritrovarsi,
ancora una volta, a paragonare i due ragazzi.
Edward era decisamente più aristocratico, in ogni suo movimento. Nemmeno gli
atteggiamenti bruschi della gioventù del duemila con cui si trovava in sintonia
avevano inquinato i movimenti puliti dell’uomo che era stato, abituato alla
vita nella campagna inglese fatta di raffinati pic-nic e cacce alla volpe.
Edward proveniva dalla miglior società inglese. Appartenere a una famiglia
borghese non l’aveva privato della compagnia dei migliori aristocratici e della
possibilità di frequentare i migliori ambienti. Come suo fratello, era stato
educato alla vita in società, senza la tensione disperata che i poeti della
generazione precedente la sua, capitanati da Byron, avevano reso arte. E
distruzione.
Edward, come del resto anche William, era cresciuto credendo fermamente in cose
che la maggior parte dei suoi coetanei aveva amabilmente ignorato, preferendo
perdersi in una vita leggera e spensierata, piena di obblighi apparenti e
frivole regole.
Cosa sarebbero potuti essere entrambi, fossero vissuti… spezzati entrambi
troppo giovani, come capita talvolta a chi brucia troppa in fretta
dall’interno.
Methos lo guardò, con un sospiro. Non sapeva cosa dirgli, sinceramente.
L’aveva accolto e aveva spento quel sorriso, senza alcuna sensibilità.
Perdonami. Avrei voluto dirtelo in altro modo.
Ma non ne sono capace.
Edward aveva raddrizzato le spalle. E ora era seduto in silenzio, le mani
strette una nell’altra, si fissava le nocche, bianche per l’eccessivo
stringere.
“Edward…” – esordì.
“Lui non lo sa, vero?” – lo interruppe, quasi tremando. Fissandolo dritto in
viso – “Non gli hai detto nulla, spero…”
“Nulla.” – Edward si stava trattenendo solo perché sapeva di non poter essere
arrabbiato con lui. Nemmeno ora, accecato in questo modo, perdeva quel senso di
giustizia che l’aveva sempre contraddistinto.
E che Spike emulava, un giorno sull’altro, senza più neanche rendersene conto.
“Non farne un caso, Edward.” – commentò, seguendo quei ragionamenti – “Il
passato è passato. Vi siete persi da troppo tempo. Lascia le cose come stanno.”
“ma sentitelo.” – Edward era riuscito a sbarrare gli occhi e a spalancare le
braccia quasi nello stesso istante in cui era saltato in piedi – “E mi dici
allora perché cazzo me lo hai detto?”
Mmm… si poteva iniziare a considerare che avesse perso un po’ del suo smalto…
“Perché sei arrivato qui con l’intenzione di fermarti. E gradivo comunicartelo
io prima che te lo trovassi di fronte.” – replicò Methos, perdendo le staffe
come suo solito, sbattendo il resto del suo caffè freddo nel lavandino. E
iniziando energicamente a lavare i piatti – “Prendila per una gentilezza, così
da evitarti l’infarto che non puoi avere… stupido inglese.”
Edward lo fissò, stringendo i denti. Sbattendo in fuori la mascella volitiva
che si ritrovava. I suoi occhi divennero color dell’acciaio, indipendentemente
dall’azzurro di cui erano. Strinse i pugni e divenne così simile al suo
metropolitano fratello da fargli interrompere il lavoro.
Lo fissò, pensosamente, continuando a strofinare l’interno di un bicchiere.

“E’ cambiato, Edward.” – commentò, quasi dolcemente – “per molti aspetti non è
più lui.”
“Nessuno di noi lo è più.” – commentò seccamente il ragazzo, girandogli le
spalle. Certe volte Methos lo irritava. Era come non si rendesse conto che i
cambiamenti non sono solo visibili.
Ecco. Non aveva fatto in tempo a pensarlo che già si era pentito.
Methos sapeva veramente cosa significa cambiare e veder cambiare. Se lo diceva…
“Non mi ricorda più, vero?” – mormorò, senza voltarsi.
Mi ha perso così tanto tempo fa… era quello che volevo, volevo avesse una vita
felice, senza turbamenti…
Non ho mai rimpianto altro, tanto quanto lui. Non gli ho detto nulla, perché
potesse riprendersi e andare avanti da solo, senza un fratello maggiore così in
gamba da aver anche scoperto come non invecchiare.
Methos finì in silenzio di asciugare le posate. Quella schiena, rigida per la
tensione, era peggio di ogni domanda. Sapeva molto delle rinunce di Edward,
anche se tra loro non vi erano mai state confessioni e ammissioni. Tra loro
persisteva ancora, per molti tratti, l’amicizia decorosa e corretta dei tempi
andati, quella che, per etichetta, impediva talvolta il sentimento. Anche sotto
il loro discutere d’avanguardia, il loro litigare senza mezzi termini,
continuava a vivere quel sostrato che li portava a nascondere il dolore e a
sminuire le scelte veramente difficili.
E William, così chiaro nella sua importanza, era sempre solo stato un respiro
in un mare di altre parole.
Inghilterra, 1857
“Forse è la cosa migliore.” – commentò Methos, osservandolo. Gli dava la
schiena, contemplando pensoso il marciapiede di fronte e la gente che camminava
tranquilla.
“Lo so. Infatti non farò nulla.” – replicò, piatto, senza muoversi
assolutamente.
Methos cominciava a stancarsi delle spalle di Edward. Ormai aveva più dialogo
con loro che con i suoi occhi. Si rizzò a sedere, ponderando l’idea di girargli
attorno. Poi lasciò perdere.
Edward si era voltato, molto lentamente. Come accadeva talvolta agli immortali
appena ‘nati’, il suo corpo aveva perso alcune imperfezioni. Il suo aspetto era
sano, molto più di quello che era stato negli ultimi mesi. Riacquistava vigore
rapidamente e forse il suo prolungato silenzio nasceva anche dalla
consapevolezza del cambiamento. Lentamente lo vide respirare, osservò il suo
petto alzarsi aritmicamente, espandendo la cassa toracica. Edward assaporava
l’aria e Methos, ogni volta che vedeva in lui quel gesto umano così a lungo
negato, provava un’emozione forse molto vicina al sollievo.
“Non dirò nulla a William.” – commentò, con voce tranquilla, intrecciando le
mani dietro la schiena e percorrendo la stanza, lentamente – “I miei sono
anziani, non reggerebbero il colpo. E mio fratello… capirebbe, credimi. È in
grado di accettare molto più di quanto non sembri… ma io non voglio. Ha già
troppe illusione che si spezzeranno…”
Eppure hai deciso di non dirlo, pensò Methos, mentre tra loro cadeva nuovamente
un silenzio denso di ragionamenti. Credi veramente che possa comprendere o lo
dici per convincerti?
Methos non conosceva realmente William Coventry. Come molti, tendeva a
ritenerlo l’ombra del primogenito, l’astro pallido vicino a quel giovane sole.
Alcuni, addirittura ritenevano fosse un semplice raggio, che le doti nascessero
dal saperlo fratello di Edward e da nient’altro.
No, Methos non arrivava a questa opinione così dura. Ma riteneva il ragazzo
troppo fragile. E gli occhi di Edward, semplicemente accecati da un affetto
enorme.
Centocinquant’anni dopo, Spike gli avrebbe rotto due costole e fatto fare due
rampe di scale con la testa.
Per Methos la forza non era un questione di violenza. E, più ancora dei colpi
figli di rabbia, aveva apprezzato gli occhi color calcedonio e le risposte
affilate che avevano reso il loro incontro unico e memorabile.
Spike, dotato di una bocca irriverente e di una vena dura d’acciaio in ogni sua
certezza, avrebbe definitivamente catturato la sua attenzione, E, cancellando
la sua opinione ormai datata, si sarebbe rivelato un fulmine, più che un raggio
di luce, in barba a tutte le chiacchiere ottocentesche.
“Non lo so.” – ammise, tornando al presente – “Di certo con me non parla. Ma,
se ti basta la mia opinione, si ricorda. E anche molto bene.”
Ancora adesso sente il bisogno di un fratello. Ed è stato abbastanza fortunato
da trovarne uno che vale quanto te.
“C’è Angel, adesso?” – domandò l’uomo, girando appena la testa.
Angel… non sapeva nulla di lui. Se non che era il carnefice.
L’assassino di William. Lui e una vampira bruna di cui Methos non aveva una
gran opinione. Un assassino raffinato e ora redento da un’anima ingombrante. E
da un bagaglio di profezie che avrebbero fatto impallidire anche il più scafato
degli eroi.
Un assassino ammantato dall’armatura luccicante di un paladino.
“Oh si, Angel è molto importante.” – commentò Methos. Edward era geloso… sotto
la scorza delle sue motivazioni batteva lo stesso cuore impulsivo di sempre –
“E’ una personalità forte e Spike ama gli scontri.. e poi credo sia uno dei
suoi legami più duraturi.. se ci capisco qualcosa di rapporti tra vampiri,
ovviamente.”
Edward aveva smesso di ascoltarlo.
Spike ama gli scontri.
Quella frase da sola era un vero paradosso. Dal soprannome all’azione. William
si faceva chiamare Spike. E amava discutere.
Chiuse gli occhi un istante, riassaporando le vertigini della sua giovinezza.
Che strano.. quante cose emergono dal passato, insieme ad un fantasma….
Inghilterra, 1851
“William, conterò fino a tre, poi dovrai dare spiegazioni per un materasso
bagnato.” William aprì un occhio, stropicciandosi la faccia. C’era Edward,
vicino al letto. Incorniciato dalla luce del mattino, con le braccia sopra la
testa.. e una brocca tra le mani.
Un po’ d’acqua gocciolava giù, sui riccioli biondi.
E William fissava quei riflessi. Edward lo guardò, mentre si sedeva sul letto,
dimenticando le minacce. Fissando la rifrazione infinitesimale nell’acqua. E
null’altro. Non c’era nulla da fare.. quando prendeva quello sguardo.. ogni
partita era persa.
Lentamente abbassò la brocca, posandola sul tavolino ovale. Spostando di libri,
per non bagnarli.
Fogli spiegazzati, cartellette di pelle consunta piene di appunti… un calamaio
e qualche macchia di inchiostro anche sulla tovaglietta ricamata.
“Uh, queste sono peggio..” – commentò, indicandole.
“Dici che non andranno via?” – domandò, sporgendosi e mettendo le lunghe gambe
a penzoloni dal letto. Era alto per i suoi quattordici anni, già gli arrivava
quasi alla spalla.
“Ah, non lo so.” – Edward scosse i capelli, con un mezzo sorriso – “Ma non ti
preoccupare. Con te bisogna abituarsi ad avere inchiostro dappertutto.”
Era stato allora che William gli aveva sorriso. Alzando la testa verso di lui,
con quell’espressione adorante che illuminava il mondo.
Ricordare William poteva essere il più profondo dei paradisi o il più ampio
degli inferni.
Ma, in quel momento, era solo un attimo di oblio.
Si riscosse, quando sentì una mano sulla spalla.
“Spike si ricorda di te.” – ripetè Methos, scotendolo appena – “E puoi andare
da lui in qualsiasi momento. E’ qui, adesso. In questa epoca, in questa città…
devi solo decidere.”
No…
La verità, Methos.. è che ho paura…
Il passato è così poco potente, rispetto al presente.
È soltanto più buio e insidioso…
… e intenso…
e mio fratello si chiamava William, non Spike.
“No.” - Edward scosse la testa, spostandosi, lasciandosi andare sul divano –
“Non lo farò. Lasciamo le cose come stanno.”
***
Tra il lasciare le
cose come stanno e il mettersi il cuore in pace passava, come si suol dire, un
mare.
E un mare in tempesta, si sarebbe potuto specificare, osservando Edward
esercitarsi nell’ampio spazio a disposizione.
Methos, senza troppi rimorsi, aveva congedato Faith.
Una telefonata suonata pressappoco in questo modo.
“Perché, hai di meglio da fare?” – l’aveva provocato la cacciatrice.
“Di meglio no. Non mi va di averti tra i piedi.”
E Faith, ovviamente aveva apprezzato quella risposta.
Methos era per lei uno spirito amabile con cui essere perennemente in
disaccordo. In una famiglia in cui la comprensione per lei sembrava infinita,
il suo istinto la conduceva talvolta verso vecchie adrenaliniche abitudini.
Picchiare, provocare e sedurre.
E sentirsi in aperta battaglia con le idee degli altri.
“Ma bravo, Osservatore. Se lo sapesse il consiglio…”
“E tu di’a wes di fare la spia. Gli farà guadagnare punti.” – aveva ribattuto.
Prendendosi il telefono sul naso.
Senza troppo stupirsi della risata di Faith che aveva accompagnato la caduta
della linea. Con Faith fuori dalle scatole, la sua giornata sarebbe stata a
disposizione di Edward.
Finchè il sole batteva, implacabile, sulle loro teste, non avrebbero corso il
rischio di incontri ‘imbarazzanti’. A meno di due isolati da loro c’era
l’Hyperion. Ma Edward aveva comunque sbattuto la sua sacca in un angolo, senza
aspettare un invito ufficiale. Era sua intenzione fermarsi, almeno un paio di
giorni.
Era ombroso e di scarsa compagnia, almeno per il momento. Aveva domande che non
non avrebbe riportato a casa senza risposta.
E forse, nel profondo del cuore, non gli andava nemmeno di restare solo.
In centocinquant’anni di vita, Edward aveva condotto un’esistenza libera, senza
abbandonarsi mai agli eccessi e all’onnipotenza. Aveva vissuto come voleva,
come riteneva che fosse giusto.
I primi anni, lontano dall’Inghilterra, con Methos, era serviti per realizzare
gli impellenti sogni che si portava dentro, l’indispensabile bagaglio di ognuno
di noi.
Aveva respirato l’Asia e Methos aveva scoperto in lui un appassionato storico e
un attento esploratore. L’aveva educato, perfezionando il suo talento nell’uso
dell’arma bianca, lasciandolo libero di sperimentare le sottili e letali katane
giapponesi e tecniche di combattimento più adatte alla sua corporatura.
Edward era veloce, molto più agile di quanto non fosse Methos, ed aveva presto
rinunciato ad una spada che gli impegnasse entrambe le mani. Spade
dall’impugnatura cesellata, armi europee quanto orientali avevano finito con il
divenire parte del loro bagaglio.
A differenza dei suoi simili, non aveva una lama prediletta, bensì un culto per
l’arma nelle sue svariate forme. E amava girare armato, indipendentemente dal
perenne gentilissimo rifiuto che opponeva alle richieste di duello poste da
coloro che desideravano, senza alcun segreto, aggiungere la sua splendida testa
alla lista dei trofei.
Uno tra loro, addirittura, si era beato all’idea di poterla rimpicciolire e
portare sempre con sé, per onorare quell’aspetto fiero e nobile. E i suoi occhi
avevano continuato a manifestare quella brama nella testa ormai staccata dal
corpo.
Lui e Methos si erano separati nei primi anni del 1890. La loro convivenza si
era protratta ben oltre il periodo necessario per garantire la sopravvivenza di
un novellino. Per puro piacere, Methos aveva continuato a viaggiare con lui,
senza troppo rimpiangere le brume londinesi. E senza mai stupirsi di quei
silenzi che talvolta cadevano tra loro.
Le ferite di Edward erano fresche e ci sarebbe voluto ben più di una manciata
di desideri realizzati per iniziare a rimarginarsi. Il tempo passava e il
desiderio di sapere cosa fosse successo a casa, cresceva, innegabile.
Eppure, per quanto il richiamo talvolta divenisse insostenibile, Edward aveva
voltato le spalle al passato. E puntato verso un futuro in cui il raggiungere
un obbiettivo implicava averne già uno nuovo.
Nel corso dei decenni successivi si erano visti ben poco.
Methos era difficile da rintracciare e Edward aveva sfruttato la sua abilità di
adattamento per entrare perfettamente in sintonia con le epoche che
attraversava. E questo gli aveva permesso di godere di una certa tranquillità.
Dapprima si erano limitati a incontro voluti dal caso. Poi, nel ventesimo secolo,
attraverso le rivoluzioni sociali e le nuove tecnologie, avevano iniziato a
programmare i loro incontri.
Da un anno all’altro, in posti del mondo dove si sarebbero attesi solo per
poche ore, prima di riprendere la loro strada.
Essere forti con una arma in mano significava sopravvivenza, ma non certezza.
Ed entrambi, diversi per età e carattere, erano comunque uniti dalla
consapevolezza che, un giorno, uno di loro avrebbe atteso l’altro invano.
A metà degli anni novanta, Edward l’aveva raggiunto a Parigi.
Si era presentato, inatteso, per comunicargli che il Nuovo Mondo lo attendeva.
Desiderava stabilità. Aveva viaggiato molto. Ed ora voleva fermarsi e vivere.
Semplicemente.
E poi era ripartito, perdendosi nuovamente nel vasto mondo.
Disinteressandosi di Methos, fino al giorno in cui un’amica in comune non gli
aveva detto dove avrebbe potuto trovarlo.
E Los Angeles non era poi così lontana…o, perlomeno, era nello stesso
continente…
Edward fece un altro giro in cerchio, tornando a mettersi in posizione.
Indossava un paio di pantaloni morbidi, grigi e si allenava a piedi nudi. Il
sudore gli dorava la pelle e faceva risaltare maggiormente una lunga cicatrice
sul braccio che nemmeno l’immortalità avrebbe potuto cancellare.
I capelli umidi erano buttati indietro, in riccioli scomposti. Il lieve accenno
di barba che Methos non aveva prontamente notato al primo esame, conferiva allo
sguardo una maggior profondità.
Laghi infiniti, concentrati in una nuova serie di parate e affondi.
“Vuoi un avversario?” – domandò Methos, abbassando il libro.

Alla fine era tornato alle sue letture, lasciandolo riflettere in pace. Ed
anche se leggeva più volte la stessa riga e non provava più interesse a sapere
chi fosse l’assassino, si sentiva calmo.
E pronto ad un nuovo round.
“No, grazie.” – Edward stava compiendo un’ampia rotazione, fendendo l’aria con
la spada. Un movimento liquido e controllato.
“Sei decisamente migliorato.” – si complimentò.
Facendolo inaspettatamente sorridere.
“Ma meno male. Con un secolo di allenamenti giornalieri!” – replicò, ironico –
“Non ci fosse miglioramento potrei anche deprimermi…”
“In effetti…” – soppesò Methos, chiudendo il libro e lanciandogli l’asciugamano
– “allora, che ne dici se violiamo il nostro accordo e parliamo un po’ di
questa storia?”
Edward si strofinò la faccia, lasciando scivolare la spada su uno dei materassi
Il nostro accordo…
Me ne ero dimenticato.
Egitto, 1857
“ Risparmiami i commenti.”
“Non intendevo dire nulla.” – replicò Methos, restando in piedi, le mani nelle
tasche dei pantaloni.
Edward, in tenuta coloniale, con la carabina tra le mani e i piedi sul tavolo,
lo fissò.
“In tal caso.” - rispose, senza smettere di essere vagamente ostile – “Ti
ringrazio.”
Methos fece due passi verso di lui, togliendogli il fucile dalle mani.
“Vedi, Edward…” – spiegò, aprendolo e poi impugnandolo per controllargli le
diottre – “Io ritengo che tra le persone intercorrano sempre dei taciti
accordi. Il nostro implica che io attenda che sia tua a parlarmi degli affari
tuoi. E non il contrario.”
Edward non era abbastanza stupido da ritenere che Methos si credesse una prima
donna. Per quanto quella frase fosse stata scarna e leggermente pedante, aveva
ugualmente compreso.
E apprezzato.
“Cosa vuoi sapere?” - domandò, sedendosi a terra, a gambe incrociate, con
l’asciugamano sulle spalle.
“Se mai, cosa vuoi sapere tu…” – rispose Methos, allungando le gambe sul
divano. “Io assolutamente nulla. Ho già fatto la mia scelta… no?”
“Certo. Ma ciò non toglie che tu abbia ancora qualche domanda senza risposta.”
– spiegò, fissandolo. A quanto pare, i Coventry avevano la provocazione e
l’ironia anche come armi di difesa, direttamente incise nei cromosomi.
E lui che si stupiva ancora di questo fatto…
“Sei sicuro che non ti abbia riconosciuto?” – domandò Edward, cambiando
improvvisamente idea.
“Ne sono sicuro.” – sospirò, alzandosi. E anche fosse che si ricorda, non gli
importa.
Non sono io quello che sono morto, nel suo cuore… potevi essere in una stanza
piena di gente. Ma eri l’unico che William vedeva.
“Ma come, te ne vai alla prima domanda?” – sbraitò Edward, torcendosi per
vedere dove stava andando.
“Oh santo cielo, Eddy!” – replicò Methos, sbattendo lo sportello del frigobar.
E aprendo un lattina – “Birra! Ne vuoi una?”
Edward si morse le labbra. E scosse la testa, in segno di diniego.
“Stavamo dicendo..” – riprese Methos, ignorando il suo nervosismo – “Non mi ha
riconosciuto. E io ho impiegato parecchio a riconoscere lui. Ti assomiglia
ancora parecchio.. ma quei capelli…”
“Perché, che hanno i suoi capelli?”
“E’ biondo…”
“E’ sempre stato biondo…”
“No, Edward. Intendo dire che è biondo platino. Ossigenato.”
Il ragazzo aveva sbarrato gli occhi. Si era dimenticato l’agitazione e le mani,
che poco prima si erano strette una sull’altra, erano abbandonate sulle
ginocchia.
“Stai scherzando!” – boccheggiò.
“Oh no, per niente! Lo si vede benissimo al buio!” – ribattè, ridendo – “Li
porta tagliati a spazzola. Da qualche tempo li tiene sparati verso l’alto,
modello Billy Idol.
Il quale, da quanto dicono, ha preso da lui già negli anni ottanta e…”
“Aspetta, così è troppo, non ti seguo!” – e siamo solo ai capelli…– “come
sarebbe a dire che Billy Idol ha preso da William?”
“Io non so se sia vero, ma così racconta lui. Ma andiamo avanti. Fuma come un
turco, non le manda a dire a nessuno ed è un combattente come pochi.”
“William combatte?”
“In qualche modo deve difendersi dai suoi nemici che il più delle volte hanno
tentacoli e tendono al verde.” – Methos bevve un sorso – “E’ veramente bravo.
Lui ed Angel si allenano spesso nel corpo a corpo e sono un gran bello
spettacolo. I suoi sensi sono molto sviluppati, come i suoi movimenti. Ma ho
l’impressione che talvolta se ne dimentichi. Per certi aspetti, è molto umano.
Per altri.. bhe, per altri diciamo che c’è l’inconscio demoniaco.”
Edward aveva abbassato gli occhi, a questa frase. Le ciglia color miele erano
lunghe e gettavano una leggerissima ombra sugli zigomi.
“cosa intendi per inconscio demoniaco?”
“Non è facile da spiegare. L’esempio più lampante è la mutazione dei
lineamenti. E del colore degli occhi. Il suo organismo si potenzia, diviene più
veloce ancora. E forte. Certe volte è una perdita del controllo. È come se in
lui vivesse un altro, così potente da poterlo dilaniare.
Credo sia per questo che è divenuto così forte. Combatte con se stesso, ora più
che mai, per via dell’anima. Eppure è equilibrato, almeno in apparenza.”
Edward era tornato a stringersi le mani, pensosamente.
“In lotta con se stesso.” – mormorò, quasi soprappensiero – “ non so se posso
immaginare quanto sia devastante questo fatto. È più forte di me domandarmi se
non lo fosse già in vita…”
“Anche lo fosse stato, ora è una cosa diversa. Il demone è una cosa diversa da
un dissidio interiore umano. Ci sono molti studi noiosissimi a riguardo, ma se
semplifichiamo il tutto, possiamo dire che il demone, quando subentra, è
abbastanza forte da scacciare l’anima, ma non da ucciderla. Il che implica che
questa, con sistemi non meglio definiti, possa tornare… con una piccola,
irrilevante, manciata di sensi di colpa…”
“Piccola e irrilevante quanto?” – domandò Edward, alzando un sopracciglio e
stando al gioco.
“Proporzionale all’esistenza, Edward.” – replicò Methos, interrompendo il
sarcasmo e abbassando la voce – “Si può impazzire per la consapevolezza di un
delitto. Ma se i delitti sono centinaia… no, è un discorso inutile. Quello che
passa per la testa di Spike è incalcolabile. Tu sai quanto può essere lunga
un’esistenza. Ora prova immaginarla senza coscienza. E con malvagità pura.”
Non era una cosa facile da accettare. Edward non riusciva a far coincidere le
informazioni con i suoi ricordi. Non c’era più nulla, nulla.
Methos, senza curarsi delle sue riflessioni, stava seguitando a parlare.
“Lui e Angel sono casi unici, sulla terra. Per cui non basta il loro rimorso.
C’è anche la Redenzione, sommata ad una valanga di profezie, mezza tonnellata
di leggende e una punta di Predestinazione… ma questo discorso te lo risparmio.
Intanto suppongo che tu abbia qualche decennio a disposizione, per sviscerare
l’argomento.”
Era vero.
Forse più ancora della crescita di William, si sentiva attratto da quel mondo.
Un mondo fantastico, a un passo dalla fantasia. Un mondo oscuro, di regole che
gli sfuggivano.
Per la miseria, fratellino.. ci sei riuscito a finire in uno dei tuoi libri…
“vorrà dire che studierò.” – commentò, asciutto, sdraiandosi e puntellandosi
sui gomiti – “dimmi qualcosa che non troverò in biblioteca.”
“tutt’altro. Ti dirò proprio una cosa che troverai in biblioteca. Perché è
basilare.” _ Methos accartocciò la latina, provando a fare canestro – “Spike è
famoso tra i vampiri. È conosciuto anche come William il sanguinario.. o come
l’uccisore delle Cacciatrici.”
Sanguinario…
Uccisore…
Aspetta un momento….
“E cosa sarebbero le Cacciatrici?”
***
E Methos, pazientemente, gli aveva
raccontato del grande amore di William per le Cacciatrici. Della morte che
aveva donato loro, della passione con cui l’aveva fatto.
Come se avesse riflettuto a lungo, a riguardo. Un po’ per volta, in quella
grande storia che aveva a che fare con gli opposti del mondo, con il bene e il
male, i vampiri e le Cacciatrici, Spike aveva trovato il suo posto.
Dalle tenebre da cui proveniva, aveva radunato la forza necessaria per
combattere contro quella singola fanciulla predestinata. A modo suo, aveva
ucciso la sua morte, in lei.
Con quel trasporto che da vivo aveva coltivato nella bellezza. E che ora
ritrovava nella lotta pulita.
Ballare con le Cacciatrici. Un pensiero romantico, che lo aveva distinto da
vampiri ben più anziani di lui. Una passione che aveva fatto di un predatore un
artista.
Questo è sbagliato, sussurrò Edward.
Spike è l’opposto. È colui che, nato artista, è divenuto predatore.
Su questo posso garantire io stesso.
Comunque sia, riprese Methos con l’aiuto di un nuovo caffè, Spike è stato sopra
le aspettative di molti.
Due cacciatrici morte. Una in Cina, l’altra a New York. E, tra le due, si
possono ricostruire i suoi spostamenti in base all’attivazione delle prescelte.
Sanno che le uccise sono queste. Ma non sanno su quali altre Spike abbia saputo
metter mano, in un modo o nell’altro.
“Una frase interessante.” – rise Edward. Quel quadro del suo imberbe fratellino
lo deliziava nella misura in cui gli faceva male.
La società di cui avrebbe dovuto far parte lo aveva scartato, come un esemplare
di seconda scelta. E lui, in cambio, si era preso il mondo, in molte sue forme.
Chissà quanto c’era di sbagliato e terrificante, nelle sue avventure. Ma
Edward, con la parzialità con cui l’aveva sempre amato e la difficoltà a
immaginarlo come un malvagio puro, non poteva che pensare alla rivincita che
William aveva avuto sui pregiudizi.
“Ora è un eroe. E anche se non può cancellare il suo passato, ha un presente
che ti renderebbe fiero di lui.”
“io non ho mai smesso di essere fiero di lui.” – commentò Edward, piantandogli
addosso quegli occhi – “nemmeno un istante.”
“Forse non immagini la portata di quello che ha fatto tuo fratello come
vampiro. Ha ucciso, Edward, con la miglior freddezza. Ha bevuto sangue come se
fosse sangria, senza trovare mai un motivo per fermarsi.” – Methos non poteva
tollerare le illusioni. E non voleva, soprattutto, che Edward ascoltasse una
storia horror ritenendola una fiaba – “So benissimo come tu stia pensando a
quanto si è riscattato dalle prese in giro dei suoi compagni di giovinezza. Ma
credo anche che tu sappia fermarti a riflettere sul fatto che è un demone. E
che non puoi negare questa evidenza.”
“perché, solo i demoni massacrano per la gloria?” – ringhiò Edward.
Era un colpo basso, come quello che gli era appena stato inferto.
E Methos sapeva di esserselo meritato.
Istambul, 1860
“Ti aspettavi che te lo raccontassi?” – Methos provava il desiderio di
strangolarlo – “credevo che sapessi che non è mia abitudine tirare fuori
episodi delle mie vite passate. Non capisco cosa ti stupisca.”
“Forse questo mi sarebbe piaciuto me lo raccontassi tu, piuttosto che scoprirlo
in questo modo.”
“Scusami tanto, Edward, se non mi andava di raccontarti uno dei miei massacri
preferiti.” – Methos piantò entrambe le mani sul tavolo, fissandolo in viso –
“E non mi andava di raccontarti i tempi della mia vita in cui mi tenevo la
gloria come amante… stai pur certo che non si regalano gioielli ad una femmina
del genere.”
“Methos.” – Edward si passò una mano tra i capelli e lo fissò – “mi dici che
c’è che non va? Non ti sto giudicando. Ripeto: avrei solo voluto saperlo da
te.”
“oh, ma smettiamola! Tu non vuoi capire. Tu vuoi che io ti racconti le mie
avventure. Ma sono sbagli, puri e semplici. Sbagli. Uccisioni. Distruzione.
Staccati da questo mito dell’eroe, per favore! A voi europei basta uno squillo
di tromba per chiamare in causa l’onore. In battaglia si muore, Edward. E
quelli che non muoiono possono sfruttarlo a loro vantaggio.”
Si era mosso, ed aveva spalancato la porta. Era già con un piede fuori dalla
soglia, quando si voltò, la mano allo stipite.
“Ho cinquemila anni, Edward. Metà degli immortali che incontrerai avrà una
storia su di me. E quando sentirai magnificare la mia arte della guerra,
ricordati che era solo violenza.”
Quel giorno l’aveva invitato a giudicarlo. A ricordarsi che si può
assecondare il male o il bene. Che il libero arbitrio è connesso a una forma di
giudizio.
Aveva visto troppi immortali adorare il dio che vedevano allo specchio. E non
poteva accettare che Edward perdesse la sua linearità di pensiero. E il suo
senso di giustizia.
Oggi, il problema si ripresentava.
“Non ragionare con il cuore, Edward.” – brontolò Methos – “Non negare mai le
decisioni che Spike ha preso. E le conseguenze che ci sono state. Lui è il
primo che non accetta di farlo. Chiama le cose con il loro nome, anche quando
vorrebbe nasconderle. Lui è un demone. E ci sono momenti in cui ne va fiero. Ma
non verrà mai a raccontarti con orgoglio dei bambini che ha trucidato e delle
feste in cui si é servito ma non dal buffet!”
Si era alzato, affacciandosi da una delle ampie finestre. Poi si era voltato,
appoggiandosi al davanzale.
“Pertanto, se lui è il primo che cerca di avere un po’ di obbiettività, fammi
il piacere di averne anche tu.” – accennò un sorriso – “l’unica debolezza dei
tempi andati che Spike continua ad avere, comunque, sono proprio le Cacciatrici.”
l’aveva detto con un tono divertito, abbandonando quel rimprovero mosso tanto
prontamente.
Edward, tralasciando per un istante il pensiero di Spike e della sua
dannazione, si domandò cosa potesse importare al suo mentore di tutto questo.
Era assolutamente intollerante nei confronti della magia. I riti asiatici e
africani a cui aveva assistito insieme gli avevano dipinto sul volto
un’espressione di freddezza e rispetto che rasentava il disinteresse.
Allergico. Ecco come si definiva, allergico.
“dapprincipio mi viene un gran nervoso… poi il desiderio di spaccare tutto..
poi non riesco più a muovere un passo…e poi, se proprio non posso andarmene,
cerco di calmarmi e pensare hai fatti miei.”
“Deduco che ne hai visti, di riti magici.”
“oh certo, ci sono giorni in cui non ho altro sotto agli occhi. Ma se posso li
evito… come la peste…”
Edward non ricordava dove avessero avuto quella conversazione. Quello che
era certo, era il vago disgusto di allora che Methos stava tirando fuori
adesso.
“E poi c’è Wes, che potrebbe piantarla con quei suoi dannati libri. C’è un
incantesimo per questo… E uno per quello… esorcizziamo il ragazzino dei
giornali, così la pianterà di spaccarci i vetri.. imprigioniamo in una
dimensione infernale la barista che mi ha mandato in bianco… no, in effetti non
è a questi livelli… ma credo tu abbia capito.”
“oh si.” – Edward annuì, serissimo. Passando dalle sopracciglia aggrottate al
sorriso – “A parte chi è Wes, il resto è ok.”
“Wes è un Osservatore. Si occupa di una Cacciatrice.
Cioè, si occupava, adesso sono io l’Osservatore.”
Edward lo fissava, indecifrabile. Aveva inclinato la testa da un lato, con aria
perplessa.

Se i suoi zigomi fossero stati più affilati, e di colpo si fosse acceso una
sigaretta, Methos l’avrebbe chiamato Spike.
E ci avrebbe litigato.
“Senti un po’…” – mormorò il ragazzo, alzandosi e piantandosi le mani sui
fianchi – “Tu ti stai divertendo a confondermi.”
“Io? e come sarei riuscito in questo?”
“Vampiri, Cacciatrici, Osservatori.” – enumerò alzando la mano sinistra e dando
modo a Methos di vedere un tatuaggio allungato sul polso e sul dorso –
“Incantesimi, Redenzione, Omicidi.”
“Se hai elencato sei punti, come fai a enumerare ancora con una mano sola?”
Edward lo fissò. Gli occhi divennero due fessure e lui si voltò, andando
spedito verso la sua sacca.
Ecco.. mi sono giocato la testa..
Lo sapevo…
Lo scatto di un accendino.
Methos si sentì come colpito da un fulmine. E lo guardò, sbalordito.
“Ricominciamo.” – ringhiò Edward, stringendo il filtro tra i denti – “E con
ordine.”
***
“Adesso.” – commentò, sei sigarette dopo – “Mi è tutto più chiaro.”
Edward, come sempre, non si era smentito. Aveva ascoltato, senza un commento,
le motivazioni che avevano spinto Methos ad accettare quel compito ingrato. Si
era sorbito le spiegazioni su cosa fossero gli Osservatori e un paio di teorie
metafisiche.
Aveva schematizzato i pro e i contro.
E, dulcis in fundo, aveva focalizzato l’aspetto base.
“perché Doyle ti ha ficcato in questo casino?” – domandò, incrociando le
braccia. Lui e il demone non si conoscevano di persona. Ma Edward aveva
conosciuto Sinead e aveva avuto una parte dei segreti di Methos in dono, molto
tempo prima.
Per molti aspetti, Methos era la sua famiglia. Edward, cresciuto in una casa
serena e arricchito da questa fortuna, non concepiva la vita senza legami. A
modo suo, nel suo piccolo, si sentiva legato a quell’irlandese che Methos aveva
tutelato e cresciuto.
“Perchè è il suo dovere di figliastro.” – ribattè Methos, ridacchiando.
“Non hai l’aria del martire…”
“Se non mi andava, non lo facevo.”
“Giusto, me ne ero scordato.”
Methos appoggiò la testa alla mano, fissandolo.
“Altre domande?”
“No. Mi sembra di aver capito abbastanza.” – commentò, spegnendo l’ultima
sigaretta nel posacenere – “Finiamo solo la storia…”
“E’ finita. Sono qui, c’è Faith… fine.”
“Non me la bevo.”
“Non me la porto a letto, se è quello che vuoi sapere.”
Edward lo fissò, appoggiando il mento alle mani intrecciate. Sorridendogli,
dapprima con lo sguardo…
“perchè, è riserva di caccia di qualcun altro?” – lo provocò.
“Sei impossibile.” – boccheggiò l’immortale – “Sono passati centocinquant’anni,
Edward. Non puoi violare la privacy di tuo fratello. È nei suoi diritti tenere
per sé certe cose.”
“Infatti non ho chiesto a lui ma al mio amico immortale. E questo mio amico
immortale, permettimi il gioco di parole, essendo un buon osservatore…”
“Si, certo. Un buon Osservatore, con la O maiuscola rispetta i segreti della
sua Cacciatrice.”
Edward gli sorrise, con aria da monello.
“perfetto. Ho saputo quel che volevo.” – commentò, stiracchiandosi – “Grazie.”
E Methos, suo malgrado, ammise la sconfitta con una risata.
“Doyle dice sempre che era nel destino di Spike farsi sconfiggere da una
Cacciatrice.” – aggiunse, più tardi, mentre Edward impilava i piatti del pranzo
e li posava in cucina.
“E William come gli risponde?”
“Fatti i cazzi tuoi, tappo irlandese.”
Edward rise, aprendo il rubinetto.
“Bella risposta.” – si soffermò un attimo, poi prese il coraggio per chiedere –
“E dimmi un po’.. qualcuno lo chiama ancora William?”
“Solo Angel. Ma per gli altri è Spike.”
“Perché solo lui?”
“Spiacente, non ho risposta.”
Angel. Per quanto provasse a tenere sotto controllo le sue emozioni, tutto
quello che stava accadendo non gli dava pace.
William non distava più di due isolati. Mai, nel tempo e nello spazio, erano
più stati vicini come ora.
Eppure si trovava dannatamente lontano.
E in mezzo a loro, insieme a tutti il resto.. Angel.
Spike viveva sotto lo stesso tetto del suo assassino.
No, non riusciva a capire.
“Edward.” – canticchiò Methos, passandogli accanto – “ Angel non è quello che
pensi.”
“Devo porre mio fratello sulla bilancia della morale e della giustizia.” –
commentò Edward mantenendo lo sguardo fisso – “E usare un altro metro per
Angel? Mi sembra un controsenso.”
“Non ti sto dicendo di usare un altro metro per Angel. Ti sto parlando del
beneficio del dubbio. Se Spike lo rispetta, un motivo deve esserci.”
“Non ne dubito… ma non condivido.”
“ne sei veramente certo?”
Il tono di Methos era risuonato strano.
Edward non si mosse. Sapeva che c’era dell’altro.
E attendeva.
“Sei sicuro che non si possa andare d’accordo con il proprio carnefice?”
Edward si voltò lentamente. Methos era a braccia conserte, appoggiato contro il
frigo.
Ed era serio.
E del tutto privo di emozione.
Londra, 1857
Lo seguiva da quando era uscito di casa. Passo dopo passo, cercando di
mantenere la sua andatura, cercando di non raggiungerlo. Guardandolo
rallentare, come se stesse per cadere, e poi riprendere a camminare.
Nell’osservare quella figura, alta e fragile, Methos si sorprendeva a
trattenere il fiato. Il cuore gli martellava, fin dentro le tempie, dandogli
l’impressione che il mondo fosse un unico mormorio indistinto.
Camminava lento, assorto nei suoi pensieri.
E per quanto fosse diritto come giunco e elegante, come sempre, ogni passo gli
costava una fatica immensa.
Londra era tiepida, quella notte. L’aria era dolce, e il ragazzo la inalava
piano, senza rimpiangere la brezza di mare che aveva respirato nelle settimane
precedenti.
Era tornato a casa. E non se ne sarebbe più andato.
Aveva pregato che non accadesse mai, che una morte violenta non gli si parasse
sulla strada.
Era ad un passo dalla certezza che questo non sarebbe mai successo… e ora…
Ora…
Ancora pochi passi, e sarebbe stato troppo tardi.
Era il momento di decidere.
L’ultima via buia… l’ultima prima che fosse a casa.
L’ultima…
Accelerò l’andatura, raggiungendolo. La sua mano, al di sotto del mantello,
aveva già trovato quello che cercava. Senza esitazione.
Il giovane lord era fermo, a pochi metri dal lampione successivo. La sua mano
guantata stava sfiorando i mattoni impregnati di umidità, macchiando i
polpastrelli di una tonalità quasi nera.
Era languido, nell’inclinare la testa, cercando di catturare ancora più aria.
Nemmeno il leggero rantolio che ora Methos sentiva, interrompeva quel dialogo
silenzioso con il mondo circostante.
Una notte pura, con poche stelle. Una notte indimenticabile…
Sapeva cosa fare.
Aveva smesso di porsi quella domanda. Non voleva più sentirla, prepotentemente
al centro del cervello. Non voleva più porsi problemi, a riguardo.
Non c’erano che un paio di metri, tra loro.
Adesso gli stava alle spalle.
Vicino.
…la mano ancora contro il muro…
… gli occhi socchiusi, la testa indietro, in attesa di una risposta dal creato…
“Edward.”
Lo chiamò e attese si girasse, l’espressione interrogativa, nel riconoscere il
timbro della voce.
Poi fece fuoco.
Edward finì di impilare i piatti, in silenzio.
E Methos, dopo un attimo, si mosse, passandogli a fianco, e salendo veloce le
scale del ballatoio.
***
“Permesso?” – Edward
si affacciò alla porta. E Methos, con aria ossequiosa, abbassò il libro e lo
fissò.
“Avanti.” – rispose.
Edward era in piedi, davanti alla scrivania, con le mani in tasca.
“Facciamo pace?”
“Dai, siediti…”
Edward sprofondò nella poltrona di pelle nera, scompigliandosi pensosamente i
capelli. “Non ce la faccio, Doc.” – mormorò, tornando all’appellativo del
passato – “Per quanto mi sforzi, non riesco a venirne a capo. Mi sembra che la
testa possa esplodermi da un momento all’altro.
Mio fratello… l’ho perso così tanto tempo fa… lui è uno di quei volti che ci
lasciamo alle spalle, quelli che dobbiamo perdere inevitabilmente. E ora… cosa
sarebbe stato, se le cose fossero andate come dovevano? Sarei morto solo io,
Methos? Era inevitabile quello che gli è successo?”
“Non lo so, Eddy. Nessuno lo sa. Quello che so, è che tu non ne hai colpa. Tu
sei morto. Per tutti loro, sei morto comunque. E William… può darsi fosse
destino, realmente. Ma credere nel fato è una scelta, non una realtà assodata.”
“Gli immortali nascono predestinati. Cosa ci distingue dai mortali? Solo noi
abbiamo un destino?”
“La nostra è una possibilità, non un dogma. Possiamo vivere e morire nel nostro
letto, secondo le leggi di natura. Solo una morte violenta ci dona l’eternità,
lo sai bene. Anche noi siamo guidati dalle coincidenze. O dalle scelte altrui,
nel tuo caso.”
Edward abbassò gli occhi, assecondando la battuta, con l’ombra di un sorriso.

Non ne avevano mai parlato.
Mai, in tanti anni, Edward aveva chiesto Methos il perché di quella decisione.
Anche se poteva immaginarlo e forse, nel suo intimo, esserne addirittura
lusingato.
Methos l’aveva ucciso. Gli aveva puntato contro una elegante pistola intarsiata
e aveva sparato, guardandolo fisso in viso. L’aria si era riempita dell’odore
di bruciato della polvere e, un istante dopo, tutto era divenuto caldo.. e poi
troppo freddo…
E poi il mondo era cambiato.
Per sempre.
E in quel mondo ormai diverso… c’era ancora Methos.
Con i suoi difetti e la sua vita caotica. E la sua saggezza, svezzata dal
tempo.
Ed Edward che, come William, si svegliava la mattina sorpreso di quanto la vita
l’avesse portato a vite ignote, non aveva mai immaginato diverso un singolo
minuto che aveva passato, correndo, alle spalle di Methos.
Eppure restava sempre la domanda, insidiosa. Il giusto e lo sbagliato, ancora
una volta in gioco.
Perché.
Perché farsi carico di una scelta che Edward avrebbe potuto rifiutare?
Con quale diritto?
Secondo quale incomprensibile piano?
Perché... perché andare contro le proprie idee in questo modo…
Methos, a modo suo, stava seguendo gli stessi ragionamenti.
Le sue concezioni dell’esistenza… e il non essersi mai pentito di avergli
sparato.
Aveva avuto un motivo ben più valido di qualsiasi credo.
La vita, contro la morte.
Il dolore…
No.
Non intendo tornare sui miei passi. Ripercorressi la mia strada un’altra
volta.. anche solo con il pensiero… sarebbe una volta di troppo.
Quel che fatto è fatto.
Senza rimorso.
E senza pentimento.
“Già.” – commentò, incrociando le braccia e dandosi ragione. Prima di
ricordarsi che c’era Edward seduto dall’altra parte del tavolo.
E che, con uno spettatore, è meglio non mettersi a parlare da soli.
“Che c’è!” – domandò, infastidito, allargando le mani – “Mai visto uno che
pensa?”
“Come no.. ne ho visti a migliaia… ma che adesso tu voglia far parte della
categoria…”
“Non mi provocare, Eddy.” – Methos gli mise un dito sotto il naso,
protendendosi sulla scrivania – “Perché se dici un’altra parola poco gentile,
ci rivedremo nel ventiduesimo secolo.”
“Chissà che pace…”
“Guarda che ho sentito…”
“Ma se non ho detto nulla…”
E fu in quel mentre, che suonarono alla porta.
“Resta qui.” – ordinò Methos, alzandosi.
E non passò molto, che Edward potè sentire Methos parlare. E poi lo scatto
della porta che si chiudeva.
“Ti avevo detto di non venire….”
“Si, lo so.” – replicò una voce femminile – “Ma me ne sono fregata.”
Una bella voce rauca e beffarda.
Edward si sporse, inarcandosi sulla poltrona.
Cercando, con addirittura i piedi puntati sulla scrivania, di vedere con chi
stava discutendo Methos.
“Faith, ti ho detto che oggi ero impegnato.”
“No, hai solo detto che non avevi voglia di vedermi. E io ho deciso di non
prenderti sul serio.” – replicò la ragazza, scivolando scompostamente sul
divano – “Allora, osservatore, mi alleni?”
A queste parole, Edward decise che la posizione non lo favoriva. Rotolò giù dal
bracciolo e fece il passo del giaguaro fino alla porta, affacciandosi sul
ballatoio.
Osservatore sulla bocca di una ragazza uguale cacciatrice.
Un’equazione semplice.
Cacciatrice uguale Faith.
Mia cognata.
Da dove si trovava, vedeva solo due gambe vestire di nero con in fondo degli
anfibi lucidi.
Continuava a sentire la sua voce roca, impegnata a ribattere a quella di Methos
e a grondare sarcasmo. Si stava divertendo, alla follia.
E l’uomo, a metà strada tra l’istinto omicida ed il divertimento puro, le
rispondeva per le rime, citando il suo seno grosso e le sue spalle da
lottatrice.
Ma la ragazza non sembrava ugualmente prendersela a male.
Anzi, più lui sottolineava con bel garbo i suoi difetti, più lei svelava un
nuovo epiteto che avrebbe fatto arrossire i frequentatori dei bassifondi
londinesi.
Edward non credeva alle sue orecchie. Quella era la ragazza di William… e non
aveva niente in comune con i grandi amori della sua adolescenza! Era concreta,
dura, terribilmente disincantata. Probabilmente non conosceva preamboli e
risolveva le discussioni collezionando le otturazioni dell’interlocutore.
E quanto gli piaceva!
Sentire Methos alle prese con quella tipa indomabile gli stava provocando
ripetuti attacchi di risate che lui cercava di sedare, in qualche modo.
Trattenendo il fiato, o pregando di restare serio e concentrato.
Forza, Edward… puoi farcela…
“Oh, va bene.” – commentò infine Faith, alzandosi – “Me ne vado. Tieni.”
“Che cos’è?” – domandò Methos, prendendo il foglio ripiegato che la ragazza gli
porgeva.
“Non lo so.. una comunicazione di qualcosa. Westley mi ha detto di portartela.”
– Faith si mosse verso l’ampio tavolo sotto il ballatoio, annusando
distrattamente i fiori al centro, nella grande coppa di cristallo.
E, con quello studiato movimento incurante, entrò nella visuale di Edward.
Però…
Appoggiato alla parete, ruotando la testa il più possibile, poteva ammirare i
capelli lunghi e scuri, le spalle ben disegnate e, tanto vale va ammetterlo,
anche il seno.
Quella ragazza aveva delle…
“Da lì vedi anche dentro la scollatura fino all’ombelico?” – domandò Faith,
parlando al tulipano che teneva tra le dita. E alzando gli occhi verso il
ballatoio.
Edward appoggiò la testa alla parete, dandosi dell’emerito imbecille. E
segnando, mentalmente, la capacità di ricezione di una cacciatrice.
È come un predatore, aveva specificato Methos, si può dire che veda sempre e
comunque, al buio. Il che, tradotto in termini più concreti, significava stare
sempre all’erta. Quella ragazza, Faith, era una parabola puntata sul pianeta
terra.
Non poteva tirarsi indietro, senza attirare la sua attenzione.
E, a dire il vero, la cosa lo intrigava, parecchio.
Passare sotto il naso di Faith, non lasciar intendere chi fosse e fare, della
possibile attenzione, un punto di forza.
“Non è mia abitudine spogliare le ragazze con gli occhi” – replicò, uscendo a
appoggiandosi alla ringhiera – “Ma una conversazione come la vostra era tutta
da ascoltare.”
Faith alzò lo sguardo, registrando l’alta figura, sospesa qualche metro sopra
la sua testa. Aveva occhi chiari, e una corona di riccioli biondi a stento
trattenuti dagli occhiali da sole che portava come un cerchietto.
Porca puttana…. E Methos tiene questo belvedere in studio…
Mmm… e bravo Methos…
Si voltò, con un’eloquentissima occhiata ammirata all’immortale. E Methos,
prossimo ad un attacco di nervi o a una sincope, si domandò se non fosse anche
il caso di arrossire.
Coventry… gli anni passano, ma tu resti sempre uno stupido dandy…
“Posso presentarvi?” – domandò… Faith, ti giuro che se lo guardi un’altra volta
così, ti regalo la sua testa.. dopo avergliela staccata a morsi – “Faith,
questo è un mio vecchio amico, Eddy. Eddy, lei è Faith...”
ecco.. cosa dico di Faith… se dico Cacciatrice capirà cosa sa Edward… se dico…
taglia corto.
Lei è Faith. Punto.
“Piacere di conoscerti.” – replicò il ragazzo, scendendo le scale e tendendole
una mano sopra la balaustra. Stava parlando un americano perfetto, del tutto
privo di accento.
Dove era finita l’intonazione che dava alle parole? Adesso, senza ombra di
dubbio, sarebbe passato per un perfetto californiano.
“Piacere mio.” – replicò lei, apprezzando la stretta forte e il sorriso aperto.
Quel tipo aveva un savoir faire che la mandava su di giri – “ Adam, amico
vecchio quanto?”
“Come scusa?” – commentò Methos, aggrottando la fronte e facendo finta di non
capire.
“No.” – sorrise lei, enigmatica – “Niente.”
Non era convinta. Ma poco importava. Niente le dava fastidio in quello
sconosciuto.
Anzi… lo fissò, come era solita fare con tutto ciò che incontrava,
percorrendone la statura, dai mocassini fino al collo delle camicia slacciato.
Focalizzando una giugulare pulsante e i segni della respirazione. Era
perfettamente rilassato.. ma soprattutto era certamente umano. L’istinto non
aveva nulla da obbiettare a questa conclusione.
Solo per un istante, soffermandosi sugli occhi e sullo sguardo con cui
ricambiava, si sentì percorrere da un brivido. Un millesimo di secondo, non
abbastanza per registrare un’intuizione mancata.
Era tutto a posto. E lei, contrariamente all’ intenzione di provocare il suo
Osservatore ufficiale, dovette ammettere con se stessa che la sua presenza era
inopportuna. Era ora di levar le tende.
Faith accennò un sorrisetto per chiudere quell’esame rapido ma quanto mai
efficace.
“Vi lascio ai vostri discorsi.” – commentò, calcando la parola discorsi e
provocando in Methos un’altra ondata di bile.
“Piacere di averti conosciuto.” – ripetè quell’Eddy, sorridendole di nuovo. Gli
occhi gli brillavano decisamente, di un’ilarità repressa che Faith non sapeva
spiegarsi del tutto.
Un vero dispiacere sapersi già innamorate e ritrovarsi di fronte quel dono dal
cielo…

Quel tipo era agli antipodi del suo vampiro… dal sorriso ai movimenti. Eppure…
Eppure Faith, per essere una Cacciatrice, mancava a volte della fantasia
necessaria. I suoi forse e i suoi eppure, figli dell’intuizione, tendevano a
finire nel reparto pensieri scartati.
Sicchè, il possibile punto di incontro tra Spike ed Edward, venne sbattuto
nella categoria ‘ effetti di luce’.
Così vicino alla realtà da essere sorprendente.
Perché la luce che Faith aveva identificato su Edward, non proveniva da
fuori... ma da dentro…
***
Venti minuti più
tardi, rientrando all’Hyperion, avrebbe trovato Wes sotto il portico, intento a
prendere una boccata d’aria.
“Fatto tutto.” – disse, scavalcando la panchina e andandogli incontro – “Ha
detto che si farà vivo per parlarne. “
Ottimo, rispose l’Osservatore, girando le pagine del giornale. Interrompendo la
lettura, nel notare la sua espressione pensierosa.
“Qualcos’altro?”
“No, niente di particolare.” – Faith scosse il capo. Poi, visto che non aveva
nulla da perdere in dignità, azzardò – “Wes, posso farti una domanda?”
“Penso di si…”
“Ti è mai successo di incontrare qualcuno a cui si addica il termine ‘
rifulgente’?”
Questo si che era strano, detto da Faith.
Wes si trattenne per un pelo dal chiederle come diavolo sapesse una parola così
forbita. Sarebbe suonato offensivo, gli ricordò il suo sangue inglese.
“Ma no, è un sciocchezza.” – aggiunse, subito dopo, la ragazza, movendosi per
entrare in casa – “Lascia stare… si vede che frequento troppo Spike e le idee
bacate.”
***
“Per la miseria, che
ragazza…”
ecco, l’aveva ripetuto di nuovo. Passava dal tono entusiasta a quello ammirato,
per tornare al perplesso e di nuovo allo stupito.
Methos alzò gli occhi al cielo, prima di infilare le mani nel cassetto e
continuare a frugare.
Non che il foglio portato da Faith fosse di vitale importanza… ma cercare la
documentazione relativa lo teneva occupato. E gli impediva di commettere un
temporaneo omicidio sulla persona di Edward Coventry, inglese purosangue e
idiota fin nel midollo.
“Pensi che questa tua esaltazione da pericolo scampato durerà ancora a lungo?”
- domandò, sbattendo un raccoglitore sul tavolo e strappandogli l’elastico –
“Perché passati i primi seicento modi di dirla, la tua esclamazione diventa
piuttosto monotona…”
“Tu non lo pensi? Quella è nitroglicerina.” – Edward era tanto allegro da
sembrare scimunito – “Ed è mia cognata per giunta!”
A quella frase, il sistema di autocontrollo di Methos si disinserì.
“La tua…” – si voltò, fissandolo – “Ma fammi il piacere! Spike non si sposa
Faith!” “Perché?”
“Perché… per le croci sull’altare, che ne so! O perché sono tutte due prodotti
del ventesimo secolo! Quei due vivono insieme, si amano, si odiano e non si
mettono di certo le manette!”
“Methos, data la tua passione per il matrimonio, non mi sembra il caso che le
chiami manette…”
“Ma proprio perché so di cosa sto parlando, so per certo che non se la sposa!
Ma dico, da dove vieni per avere un’idea del genere?”
no.. questa non era una frase geniale…
“Nell’ottocento ci si sposava, Methos.” – replicò Edward, tallonandolo –
“c’erano i principi morali, l’astinenza, il rispetto reciproco…”
“Certo, tre cose che ai tempi attuali mancano. Anzi, no, è cambiata
l’impostazione: ti astieni dall’avere rispetto per i principi morali. Hanno
gabbato il mondo con le parole, amico mio. E sono andati direttamente ai
fatti!” – ribattè Methos, portando la sua bracciata di fogli al piano di sopra,
salendo le scale così baldanzoso da far vibrare la lamiera sotto i loro piedi.
“Credevo che anche ai tuoi tempi funzionasse in questo modo.”
“A quali miei tempi ti riferisci? Perché sai, colleziono epoche come
cartoline.” – aveva posato tutto sul ripiano in cristallo – “comunque, adesso,
il matrimonio serve solo per vestirsi di bianco. E visto che Faith non ama i
vestiti e tuo fratello non ha uno specchio per raddrizzarsi il papillon, non ci
sarà cerimonia.”
“Aspetta! Mi stai dicendo che è vera anche la questione del riflesso?” – Edward
aveva un buonumore incrollabile.. oppure un esaurimento nervoso – “magari anche
quella delle bare…”
“No, quella no. Una bara sciuperebbe il suo trench di pelle. E questo è
inammissibile.” – si accasciò sulla sua sedia, prostrato da quella discussione.
E guardò quel ragazzo che gli rideva in faccia.
“ma che ho fatto di male.” – gemette, mentre Edward afferrava una sedia e si
accomodava, a cavalcioni – “E chissà perché mi prendo così a cuore la
questione…”
“Già.” – annuì Edward, ridendo – “Chissà perché.”
Methos lo fissò. Forse il perché stava tutto in quella risata. In quel modo di
essere sereno che in Edward l’aveva colpito fin dal primo istante.
Quell’essere, senza ombra e senza esitazioni.
Quel vedere troppo lontano, quel non temere le sue responsabilità…
Edward, a differenza di molti, era nato per vivere.
E avrebbe vissuto a lungo. Non per la sua abilità nel maneggiare una spada. In
lui l’eternità esisteva da sempre.
“Se mi fissi ancora così, finirò con il concordare con Faith.”
“Eh?”
“Vergogna Doc.” – Edward gli scosse un dito sotto al naso, con disapprovazione
– “Tenere un maschio bello come me nascosto qui…”
Ancora con questa allusione. Methos lo fissò a bocca aperta, prima di
riprendersi del tutto.
“ma non ti ci metterai anche tu adesso!” – esplose – “Ho avuto più di sessanta
mogli e non sono arrivato al ventesimo secolo per sentirmi dire che sono stato
sedotto da te!”
“Credevo fossero settanta…”
“sessantaquattro per l’esattezza. E chi sopravvive a sessantaquattro mogli
sviluppa una pazienza impareggiabile.”
“Visto da qui, non si direbbe che tu sia paziente…”
“Vorrà dire che con le mie mogli ci sapevo fare!” – dichiarò. Prima di
bloccarsi – “Ma che cosa sto dicendo…”
“me lo stavo chiedendo anche io…”
“Taci Edward…”
Taci, Edward.
E taci Spike.
Methos soppesò quel comando, riflettendo. Era la frase tipica di Wes.
Taci, Spike. Wes lo pronunciava distrattamente, fregandosi beatamente del
secolo abbondante che il vampiro aveva più di lui.
E Spike non se ne aveva a male, mai. Come Edward.
“però.” – riprese Edward, stirando le braccia sopra la testa – “Che donna…”
No, era decisamente una partita persa.
“poteva riconoscerti…”
“No che non poteva. Per due motivi: potrebbe non sapere nulla di me.. e anche
sapesse, non può associarmi direttamente con gli immortali solo perché mi trovo
qui.” – Edward si complimentava ancora per se stesso, per quel trabocchetto –
“Non devi necessariamente vedere una cosa che sai di non poter vedere…”
“Il ragionamento non fa una grinza. Ma sull’ultima occhiata ho temuto…”
Temuto per cosa, poi… cosa ci sarebbe di male, se lo scoprisse? Cosa potrebbe
accadere, se questi due si incontrassero di nuovo…
Cosa, se non una gioia infinita…
Edward era lo stesso di allora. Per quanto fosse in grado di entrare nella
mentalità della società in cui risiedeva, amarne i costumi e assaporarne le
mode, restava comunque uguale al se stesso mortale.
Era maturato, ma questa non contava nei sentimenti.
Amava William nello stesso modo impareggiabile con cui l’aveva sempre amato.
Che non fosse più umano, che avesse centosettant’anni… non importava. Edward
stava compiendo questa scelta con lo stesso spirito dei suoi ventiquattro anni.
Non gli importava il suo dolore.
Gli importava solo di non turbare William con la realtà.
“Sei certo di non volergli parlare?” – domandò, pensieroso, aspettandosi una
qualsiasi risposta, compreso l’alzarsi e andarsene, sbattendo la porta.
“No, non ne sono certo. Ma non mi porrò il problema.” – Edward non sentiva il
bisogno di preamboli – “William era pronto alla mia morte. Lo sapeva e non lo
accettava. Può darsi che non lo abbia accettato ancora adesso. Ma adesso, in
ogni caso, è una partita chiusa.
Mi ha lasciato nel passato, come io ho lasciato lui. Non torneremo indietro….”
Ti stai sbagliando…
Non ti ha lasciato nel passato.. ti ha portato con sé, fin nel mondo moderno…
Ti ha portato con sé da sempre…
Los Angeles, Hyperion
“Cordelia, questa torta è impareggiabile.” – commentò galantemente Methos,
masticando con più tenacia del solito, ma con un sorriso tutto fascino.
Doyle stava bevendo un sorso di caffè. E ci stava affogando la risata beffarda
con cui avrebbe volentieri accolto quel complimento.
“Grazie. È una ricetta mia.” – sospirò, orgogliosamente la ragazza – “Ne vuoi
un’altra fetta?”
“No, grazie.. se no rischio di perdere la testa…” – ribattè Methos, senza
perdere il suo sorriso ed una certa qual ironia a riguardo.
Ironia che Cordelia, ringraziando il cielo, non colse.
Come darle torto, del resto. La porta della cucina era esplosa e un demone le
era passato sui piedi.
“Scusa amore.” – commentò Spike, saltando il bancone e finendolo con una
coltello prelevato al volo.
“però…” Methos spostò i piedi, per non interrompere la corsa della testa
staccata – “Avresti un futuro nel mio settore..”
“Spiritoso.” – ringhiò Spike, mentre dietro di lui spuntava Angel, con un
machete.
Ed era furibondo.
“William, credevo di averti detto di lasciar perdere.”
“Credevo di averti risposto che non ti stavo ascoltando…”
“William…”
“Oh, andiamo, Flagello.” – Spike gli diede una pacca sulla spalla – “E’ una
partita persa, smetti di discutere, tanto non serve a niente.”
Angel fece per ribattere. Poi cambiò idea, mentre la sua rabbia evaporava,
posando rassegnato l’arma nel lavandino.
“mi toccherà anche darti ragione…” – commentò, aprendo l’acqua e lavando la
lama, sotto gli occhi affranti di cordelia.
“Io ho sempre ragione.” – sospirò il biondo, buttando anche il suo coltello
sotto il getto dell’acqua.
E schizzando Angel.
“Ehi!” – scattò lui, prendendo una manciata d’acqua e tirandogliela in faccia.
Afferrando poi, con un improvviso colpo di fulmine, il braccio staccabile del
lavandino. E puntandogli il getto contro, con un raro sorriso.
Spike buttò indietro la testa e rise, mentre Doyle si spostava per evitarsi la
doccia.
“Ok, ho capito!” – urlò Spike, cercando di ripararsi la faccia – “Smettila, hai
vinto! Smettila, Edward!”
Il sorriso gli si spense di colpo. Rimase immobile, mentre Angel si affrettava
a chiudere l’acqua. Guardandolo, sbalordito.
Era calato il gelo.
Nessuno aveva più fiatato.
Tutti lo fissavano.
E Spike, rimasto immobile per un attimo, si era voltato, andando verso il piano
di sopra.
“A questo punto dovrò cambiarmi…” – aveva detto, con tono tranquillo – “Dammi
un paio di minuti, e possiamo andare… Angel.”
“…Per questa volta sarà così…” – Edward stava ancora parlando – “E poi, se
è vero che abbiamo un’eternità innanzi… avremo tempo….”
***
“In ogni caso.” –
aggiunse, finendo di impilare i fogli sulla scrivania – “sono contento di aver
visto Faith.”
“Perché sei un curioso.” – gli rispose distrattamente Methos, leggendo un
incartamento. Odiava la burocrazia del consiglio. E gli sfuggiva perché il
settore Immortali fosse tutto multimediale e quello Cacciatrici tutto cartaceo.
Non si dovevano più essere evoluti, dai tempi dell’Inquisizione – “e non potevi
resister all’idea di ficcare il naso nelle faccende di tuo fratello, comunque,
anche da lontano.”
“Vero.” – concordò Edward, ritirando il tutto in una cartelletta e afferrando
un paio di fermafogli – “Io e William non abbiamo avuto tempo di parlare seriamente
di ragazze. Volevo vedere com’era il suo tipo ideale.”
“Gli piacciono le brune.” – commentò Methos, passandogli altri due fogli –
“Anche Drusilla, quella squilibrata, è una bruna con gli occhi brillanti.”
“Anche Cecily era bruna…”
“Cecily?” – Methos voltò pagina. Poi alzò la testa di scatto – “Non starai
parlando di Cecily Dashwood!”
Edward si tolse la graffetta dalle labbra e lo fissò.
“Ti ricordi di lei?” – domandò, mentre gli si accendeva la classica lucina in
fondo allo sguardo.
“Oh certo! Aveva una nonna con l’artrite che mi faceva chiamare una notte su
due! Non ho mai dormito poco come nel novembre del 1853…” – Methos gettò la
penna sul tavolo e si appoggiò allo schienale – “Inverno particolarmente
umido.”
“Doveva essere un anno più giovane di Will… credo fosse lei quella per cui
scriveva tutte quelle poesie…” – Edward tamburellò sul tavolo, cercando di
ricordare – “non mi andava molto a genio, era troppo sicura di sé. Però era
indiscutibilmente bella. Ed elegante. William ha sempre avuto un debole per le
ragazze sofisticate.”
“Direi che si ricreduto, nel tempo.” – rispose, poco convinto, Methos. Definire
sofisticata Faith era un po’ come dare per certa l’esistenza della vita su
marte.
“Ho sempre pensato che sarebbe rimasto scottato a crederle tutte ragazze
angeliche.” – Edward si tirò indietro i capelli, tornando a bloccarli con gli
occhiali da sole – “Del resto, al cuore non si comanda… indubbiamente rimane
una predilezione per le personalità graffianti.”
“Su questo non ci piove.”
“Solo delle brune quindi?” – insistette.
“Sei un pettegolo, Eddy.” – sospirò, tornando a fissare i suoi fogli –
“comunque, per la cronaca, mi risulta che una bionda debba esserci stata. Faith
la rinfaccia tutte le volte che discutono. E capita spesso.”
“Sai parecchio di loro, per essere uno che non li frequenta…”
“Cordelia ha istituito il pranzo della domenica, da quando sono arrivato.
Invita me e un tizio tutto verde con gli occhi rossi che non fa che cantare.
E poi Spike viene qui ogni tanto ad allenarsi con Faith.”
“Tira di spada?”
“Poco. Quello bravo è Angel.”
Ecco. L’aveva nominato di nuovo. Ed Edward, senza premurarsi di nasconderlo, lo
fissò di nuovo ostilmente.
“Oh signore! Ma sei veramente così geloso?”
“Non sono geloso.” – ringhiò Edward, mettendo in mostra una fila di denti
bianchissimi – “Sono uno che disapprova.”
“Sai che ti dico?” – Methos abbassò di nuovo gli occhi e tirò una riga sulla
pagina – “Fai pure.”
***
Fai pure.
Ma che cavolo di risposta…
Edward si era attrezzato. Uno sgabello alto e i piedi sulla ringhiera di ferro
battuto del terrazzo. La sua sigaretta, ormai consumata, stava ancora planando,
e già Edward si chiedeva se ne servisse una seconda.

Ancora un’ora, al massimo.
Poi Los Angeles sarebbe divenuta la sua zona di guerra.
Il sole sarebbe calato e Spike avrebbe ricominciato a muoversi libero.
A detta di Methos, prendeva molto seriamente la sua Redenzione. Non aveva
esitazioni, faceva quel che doveva, con una punta di cinismo in più rispetto a
Angel.
Non si trattava specificatamente di non uccidere. Si trattava innanzitutto di
non abusare del proprio potere. Perché, senz’anima, quello era il primo
autocontrollo che svaniva.
Il controllo del desiderio, in ogni sua forma.
Ancora una volta, Edward ripercorse mentalmente quella che doveva essere una
caduta spirituale.
Il concetto non gli era del tutto estraneo.
I poeti che leggeva a sedici anni, i suoi contemporanei, addirittura i coetanei
dei suoi genitori, avevano coltivato questo mito della caduta dal paradiso.
L’uomo intrappolato, l’uomo condannato che si libera dal giogo e da’ sfogo ai
suoi istinti.
E torna cacciatore.
Lupo tra i lupi.
Edward non aveva mai condiviso questo elevarsi attraverso la dannazione. E
William, di indole tranquilla, si era spesso rapportato agli altri come
un’anima sensibile: senza credere in sé, ma nutrendo l’innocente certezza di
capire e interpretare la realtà in modo oggettivo.
Eppure si era dannato l’anima.
Aveva accettato questa sua dannazione.
Ingannato?
Tradito?
Consapevole?
No, non riusciva a immaginare in che termini fosse giunta la sua scelta.
Di dolore?
Di vendetta?
Amore?
Perché no, amore…
Trattandosi di William, non se ne sarebbe stupito poi molto. William aveva
sempre creduto che per amore si può morire…probabilmente l’aveva creduto sino
all’ultimo.
E, con una certezza del genere, Edward non riusciva a immaginarlo nuovamente
sveglio e privo di anima.
Ti è rimasto il senso d’amore, da demone, fratellino?
Credevi ancora in questo sentimento, quando sei uscito da quella bara? Posso
immaginarti senza morale, ma non senza amore…
E senz’anima… non eri tu.
Ma un altro.
Ora, vampiro o no, saresti ancora tu. Diverso, ma sempre tu.
Come puoi resistere, senza il sole…
Edward chiuse gli occhi, lasciando che il sole del tramonto lo scaldasse,
tingendolo d’oro. Vivere senza luce… forse era vivere come senza aria.
Già, senz’aria… dopotutto ne so qualcosa…
Vivere senz’aria…
Londra, 1856
Finì di abbottonarsi con lentezza la camicia. La testa china, concentrato su
ogni bottone.
Ascoltando i battiti del cuore… che strano, nemmeno una donna l’aveva mai fatto
battere in quel modo, dentro la gola…
Strano… batteva così forte da quando sapeva di doversi fermare…
Alle sue spalle, Doc si stava lavando le mani. Con lentezza, facendole
scivolare una sull’altra, piano.
Per riflettere.
Per tenere gli occhi chiusi ancora un poco.
Per imprecare.
Per cercare di calmarsi.
“Doc…”
Lentamente Methos riaprì gli occhi e cercò l’asciugamano, voltandosi.
Guardandolo, mentre finiva di abbottonarsi i polsini.
“quanto tempo…”
no..
non poteva averlo chiesto.. non con quella voce… non con quella tranquillità…
“Doc…”
“Sei mesi.” – rispose, scotendosi da quel torpore. Guardandolo, risoluto come
sempre – “Un anno… forse…”
Edward era pallido. E solo ora, sapendo quello che strisciava nei suoi polmoni,
Methos notava i lineamenti scavati.. e quella fiamma buia in fondo agli occhi.
Eppure, gli stava sorridendo.
Stava sorridendo.. e Methos provava solo il desiderio di sedersi e piangere.
“Va bene…” – annuì, voltandosi a prendere la giacca.
Fermandosi, piegandosi per un altro eccesso di tosse. Methos camminò verso di
lui come un sonnambulo. Ma Edward aveva alzato una mano, imperiosamente.
“Sto bene.” – ansimò. Con una voce roca che non gli apparteneva.
“Edward…”
“Sto bene, Doc.” – ripetè, raddrizzandosi e guardandolo – “Ma adesso voglio
andare a casa. Mi aspettano per cena…”
Anche allora c’era stato Methos.
E Methos aveva pronunciato la condanna…
William l’aveva ascoltata.
Una statua di sale.
Fermo, in piedi, le mani lungo i fianchi.
E quelle lacrime che continuavano a scendere.
Non muoveva un muscolo.
Piangeva, con gli occhiali sul naso e il libro che stava leggendo in una mano.
Senza una parola.
Senza fare nulla.
“William…” – sussurrò – “ti prego…”
Devo ancora dirlo a mamma e papà… ho bisogno di te…
“Edward… dimmi…”
Non riusciva a controllare la voce. Ma la domanda era chiara.
Ed era la più spontanea.
“No.” – rispose Edward, scotendo la testa. Si era seduto su un bracciolo e il
calore del camino gli faceva girare la testa – “Doc ne è certo. Sei mesi, un
anno. Potrò viverli normalmente… voglio… voglio viverli normalmente, William.
Voglio sia un anno splendido.”
“Ma non lo sarà…” – William chinò il capo e il libro finalmente cadde. Edward
si alzò, sentendo aumentare i singhiozzi di intensità
“Oh, William, ti prego…” – sussurrò, stringendolo – “E’ questo che non possiamo
permetterci, questo dolore.
È per questo che non voglio avere tempo…. Perché non cambierà nulla. Tu devi
accettarlo. E io devo accettarlo. Perché, credimi… io non voglio morire…”
A quelle parole, il corpo di William si tese, tra le braccia di Edward. Come se
fosse stato attraversato da una scossa.
E i suoi singhiozzi si interruppero.
Con lentezza, Edward sentì le mani di William passargli sulle braccia.
E, quando queste giunsero alle braccia, si sentì spingere indietro.
Senza che ci fosse il desiderio di respingerlo.
Non aveva mai lesinato abbracci a suo fratello.
Si era stretto William al cuore anche quando questo gli creava imbarazzo.
L’aveva tenuto stretto, davanti al camino, durante le loro conversazioni…
Se l’era tenuto vicino sempre.
Eppure, in quell’istante, mentre William lo spingeva indietro, per fissarlo
dritto in viso, seppe che mai erano stati così uniti.
E che non avrebbero mai più avuto tempo per esserlo.
William aveva occhi enormi, rossi per il tanto piangere… eppure ancora azzurri.
E forti.
Si era morso le labbra, per smettere, per controllarsi.
Ed ora lo fissava, con un’espressione che non aveva mai avuto.
“Va bene.”- mormorò. Ed Edward, nel sentire quell’acciaio, si chiese se non
fossero allucinazioni – “Sarà l’anno della nostra vita.
Lo vivremo insieme.
Ma promettimi che, quando ti mancherà la forza… prenderai la mia…”
Edward posò una mano sulla ringhiera. Aveva rischiato di cadere. Per un
attimo aveva percepito di nuovo quella fiammata, dentro ai polmoni.
Ansimò, poi diede un colpo di tosse. E un altro.
Idiota…ti sei suggestionato…
“Edward…”
“Sto bene Doc….”
“No, non stai bene.” – Methos gli arrivò accanto e lo obbligò a risedersi sullo
sgabello – “Respira.”
“Scoppio di salute…”
“Non ti dico respira in quel senso. Hai un attacco di panico.” – replicò secco,
ponendosi alle spalle, tenendolo fermo, mentre gli si appoggiava contro – “Sai
bene che non hai nulla ai polmoni, adesso. Respira e calmati.”
Il sole stava scendendo. Ma Edward non lo vedeva.
Lui che amava i tramonti, aveva chiuso gli occhi e inarcato la testa indietro,
per posargliela sulla spalla.
La sua cassa toracica si dilatava lentamente.
“Mi aveva detto che mi avrebbe dato anche la sua forza…” – lo sentì sussurrare,
all’improvviso – “E io l’ ho fatto. Ho attinto da lui ogni volta che mi
mancava… e poi l’ ho lasciato. L’ ho abbandonato, Methos… l’ ho lasciato solo…”
Methos non gli rispose. E non si mosse. In piedi, dietro lo sgabello, guardava
quel sole che Edward non voleva vedere.
E cercava di portare chiarezza in quella situazione.
I fantasmi del passato stavano giungendo.
E con la notte sarebbe stato peggio.
Edward aveva il controllo della sua scelta… ma non delle sue emozioni. Provava
paura, quella paura incontrollabile che non aveva mai ammesso, nemmeno mentre
si riduceva all’ombra di se stesso e avanzava verso la sua fine annunciata.
Lo cinse con le braccia, senza incontrare resistenza, seguitando a pensare.
Senza curarsi del fatto che non erano mai stati così vicini.
Sotto il suo realismo e la sua punta di freddezza, Methos sapeva perfettamente
cosa fosse la sofferenza. Solo un folle avrebbe attraversato l’umanità senza
provare almeno una volta, in vita sua, un dolore incontrollabile, un terrore
puro, tanto freddo da agghiacciare.
Un dolore che l’aveva atterrito, ogni volta come la prima.
Anche lui aveva lasciato. Si era finto morto, abbandonando le persone che
amava. Per salvarsi, per preservare il suo segreto, perché non iniziasse una
caccia alla streghe o perché non cominciassero gli esperimenti.
Aveva abbandonato, prima o poi, tutte le persone della sua vita.
E, lentamente, aveva iniziato a pregare di non avere più legami.
E si era sbagliato.
Ogni volta sempre di più.
E aveva continuato ad amare, con la stessa insistenza.
E a soffrire, nello stesso modo.
“E’ il peso dell’eternità, questo?”
“Penso di si.” – Methos non si mosse, rispondendo istintivamente, dal profondo
mare dei pensieri – “In parte è questo. Noi perdiamo chi amiamo e, talvolta, li
abbandoniamo, prima che siano loro ad andarsene. In ogni caso, rimangono sempre
solo i ricordi… e, con loro, ogni più piccola emozione provata.
La mente umana non è fatta per sopportare questo bagaglio.
Può resistere decenni… ma quando ai decenni si accumulano altri decenni..
quando la polvere viene spazzata via con altra polvere… a noi resta il peso di
ricordare. E di cercare di capire.”
“Ed è più facile, quando il passato non torna?” – domandò Edward, aprendo gli
occhi e fissando il cielo ormai arrossato.
“Io credo di no.” – respirò Methos, lasciandolo andare. E appoggiandosi alla
balaustra – “Oddio, non mi sono mai trovato in un caso come il tuo, ma penso
che sia che torni sia che scompaia, il passato è sempre passato. È un peso,
certo…
E bisogna andare avanti.”
Il passato che torna ci uccide di nuovo…
Aveva magistralmente mentito.
Aveva sorriso e detto una verità parziale.

E non gli era spiaciuto quando Edward, non del tutto convinto, aveva comunque
ricambiato, unendosi alla sua risata.
Dopotutto, erano poche le cose che potevano salvarsi dalla follia.
Ma tra queste poche, rimaneva sempre la felicità, per effimera che fosse.
[II]
“E adesso?”
“Adesso cosa?”
“Direi che potremmo uscire…”
“Edward… tu sei matto.”
“No. Amo il rischio, tutto qui.”
“Ah, il rischio…”
“Già.” – Edward annuì, facendo spuntare quel suo incontrollabile sorriso, il
suo marchio di fabbrica – “Hai detto che anche noi siamo legati al caso, no? E
allora giochiamo con il caso.
Se è destino, incontrerò William.
E se non lo è…”
“La meccanica mi è chiara.” – Methos rimise a posto i volumi che Edward gli
stava porgendo – “Un po’ meno dove tu abbia lasciato il cervello.”
“Lo sai benissimo che non ho problemi di cervello.” – commentò, infilandosi le
mani in tasca – “Ma di cuore.”
Era vero.
Non era la mente.
Era il cuore che voleva una risposta. E la voleva dal mondo, da quella stessa
terra che, con le sue regole e le sue inesattezze, era eterna come lui.
Methos lo valutò, con attenzione.
E Edward sostenne quello sguardo, accendendosi quasi di sfida. I suoi occhi
erano metallici, come accadeva talvolta a quelli di Spike, quando combatteva
con Faith e riviveva, nella lotta, quello che era la sua vita. La vita in
corsa, contro gli sbagli e le perdite.
“Sono stufo di stare a casa.” – lo sentì mormorare.
Non posso più attendere.
Ho bisogno anche quest’ultima risposta.
Methos guardò il libro che aveva in mano. E, rassegnato, lo riposò sullo
scaffale.
“Andiamo…”
***
Los Angeles, di notte,
era come il cielo riflesso nell’acqua. Le luci erano lattiginose, capaci di
incantare la vista e dare un’ apparente serenità.
A Edward piacevano quelle luci di notte. La sua intolleranza per il buio era
rimasta la stessa, nel tempo. E lui, con crescente sollievo, aveva accolto il
1900 e la sua politica di illuminare ogni via e ogni strada.
Poche cose l’avevano incantato come le immagini dal satellite, le immagini
della terra ricoperta di filamenti luminosi. Le luci, le luci degli uomini
erano la risposta alle stelle che brillavano nell’universo.
E Los Angeles era una stella, incandescente per coloro che la respiravano.
“Non sei stanco?” – domandò Methos, bevendo un altro sorso di birra.
Camminavano così, tranquillamente, ognuno con la propria bottiglia ghiacciata
tra le dita. Ed anche se il piano di Edward era abbandonarsi al caso, Methos
aveva insistito per percorrere almeno un tratto di quella ricerca del destino
in macchina.
Per cui, dopo essere scesi a patti riguardo al numero dei chilometri da
compiere, Methos aveva parcheggiato in un quartiere tranquillo.
E, con il suo tormento inglese al fianco, si era addentrato in una delle strade
più illuminate e frequentate. Ed avevano cominciato, secondo Methos, a girare
intorno.
Senza meta.
Due come tanti, come amava dire doyle.
In questo mondo non è male, talvolta, essere nessuno. Un paio di volte la
settimana dovrebbe bastare a ricordarci come siamo infinitesimali…
E questo vale anche per te, mio immortale amico…
La voce del suo irlandese era sempre una buona compagnia. Come sua madre
prima di lui, aveva l’enorme capacità di farlo sentire dannatamente mortale.
A doyle non importava se gli anni erano trenta o tremila.
Per Doyle esisteva una gerarchia nel mondo che implicava persone più giovani e
persone più anziane. Ma solo in base all’emozione, alla complessità di
sentimento che potevano emanare.
Un discorso che Methos stentava a capire. E che Doyle cercava di spiegargli
ogni volta, con lo stesso entusiasmo che ci aveva messo, la prima volta,
all’età di nove anni.
“ma non capisci?” – aveva esclamato, mostrandogli delle mani nere di polvere e
cioccolato mischiati – “E’ una cosa facilissima.”
Forse hai ragione, Francis.. ma le cose semplici sono sempre state un po’ fuori
dalla mia portata.
Eppure, un giorno, dovresti parlarne con Edward… lui ti darà soddisfazione,
credimi…
“Con chi stai dialogando?”
“Come?”
“Quando prendi quell’espressione, so per certo che stai parlando con qualcuno,
nella tua testa. Questa volta, chi era?”
“Doyle.” – rispose, suo malgrado divertito – “Parlavo con Doyle di una vecchia
teoria che dovrebbe esporti.”
“A me? Perché?”
“Mmm.. ti riconosco una certa elasticità mentale.” – borbottò, finendo la
bottiglia e posandola su un gradino – “doyle tende a imbarcarsi in discorsi
troppo sentimentali.. e dopo un po’ mi stufo di seguirli. Tu saresti un
interlocutore più adatto…”
“Perché sono un quasi coetaneo di Dorian Gray?”
“Anche…” – rispose – “ma più per una questione di attitudine personale…”
“Grazie del complimento.”
“Ma prego, Coventry.”
***
“Sei certa di stare
bene?” – Spike si piantò le mani sui fianchi e la fissò.
Languidamente sdraiata sul suo letto, impegnata nella degustazione di un gelato
e con una rivista di armi in mano, Faith sembrava una novella Lara Croft in
vacanza.
“Benissimo.” – rispose, tra una leccata e l’altra, senza alzare gli occhi –
“Sto solo scioperando.”
“Ah, tu scioperi. Per cosa?”
“Emancipazione.”
“Faith, come puoi essere più emancipata di così?”
“Rivendico il mio diritto al vagabondaggio solitario.
In altre parole, quando sarete usciti e avrò finito il mio gelato, andrò nella
direzione opposta alla vostra.”
“Questo si chiama manifestare… non scioperare.”
“E’ lo stesso. La motivazione non cambia.”
“Ottimo.” – Spike si infilò la giacca – “Adesso convivo con una Cacciatrice
sindacalista.”
“E questo ti provoca dei disturbi?”
“Certamente. Ero un borghese inglese. Ai miei tempi il diritto del lavoratore
non era contemplato….”
“Male, era tuo dovere cambiare il sistema.”
“Non ho fatto in tempo.” – Spike indicò con la testa Angel che saliva le scale
– “Ci ha pensato lui a darmi nuove opzioni di vita.”
“Faith…” – chiamò Angel, fermandosi sulla porta – “Sei certa di voler uscire da
sola?”
“certo.”
“Non vuoi proprio venire con noi?”
“No.”
“Complimenti papà.” – commentò Spike, fissandolo – “Loquace ed efficace.”
Angel lo squadrò, prima di gettare un’altra occhiata alla ragazza, impegnata ad
assaporare con aria estatica il suo calorico spuntino.
In effetti, con una punta di autocritica, non poteva darle torto.
Le ultime tre volte che erano usciti assieme di ronda, lui le aveva levato ogni
piacere con assillanti interventi sui suoi avversari.
Non poteva farci niente.. era teso.
Anzi, tesissimo.
E non per un motivo particolare. Provava solo un eccessivo desiderio di combattere.
E di trovare un avversario degno.
Il demone in lui urlava troppo forte. E l’incubo di Angelus si affacciava,
ancora una volta, nelle sue riflessioni.
Non era facile da spiegare... non se la sentiva.
Per la sua famiglia desiderava avere un solo volto. E combatteva, come sempre,
il suo doppio, nel silenzio.
Esagerando, talvolta, nel non considerare come anche Faith usasse lo stesso
sistema per tenere a bada i suoi fantasmi. Faith esigeva spazio per la sua
rabbia.
E nessuno poteva negarglielo.
Nemmeno con le migliori intenzioni.
“Andiamo.” - Sospirò il vampiro bruno, tornando a scendere le scale.
***
“E mentre continuiamo
ad attendere un segno da questo destino mai puntuale, possiamo parlare
d’altro?”
Edward si voltò a fissarlo, perdendo le sue cupe riflessioni per strada.
“E di cosa vorresti parlare?” – domandò, garbatamente. Methos aveva l’aria del
martire per la causa. Soffriva decisamente molto a mettersi nelle mani della
coincidenza.
“Visto che abbiamo parlato tanto di me e del passato, ora parliamo di te e del
presente.” “Dimmi che vuoi sapere.” – rispose, Edward, infilando le mani nelle
tasche del giaccone. Aveva un cappotto lungo, spuntato misteriosamente dalla
sacca. Un vecchio cappotto da ufficiale russo, con tanto di martingala, lungo
fino alle caviglie.
Un cappotto eccessivamente pesante che però adempiva perfettamente
all’obbiettivo di nascondere la spada.
Per quanto disapprovasse l’abitudine di Edward di non affezionarsi alla spada,
doveva ammettere che sapeva scegliere. La sua ultima prediletta era una lama
italiana.
“Sciabola a lama dritta del Piemonte Reale, un reggimento di cavalleria
pesante.” – aveva detto, porgendogliela con un sorriso – “1833”
Bella. Non leggerissima, contrariamente ai suoi gusti.
“L’ho usata una volta sola... non male.” – aveva aggiunto, ritirandola nel
fodero, quando Methos gliel’aveva restituita.
“Non rischi troppo a continuare a cambiare?”
“Non rischio troppo a fidarmi di una cosa datata?”
E, ovviamente, la conversazione era morta sul nascere.
“Ad esempio dimmi dove sei stato negli ultimi sei anni…”
“E’ da così tanto tempo che non mi vedi?”
“Giorno più, giorno meno…”
“Per un po’ ho fatto il nomade anche qui. E ho vissuto in Canada. Poi mi sono
spostato e mi sono cercato un posto a San Francisco. Gestisco un poligono di
tiro.”
“Una scelta interessante…”
“Per il momento non mi spiace. Sto studiando gli esplosivi.”
“Finita la passione per la macchine da corsa?”
“Tutt’altro. Stavo meditando di finanziare una scuderia per i rally…”
Si prospettava come una conversazione interessante.
Ma non ci volle molto, per rendersi conto che, non molto lontano, c’era un
altro immortale.
E non era detto che fosse amichevole e in pace col creato come loro.
***
“Dammi tre motivi per
cui non potevamo venire in macchina.” – ansimò Doyle, appoggiandosi alle
ginocchia e smettendo di correre dietro a Spike.
“La macchina serviva ad Angel, quei tre che andavano in questa direzione
meritavano di morire e correre tonifica.” – rispose Spike, ricaricando la
balestra e puntando a uno dei fuggitivi – “Ti serve altro?”
“No, può bastare.” – Doyle si raddrizzò, fissando il parco cittadino, buio e
tranquillo. Niente, nemmeno una coppia impegnata a rotolarsi abusivamente sul
prato. Niente. Solo lampioni rotti e silenzio – “Da che parte sono andati gli
altri?”
“la domanda è ‘da che parte ci assaliranno?’” – replicò il vampiro, girando su
se stesso a caccia di un appiglio – “A quest’ora Angel sarà dall’altro lato.
Non vale la pena tornare indietro. Cerchiamo di raggiungerlo…”
“Certo… torniamo indietro dopo a cercare i miei polmoni…”
“Porgi i tuoi reclami a Angel… io non c’entro…”
“Certo. Sei saltato giù dalla macchina in corsa e Angel ha detto di seguirti.
Mi dici cosa potevo fare?”
“ Ti dirò una novità, doyle. Ti ha detto di seguirmi per restarsene da solo…
non per tutelarmi…”
“Cosa?”
“Credimi, Cantastorie. Il tuo eroe ha sete di sangue. E stanotte vuole vederne
scorrere a fiumi…”
Spike non aveva bisogno di riflettere molto. E non aveva bisogno nemmeno di
parlare con Angel.
I loro metodi di reggere il demone erano diversi.. ma i sentimenti erano
uguali.
Il senso di giustizia di Angel cresceva nella proporzione in cui il demone
premeva sull’anima. In una notte del genere avrebbe ucciso creature demoniache
e umani peccatori senza distinzione. E, se poteva,voleva farlo senza testimoni.
Attendeva un’occasione del genere da giorni.
Combattere e uccidere.
Senza Wes, il più morale tra loro.
E senza Faith, la più impulsiva.
Tra demoni.
O in solitudine.
Solo tu ed Angelus…
Bhe, mio caro Flagello, ti sbagli.
Spike saltò giù dal muretto e proseguì risoluto.
Se troverai pane per i tuoi denti, dovrai lasciar dare un morso anche a me…
***
“Amico o nemico?” –
domandò sottovoce Edward.
“Non chiedere a me…” – ribattè, poco convinto Methos, guardandosi intorno.
Uomo o donna…
Giovane o anziano…
Ma, soprattutto… dove?
Eccolo, commentò con voce piatta, Edward.
E Methos si voltò, guardando nella stessa direzione. Edward stava bevendo con calma
la sua birra ormai tiepida. E l’uomo che avanzava verso di lui stava prendendo
quel gesto come un affronto personale.
Era tarchiato e baldanzoso. Per essere certo che non ci fossero equivoci,
giocherellava con il pollice sull’elsa della spada.
“Dio, un idiota che la tiene nella cintura dei pantaloni.” – commentò
disgustato Methos – “Possibile che la parola fodero non faccia presa su tizi
del genere?”
Il tizio del genere si era fermato. Ed Edward lo squadrò, con movimento
studiato delle sue ciglia.
Aveva un innato senso dello spettacolo. Era d’effetto, in piedi, con una mano
in tasca e l’altra impegnata a far l’amore con la birra.
E lo sconosciuto iniziava a provare un certo quel nervosismo.
Rabbia, era rabbia. Decisamente.
“Carlos Suarez.” – ringhiò – “Con chi ho l’onore?”
“Con me.” – si impose, il giovane inglese, con un passo noncurante verso di
lui.
Quanto bastava perché quello, nervosamente, ne facesse uno indietro.
Idiota, pensò Methos, squadrandolo mentre Edward si frapponeva, se avevi così
paura potevi andare per la tua strada… e non attaccar briga…
“E tu chi saresti?” – stava insistendo l’altro. Portava un orecchino e aveva
l’aria incolta. E sembrava un pirata innanzi ad un ufficiale di marina, nel suo
confrontarsi con il biondo inglese. Edward, così sassone e così elegante, lo
faceva sembrare ancora più dozzinale. E insignificante.
“Il tuo avversario. Non sei qui per combattere?”
“Qui?”
era una domanda sciocca. Sulle labbra di Edward aleggiò un sorriso soddisfatto,
da predatore.
“No.” – spiegò il più dolcemente possibile – “ Qui non mi sembra il caso. Se
proprio dobbiamo farlo, dovremmo spostarci… per dare meno dell’occhio…”
Forse fu in quell’istante che l’uomo si sentì provocato e sbeffeggiato. Oppure,
più semplicemente, decise che era ora di mostrarsi veramente guerriero.
“Allora andiamo. Non vedo l’ora di avere la tua bella testa in trofeo.”
Edward alzò gli occhi al cielo. Poi si voltò verso Methos che, a quanto
sembrava, non aveva nessuna attrattiva per il bifolco.
“Mi spieghi perché ce l’hanno tutti con la mia testa?” – domandò, sottovoce –
“Ma minacciano anche te in questo modo?”
“Oh no, mio giovane leone.” – ridacchiò Methos, senza muoversi, mentre
l’avversario di Edward marciava verso una strada secondaria – “Io ho il naso grosso
e le orecchie a sventola. Tu invece sembri l’angioletto dell’albero di natale…”
“Ma che spiritoso.” – Edward gli sorrise – “Ci vediamo dopo?”
“Certo. Faccio quattro passi, poi passo a recuperarti.”
“Ottimo.” – Edward si era già voltato, quando una mano lo trattenne per un
braccio.
“Senti.. in fondo a quella strada c’è un parco. È un posto tranquillo.. nessuno
vi darà noie.”
“Ricevuto.” – Edward annuì, sorridendogli ancora.
E si addentrò nelle tenebre, sfilando la spada dal giaccone.
E Methos si voltò, percorrendo il marciapiede nel senso opposto e fingendo di
non essere preoccupato.
***
Lo schizzo di sangue
si levò alto e nitido. Quasi trasparente, come un raggio di luna.
Ed Angel si spostò, per non essere centrato in pieno, prima di riaccostarsi al
cadavere del demone e pulire la lama della spada.
Avesse potuto, avrebbe sospirato, per il dispiacere di aver già terminato.
Del resto, la notte era ancora lunga…
Spike e Doyle ancora non si vedevano. Ma, conoscendoli, Angel sospettava che
stessero già venendo verso di lui.
Attraversare il parco richiedeva tempo… ed era tempo anche quello che voleva
Angel.
Tempo per scovare altro con cui combattere.
E una buona causa per farlo.
Non ebbe tempo di crogiolarsi in quei ragionamenti.
La battaglia era ricominciata.
E Angel si gettò nella mischia.
Dopotutto, erano solo cinque…
Nello stesso momento, Edward stava compiendo gesti identici, ma contro un solo
nemico.
Misurati, impeccabili e senza dubbio più precisi di quelli del suo avversario.
Il quale, palesemente, mirava a mutilare per poi decapitare.
Edward, d’altro canto, non condivideva questa politica. Amava combattere ma non
uccidere. Se doveva farlo, era misericordioso, rapido e senza esitazione.
Nessun trucco. Si limitava a disarmare e decapitare.
E, di certo, non si sarebbe lasciato tagliare a fette da un tizio che non era
al suo livello.
Da quel punto di vista, Edward era veramente ancora un dandy. Se doveva morire,
aveva la pretesa, di essere ucciso da un nemico onorevole. Un immortale
disposto a dimostrargli rispetto anche nello staccargli la testa. Uno che non
volesse i suoi capelli biondi, i suoi occhi o il gusto di dimostrare che chi ha
i lineamenti delicati è un debole.
Perché Edward non era un debole.
E questa era ancora una delle poche certezze della sua vita.
Non si illudeva di essere veramente immortale. Mentre combatteva, parava e
attaccava, poteva solo pensare alla vita piena, alle donne e alle passioni che
aveva avuto.
All’amore.
Già, l’amore…
Si scostò, rapido, cercando di non pensare a William. A Spike che combatteva
per quelle stesse vie e, come lui, forse, combatteva la sua ultima battaglia.
Oppure una tra altre mille.
Si mosse, correndo su dalla parete. Rapido, senza una vera fatica. Carlos
Suarez iniziava a dare segni di fatica. Ma Edward non aveva voglia di smettere.
Ormai la battaglia era decisa… non sarebbero più tornati indietro.
Un minuto, forse due di troppo erano trascorsi.
Adesso giocavano per la vita, adesso non c’era più solo il desiderio di provocare.
Edward schivò un altro colpo, correndo con la mente a quel fratello che forse
non avrebbe più riconosciuto. Un fratello così cambiato da essere ormai uno
sconosciuto per strada.
E la rabbia lo accecò. Pura, come il dolore ai polmoni che temeva ancora, nei
suoi incubi peggiori.
E, con urlo, separò il capo del suo avversario dal resto dell’esistenza.
Un urlo.
Angel riaccostò i lembi della camicia sul taglio ormai rimarginato e si voltò,
guardandosi intorno, cercando di scoprire da dove provenisse.
Cento metri più in là c’era un’uscita del parco, un cancello perennemente
aperto e ormai invaso dai rampicanti.
Era un posto strano, quasi gotico, nel cuore di una città come Los Angeles. Tra
due ampi caseggiati, il cancello si apriva su un piccolo spiazzo, leggermente
più basso del livello della strada.
Da questo lato il cancello, con la sua gradinata e, dall’altro, illuminata dai
lampioni, una strada lunga e stretta.
E, in mezzo a quelle due strade.. l’inferno.
Nell’attimo stesso in cui la testa si era separata dal corpo, era cominciata la
reminiscenza.
Violenta e dolorosissima.
Le luci dello spiazzo lampeggiarono, prima di spegnersi. E poi di esplodere,
con violenza. Una pioggia di schegge e scintille inondò il cielo, coprendo con
il frastuono i rumori del traffico.
La colonna di luce si mutò in bagliore bianco e accecante.
Le tubature dell’acqua, sulle facciate dei palazzi e appena sotto l’erba del
prato, si piegarono, scoppiando.
Edward allargò le braccia e sentì la forza del suo avversario investirlo, come
un tir in corsa.
Angel, istintivamente, strinse gli occhi e non si mosse.
Al centro di quella luce c’era una figura. Un maschio, potè intuire, dal
torace, dalle braccia lunghe e aperte verso l’esterno.
La forza della corrente lo avvolgeva e lo stava sollevando da terra.
Sotto i suoi piedi, si stava lentamente diffondendo dell’acqua, dalla fontana e
dalle tubature ormai scoppiate. E, in essa, si rifletteva tutta quella luce, in
un gioco di rifrazione inarrestabile.
Un metro, quasi due.
E l’uomo vi si abbandonava, la testa indietro, la schiena inarcata, come se
quell’energia potesse sorreggerlo e portarlo fino al cielo.
Poi, d’un tratto, tutto finì.
La luce finì.
Come la forza.
Come il suono.
Il ragazzo, un giovane biondo, alto e sottile, con un lungo capotto scuro,
ricadde a terra, in ginocchio.
***
Qualunque cosa fosse…
era magia.
Angel strinse l’impugnatura della spada e si avviò, circospetto verso quello
spiazzo ormai in penombra.
Alcuni lampioni si erano salvati ed ora, con intermittenza, illuminavano la
scena. Ed Angel, scendendo con lentezza la scalinata, studiò i segni di quello
che, per intuito, sapeva essere un campo di battaglia.
Poi si fermò, un piede ancora sull’ultimo gradino. E attese.
Con gesti studiati, il ragazzo si stava rialzando. In apparenza dimostrava
venticinque, forse trent’anni al massimo. La spada, nella sua mano, era come un
prolungamento naturale. Un’arma europea, con una lama tanto lucida da
impressionare.
Il bagliore che emanava era appannato da un liquido rossastro dal profumo
inconfondibile.
Sangue.
Sangue fresco.
Quell’uomo aveva appena ucciso. E, qualunque fosse la motivazione, aveva ucciso
un umano.
Poco lontano da lui, riverso, c’era un corpo senza testa.
Angel non si mosse, sotto il suo sguardo freddo. Aveva occhi azzurri e il
sudore gli imperlava la fronte, come se fosse stato vicino ad una fiamma troppo
calda. Le labbra screpolate, le guance arrossate.
Forse tremava, impercettibilmente.
Ma non aveva paura.
Angel protese i sensi, movendo alcuni passi in diagonale, per arrivare più
vicino.
Il cuore dello sconosciuto batteva, irregolare. Per lo sforzo, ma senza alcuna
agitazione.
Fermo, sguardo nello sguardo.
Edward si rialzò, cercando di non barcollare. La reminiscenza lo aveva svuotato,
assorbito del tutto. In lui si agitava ancora lo sgomento dell’ucciso. Una
manciata di sentimenti residui, dell’ultimo istante, che presto sarebbe
evaporata.
Di Carlos Suarez sarebbero rimasti un istinto alla sopravvivenza e qualche
mossa di scherma. Il resto, la sua conoscenza in particolare, si sarebbe fusa
con quella di Edward e sarebbe svanita, all’interno del suo modo di essere e
vivere.
Edward era forte.. mai il vinto avrebbe occupato il vincitore.
Dapprima era stato concentrato solo su questa battaglia interiore. Con William
ancora nella mente, William, a cui doveva quella vittoria, William che aveva in
sé perennemente una lotta del genere.
Poi si era reso conto di non essere solo.
Non immortale.
Ma armato di spada.
Ora, dritto di fronte a lui, si prese tempo per studiarlo. E per riprendere il
controllo del suo corpo.
Era un uomo, bruno, dalle spalle larghe. La spada che stringeva tra le mani non
era quella dello sconfitto.. il che significava che era stato armato prima
ancora di giungere in quello spiazzo. Aveva la camicia strappata, proprio
all’altezza del cuore. Ma la pelle, subito sotto, era intatta e perlacea nel
colore. Aveva combattuto, c’erano segni di terriccio sulla giacca e sulle
scarpe.
Veniva dal parco… il posto che Methos aveva definito tranquillo.
Il suo esame non portava lontano.
L’uomo, scuro anche di iridi, lo fissava, senza muovere un muscolo. La
posizione incurante dl polso era voluta. Era pronto a scattare, ma del tutto
privo di ostilità.
I suoi occhi correvano da lui al decapitato, con lentezza.
Non si stupiva di quello che vedeva, doveva essere avvezzo alla morte. La
spada, tra le mani, faceva di lui ben più di un semplice testimone.
Ed Edward sapeva di essere sotto processo.
Non si poteva fuggire ad uno sguardo del genere.
Ed Edward decise che, dovendo scegliere, era meglio giocare in attacco.
“Non sei uno di noi.” – disse, ad un tratto, per provocare una reazione.
L’uomo lo fissò dritto in viso, smettendo di studiare la scena.
“Voi chi…” – chiese, senza modulazione, senza apparire uno che chiede.
Un accento strano. Edward rigirò rapidamente quelle due parole in testa,
cercando un appiglio. Nessuno pronunciava più le parole in quel modo…
Ma non era abbastanza.
“Non sei uno di noi.” – ripetè, giocando al suo stesso gioco. Non più una
domanda, ma una constatazione. Eliminando, come aveva fatto poche ore prima,
innanzi a Faith, ogni sfumatura d’accento.
E l’uomo gli rispose, con un sorriso sbieco.
Non era ostile, non era un nemico. Ma aveva voglia di combattere. Poteva
sentirlo, come poteva percepirlo negli immortali che incontrava, quelli
desiderosi di battaglia e quelli propensi alla parola.
Tutto, nel corpo, poteva comunicare le intenzioni. Ed Edward faceva di questo
luogo comune una strada per sfondare le barriere dell’avversario.
Ricambiò dunque l’occhiata, prima di spostarsi sulla sua figura. Fino a terra.
L’acqua stava rendendo lucido lo spiazzo. E tutto di rifletteva al suo interno.
I lampioni accesi, le fronde degli alberi del parco, in leggero movimento.. se
stesso…
Ma nessun nemico.
La mente di Edward impiegò un attimo a registrare questo particolare.
Nella scena capovolta e bidimensionale, a terra, non c’era l’uomo bruno.
Non c’era il suo riflesso.
“Aspetta! Mi stai dicendo che è vera anche la questione del riflesso?”
Oh, cazzo…
Il ragazzo biondo ci sapeva fare. Non dimostrava paura, ma semplice
circospezione.
Con un rapido movimento delle pupille, denunciava la continua registrazione di
dati.
Ma non lasciava trapelare alcuna decisione.
Per Angel, solo una cosa era certa.
Il corpo ai suoi piedi era umano.
E morto.
Barbaramente ucciso.
Poi, quando Angel meno si aspettava di aver trasmesso un’informazione, accadde
qualcosa di strano.
L’uomo biondo fece un passo verso di lui, sempre ad occhi bassi.
Poi un altro passo.
E uno ancora.
E quando si fermò, Angel ebbe la netta impressione che il suo cuore avesse
accelerato i battiti. Ovunque volesse arrivare, era giunto. Quando rialzò gli
occhi chiari, Angel vide che un sorriso gli era affiorato sulle labbra.
Un sorriso studiato, senza alcuna crudeltà.
E decise di agire.
“meritava questa morte?” – domandò, movendosi in semicerchio. Ammirando la sua
decisione di restare fermo, con l’arma in pugno distesa al fianco.
“E’ stata una scelta consapevole.” – commentò Edward, freddo.
Vampiro.
Quello era un vampiro
Niente riflesso.
“Vendetta?”
“Può darsi.” – annuì, continuando a seguirlo col capo, nel suo lento girargli
intorno.
Il vampiro giocava al predatore. Ed era dannatamente bravo a celarsi.
Oscuro e forte, come un immortale antico. Un avversario degno…
“Può darsi che fosse un innocente…”
“Ne dubito.”
“Tu ne dubiti…”
“Già.” – Edward si voltò fissandolo beffardo – “Conosci per caso un vero
innocente su questa terra?”
“Qualcuno.” – avanti, rivelati…
“Qualcuno.. ma che vampiro fortunato…”
Touchè.
“tu sai cosa sono…” – Angel sorrise, dondolando la spada divertito. Pregando
fervidamente che, giunti a quel punto, nessuno li interrompesse – “allora
sarebbe ora di presentarsi…”
“Non credo sia necessario.” – lo provocò Edward, spostando il peso, con
atteggiamento provocatorio – “Decidi se vuoi combattere con me…”
“Non è mia abitudine andare in giro a duellare.. ma devi sapere che non mi
vanno a genio gli uomini che decapitano altri uomini per le strade della mia
città.”
Le strade della sua città…
Perché, in lui, a rigor di logica privo d’anima, percepiva un lotta di
sentimento e non crudeltà pura?
Possibile…
Fu in quell’istante che Edward ebbe consapevolezza del sospetto tanto atteso.
Un vampiro.. bruno ed enigmatico.. disposto a interessarsi di un corpo
decapitato…
Una forma di morale, stretta in un desiderio di combattere a malapena represso…
“E tu cosa saresti? Un paladino?”
La frase gli era sfuggita di bocca, più veloce dell’intuizione.
Se era vero quello che Methos predicava, quella doveva essere la frase chiave.
Il fulcro di ogni ricerca… prima di giungere al sentirsi redento.
Angel sentì una risposta degna di Angelus salirgli alle labbra e represse
l’istinto di pronunciarla, con violenza. Quello sconosciuto lo stava provocando
con un’ostilità che prima non c’era, ma ora stava aumentando di intensità,
secondo dopo secondo.
Ma la sua domanda era lecita. Così lineare, così provocatoria da sembrare
pronunciata dal destino.
E tu cosa saresti? Un paladino?
Ed Angel si rese conto che, per pochi istanti, aveva dimenticato.
Lui era un paladino.
E non un vendicatore.
Era un guerriero. E lo sarebbe stato, fino alla fine delle sue colpe.
“Una specie.” – rispose, senza un sorriso. Senza ironia nella voce.
Solo con consapevolezza.
Una specie…
Fu in quello sguardo tormentato che Edward ebbe la sua risposta.
Un demone, in lotta con se stesso. Un’anima perennemente tesa per reprimere la
violenza…
Una volontà di redenzione.. un senso di giustizia…
Il segno del destino era giunto. Finalmente.
“Allora ritengo che dovremo combattere…” – commentò, con un elegante passo
indietro – “Angel.”
***
Per un attimo pensò di essersi sbagliato. Di aver sentito male. Lo
sconosciuto l’aveva chiamato per nome. L’aveva appena sussurrato, per se
stesso.
Lo osservò spostare il peso sulle gambe. E prepararsi, a spada
tesa verso di lui, invitando alla lotta. Istintivamente si pose in difesa.. e
attese la prima mossa.
“E’ una cosa indispensabile?” – domandò, mentre Edward percorreva
a grandi passi il suo stesso semicerchio, in direzione opposta.
“No.” – lo sconosciuto biondo aveva un’espressione assorta – “Non è necessario.
Ma credo che lo faremo comunque… mi hai giudicato e, sulla bilancia della giustizia,
quel corpo pesa, ai tuoi occhi, quanto le tue vittime…Angel.”
Adesso l’aveva pronunciato con la voce della condanna.
Quell’uomo lo conosceva.
“Condanni anche te stesso con la stessa volontà?” – domandò ancora, ruotando la
spada nella mano – “Condanni ogni notte come vorresti essere condannato?”
Aveva una voce chiara e limpida.
Del tutto priva del desiderio sfacciato di sangue che talvolta avevano i suoi
nemici.
Si muoveva, rilassato, senza rinunciare a quella spada tesa, puntata al suo
cuore. Ma sapendo che, prima dell’acciaio, l’avrebbe potuto colpire con le
parole.
Angel si mosse, seguendo l’orbita contraria.
“Fa parte del gioco…”
“Ah! Il gioco…” – lo sconosciuto accennò un sorriso – “Certamente. Tutti
abbiamo una partita da condurre… ma come ci si sente ad aver combattuto su
entrambi i fronti?”
Dannazione…
Angel si voltò, esponendo il torace. Abbassando l’arma.
Non voleva combattere con quell’uomo.
Perché quell’uomo, con quello sguardo e quella voce, parlava senza intonazione
della sua esistenza.
L’aveva chiamato Angel.
Non Angelus.
Riconosceva la differenza tra le due parti. E lo sapeva al servizio del bene.
Eppure cercava la lotta.
Perché?
“Non combatto più per l’oscurità.” – commentò, rinunciando a nascondersi – “il
mio demone è domato… se è lui che ti ha portato via qualcosa, sappi che ora sta
pagando per le sue colpe.”
“Lo so, Angel.” – l’aveva pronunciato con un’inflessione strana. E aveva
accompagnato quel consenso con la spada tesa, alzandola, fino alla sua gola –
“So della tua Redenzione. Come so dei tuoi delitti. Ma ora dimmi… chi dei due
può vincere, se entrambi abbiamo ucciso? Chi di noi sta servendo la giustizia,
ora…”
un sorriso soddisfatto aleggiò sulle labbra di Angel.
Passo falso, amico mio…
“C’è differenza.” – spiegò, andando incontro a quella lama stesa – “Tra
vendetta e giustizia…”
Edward aggrottò le sopracciglia, concentrandosi. Era dannatamente forte, anche
nello spirito. La sua fede nel giusto non vacillava,
Se solo il suo demone fosse emerso…
Sarebbe stato tutto più facile…
Edward fu veloce a decidere. Quando Angel si trovo finalmente a pochi passi, si
mosse con l’arma. E, con una semplice rotazione, lo costrinse a portare l’arma
dalla difesa all’attacco. Ora che le loro lame si incrociavano, tra i loro
visi, Angel era veramente a pochi passi da lui. In un avversario normale,
avrebbe avvertito il respiro.
Avrebbe potuto addirittura percepire il calore, il sudore della tensione.
Ma da Angel non trapelava nulla. Era semplicemente… freddo.
“Tu non vuoi questo combattimento come non lo voglio io.” – mormorò il vampiro,
fissandolo dritto negli occhi – “Sai chi sono, sai che non sono Angelus… ma non
vuoi lasciarmi andare… perché?”
“Perché ti considero degno…” – replicò Edward, prima ancora di rendersi conto –
“Nella proporzione in cui ti vorrei morto.”
Angel era l’avversario che attendeva da sempre.
Colui che avrebbe potuto ucciderlo, senza lasciargli rimpianti. Ucciderlo con
onore.
E, in quel momento, ad Edward non importò nulla della reminiscenza perduta,
della sua vita ancora da vivere, o del suo passato.
Desiderò solo non mancare l’occasione unica di avere una morte onorevole. Anche
se giungeva prematura.
Angel lo studiò nella gamma di emozione che gli trapelò dai lineamenti. C’era
addirittura ammirazione, in quello sguardo complesso…
Era equilibrato e del tutto privo di zone d’ombra. Angel poteva percepire
un’intelligenza pronta e sottile, da ogni sua parola, da ogni modulazione che
impostava, nel parlargli.
Quell’uomo leggeva nelle persone.
E non dispensava la morte per soddisfazione personale.
Anche ora, intimamente concentrato in quel duello che desiderava combattere,
non provava il desiderio di uccidere.
Vuoi combattere e prevaricare…
Ma non mi vuoi uccidere.. buon dio, non stai nemmeno desiderando di punirmi.
Che cosa stai cercando, se non vuoi la mia vita e non vuoi la mia morte?
“Perché vuoi combattere…” – provò a chiedere, ancora.
la forza con cui lo travolse gli fece perdere il senso della frase. E lo fece
arretrare, incespicando.
Il suo nemico si era spostato, rapido.
Per un attimo, Angel si concentrò sul fruscio di quel dannato cappotto. Un
suono pieno, pesante, delle pieghe una contro l’altra, nel movimento.
Ma la concentrazione di Angel non tardò a ritrovare il suo punto focale. Il
ragazzo era fermo, sotto uno dei lampioni ancora accesi.
La luce precaria sopra il suo capo lo incoronava d’oro, disegnandolo con ombre
scure… e rendendo ancora più profondi gli occhi.
Enigmatico.
Come se fosse travolto da un infinito rimpianto, da un intimo dispiacere nel
sapere ormai scritto il seguito.
Un attimo.. un gioco di luce…
Quell’espressione… quell’affrontare il proprio destino senza paura…
Quegli occhi…
Dove potevano già essersi incontrati.. dove poteva averlo ferito così profondamente..
cosa poteva avergli strappato… cosa…

“Avanti” - lo incitò Edward, senza proseguire l’attacco con un affondo. Facendo
un passo avanti, tornando in piena luce – “Rispondi alla provocazione…”
Per quanto Angel si dominasse, per quanto ritenesse di aver di fronte una
personalità unica, il desiderio di lotta si impossessò di lui.
Dimenticò quell’esitazione, dimenticò il pensiero inconscio, il ricordo che non
voleva emergere e si concentrò sul presente.
Sulla rabbia che dominava a stento ormai da giorni… sul suo demone, che urlava,
forte come non mai.
Era uscito di casa cercando qualcosa del genere.
Cercava la lotta.
Voleva la pace.
E quell’uomo, si ricordò, era un assassino. Quella testa mozzata che giaceva
lontano dal suo corpo d’origine, era un monito.
Non importava chi fosse… o da dove venisse.
Non importava nemmeno perché lo conoscesse.. e sapesse parlargli in modo così
efficace.
Era giunto fin lì e aveva ucciso.
Ed ora, avrebbe pagato.
Hai ragione, Angel, considerò Edward, rispondendo al primo attacco.
È solo vendetta.
Ti sei preso mio fratello…
Con entrambe le tue forme…
Ed io voglio vendetta… e se non potrò avere Angelus… avrò
almeno te…
***
“Sei certo della
direzione?” – domandò Spike, lasciando che doyle lo superasse.
“certamente. Sono la guida degli eroi… so sempre dove andare…”
“Peccato io non veda eroi nei paraggi.” – commentò Spike, accendendosi una
sigaretta – “So che siamo due demoni in un parco cittadino che corrono in
direzione di un’esplosione.”
“Dove c’è un esplosione di luce c’è anche, matematicamente, un vampiro con
l’anima che combatte.”
“Ah si?”
“Oh si, credimi.. Angel non resiste alla tentazione di un evento
soprannaturale.. se solo ha visto.. ed era difficile non vedere… sta già
correndo lì…”
Methos era quasi alla macchina quando uno strano nervoso si impadronì di lui.
Un brivido lo percorse, nella sua interezza.
E il lampione che illuminava il fuoristrada crepitò, affievolendosi, prima di
tornare luminoso.
In sequenza, quasi a indicare la direzione da cui proveniva l’energia,
scricchiolarono anche gli altri, allontanandosi.
Reminiscenza…
Chiunque fosse il vincitore.. era finita.
Methos si concesse il lusso di un respiro profondo, poi salì in macchina e mise
in moto. Non prima di aver posato la sua spada sul sedile a fianco.
C’era Edward da recuperare… oppure una vendetta da compiere.
***
Il piacere della spada
è un amore antico.
L’estendersi delle braccia, l’allungarsi del busto…il piacere del volo nella
furia della caccia.
Edward si piegò sulle gambe, scattando verso di lui. Angel, riusciva a muoversi
in un modo liquido e rapido.
Era un buon schermidore, preciso e fantasioso. Non sviluppando il suo mondo e
la sua esistenza come una linea retta, ritrovava nell’arma bianca una
realizzazione armonica e vibrante della battaglia.
Le regole e la disciplina fuse nell’istinto.
L’uomo biondo sembrava condividere questa sua filosofia. La spada,
l’espressione ridente nel sentire la lama fischiare.
E l’assoluto controllo.
Non si era lasciato prendere dalla furia, aveva invitato la battaglia con la
determinazione di chi combatte per un buon motivo.
Determinazione.
Credo.
I suoi gesti erano precisi… ma la sua forza stava nello sguardo.
Il buon motivo… quasi amore…
Angel si arrestò, studiando il prossimo attacco.
Di nuovo quella sensazione.
Lo strano sospetto di conoscerlo e non averlo mai visto. Il suo avversario gli
era famigliare, ma troppo giovane per avere un conto in sospeso con Angelus.
A meno che…
Un avversario con il capo mozzato…
La spada di Edward fendette nuovamente lo spazio tra loro e aprì con maleducata
impazienza la manica della giacca di Angel, del tutto assorbito dalla
riflessione. La lama risalì rapida lungo la pelle e poi, giunta alla giugulare
si discostò.
Inaspettatamente.
Rinunciando alla vittoria.
Edward stava camminando a ritroso, con aria divertita.
“Angel, attento…” – Edward fece ancora un passo indietro, e poi uno di lato –
“Sei distratto… a cosa stai pensando? A dove ci siamo conosciuti?
A cosa mi hai fatto?
Mi spiace, non c’è redenzione per la tua colpa nei miei confronti…”
“Se ne sei così sicuro, raccontami.” – lo provocò Angel, con una nuova parata –
“Perché è così grave da non riuscire a ricordarlo…”
“Non ti serve sapere… basta a me. E poi, dopotutto, tu temi il motivo per cui
io combatto con te…”
Angel lo fissò, dilatando le pupille.
Ancora una volta si rese conto che quel ragazzo non voleva ucciderlo. Stava
combattendo… per difendersi.
Tu temi il motivo per cui combatto con te…
Non c’era mossa che potesse essere perfetta, non c’era azione che potesse
essere ancora più precisa. Non c’era nulla che valesse come un buon motivo.
Credere.
Soltanto credere.
"Hai perso perché hai dubitato. Hai smesso di credere in quello che
facevi. Probabilmente hai avuto paura del perché io combattessi con te…"
Il credo di Spike. Nitido, lineare, come era stato allora, nell’insegnare a
Faith. Il perché.. perché senza una causa non avrai mai un effetto.
Perché c’è proporzione d’intensità tra il volere e l’ottenere.
Il credo… quegli occhi…
“Fermati.”
Angel si era raddrizzato, abbandonando la posizione di battaglia. Immobile,
poco discosto dal centro dello spiazzo.
“Non intendo proseguire questa stupida sfida.” – commentò, implacabile – “Hai
motivazioni che non vuoi dirmi ed io non potrò mai vincere su un peccato reale.
Vuoi vendetta? Mi spiace, non ne avrai.
Sto espiando.
E non mi farò uccidere fino a quando avrò forza di continuare la mia missione.
E ancora oltre…”
Edward camminò verso di lui, la spada dietro la schiena, nessuna intenzione di
attaccarlo.
“Continua ad espiare, allora.” – commentò, arrivandogli vicino, riuscendo
finalmente a scorgere il buio che si annidava nei suoi occhi – “Ma ora
combatti, perché il mio sangue che hai versato reclama questo diritto. Se non
combatti per la tua vita, allora combatti per la tua missione.”
Ed Angel lo attaccò. Incontrando resistenza, arretrando e tornando ad avanzare,
senza più fermarsi.
Ridendo, della stessa risata liberatoria del suo avversario.
“Dimmi, Angel…” – insistette Edward, in ginocchio, usando la spada come
un’asta, la mano sinistra sulla lama – “Ha mai letto Chu Yuan?”
Angel non gli rispose che con lo sguardo, saltando indietro e osservandolo
rialzarsi.
“E un poeta cinese…” proseguì Edward, asciugandosi il sangue di un lungo taglio
sul palmo.. nascondendo la mano, mentre si rimarginava – “del IV secolo avanti
Cristo… scrisse di una battaglia del genere…”
si interruppe, per colpirlo, per calare la lama sulla sua testa.
Esultando, nel trovare resistenza, nell’essere ancora cosi vicino alla sua
attenzione e non ancora riconoscibile.
“In mano i lisci brocchieri,” – sussurrò, a pochi centimetri dalle sue
labbra – “In dosso le nostre corazze di pelle,
Gli assi del carro si toccano,
Le corte spade si incrociano;
Gli stendardi oscurano il sole,
…”
Angel lo respinse, con foga. Ed Edward, impossibile da far cadere, arretrò,
girando su se stesso e tornando a colpire.
“ In mano i lisci brocchieri, In dosso le nostre corazze di pelle,…” –
ripetè, canzonandolo, per quel loro continuo inseguirsi e replicarsi.
Un’ampia rotazione, aggrappato al lampione. E un calcio ben dato, al centro del
suo stomaco.
Edward si piegò su se stesso, con un colpo di tosse, poi scattò nuovamente,
spingendolo, prima di tornare a colpire di spada.
Seguitando a parlare.
“ Gli assi del carro si toccano, Le corte spade si incrociano; “ –
ringhiò, costringendolo a muoversi e a difendersi – “ Gli stendardi oscurano
il sole, I nemici son come nuvole, …”
ad ogni parola seguiva un colpo. Angel si difendeva e, quando attaccava, era
pericoloso, ad un passo dall’essere mortale.
Ma Edward, ormai, si sentiva risucchiato come da un vortice…
E del tutto intenzionato a non smettere.
“Dove vuoi arrivare…” – gli sussurrò Angel, al loro ennesimo incontrarsi – “Non
vuoi morire e non vuoi uccidermi. Dove vuoi giungere, in questa tua impresa…”
“Da nessuna parte… e non mi importa assolutamente niente.” – rispose, prima di
tornare a declamare, con rabbia – “ Spesse, spesse le frecce cadono,
I guerrieri premono avanti,
Minacciano i nostri ranghi, spezzano le nostre linee; “
Stava diventando tutto troppo veloce. Angel ruotò su se stesso, colpendolo di
nuovo con un calcio. Avanzando verso di lui, mentre scivolava a terra.
Combattevano sull’acqua da ore, senza fermarsi, senza badare al mondo
circostante.
Edward alzò la testa, fissandolo.
“Il trapelo sinistro è caduto, quello di destra è colpito;” – rispose, a
quel sostare di Angel che lo sovrastava – “ I cavalli atterrati ci bloccan
le ruote, Intralciano i nostri cavalli aggiogati.”
“Ti prego, smettila…”
lo sapevano entrambi. Uno di fronte all’altro, Edward ancora in ginocchio, il
viso alzato verso di lui.
Stava per succedere.
Uno di loro sarebbe morto.
E nessuno dei due voleva realmente colpire.
Ed Angel si sorprese a pregare, perché qualcosa, o qualcuno, ponesse un limite
a quella follia.
“Hai paura, Angel?” – domandò, rialzandosi e passandogli a fianco – “Hai paura
di fare una cosa che non vuoi?”
“La stessa che hai tu.” – ribattè, senza voltarsi. Quasi schiena contro
schiena, lo sguardo perso nella notte. Nemici leali.
“Ora non possiamo più fermarci….” – Edward strinse le labbra, fissando la
vegetazione del parco.
Ora so chi sei…
E ti ammiro…
Perdonami, Angel.. ma avevo bisogno di capire…
“Ti prego.. chiunque tu sia…”
Non poteva lasciarlo terminare. Ancora una parola del vampiro e avrebbe svelato
tutto. E quindi, senza più attendere, attaccò.
Ed Angel rispose.
***
Ancora rumore di
battaglia. Methos percorse la strada con la spada in pugno. Qualcuno stava
ancora combattendo. Il clangore era forte, serrato.
In quel combattimento c’era una foga incontrollata, ad un passo dall’esser
violenza. Superò l’ultimo ostacolo della sua visuale.
E li vide.
La testa bionda…
Le spalle ampie e i movimenti rapidi…
E, con un attimo di ritardo, la sensazione che uno solo fosse immortale… ma che
in due fossero dentro l’eternità.
E non potè trattenersi dall’imprecare.
“Da quando i maghi cozzano di spada?” - Domandò Spike, arrivando dietro Doyle e
preparandosi alla lotta.
Doyle si era fermato, pochi metri prima di attraversare il cancello.
Angel stava combattendo con uno spadaccino longilineo come l’arma che teneva in
pugno.
Un cappotto lungo, ormai datato e una tecnica superba.
Registrò rapidamente i particolari, mentre Spike, al suo fianco, seguitava a
parlare.
Ignorandolo.
Fino a renderlo partecipe delle sue scoperte.
E della sua comprensione.
“Merda.” – mormorò, fissando la testa recisa e abbandonata nell’aiuola.
Ancora un attacco.
Sappiamo entrambi che sarà l’ultimo…
Ora.
In ginocchio, la lama puntata alle reciproche gole.
Come Faith e Buffy, pensò Angel, quel giorno…
E, come loro due, anche noi dobbiamo avere qualcosa in comune.
Per la prima volta, dall’inizio di quel combattimento onirico, smise di
guardarlo come nemico.
E lo vide semplicemente come una persona.
Con un’unica occhiata ne percorse i lineamenti puliti, gli zigomi affilati e le
labbra. Ancora una volta ebbe l’impressione di andare a caccia di qualcosa che
doveva essere appena sotto la superficie.
Lo guardò, ne respirò l’essenza maschia e il battito rapido del cuore. E capì,
nell’attimo in cui vide le sue pupille dilatarsi e lo sguardo farsi, per un attimo,
assente.
Conosceva quell’espressione.
L’aveva già vista.
Ma certo…
Methos. La percezione dell’immortalità di Methos.
E quindi… la luce di poco prima… reminiscenza.
“Sei un immortale” - Mormorò, senza interrompere la pressione della spada sul suo
collo.
Guardandolo sorridere, in una beffarda conferma.
E poi dischiudere le labbra. E rispondergli.
“Al fianco hanno ancora le spade, in mano i loro archi neri.
Ma se hanno staccate le teste i cuori non ebber domati;
Furono più che valenti: da morti restano sempre guerrieri.”
Angel era divenuto indecifrabile.
La verità gli era evidente, almeno in parte.
Ed Edward, tutto sommato, ne fu felice. L’odio che aveva provato per lui era
finalmente sfumato. Non cera più nessun vero rancore, nei suoi confronti.
Adesso l’aveva conosciuto e aveva compreso cosa, in lui, potesse esserci di
così speciale.
Aveva capito cosa portava a William ad accettarlo e forse, a modo suo, secondo
regole che Edward non poteva capire, a perdonarlo.
Angel era un guerriero della luce.
E la sua vita era preziosa, per il creato.
Peccato averlo compreso così tardi…
E fu quell’ultimo sorriso, aperto e gentile, che Angel fece la sua mossa.
E pose la parola fine in fondo a quell’incontro.
[III]
Edward rotolò lontano.
Angel l’aveva colpito ma non l’aveva ucciso. Aveva la lama posata sul suo punto
debole, con una minima torsione avrebbe potuto staccargli la testa. Ma non
l’aveva fatto. E non aveva temuto Edward, quasi suo speculare, con la spada
appoggiata sul suo collo…
Un immortale si stava avvicinando. Il percepirlo, repentino, l’aveva distratto
ed Angel l’aveva atterrato, approfittando della sua percezione.
Con un ceffone.
Un colpo seguito da un calcio in pieno petto.. e da un altro, per spingerlo
lontano.
Edward non aveva mollato la spada. Ed Angel, rialzandosi, non si curò di
disarmarlo.
Il suo istinto gli diceva che il ragazzo non aveva più interesse a combattere.
E lui, in piedi, vincitore senza gloria, non poteva che essere d’accordo.
Edward tossì, cercando di puntellarsi sui gomiti.
Ed un altro calcio lo centrò in pieno stomaco, facendolo girare, facendogli
sbattere anche le scapole.
Quest’ultimo attacco lo sorprese più dei precedenti.
Angel l’aveva colpito per allontanarlo.
Ma quest’ultimo.. bhe, quest’ultimo calcio gli era sembrato decisamente
irritato.
E gratuito.
Aprì un occhio, cercando di riprendere il controllo della sua respirazione.
E non gli piacque affatto sentirsi una punta acuminata appoggiata subito a lato
della carotide.
“Muoviti.” – sussurrò Methos facendo pressione – “E giuro che faccio quello che
Angel non ha fatto.”

Doyle e Spike avevano seguito tutta la scena. Senza intervenire.
C’era qualcosa, in quella sfida, di tangibile.
Né Angel né lo sconosciuto volevano essere interrotti.
Ed entrambi i demoni, con la sensibilità che li contraddistingueva, avevano
compreso di non poter far nulla.
Se non guardare, resistendo al desiderio di accendersi anche una sigaretta.
Guardare quelle due figure in penombra, ferme, in attesa di un passo falso.
Doyle aveva continuato a fissare l’avversario. Come Spike, per quanto si
sforzasse, non riusciva a scorgerlo nitidamente. L’avvicinarsi avrebbe
distratto i due combattenti, con il rischio di ribaltarne le sorti.
Ma, anche da lontano poteva constatare che quel giovane uomo biondo era abile,
determinato quanto Angel.
Anche da qui, nel silenzio della notte, nel non sentire le parole che si
scambiavano sottovoce, poteva comunque visualizzare la sua forza di volontà e
la sua personalità forte.
Non era un avversario comune.. ma le Alte Sfere non gli avevano dato mezzi in
anteprima per comprendere chi fosse.
Eppure Doyle, con un fiuto raffinato da anni di predestinazioni, non dubitava
del suo istinto.
Quell’uomo era importante.
Era un tassello nell’universo.
E quando Angel si mosse, si sorprese a pregare che non lo uccidesse.
Perché conosceva abbastanza il vampiro da sapere che non si sarebbe mai
perdonato di aver spento una luce del genere.
Un attimo dopo, con sollievo, aveva osservato Angel limitarsi a respingerlo.
E poi, quasi a conferma dei suoi sospetti, aveva visto Methos emergere
dall’ombra, silenzioso, spada in pugno. E quando aveva notato anche la sua
espressione, aveva capito che stavano per cominciare i veri guai.
Per Spike l’arrivo di Methos era stato come un urlo.
Alla carica!
Se lo era risentito risuonare nelle orecchie. E non aveva perso tempo.
Con passo spedito aveva percorso gli ultimi metri, comparendo alla luce dello
spiazzo. E, senza preamboli, aveva puntato la sua balestra contro l’immortale e
lo sconosciuto.
Methos lo fissò spuntare dalla boscaglia. E si trattenne dall’imprecare.
Doveva agire. E in fretta.
Ruotò appena la spada, usandola per mascherare i lineamenti di Edward. E
premette sul suo collo.
Il ragazzo lo stava fissando con occhi infiammati. E, ringraziando il cielo,
aveva occhi solo per lui.
“Angel.” - Chiamò l’uomo, guardando il vampiro, ancora in piedi dove al
battaglia si era conclusa – “Questo sarebbe il mio settore. Chiudiamo qui la
faccenda. Il mio campo, il tuo campo.. ricordi?”
Angel annuì.
“Non mi interessano le questioni di voi immortali.” – commentò, senza muoversi
– “Si è trattato di un malinteso.”
“Oh, immagino.” – concordò Methos, premendo ancora un po’ la lama, prima di
toglierla. E sostituirla con un piede – “Questi giovani tendono da essere
parecchio litigiosi…”
“E ora…” – aggiunse poi, guardando Edward – “Alzati e levati dai piedi…subito.”
“Io non avrei così fretta…”
Quella voce.
Gli occhi di Edward divennero enormi.
Quella voce, a pochi passi da lui…
Resistette al primo impulso di voltarsi. Si impose di restare calmo, lucido.
Era lì.
E lui non se ne era accorto.
Era lì…

Methos lo fissò, pregando che mantenesse il controllo. Levando il piede, con
evidente sollievo, quando lo vide annuire.
Calmo.
E alzarsi, dando le spalle a Angel.
E a Spike.
“Oh andiamo, Spike.” – commentò Methos, allargando appena le braccia – “Si sono
sfidati ed è finita pari. Se non da’ fastidio a Angel…”
“Ma non mi da’ fastidio, amico mio.” – commentò il vampiro, avanzando ancora di
un passo e affiancando Angel, sempre con la balestra puntata – “Trovo solo
discutibile la faccenda…”
Spike stava seguitando a parlare. Ma Angel, pur avendolo così vicino, aveva
smesso di ascoltarlo.
La voce di Spike era divenuta soffusa, quasi un rumore di fondo.
Sopra ogni fruscio, c’era un battito cardiaco.
Forsennato.
Incontrollabile.
Il suo avversario era nel panico più puro. E lo era solo ora, come se fosse
accaduto qualcosa di ben peggiore che rischiar di morire.
Ma cosa?
Stava diventando tutto troppo strano…
Doyle si mosse, ignorato, spostandosi lungo il perimetro dello spiazzo.
Studiando la disposizione.
Angel e Spike, uno immobile, l’altro all’erta.
Poi lo sconosciuto, fermo, di spalle. E, di poco discosto, in grado di vederli
tutti in viso, Methos.
Sul suo viso i sentimenti trapelavano sovrapponendosi. Doyle poteva percepire
una certa tensione anche da parte sua. E questo era strano…
Methos difficilmente prendeva a cuore una questione. Ed era strano questo suo
rivendicare gli spazi, quando non gli era mai occorso farlo.
Era come se sapesse qualcosa più di tutti loro, pur essendo arrivato per
ultimo.
Cosa aveva percepito, in quel biondo che aveva denunciato come immortale, per
preoccuparsi di difenderlo?
Edward rimase fermo. Non ascoltava veramente le parole, ma soltanto
l’inflessione.
Il tono morbido di suo fratello si era riempito di una sicurezza che non aveva
mai avuto. Ogni parola, ironica e efficace, denunciava una piena comprensione
dei propri limiti e delle proprie capacità.
Così raro, da ascoltare, dalle sue labbra…
Inghilterra, 1854
“Lo porta con sé ovunque…”- sussurrò Emma, sventolandosi un po’ più rapida per
nascondere il movimento delle labbra – “Non c’è stato modo di evitarlo…”
Edward fece finta di non sentirla. Sapeva benissimo a cosa si stesse riferendo
e non si sentì in dovere di offendersi.
Era vero, dopotutto. Dove andava… andava con William. Ed Emma poteva
incapricciarsi quanto voleva.. ma non sarebbe riuscita a portarsi appresso solo
il cugino grande per motivi di lustro.
Emma era di poco più piccola di entrambi. E, a quattordici anni, prometteva già
di divenire un’oca giuliva di qualità. Adornata di pizzi, appassionata di mode
e mondanità, era tutto l’opposto di William. Il quale aveva l’unico torto di
reputarla sempre una bambina e di perdonarle tutto.
Anche la cattiveria.
Era uno splendido pomeriggio di giugno e la campagna inglese chiamava a gran
voce i ragazzi annoiati di Londra, infreddoliti dal lungo inverno e desiderosi
di luce e tranquillità
Una gita informale, di alcuni giorni e un pic-nic, sulle sponde di quel
laghetto che di certo non era avaro di insetti. Erano più o meno una decina.. i
soliti ragazzi di buona famiglia, impegnati ad assecondare con galanteria le
loro civettuole ex compagne di gioco.
William, in mezzo a queste amorose baruffe, stava leggendo un libro.
Perfettamente assorto, con i capelli sugli occhi e gli occhiali di traverso. Si
sarebbe potuto scommettere sul fatto che non avesse sentito la cugina,
impegnata a spargere malignità con il ventaglio.
Edward, seduto poco lontano, si godeva il tepore e la luce sull’acqua.
E non si perdeva una parola…
Una…
Un’altra ancora…
E una di troppo.
Si voltò gettandole un’occhiata.
Si stava intrattenendo con un’amica e un ragazzetto dall’aria impertinente,
ridendo dell’ennesima battuta di cattivo gusto.
“Andrai avanti ancora molto, Emma?” – domandò, senza rinunciare ad un bel
sorriso.
“Emma, smettila, ci hanno sentito.” – esclamò la sua amica Shirley, agitata,
tirandole la manica. Arrossendo più per l’esser notata da Edward Coventry che
per la possibilità di offendere William.
“Oh, andiamo, non sente nulla tanto è svanito” – ribattè il ragazzo, sfidando
Edward con gli occhi. Senza curarsi di essere inopportuno.
Edward si preparò a ribattere. Odiava le persone di quel genere. L’unico modo
di batterle era apparire più forte.. e non più efficace.
Il ragazzo stava aggiungendo qualcosa, sottovoce. E non doveva essere più
riguardo a William. Ma su Edward. Lo poteva capire dall’espressione contrariata
di Emma e da quella vergognosa di Shirley.
Si stava alzando. E aveva l’aria di uno che vuole una rissa.
Edward lo fissò avvicinarsi, senza mettersi in piedi. Non meritava risposta..
ma la voleva… E voleva dimostrare con la violenza di valere molto, per far
colpo su Emma. Non gli importava né di william né di lui. Ma solo di Emma e dei
suoi occhioni.
E questo lo rendeva divertente…
Edward accennò un sorriso. Poi, un cambio di luce, lo costrinse a voltarsi.
Tra lui e il sole, in piedi c’era William.
Dopotutto, la sua lettura non doveva essere così interessante…
“Ritengo non sia il caso di rovinare questa bella giornata.”- disse William,
con aria compita.
Il ragazzo assunse un’aria divertita e cattiva, Emma alzò gli occhi al cielo,
disgustata. E Edward si appoggiò sui gomiti, godendosi la scena.
“Come, scusa?” – ringhiò il tipo. Era più alto di suo fratello e doveva essere
un buon picchiatore. Le nocche spelate lo denunciavano.
“Credo che abbiate capito perfettamente.”- insistette, gentilmente William.
“Non prendo ordini da te…”
Gli occhi di Edward passavano da uno all’altro: suo fratello aveva aggrottato
la fronte, perplesso. Non aveva ordinato nulla, aveva dato un buon consiglio…
Era disarmante, con la sua buona educazione.
Il ragazzo si stava facendo scrocchiare le mani, come un ubriaco da osteria.
E questo lo irritò più della risposta incomprensibile. William sapeva di essere
un po’ diverso da tutti gli altri. E, per quanto lo ferissero le battutine e le
risate al suo passaggio, era disposto a non ribattere.
Non avrebbero capito…
Solo pochi avevano la sensibilità per comprendere come fosse…
Ma non poteva tollerare che si parlasse male delle persone che amava.
Quel ragazzo voleva Emma. E questo non gli andava.
E non gli andava che cercasse di prevaricare su Edward per dimostrare che era
un uomo.
Qualcuno doveva fare qualcosa.
“Emma, vieni qui, per favore.” – domandò, scostandosi e passando oltre il
bellimbusto.
“Oh, scordatelo.” – ribattè capricciosamente la ragazza.
E questo atteggiamento, decisamente, sembrò avere su William l’effetto di una
scossa.
“Emma.” – disse, con un tono che la lasciò a bocca aperta – “Non umiliarti
oltre e vieni qui.”
E lei, sorprendentemente si alzò e si sedette vicino a Edward. Imbronciata, ma
soprattutto perplessa. William si era imposto e la sua voce era risuonata affilata,
mettendo in vista qualcosa del suo carattere che non traspariva tanto
facilmente.
Eppure, per quanto orgoglioso di lui, Edward si mosse, per intervenire, quando
il ragazzetto afferrò william per una spalla. Per obbligarlo a voltarsi.
Una frazione di secondo dopo, lo stesso ragazzo si toglieva il fango dalla
faccia.
“Vi prego di scusarmi.” – mormorò William, con un tono che diceva tutto il
contrario, facendo un passo indietro e massaggiandosi la mano contusa – “Mi
auguro di non avervi rotto il naso. Ma vi invito a non importunare più mia
cugina. Non è abituata a gente del vostro livello. La vostra educazione lascia
parecchio a desiderare.”
Erano rimasti tutti a bocca aperta.
William Coventry aveva appena picchiato un ragazzo. Ed Edward non aveva mosso
un dito per aiutarlo.
Il ragazzo era sbalordito e assolutamente incapace di ribattere.
Quanto bastava per farli chiacchierare almeno qualche settimana.
William si girò, con l’aria infastidita di chi si sente le dita dolenti. E
guardò il fratello.
“Ti disturba se resta con te?” – domandò, con voce tranquilla, indicando Emma –
“Vorrei finire il mio libro.”
“Fai pure.”- Rispose Edward, ridendo apertamente.
William stava recitando. E gli occhi gli brillavano.
“Grazie.” – rispose, trattenendo un sorriso che non riteneva opportuno. E
tornando all’ombra del suo albero.
Con Emma alle calcagne.
Non sono più il suo eroe, constatò Edward, guardando la ragazzina e lo sguardo
adorante. Ma, Dio, se ne è valsa la pena…
Dio.. anche adesso vale la pena…
Edward non si era mosso. Spike aveva seguitato a parlare, tenendolo sotto mira.
Non gli andava a genio quella lotta senza di lui. Non gli andava a genio non
saperne la motivazione.
E non approvava l’essere rabbonito da Methos o sconsigliato da Angel.
Angel… adesso faceva veramente male…
“Oh, andiamo, Flagello!” – lo sentì esclamare, spazientito – “ ci hai
combattuto e adesso voglio farlo io. Doveva avere dei gran begli argomenti per
fare quello che ha fatto…”
“Li aveva, William.” – disse Angel, fissando i due immortali… e in particolare
quelle spalle indecifrabili – “ma erano tra me e lui. Smettila, andiamo.”
“Scordatelo…”
Ecco.. aveva perso di nuovo la frase. Quando Angel l’aveva chiamato per nome,
Edward aveva dovuto chiudere gli occhi, frastornato. Il modo in cui l’aveva
pronunciato, il tono confidenziale e tranquillo…
C’era Angel, adesso.
Ed era Angel quello che William difendeva.
Il suo sangue non gli aveva svelato nulla.
Sei uno sciocco, Edward.. pensavi sul serio che ti riconoscesse?
Ti ha dimenticato… non sei più tu…
Non ha più bisogno un centro per il suo mondo.
È cresciuto… e ha dovuto farlo senza di te…
È questo, dunque, il morir dentro…
Londra, 1856
L’odore del sangue gli provocò un’altra ondata di nausea. Il medico, quel Doc,
si stava lavando le mani.
C’era una scia, dal letto al catino, lasciata dalle gocce che eran cadute.
Ce ne era sul tappeto, poco lontano dal divano, dove era cominciato l’attacco.
William si appoggiò alla parete, cercando di afferrare il profumo di velluto
delle tende. Si fece forza. E avanzò, fino a porgergli un asciugamano.
“Grazie.” – mormorò l’uomo, senza voltarsi. Era un tipo di poche parole. Ma
Edward si fidava di lui e questo a William bastava.
Fissò il letto e la figura sdraiata sul fianco.
“E’ sveglio.” – disse il dottore, avviandosi verso la porta – “vado a prendere
alcune cose in studio. Resta con lui.”
Non aveva bisogno di sentirselo ripetere. Provò il desiderio di respirare
profondamente e lo troncò sul nascere.
Edward non poteva più farlo. Ogni qual volta la sua necessità d’aria diveniva
così umana, il sangue tornava ad aggredirlo, a invadergli la gola e, in un
certo senso, lo sguardo.
I suoi occhi divenivano immoti, e lui si piegava su se stesso, coprendosi la
bocca. E la sua schiena sussultava…
William si sedette sul letto, alle sue spalle.
Com’era magro… Doc gli aveva tolto la giacca, e aperto la camicia, strappando
direttamente i pochi lacci. Aveva lividi, dove avevano posato le mani per
tenerlo fermo. E ora, qualunque cosa Doc gli avesse dato, era calmo.
E anche il respiro appariva più lieve.
“Ti va di venirmi più vicino?” – lo sentì mormorare, senza muoversi.
E ubbidendo, trattenendo le lacrime, gli si era sdraiato a fianco, cingendolo
con le braccia. Facendo aderire i loro corpi.
Posando il viso tra i capelli biondi di Edward.
“sai…” – Edward aveva gli occhi aperti. E fissava la parete – “Quando mi
succede cerco di pensare ai libri che ho letto…alla musica dei concerti che
abbiamo sentito… e mi domando se sarà il mio ultimo pensiero. Mi piacerebbe
morire con qualcosa di bello in testa…”
William non gli rispondeva. Non con la voce, almeno. Le sue braccia lo
stringevano, e i loro cuori distavano solo poche dita. Sentiva il suo respiro,
affrettato, sul collo.
Ed era caldo.. e vivo…
“Morire non è come morire dentro… è quello che temo…”
“Morire dentro?” – ripetè William, cercando di trattenere i singhiozzi.
“Già… perdere me stesso, prima della fine. Perdere anche solo un minuto di
quello che mi resta. Come quando provi un dolore enorme… o sei ancora vivo e
non vorresti più esserlo… io voglio morire tenendo la mia vita sotto gli
occhi…”
ripercorse la stanza, con lo sguardo.
“Voglio la mia splendida vita… tutta davanti agli occhi…” – ripetè.
Methos lo scrutò in viso.
Edward aveva gli occhi pieni di lacrime.
***
“Adesso sarebbe ora di
voltarsi.” – aggiunse Spike, in quel mentre – “E fare le presentazioni.”
E fu allora che Edward portò una mano alla vita.
Doyle stava seguendo più l’espressione di Methos che il resto della scena.
Lo vide abbassare gli occhi. E poi rialzarli, sorpreso.
Methos fissò Edward, inorridito, e scosse impercettibilmente la testa..
Le lacrime si erano asciugate e i suoi occhi brillavano.
Duri. Duri con se stesso.
E arrabbiati.
“Non farlo.” – mormorò l’immortale, stringendo più forte la spada – “Ti prego…
non farlo.”
Anche Angel vide quell’espressione. E non comprese.
L’aria era fredda e tesa.
Sentiva i suoi nervi tendersi allo spasimo, il suo demone lottare, per
intromettersi in quella suspence.
E quello di Spike, vibrante e nitido, a pochi passi.
“William.” – lo chiamò.
Ma era troppo tardi. Spike stava camminando verso lo sconosciuto.
E, se veramente non voleva svelarsi, ci avrebbe pensato lui.
Ed Edward si voltò.
La sua mano sinistra compì un arco perfetto e il cappotto ruotò insieme al suo
corpo, quasi al rallentatore.
Doyle vide distintamente le gocce d’acqua che si separavano dai suoi capelli e
il profilo terso. Seguì, incantato, quell’ampio movimento di rotazione e
condivise, con un attimo di ritardo, l’urlo di Methos.
Angel scattò verso Spike, nell’attimo stesso in cui la punta del pugnale emerse
dalla sua schiena. Uno schizzo di sangue lo colpì in pieno viso, mentre lo
afferrava, prima che si accasciasse a terra.
La balestra, ormai scarica, cadde a terra, poco distante, partendogli di mano.
Il suo suono rimbombò sulla pellicola d’acqua, sollevando qualche spruzzo
leggero.
Edward lo fissò cadere, tra le braccia di Angel. E, nell’abbassare gli occhi,
vide la freccia sporgergli dal torace.
Subito sotto il cuore.
Che ironia… colpiti a vicenda…
Hai una buona mira, William… mi hai spezzato il cuore…
Methos era rimasto immobile.
Raggelato.
Quando aveva visto la mano di Edward stringere quella seconda lama, nascosta
nell’interno del giaccone, aveva sperato di aver capito male.
Ed aveva sperato un attimo di troppo, per riuscire a impedirgli di farlo.
Era stato il sangue di entrambi, alto sotto la luna, a riscuoterlo dal torpore.
Non si era nemmeno reso conto di gridare.
E anche ora, fermo, immobile, sentiva solo risuonare dei passi.
Passi di corsa, incespicanti… di Edward che finalmente fuggiva.
***
Methos aveva quasi
inciampato nei suoi piedi, arretrando, prima di voltarsi e andarsene. Al centro
dello spiazzo, mentre uno degli ultimi lampioni funzionanti si spegneva,
rimasero Spike ed Angel.
E Spike, imprecando, puntellato contro il torace del suo sire, afferrò
l’impugnatura dell’arma, senza dargli il tempo di aiutarlo. Era un coltello
lungo, malese. Un Kriss, con l’impugnatura diritta, di corda. Lo afferrò con
entrambe le mani e lo sfilò dal petto.
Il sangue scendeva a impregnargli i vestiti, rendendogli la testa evanescente.
Ma era acciaio, e non legno.
E questo significava che sarebbe passato.
Che avrebbe solo fatto male.. come molte altre ferite.
“Bastardo.” – mormorò, furibondo, inarcandosi indietro e finendo con la testa
sul ginocchio di Angel – “Ti prego, dimmi che l’ho colpito.”
“Più di quanto pensi, William…” – rispose Angel, mentre Spike chiudeva un
attimo gli occhi, stordito – “Più di quanto pensi….”
Lo disse guardando lo spiazzo piombato nel buio.
E domandandosi dove fosse Doyle.
Methos corse come un forsennato, sbucando sulla via illuminata, ruzzolando
quasi contro ogni ostacolo, prima di afferrarsi alla portiera della sua
macchina ed entrare.
Ovunque fosse Edward, stava morendo.
E sarebbe stato meglio trovarlo, prima che ci pensasse un vampiro biondo e
furibondo, desideroso, a ragione, della sua testa.
Non poteva credere a quello che aveva visto. Sotto i suoi occhi Edward aveva
estratto un pugnale e colpito suo fratello.
Perché fermasse la sua camminata verso la verità.
Perché non lo vedesse in viso.
Che si fotta il destino, dunque!
E tutte quelle belle parole, Eddy?
Se lo incontrerò sarà stato il destino, farò quello che deve accadere?
Non mi verrai a dire che questo doveva accadere!
Non mi dirai che sei uscito stasera con l’idea di accoltellare William!
Sei un idiota, Coventry!
Percorse le strade circostanti. Si infilò in ogni singola via o vicolo intorno.
Dove poteva essere andato, con una ferita del genere…
I fari illuminarono vicoli a ripetizione. Un altro.. e un altro ancora.
In preda ormai a una rabbia furibonda, svoltò in un’ennesima strada, larga
appena come la sua macchina. Fregandosene dello stridio della fiancata contro
una scala antincendio. E lo vide, finalmente, appoggiato ad un muro.
La spada ancora in pugno.
E la mano insanguinata ancora stretta intorno alla freccia.
Doyle saltò la cancellata facendo leva su una panchina e schivando per un pelo
le punte lavorate.
Tornando al suo viso umano nell’atterrare a terra. Aveva visto il fuoristrada
di Methos percorrere a velocità una delle vie.. aveva quasi cercato di
corrergli a fianco, separato solo dal perimetro chiuso del parco. E l’aveva
visto svoltare in una via.
E non si era fatto problemi a proseguire il suo inseguimento sui tetti.
“Lasciami andare.” – Spike cercò di divincolarsi dalla presa di Angel.
“Vuoi sul serio fare il segugio e seguire le tracce?” – Angel non intendeva
lasciare il suo braccio – “hai perso parecchio sangue e quel ragazzo non
intende combattere con te. Mi sembra che te l’abbia fatto intendere più che
chiaramente.”
“Smettila Angel!” – si era voltato, furioso – “Mi è sembrata una chiara e
vigliacca dichiarazione di guerra, questa!”
Stringeva ancora in una mano il lungo coltello. Un’arma che non aveva nulla in
comune con la sciabola italiana con cui combatteva il suo proprietario.
Due armi discordanti.. come le reazioni di quel tizio.
“Aveva un conto in sospeso con me.” – ringhiò, impedendogli di rialzarsi. Erano
ancora inginocchiati nel punto in cui Spike era caduto. Nello stesso punto in
cui quella dannata sciabola gli aveva striato il collo senza misericordia.
Si vede che questo punto di Los Angeles è perfetto per farmi litigare con
qualcuno, pensò distrattamente Angel, tirando Spike verso di sè con uno
strattone.
Non faccio altro che stare qui inginocchiato a discutere con ragazzi biondi e
tenaci.
Quel pensiero fuggevole, gli provocò un brivido. Un’interminabile vibrazione
lungo la spina dorsale. Osservò Spike, come aveva fatto poco prima con Edward.
Cercò nuovamente la fonte di quell’ostinazione. Ma vide solo Spike, impegnato a
cercare di respingerlo.
“William, adesso ascoltami.” – scattò, non riuscendo più a trattenersi –
“Voleva combattere con me ma non uccidermi. Non ne ha mai avuto l’intenzione.
Voleva solo sapere chi ero veramente!”
“Cos…” – Spike aggrottò la fronte e fissò Angel. Stava parlando seriamente –
“Mi vuoi spiegare cosa stai dicendo?”
“Io non so chi fosse, non l’ ho mai incontrato.” – spiegò Angel, fissandolo in
viso – “Ma qualunque cosa gli abbia fatto, l’ ho colpito nel profondo. Mi
chiamava per nome, mi ha chiamato Angel, non Angelus, sapeva chi ero.. e io non
riesco a immaginare in quale vita gli ho portato via qualcosa di così
importante da venire meno ai suoi principi. Quel ragazzo, chiunque sia, ha un
senso dell’onore come non ne ho mai visti.
Ne ho avuti pochi di avversari degni come lui…”
Spike lo fissò, interdetto. All’improvviso si sentì sciocco e inopportuno in
quel suo accanirsi.
Scivolò, sedendosi a terra. E sentendo la presa di Angel allentarsi, prima di
lasciarlo andare.
E lo scrutò in viso. Angel aveva schizzi di sangue fin nelle ciglia. E di
nuovo, a nudo, quel fuoco che lo divorava dentro.
“Sapeva che..” – stava seguitando a dire Angel – “qualunque cosa gli avessi
fatto, non era importante come la mia Redenzione. Credeva in me e nel mio
combattere per il bene, sapeva che la sua vendetta non valeva altrettanto. Si è
preso quel poco che poteva reclamare…era pronto a morire, se necessario.”
Spike non aveva percepito nulla di tutto questo.
Solo un enorme vuoto, in quella schiena, in quella nuca bionda ancora priva di
volto.
Solo il vuoto.
“Era tra me e lui.” – ripetè il vampiro, guardandolo – “Non avrebbe mai
permesso a nessuno di intromettersi… se ti ha colpito è stato perché non ti
voleva tra noi. L’ha fatto solo perché tu non lo potessi seguire…”
Spike era combattuto.
Angel poteva intuirlo dalla mascella contratta e dal silenzio. Rifletteva, come
sempre, su quello che aveva sentito.
E, alla fine, sembrò arrendersi, prima ancora di rialzarsi.
Angel lo fissò, mettersi in piedi sulle sue gambe, mentre dalla ferita quasi
chiusa usciva un’ultima goccia di sangue.
“Non so dove tu abbia la macchina.” – commentò Spike – “ma io andrei volentieri
a casa…”
Angel annuì, raccogliendo da terra la sua spada e, dopo un ripensamento, anche
il coltello malese.
E sentendosi una mano poco gentile sulla fronte.
“E levati il mio sangue dalla faccia.” – commentò Spike, utilizzando un lembo
della manica per strofinargli la pelle – “Mi irriti…”
Methos frenò a fianco di Edward. Ed il ragazzo, con una leggera rotazione,
appoggiò entrambe le spalle al muro. E lo fissò, come se non lo vedesse.
Aveva gli occhi vitrei e perdeva sangue, in quantità minima. La freccia, ancora
conficcata, bloccava l’emorragia.
“Sali.” - mormorò Methos, sporgendosi ad aprire una delle sicure.
Ed Edward, come un sonnambulo, scivolò sul sedile posteriore.
Chiudendo gli occhi, un mano ancora su quel cuore che doveva fargli ben più
male di quanto una freccia avrebbe mai potuto.
Le gomme del fuoristrada stridettero, come bloccate.
E Methos, con un piede repentinamente sul freno, sentì il desiderio di picchiare
a sangue qualcuno.
Ad esempio, un mezzo demone irlandese con le mani in tasca, illuminato dai
fari, in piedi davanti alla macchina in accelerazione.
“Io non ci posso credere.” – esclamò Faith, nel giardino dell’Hyperion.
Stava percorrendo la strada con aria pacifica, quando aveva visto la macchina
fermare innanzi all’albergo. Aveva intravisto Cordelia, dietro la cancellata,
seduta sulla panchina e intenta a mangiare una mela, leggendo una rivista.
Cordelia che, quando aveva visto Spike scendere dalla macchina, con la
maglietta resa rigida e scura dal sangue, si era alzata e gli era andata
incontro. Avevano sostato in giardino, parlando animatamente e, dopo pochi
attimi, lei ed Angel li avevano raggiunti.
Non avevano valutato l’idea di rientrare. Mancavano alcune ore all’alba e
l’aria della notte era rasserenante ben più di un the in cucina.
Con calma, Angel e Spike avevano raccontato la loro notte.
E Faith non aveva preso per niente bene quel romanzo fatto di demoni, parchi
gotici e spadaccini introversi.
“Per una volta che me ne vado da sola.” – cristonò – “Vi beccate tutto il
divertimento. Ma certo, si capisce, dovevo esserci quando abbiamo avuto
l’assalto di quei mollicci gialli, ma se c’è l’occasione per combattere
fieramente…”
“Non dirlo a me.” – borbottò Spike, massaggiandosi il torace nudo – “Pare che
questo essere eccelso sia riserva di caccia di Angel… in tanti anni di
degenerazione, non mi sono mai guadagnato un antagonista tanto complicato. E
liberale, oserei pure dire, visto che lo lascia andare per il bene
dell’umanità.”
Infatti non me lo spiego, pensò Angel, in piedi appoggiato a una colonna del
portico. Aveva posato le due armi sul bordo della vecchia fontana.

La sua spada e quel coltellaccio.
Un appassionato d’oriente, il nostro sconosciuto.. capace di citare un poeta
cinese e combattere allo stesso tempo.
“E che tipo era?” – domandò Cordelia, sedendosi quasi sui piedi di Spike.
“Chiedi a lui.” – disse Spike indicando l’altro vampiro – “Io non sono riuscito
a vedere un bel niente.”
Ma Angel non degnò d’attenzione né Spike né Cordelia. Era completamente
assorbito da quel combattimento che stava ripercorrendo passo dopo passo, nella
mente.
Era stato un colpo anche per il suo demone. Quel ragazzo di cui non sapeva
nemmeno il nome, l’aveva portato fuori dal conflitto che, per giorni, aveva
combattuto.
Gli aveva ricordato chi fosse veramente.. con le parole, con quel sorriso…
Ad una personalità del genere ci si poteva aggrappare .. e sentirsi tratti in
salvo…
“Quindi era un immortale….” – commentò Wes, studiando il coltello – “Sei
riuscito a capire quanto antico?”
“No.” – Angel scosse il capo – “Non me lo ha lasciato intendere. Aveva un che
di famigliare, per cui posso pensare che sia di un’epoca che ho vissuto… ma è
una teoria un po’ labile…”
“Avrei proprio voluto sentirlo.” – commentò ancora spike, finendo di
strofinarsi via le ultime scie rossastre e rivestendosi – “non faccio altro che
sentirne parlare con tanta ammirazione…”
“Sul serio, Angel?” – domandò Faith, rinunciando alle lamentele e sedendosi a
terra – “Era veramente così ammirevole?”
“Era un guerriero, Faith.” – commentò criptico, Angel. Non sono poi così
comuni…
“Va bene, è chiaro.” - Concluse Cordelia – “Noi ci siamo persi un fenomeno.
Però mi interesserebbe anche sapere dove voi vi siete persi Doyle.”
“Bella domanda, Gattina.” – commentò una voce, da dentro una maglietta –
“Proprio una bella domanda.”
***
“Dannazione!” – sbraitò
Methos, picchiando una mano sul volante.
I mezzi demoni come quello andrebbero affogati da piccoli.. prima che scoprano
di potersi vestire disordinato ed andare in giro a spargere guai.

Doyle non accennava a muoversi.
Anche se il cuore stava cercando di scappargli dal petto per lo spavento.
Fermo, davanti a una macchina quasi in corsa.. la macchina di uno che, anche
schiacciato, calpestato o buttato giù dal trentacinquesimo piano, si sarebbe
rialzato comunque.
Uno per cui i riflessi buoni erano importanti ma non indispensabili.
Methos lo fissava attraverso il parabrezza. Ed era talmente amichevole che
Doyle si dispiacque di non essere stato investito.
Si fissarono, con sfida, ancora qualche istante.
Poi Methos, con un gesto seccato, gli indicò un posto a fianco del guidatore.
“Ce ne hai messo per deciderti.” – esclamò, salendo e guardandolo. Cominciando
a parlare e gesticolare nel suo stile – “Ti sto inseguendo da quando te ne sei
andato, perché credo che tu….”
“Ora basta!” – scattò, frenando di nuovo e fissandolo – “Francis, ascoltami
bene. È una serata schifosa, non mi parlare.”
“Non mi parlare?” – esclamò doyle – “Non devo parlarti dopo tutto il casino che
hai fatto? Ascoltami Methos, Io…”
E le parole gli morirono sulle labbra, mentre si voltava.
Methos gli buttò un’occhiata, giusto in tempo per vederlo protendersi verso il
sedile posteriore.
“Doyle, immagino…” – mormorò Edward, accennando la smorfia di un sorriso.
Così quello era il demone di Methos. Si stava sporgendo tra i due sedili
anteriori, puntandosi quasi contro il cambio. Aveva capelli corti e scuri,
occhi trasparenti e calmi. Non sarebbe mai riuscito a immaginarselo così,
constatò, nel vederlo chino su di lui.
E preoccupato.
“Eddy, Doyle… Doyle, Eddy.” – presentò, sbrigativamente Methos, sterzando con
furia – “E adesso, doyle.. afferra quella freccia e levala.”
“Ma tu sei matto! Se faccio una cosa del genere lo ammazzo!”
Sentendosi molto stupido, dopo averlo detto.
“L’obbiettivo è quello, Francis!” – Methos fermò al semaforo – “Quella freccia
prolunga l’agonia. Se muore, la ferita si rimargina. Non provo nemmeno a
curarlo, con un’emorragia del genere…”
“E fai bene.” – replicò Edward, cercando di ridere di quell’affermazione –
“Come medico sei un tormento…”
L’aveva detto scherzosamente. Come se, dopotutto, avere una freccia nel torace
potesse essere cosa da poco.
“Sei un immortale sul serio, quindi…” – commentò il demone.
“Non mento sempre…” – borbottò Methos, risentito, tamburellando sul volante –
“E’ un immortale. Molto idiota, ma pur sempre immortale…”
Doyle fissò il profilo dell’uomo. Finalmente lo vedeva in viso poteva
valutarlo. Aveva occhi chiari e ombreggiati da ciglia bionde come i capelli.
Non era americano, lo poteva intuire dai lineamenti, i capelli color miele e la
forma delle labbra. Tutti particolari irrilevanti, nel percepirne la confusione
e la sofferenza.
Non era un dolore fisico che sentiva al centro del petto.
Paradossalmente Doyle aveva l’impressione che quella freccia fosse più un
monito che un dolore… il monito di una realtà dura da affrontare.
Ed Edward stava per confermare questa sua teoria.
Per quanto brutale, Methos non aveva torto.
E doyle, non appena la macchina ripartì, si sporse nuovamente su di lui.
“Mantieni un’andatura costante.” – consigliò, colpendo quasi in testa il
guidatore con un gomito.
Non appena posò mano sulla freccia, gli occhi di Edward si riaprirono e lo
fissarono.
Occhi che non ammettevano discussioni.
Non estrarla, mormorò, posando le mani su quelle del demone.
Non ancora.
Per piacere…
Doyle strinse le labbra, preoccupato.
“Methos ha ragione, lo sai.” - spiegò, pazientemente.
“Può anche darsi.” – riusciva ancora a sorridere, mentre il sollevarsi del suo
petto diveniva sempre più aritmico – “Ma tu aspetta comunque…
Non è così che muoiono i vampiri?”
L’aveva sussurrato, tornando a chiudere gli occhi, mentre Doyle si risiedeva al
suo posto. Osservandolo, con una punta di risentimento per quell’ultima
battuta.
“Oh, si.” – rispose – “Ma finiscono in polvere, all’istante. Non soffrono di
certo in questo modo.”
E fu allora che accadde.
Edward aveva gli occhi socchiusi, l’azzurro appena visibile.
Quando doyle gli rispose, prendendolo così di punta, per niente disposto a
fargliela passare liscia, Edward gli sorrise, senza guardarlo.
Un sorrise forzato, eppure luminoso.
Quel sorriso.
Doyle sbattè le palpebre, sorpreso. Dove aveva già visto quel sorriso velato di
tristezza…
Dove…
Improvvisamente gli parve di sentire un profumo di gelsomini.. un giardino in
ombra e una testa inarcata indietro, per il dolore e la debolezza…
un’espressione fragile, lineamenti puliti, come quelli di un cherubino…
Sangue… e dolore…
La mente talvolta gioca brutti scherzi.
Quella di doyle, in quell’attimo in cui avrebbe potuto percorrere una via senza
risposta, come Angel e come Faith, ebbe un sussulto.
E si riempì di immagini confuse. A centinaia, prima che una riuscisse a imporsi
sulle altre.
Buon dio…
Edward…Come molti re inglesi e nessuno in particolare…"
Edward… Eddy… la freccia…
“Edward.”
Methos rallentò e si voltò, smettendo di guardare la strada.
E incontrando all’istante l’espressione sconvolta di Doyle.
“Non è possibile…”
“Detto da te, Francis, suona decisamente strano…”
***
Nell’attimo in cui
doyle aveva raggiunto la verità, Methos capì che si era illuso di potergliela
nascondere.
Edward aveva ragione. Non è detto che si possa realmente vedere quello che si
ha sotto gli occhi, se si è convinti di non poterlo vedere.
Era un discorso che reggeva.
Per tutti. Ma non per gli occhi trasparenti di doyle.
Edward poteva provare a gabbarli.. Angel, Faith.. persino Spike.
Ma Doyle…
“Complimenti.” – sentì commentare, flebilmente, dal sedile posteriore – “Allora
parla ancora di me…”
Doyle lo fissò, senza parole. Ora che aveva compreso, i tasselli andavano al
loro posto, con una velocità impressionante.
Tutto, fino all’ultimo fotogramma, acquistava un senso.
Edward girò la testa, seppellendo il viso nella tappezzeria ruvida della
macchina. Avrebbe voluto ridere di quella situazione, ridere liberamente.
Perché non poteva che concordare con Methos: si era realmente comportato come
un idiota. Aveva fatto di tutto perché lo riconoscessero, per poi tirarsi
indietro.
Ed ora, a tragedia consumata… ora, ad un passo dal sentirsi fuori dalla vita di
William, arrivava lui.
Che di eroico non aveva niente.
Complimenti, Doyle…
Adesso mi ricordo anche io di te…
Irlanda, anni Ottanta
“Ciao, amore.” – Sinead Doyle non si era nemmeno voltata, continuando a pulire
verdure – “Francis, porta fuori la spazzatura.”
Però… diceva amore e spazzatura nello stesso modo. Edward fissò quella chioma
fiammeggiante stretta in una treccia e fece, rispettosamente, un passo
indietro.
Era meglio se entrava prima ‘Amore’…
Methos, del resto, non condivideva questa opinione. Lo fissò, con aria
risentita.
“Vigliacco.” – mormorò mentre, in senso contrario, usciva un bidone metallico –
“Ciao Francis.”
“Ciao Methos.” – il bidone si abbassò e spuntò un naso sottile e due grandi
occhi chiari- “E’ molto arrabbiata, stai attento…”
L’aveva detto con il tono del cospiratore. Ed Edward aveva sorriso, divertito.
“Oh, lo so.”- annuì Methos, guardando il bambino – “Lo è sempre.”
“Sono stato buono oggi…
così è arrabbiata solo con te.” – aggiunse, orgoglioso.
Ed Edward ebbe il sospetto che la frase non fosse stata costruita nel modo
giusto.
“Intende dire che non è più arrabbiata di quando si è alzata.” – spiegò Methos
all’amico.
“Le piace dire che siamo della stessa pasta.” – sospirò il bambino. Per poi
voltarsi e guardarlo – “E’ meglio che resti con me, tu. La mamma potrebbe
arrabbiarsi anche con te…”
“E’ possibile.” – mormorò, ermetica Sinead, spuntando sulla soglia – “Ciao
Edward.”
“Ciao Sinead, scusa per l’intrusione…” – le sorrise gentilissimo. Sinead aveva
un’espressione talmente amichevole che Edward, pur di non discuterci, si
sarebbe anche proclamato irlandese.
“Nessun problema.” – replicò la ragazza, sempre a braccia conserte – “E ora, se
non ti spiace, dovrei parlare con lui.”
Methos guardò con desiderio il bidone della spazzatura. E il bambino dietro.
Ed Edward sentì, in contemporanea una mano attaccarsi ai suoi pantaloni.
“No, no.” – Francis scrollò la piega dei jeans di Edward e la testa con la
stessa veemenza – “Mi aiuta lui, grazie. Parla pure con la mamma.”
“Vigliacco pure tu…”
“Methos, entra. E chiudi la porta.”
“E ‘ proprio arrabbiata...” – constatò Edward, ancora fermo con le mani in
tasca.
“Te l’avevo detto.” – sospirò Doyle, in piedi al suo fianco.
Avevano vuotato il bidone. Poi si erano seduti sul muretto e avevano aspettato.
La casa di Sinead in Irlanda era decisamente meglio del suo appartamento in
America. Era in una depressione naturale, verde e irta di cespugli, non molto
lontana dalla strada principale.
Gli alberi la nascondevano ai curiosi e agli estimatori delle case basse in
pietra tipiche di quella zona. Un posto tranquillo e profumato delle erbe che
crescevano ancora disordinatamente nell’orto.
Sinead l’apriva regolarmente, qualche mese all’anno. Nel pieno dell’inverno e
all’inizio di torride estati.
Non si curava molto della stagione, per decidere di tornare alle sua radici.
Lei e Francis tornavano in Irlanda con l’incostanza con cui poi ripartivano per
l’america. Quando Sinead decideva che fosse il caso.
Indipendentemente da questo approccio nomade alla vita, Francis era proprio di
buon carattere. Adesso, mentre dalla casa le urla salivano e crescevano di
intensità, era impegnato a seguire una lucertola, sdraiato in mezzo alle
erbacce.
Ed Edward si godeva il paesaggio.
Fino a che, con aria afflitta, Francis non emise un sospiro.
“Che ti succede?” – gli domandò, gentilmente.
“ma li senti? Sono impossibili.” – Francis prese un’aria sofferente impensabile
e allargò le braccia – “E pensa che l’altra volta si lanciavano pure le cose!”
“Lo fanno perché si vogliono bene…”
“Oh, lo so… ma lanciano proprio di tutto.” – Francis si arrampicò sul muretto e
si sedette. Aveva delle ginocchia pelate e polverose. Ed era… buffo – “però la
mamma mi ha promesso che non gli taglierà la testa nemmeno se la fa arrabbiare
troppo.”
Ah… credevo che fosse lui il tagliatore di teste…
“perché, la tua mamma va in giro a tagliare teste?” – domandò, non resistendo.
“Oh, no.”- rispose Francis, lasciandolo senza parole – “Quello lo fa Methos. La
mamma vuole farlo solo a lui…
A te piace tagliare le teste?”
Cosa poteva rispondergli… era piccolo perché Methos gli avesse già detto una
cosa del genere…Edward si domandò se non stesse riferendo una conversazione
sentita per sbaglio. Oppure se, come molti bambini, stesse semplicemente
inventando.
“A me puoi dirlo.” – aggiunse francis guardandolo con occhi allegri – “Non mi
fate paura.”
“Hai ragione.” – Edward gli sorrise, chinandosi un po’ verso di lui e
ammettendo, sottovoce – “In effetti ai bambini non facciamo nulla.”
Francis dovette trovarla divertente come idea. Rise e saltò giù dal muretto.
La porta di casa si era aperta e Methos era uscito le braccia verso il cielo
come uno che invoca il fulmine.
“Devo andare.” – disse allora il bambino, tendendogli la mano – “la mamma avrà
ancora voglia di discutere.”
“Allora vai e fa il tuo dovere.” – rispose Edward, stringendogli la mano.
Il bambino gli sorrise con gli occhi.
“Mi prometti che non ti farai tagliare la testa così ci rincontriamo?”
la grammatica non era il suo forte... ma non sarebbe importato a nessuno che si
fosse trovato, anche solo per un istante, al centro di quel sorriso.
gli sarebbe piaciuto promettere…
“Ci proverò…” – rispose, lasciando andare quelle dita appiccicose.
Come vedi, Doyle, pensò, non mi hanno tagliato la testa… e ci siamo rivisti…
E, d’istinto, strinse più forte quelle dita che si erano insinuate tra le sue.
***
“Siamo quasi
arrivati.” – commentò doyle, voltandosi a vedere le sue condizioni.
Aveva percorso l’ultimo miglio senza dire una parola, cercando di riordinare i
pensieri. La mano di Edward, stretta nella sua, era sempre più fredda e
cedevole.
Non c’era stato modo di convincerlo a sfilare la freccia e porre fine a quella
forma di autolesionismo.
“Fai come ti pare.” – aveva sbraitato Methos – “Ti prometto che aspetterò che
tu sia crepato per strappartela io di persona, insieme a tutti i capelli!”
“Ottima idea.” – aveva ribattuto l’inglese, riacquistando un filo di voce.
Prima di rinunciare alla discussione e risprofondare in un torpore pieno di
allucinazioni.
Non c’erano più insegne luminose e abbaglianti… solo luci, semplici luci da
strada.
Un cellulare stava suonando. E Doyle, senza abbandonare la presa, infilò una
mano in tasca e rispose.
“Doyle…” – la voce di Cordelia era tra il preoccupato e il bellicoso – “Dove
sei?”
“Uh, ciao Cordy.” – dannazione, si era proprio dimenticato di chiamare e
mentire – “Avevo una cosa da fare e allora…”
“Allora te ne sei andato di corsa lasciando Angel e Spike in mezzo a una
strada... e Spike era pure gravemente ferito…”
Oddio, sto parlando con la Florence Nightingale che è in lei…
“Principessa, non l’ho lasciato solo.. c’era Angel con lui…” – protestò, spostando
rapidamente gli occhi su Edward. Cercando di dosare le parole.
Aveva inteso che si stesse parlando di spike e stava cercando di sedersi,
protendersi verso di lui.
Doyle scosse il capo, posandosi un dito sulle labbra. Spingendolo di nuovo
gentilmente contro il sedile.
“sta benissimo, intanto, adesso.” – commentò, guardandolo fisso in viso –
“Scommetto che sta sfogando il nervoso nello scantinato.”
“No, invece.” – replicò Cordelia, coprendo il ricevitore, perché il suo demone
non potesse sentire il cozzare di lame nell’entrata dell’Hyperion.
Non aveva propriamente mentito.. spike non si stava sfogando ‘nello
scantinato’…
“Cordy, verrò a casa più tardi.” – riprese doyle – “Per cui non preoccuparti,
non aspettarmi alzata e non venirmi a cercare. Passo da Methos, tornando
indietro.
devo parlargli…”
“Riguardo al biondo immortale?” – il tono di Cordelia si era acceso di
curiosità – “Sei riuscito a vederlo? Che tipo è?”
“Da’ l’idea di essere testardo.” – replicò Doyle, fissandolo così intensamente
che Edward, intontito e stravolto, riuscì comunque a capire che non si stava
più parlando di Spike – “Mi è sembrato uno in gamba…”
Certo, ragionò Methos, tenendo la bocca ben chiusa. Peccato non abbia un
cervello ancora attivo…
Doyle parlava ancora al telefono e Methos si sentiva sul punto di esplodere.
Era troppo. Decisamente c’era di che esplodere.
Demoni, immortali, redivivi e traumatizzati… c’erano sentimenti per tutti
gusti. Si spaziava dalla rabbia al dolore passando per una certa dose di
incoscienza.
Eppure, se Methos avesse dovuto scegliere.. si sarebbe definito solo stufo.
Stufo di non aver ancora imparato a star fuori da certi casini.
“Maledizione, maledizione, maledizione!” – urlò nella testa, a denti stretti,
picchiando ancora sul volante.
Alle sua spalle, Edward si stava lasciando morire dissanguato. Niente di
irreparabile, si sarebbe potuto dire… ma per Methos non era abbastanza. No,
errato.
Per Methos era sbagliato.
Come era sbagliato quello che Edward aveva fatto a Spike.
E sbagliato quello che si era lasciato fare da Spike.
Certo.. perché ad aggiungere rabbia a rabbia… Spike non aveva colpe.
E Methos, istintivamente, avrebbe tanto voluto che quel rapporto tra fratelli
fosse un concorso di colpa. Ma non poteva. Spike, William… non sapeva.
Perché sapere lo avrebbe devastato, secondo l’ottica di Edward.
Tze…
Edward, vero e unico signore dell’autolesionismo.
Maledizione…
“Stai borbottando.” – commentò Doyle, dopo essere riuscito faticosamente a
salutare la sua ragazza. Giocherellando con l’antenna del cellulare, fissò il
guidatore, impegnato ad infilare la macchina in garage.
“Non è la cosa peggiore che potevo fare stanotte.” – commentò, criptico
l’immortale, slacciandosi la cintura di sicurezza – “E ora, se non ti spiace,
aiutami a portare il cadavere.”
***
Il cadavere respirava
ancora. Impercettibilmente, forse, ma ancora troppo per essere dichiarato,
finalmente, morto.
Methos l’aveva afferrato per le spalle, senza tanti complimenti e, aiutato da
Doyle, l’aveva adagiato su uno dei materassi da palestra di Faith.
“Niente sangue sul mio divano.” – aveva commentato, all’occhiata di Doyle.
Tornando, istintivamente, a cercare il battito di Edward.
“Non capisco come possa essere ancora vivo…”
“E’ una tempra forte…” - replicò, senza levargli le dita dalla giugulare. Lo è
sempre stato…
Fosse stato più fragile… non l’avrei mai ucciso…
Faith aveva dimenticato un paio di asciugamani, appoggiati sulla sua amata
cassapanca intarsiata. E Methos, allungando un braccio, arrivò a prenderli.
Si passò una mano sul viso, riflettendo.
Doyle era in piedi dietro di lui, e non fiatava. Lo fissò, mentre li appoggiava
vicino alla testa di Edward. Questo movimento sembro riscuoterlo, ben più del
fatto di essere stato trasportato fino in casa.
Aprì gli occhi, ancora una volta, e Doyle si ritrovò a pregare, pregare che
qualcuno facesse qualcosa per quell’anima dilaniata.
E fu allora che Methos, senza troppe indecisioni, strappò la freccia da quel
cuore. Edward si inarcò, in un roco singulto, mentre il sangue cominciava ad
uscire copioso.
Methos, così pronto a prendere una decisione, dimenticò il motivo per cui
l’aveva fatto e premette sulla ferita, per bloccare il flusso.
Ed Edward, spalancando gli occhi, ancora paradossalmente lucido, quasi rise di
quella sollecitudine.
“Avevi promesso…” – mormorò, posando una mano sulle sue, su quel mare di
sangue, senza riuscire a terminare la frase.
“Ho mentito.” – replicò l’immortale.
Adesso se ne stava andando rapidamente.
Nell’attimo in cui Methos aveva estratto il dardo, Edward aveva sentito la
bocca riempirsi di sangue.
Ora, mentre lentamente perdeva coscienza, si ritrovò a fissarsi la mano.. le
dita arrossate… come allora…
Avrebbe voluto riderne.
Avrebbe voluto ammettere, almeno con se stesso, di aver sperato di non dover
mai più sentire il proprio sangue tra le labbra.
Se solo ne avesse avuto ancora… la forza…
E Methos comprese.
Comprese quello sguardo, quel modo di contemplarsi una mano sporca di sangue.
E gliela strinse, protendendosi a sfiorargli la fronte.
“Sono qui adesso… e sarò qui quando tornerai.” – sussurrò.
Rinsaldando il loro legame, una volta ancora, mentre il cuore di Edward si
fermava.
Londra, un vicolo, 1857
Quando il proiettile gli penetrò in petto, Edward provò un senso di sorpresa.
Il contraccolpo lo aveva fatto appoggiare al muro e gli aveva riempito le
narici dell’odore di muffa e di bruciato.
Dovette guardare la ferita che si allargava, per rendersi conto.
Alzò lo sguardo, senza risentimento, verso il suo assalitore.
Un uomo che ora stava correndo ad afferrarlo.
“Doc…” – gorgogliò, scivolando a terra.
I capelli gli caddero indietro e il sangue si allargò sui suoi vestiti,
rendendo rosso il selciato. Methos si era piegato su di lui e l’aveva tenuto
per le spalle, parlandogli concitatamente.
Ma Edward aveva continuato a fissare il cielo, tramortito da quel creato che
stava abbandonando.
Non c’era la musica, non c’era più il sole.
Non ricordava più nulla.
Non era mai esistito, non aveva mai vissuto.
Tutto naufragava nel morire.
Ed Edward avrebbe tanto voluto provare almeno paura.
Methos era chino su di lui, i sensi allo spasmo, per paura che giungesse
qualcuno.
“Non temere, Edward, non aver paura…” – stava mormorando. Gli aveva tolto un
guanto e gli stringeva le dita intorpidite, spingendole nella sua visuale –
“Sono qui, mi puoi sentire Edward.. puoi sentire che non sei solo…”
Sono qui…
Edward si riscosse per un attimo. Le pupille si stavano dilatando, il sangue
sgorgava ancora.
E i polmoni, i polmoni che bruciavano già in vita gli riportavano altra vita.
Consapevolezza di dolore…
Che buffo… la mia morte è ciò che resta della mia vita…
I miei polmoni.. e l’aria… non ha mai avuto questo sapore…
Un altro spasmo…
Edward si mosse, come in preda a convulsioni.
Soffriva… Methos gli strinse più forte le dita. Non era stato nemmeno capace di
ucciderlo sul colpo. L’aveva fatto soffrire…
“Ti prego perdonami… perdonami perdonami….” – si sorprese a ripetere, come una
litania – “Non potevo accettarlo, non potevo… ho tentato, Edward, ma non potevo
farti morire, non in quel modo, senza speranza, senza futuro…”
Edward non lo sentiva più.
Anche i polmoni stavano lentamente lasciandolo. Ora respirava, respirava come
quel giorno d’estate nel grano. Respirava e non c’era più il freddo
dell’inverno e la nebbia…
C’era la luna…
È finita…
Ti ho tanto attesa… ti aspettavo… sono pronto…
C’era un peso, sul suo petto.
Ma Edward non lo sentiva più…
“Sono qui adesso… e sarò qui quando tornerai.”- sussurrò ancora Methos, la
guancia appoggiata su quella ferita e su quel sangue ormai freddo.
Ancora un battito.
E uno ancora.
E poi…
Più nulla.
E Methos chiuse gli occhi, senza riuscire più a trattenere i singhiozzi.
Methos chiuse gli occhi un attimo, prima di lasciar andare quella mano
ormai inerte. La adagiò con cura sul suo petto e si rialzò, con calma.
Doyle non aveva detto nulla.
Era rimasto in piedi, immobile, in attesa.
In attesa poi di cosa…
Methos si voltò a fissarlo.
“Impiegherà un po’ a svegliarsi.” – spiegò, conciso. – “Se vuoi un Whisky,
versatelo. E preparane uno anche per me. Mi lavo le mani.”
Si era appoggiato al lavandino della cucina, con le mani sotto al getto freddo.
Da lì, con lo sguardo fisso, poteva vedere il corpo senza vita, la mano sul
petto e quell’altra, abbandonata, giù dal materasso. I capelli umidi avevano il
colore dell’oro scuro e l’ombra della barba spiccava ancora di più sulle guance
pallide.
Edward era morto, il capo reclinato da un lato, il sangue che finalmente aveva
cessato di scorrere.
Methos se lo sentiva sulla pelle, denso e appiccicoso. E fin dentro l’anima.
Doyle gli era venuto vicino, sedendosi su uno degli alti sgabelli.
Senza un commento, aveva posato i due bicchieri sul ripiano lucido.
Era stranamente silenzioso, quasi quella morte lo opprimesse, con un senso di
irrimediabilità che non le era consono.
“La morte di un immortale è breve come un caffè, Francis…” - pensò, guardando
ancora un attimo quel corpo scomposto e fragile.
“Edward non ha il risveglio veloce.” – commentò, sedendosi e stringendo il
bicchiere con mani ancora umide – “Abbiamo tempo per parlare. Hai domande da
farmi?”
Doyle annuì.
“Stai bene?” – chiese, cogliendolo di sorpresa.
Una domanda da Doyle, sorrise Methos, guardandolo.
Con mille perché nella testa, andava a caccia di quelli degli altri.
“Sto bene.” – rispose, seguendo con un dito le cesellature del cristallo –
“immagino che tu voglia sapere di lui.”
“In effetti immagini giusto.” – aveva una voce tranquilla e bassa – “Da quanto
tempo lo conosci?”
“Da molto.” – soppesò le parole e le menzogne un istante, prima di affrontare
la verità – “Sono io che l’ho ucciso. Che l’ho reso immortale.”
“Ah.”
“Ah.” – ripetè Methos, fissandolo – “Tutto qui?”
“Tu non vuoi essere giudicato per quello che hai fatto.” – replicò Doyle,
sostenendo il suo sguardo – “Per cui non ho nulla da dire. Raccontami.”
“Non sapeva di Spike. L’ha saputo stamattina.” – ringhiò Methos, abbandonandosi
a quella rabbia non sfogata – “E’ stato un caso, stasera. Non vi stavamo
cercando. Spike non lo sa e non lo deve sapere. Soddisfatto?”
Doyle lo valutò, mentre tracannava il contenuto del bicchiere.
“Ti senti meglio, adesso?” – domandò, senza recriminazione nella voce.
E Methos, senza un commento, annuì, alzandosi e camminando avanti e indietro
sulle lucide piastrelle della cucina.
“Sì. Tutto sommato mi sento meglio.” – ammise, voltandosi verso il demone – “Ne
avevo bisogno… e ora ricominciamo da capo.”
aveva un tono più tranquillo. E, per quanto stesse ancora in piedi e in preda
ad una certa tensione, era nuovamente razionale. E non più insondabile come
poco prima.
“E’ successo dopo la presunta morte di Byron. Sono stato per un po’ in giro per
l’Inghilterra e poi sono tornato a stabilirmi a Londra. Doveva essere suppergiù
il 1854…”
1853, Kensington
“oh, ma mio caro dottore, cosa dite mai…” – il ventaglio accellerò la sua
oscillazione e la bella bocca di lady Charlotte divenne intermittente –
“Suvvia, vi sentisse mio marito…”
“Mia cara…” – rise, impeccabile Methos – “Noi staremo attenti che questo non
accada…”
Dietro il paravento cinese faceva piacevolmente caldo: le guance si
arrossavano, gli spiriti si scaldavano… e delle risatine sospette si
propagavano nell’aria.
Nascondendo i rumori, rumori come porte aperte e richiuse con attenzione.
Edward si spostò lungo la parete, sfogliando le coste dei libri con lo sguardo.
Lord Cabborough aveva una biblioteca ricchissima e di grande importanza. Testi
rari e antichi a fianco di pubblicazioni ancora profumate di stampa e carta
asciugata al sole. L’angolo di uno spirito eccelso, innamorato della vita.
E di una moglie un po’ troppo vivace. Edward aggrottò le sopracciglia bionde,
iniziando a farsi un’idea della provenienze di quei fruscii.
Fruscii che potevano, effettivamente, portare guai.
Fece due passi a ritroso, allontanandosi dalla splendida tiratura
d’importazione che avrebbe voluto consultare. Schivò un tavolino, salì sul
tappeto e proseguì la sua camminata silenziosa all’indietro verso la porta in
noce a doppio battente.
E arrivò a posare la mano sulla maniglia, nell’attimo stesso in cui lo stimato
medico della buona società londinese sbucava da dietro il paravento,
aggiustandosi lo sparato. Edward rimase immobile, guardandolo. E, quando si
ritrovò ricambiato, da uno sguardo sorpreso e circospetto, non potè
trattenersi.
“Perché mi sento io, colto sul fatto?” – domandò, mentre un irrefrenabile
sorriso lo illuminava.
Methos, d’altro canto, lo fissò sbalordito, sentendo un’improvvisa simpatia per
quel giovane sconosciuto. Elegante, del tutto privo di quell’arrivismo che
contagiava molti londinesi in quell’epoca.
Diverso. Methos, con una prontezza nata da secoli di scontri continui con
gioventù arrabbiate o idealiste, ne fu subito colpito. Prima ancora che una
nuova sensazione lo raggiungesse.
Una sensazione istintiva, quasi un riconoscimento.
Un profumo di immortalità…
Quel ragazzo avrebbe percorso la strada dell’eterno.
Si impose si restare presente, di trascurare il particolare, mentre Charlotte
approfittava di quei pochi attimi per infilare una porta secondaria e svanire.
Un ospite del marito.. un giovane con libero accesso alla biblioteca privata…
E, nell’ambiente, si vociferava che nessuno potesse competere in prontezza di
battuta e stile con…
“Lord Coventry, suppongo.” – mormorò Methos, avvicinandosi e tendendogli
amichevolmente la mano – “desideravo proprio fare la vostra conoscenza…”
“…andai subito d’accordo con Edward. Era impossibile non trovarlo brillante
e piacevole. Ma c’era di più. E molto. Edward credo che rientri tra le dieci
persone più intelligenti che abbia mai conosciuto.
Non è solo una questione di quoziente intellettivo. È un fatto si sentimenti,
intuizioni, prontezza… mi colpì, fin dalla prima volta che lo vidi.
E, a poco a poco, cominciammo a frequentarci regolarmente. Era un’amicizia
solida, senza pretese. E fu così che gli rivelai la verità.”
“Lui sapeva della tua immortalità?”
“Già. Glielo dissi e di certo lui non mi fece pentire. Quello che non gli
rivelai era la sua natura. non sapeva di essere uno di noi e io confidavo che
non lo scoprisse mai, che avesse una bella vita e morisse circondato da figli e
nipoti.”
“Poi cambiò qualcosa…”
“Certo. Ci si mise l’ottocento con il male del secolo. Tubercolosi. Tisi, se
preferisci. E fui io a diagnosticargliela.”
Si era nuovamente riempito il bicchiere, per il piacere di poterlo ruotare
ancora tra le mani più che per il gusto del suo pregiato liquore.
“Quel pomeriggio rientra senza dubbio tra i momenti peggiori della mia
esistenza.” – commentò, abbandonandosi ad una confidenza – “Una della persone
che più stimavo al mondo sarebbe morta prima di arrivare ai venticinque anni.
Tutto quello che di meglio possedeva del suo tempo e del suo essere umano,
sarebbe finito sotto due metri di terra. Per un po’ resistetti.. resistetti
quasi un anno. Poi decisi che non potevo attendere come stava facendo lui.
Avevamo superato il tempo limite entrambi…
E intervenni.”
“E lo uccidesti.”
“Un colpo di pistola in pieno petto. Ed Edward svanì nel nulla.” – Methos alzò
gli occhi, fissando ancora quel corpo, con aspettativa – “Il resto è un
interessante romanzo di occultamento del delitto. Te lo risparmio volentieri.”
Doyle bevve un sorso, riflettendo.
Poi, posando il bicchiere sul tavolo, espose i suoi dubbi.
“In questo quadro che hai fatto” – commentò – “Non c’è William…”
“Ed infatti è questo che lo rende realistico. Il mondo di William non è mai
stato il mio. E viceversa. Ci conoscevamo di vista.” – Methos soppesò le parole
– “O, meglio, io conoscevo di vista lui. William aveva occhi solo per Edward.
Il resto del mondo non esisteva. E dopo la mia diagnosi il loro legame divenne
un dogma. Non ho mai visto due persone tanto legate…
La decisione di Edward di non dirgli nulla mi sorprese. Ero pronto a insistere
a riguardo, ma non ce ne fu bisogno. Scelse di restare morto ai suoi occhi….”
Ancora adesso non comprendo…. Ma, del resto, quanto cose non ho ancora capito,
dopo cinquemila anni…
“Sai, Francis…” – riprese – “…”
Methos si era interrotto, distratto da mille pensieri. E, dopo un attimo di era
alzato.
Perdonami, aveva mormorato. Dopotutto, ho bisogno di farmi una doccia…
Doyle rimase seduto, bevendo, un sorso alla volta, quel liquido caldo e forte.
Aveva così tante domande senza risposta…
Si alzò, affacciandosi alla porta della camera da letto.
L’acqua correva nella doccia, ma Methos stava ancora cercando alcuni vestiti
nell’armadio.
“Questi sono per Edward.” – momrorò, per nulla sorpreso di essere stato seguito
– “ormai non dovrebbe più mancare molto…”
“Da quanto hai capito chi è spike?” – domandò, lo stipite piantato nella
schiena e il bicchiere ancora in mano.
“Non ho impiegato moltissimo, se è questo che vuoi sapere.” – rispose,
prelevando un maglione – “solo che il mio inconscio non è veloce come il tuo.
Per cui ho dovuto anche accorgermi di quello che avevo visto.”
“E non l’hai detto ad Edward…”
“Non fosse venuto a trovarmi, non glielo avrei nemmeno detto.” – Methos stava
appoggiando il necessario in bagno – “Se l’ho fatto, è stato per evitare quelle
belle scene strappalacrime che capitano dalle tue parti. E, quanto al dirlo a
William, non era mia pertinenza.”
“Su questo siamo d’accordo.” – commentò doyle.
“Anche non lo fossimo.” – ribattè Methos, sbucando dal bagno già a torso nudo –
“sarebbe l’unico fatto non discutibile. Sta ad Edward decidere. Nessuno deve
intromettersi.”
“Nemmeno Angel?” – domandò Doyle, fissandolo con una vaga sfida.
“che cosa intendi dire?” – Methos lo fissò, notandone il sorriso divertito.
“Intendo dire che non dirò nulla a Spike. E a tutti gli altri. Ma dai tempo ad
Angel… la partita sua e di Edward è appena iniziata.”
[IV]
Niente aveva impedito
a Methos di sbattere la porta del bagno sul suo muso irriverente. E Doyle,
consapevole del suo sarcasmo, non se l’era avuta a male.
Methos aveva ragione a imbestialirsi. Dopotutto quello di cui Doyle si stava
impicciando non era affar suo. Sempre se non si considerava il fatto che stava
diventando una questione di famiglia. Anzi, di famiglie.
Quella di Doyle, quella di Methos, dell’Hyperion…
William ed Edward si collocavano al centro di questo turbinio.
E tra loro, paradossalmente, sembrava collocarsi l’ombra di Angel.
E quella di Angelus.
Con chi aveva combattuto Edward quella notte? Con l’assassino di suo fratello o
con il suo sostituto?
Qual era il fantasma che temeva?
Doyle camminò con lentezza verso di lui.
La sua ferita era ormai richiusa. Restava solo il sangue, sul materasso e sui
vestiti.
Dovremo bruciarli, ragionò Doyle. E anche gli asciugamani.
Puoi mentire a un vampiro, ma non ai suoi sensi…
Rimase in piedi, a fissarlo.
Adesso lo ricordava bene.
L’amico di Methos, il ragazzo biondo che percorreva tranquillo il viottolo
verso casa di sua madre con una bracciata di legna o che appariva con un mazzo
di margherite nei momenti meno probabili.
Nei suoi ricordi di bambino si associava sempre ad un sorriso amichevole e a
pochissime parole. Taciturno, forse propenso ad ascoltare i bambini più che a
narrare. Così diverso da Methos, capace di avere sempre un aneddoto sulle
labbra.
Era così strano, vederlo immutato.
Con Methos era diverso. Methos era sempre stato grande.
Ma questo ragazzo, questo Edward che lo seguiva, gli era sempre sembrato
giovane. Ed ora, ritrovandosi adulto, a fissarlo, doyle percepiva, per la prima
volta, la sua mortalità.
Edward non sarebbe invecchiato. In un modo diverso da spike, o da Angel, era
destinato a restare così. Lo stesso viso, la stessa espressione…
Doyle abbassò gli occhi, permettendosi il lusso di scacciare quella fastidiosa
sensazione, fissando le dita lievemente inarcate.
Spike ha le tue mani, Edward.
Non so ancora cosa ho visto in te, per capire chi eri… proprio non lo so.
E non mi va di pensare che sia stato destino.
Forse avrei preferito non capire…
E fu in quel mentre, mentre l’ultimo quesito si vibrava ancora tra loro, che
Edward aprì gli occhi e, con un rantolo, cercò il primo respiro.
***
Quando finalmente
l’aria gli penetrò nei polmoni, Edward sentì le spalle rilassarsi e tornare a
contatto con il materasso.
Aveva le membra intorpidite e mille pensieri nella mente.
Ed era di nuovo vivo.
Senza fretta, quasi pigramente, iniziarono ad affiorare alcuni fotogrammi di
quella notte. Poi, sempre più concitati, gli ultimi attimi di lotta….
E william.
Istintivamente cercò con le dita la ferita, pur sapendo di non poter trovare
nemmeno una cicatrice. Methos non si era premurato di togliergli nemmeno il
maglione. Aveva strappato la freccia per accelerargli l’agonia e l’aveva
lasciato morire.
Armeggiando, a fatica, Edward si sfilò l’indumento, irrigidito dal sangue
essiccato.
E tornò a scivolare sdraiato, gettandolo lontano.
“Dio, come la odio…” – momrorò, riferendosi alla sua morte e alla sua
resurrezione indiscriminatamente.
Aprendo gli occhi, nel sentire dei passi.
“Lo vuoi un po’ di caffè?” – domandò Doyle, porgendogli una tazza – “Non c’è
niente di meglio, appena svegli…”
Edward lo guardò perplesso, prima di alzarsi, appoggiandosi sui gomiti.

“Grazie.” – mormorò, prendendo il boccale tiepido dalle mani del demone.
“Figurati.” – gli sorrise l’uomo, di rimando – “Resta pure sdraiato.
Methos sta facendo una doccia.. credo che ne avesse abbastanza di tutto il tuo
sangue…”
“Non posso dargli torto.” – replicò, sentendosi improvvisamente calmo, nel
parlare così normalmente… così lontano dalle emozioni – “Ho fatto un bel
casino, stanotte…”
“Vero.” – rise Doyle, accendendosi una sigaretta – “Proprio vero.”
“Me ne offri una?” – chiese, speranzoso, Edward, tendendo una mano.
“Certamente.” - Doyle gli porse il pacchetto – “Intanto non sono mie. Le ho
fregate a Spike.”
La mano che stringeva la sigaretta si bloccò a mezz’asta. Poi Edward la portò
verso la bocca, accettando l’accendino già acceso.
“Lui... fuma?” – domandò, quasi rispettosamente.
“Come un turco.” – ribattè doyle. Edward si era illuminato di una curiosità che
faceva quasi tenerezza.. ed era difficile, come gli succedeva con spike,
ricordare la sua età reale - “Anche se, certe volte, ho l’impressione che gli piaccia
più il gesto che il vizio.
Si gode il movimento meccanico…”
Edward abbassò gli occhi, con aria assorta.
E Doyle, rispondendo a quel suo innato intuito, si sentì in dovere di dire
qualcosa.
“Chiedimi quello che vuoi Edward.” – momrorò, sedendosi a cavalcioni di una
sedia – “Se vuoi sapere che tipo è, io credo di conoscerlo… almeno un poco…”
Edward lo fissò, con un’inconfondibile tristezza negli occhi.
Era strano farsi raccontare il proprio fratello da altri, da persone ad un
passo dall’essere estranee.
Doyle conosceva Will… Spike molto meglio di lui…
“Mi piacerebbe.” – rispose, cauto – “Ma non credo sia una buona idea.”
“Credi sia veramente troppo cambiato, per riconoscerlo quando ti parlerò di
lui?”
Edward sorrise, incassando il colpo e sedendosi. Gettando quel che restava
della sigaretta dentro il caffè.
“E’ questa la famosa sensibilità che ti contraddistingue, doyle?” – domandò,
piegando le ginocchia e constatando che il suo amato cappotto era da lavare
molto bene – “Il famoso sesto senso di tua madre…”
“non sono così in gamba.” – replicò doyle stando al gioco – “Ma da mia madre ho
indubbiamente preso la testardaggine. E tu dimmi, Edward…. Spike ha preso da te
il suo amore per la musica?”
Sai, doyle, inizio a capire cosa intende Methos quando dice che il tuo dovere è
portare confusione…
“No.” – replicò provando a mettersi in piedi – “Io non suono nemmeno il
triangolo. Da me ha preso l’abitudine a impicciarsi di affari non suoi.”
Le gambe mi reggono… grazie al cielo…
Poco convinto di quello che stava facendo, cercò di riacquistare un equilibrio
che non avesse a che fare solo con la posizione eretta.
Fermo.
La testa china.
Doyle scrutò quei riccioli biondi e scomposti così adatti a nascondere.
Chissà se anche Spike, sotto quell’abuso di acqua ossigenata…
Adesso, nel vederlo nuovamente in piedi, notava i piccoli particolari che aveva
in comune con spike. Era interessante ricercare i pro e i contro di quel legame
tanto intenso quanto irreparabilmente fonte di problemi.
Si domandò come avrebbe reagito Spike, al posto di Edward… e poi cosa avrebbe
detto, ritrovandoselo di fronte.
“Pensi che ti avrebbe colpito, avesse saputo chi eri?” – domandò, senza giri di
parole. Beccandosi una singola occhiata, eloquente più di ogni risposta.
Edward è una persona decisamente tollerante, annotò, mentalmente. Prima di
rispondergli preferiva astenersi.
Stava camminando e sciogliendo i muscoli. Doveva provare una fastidiosa
sensazione di intorpidimento, più psicologica che reale.
“Toh, guarda chi si rivede.” – mormorò Methos, spuntando con i capelli ancora
umidi – “Tornato a miglior vita?”
“Chiamala migliore…” – borbottò, scoprendo, nello specchio, di avere sangue fin
nei capelli – “Ho male dappertutto.”
“Possibile. E puzzi di battaglia.” – Methos si appoggiò le mani sui fianchi e
lo guardò, disgustato – “Lavati. Subito.”
“Si, mamma.” – replicò Edward, mostrando tutti i denti – “A meno che tu non
voglia uccidermi un’altra volta. In quel caso preferirei aspettare…”
Methos non sapeva se ridere o ammazzarlo.
Altro appunto mentale, ragionò doyle. Quello che vale per tutti gli altri, non
vale nei confronti di Methos.
A lui si dice tutto, senza appellarsi alla calma…
“No?” – stava aggiungendo Edward, la testa leggermente inclinata – “Allora vado
a farmi la doccia.”
“Ehi.” – mormorò Methos, afferrandolo per un braccio e guardandolo negli occhi
– “Non sono intenzionato a litigare. E se può interessarti.. non sono nemmeno
arrabbiato.”
Edward lo guardò dritto in viso.
Prima di allargare la bocca in un memorabile sorriso.
“See… raccontatela, Doc.”
E Doyle, frenando a stento una risata, scoprì in cosa Spike assomigliasse
realmente a Edward.
***
Methos aveva
palesemente fame. Lo si poteva intuire dal fatto che, nel cuore della notte,
avesse tirato fuori metà del contenuto del frigo e si fosse messo a spalmare
mostarda in quantità su fette di pane.
Una catasta di panini, ecco cosa voleva.
“Aiutami. E non farmi una domanda che non sia di ordine pratico.”
“Come dire che posso solo chiederti dove sono i bicchieri?” – precisò Doyle,
avvicinandosi.
“Pressappoco…”
Nel frattempo, Edward si era rintanato in bagno. E ora, sotto il getto
bollente, anelava una pace che non ricordava di aver provato.
Chiuse gli occhi e, con calma, si impose di pensare al combattimento con Carlos
Suarez, ricordare gli assalti e separare le emozioni della reminiscenza dalle
mosse di scherma.
Fermo, i capelli incollati al viso e le mani in lenti e limitati movimenti, a
mimare le sequenze degli assalti.
Un esercizio spirituale, per fare chiarezza. Lentamente riaprì gli occhi e si
fissò nello specchio appannato. I capelli fin sugli zigomi, la barba
decisamente in vista. Aveva occhi iridescenti…
C’era stato un tempo in cui questo particolare era tipico di William. Non suo.
Gli occhi di William mutavano in balia della luce e dell’umore… i suoi avevano
cominciato stranamente a farlo con l’immortalità. Uno strano effetto
collaterale.
Poteva succedere, aveva ammesso Methos, già allora.
Mutiamo appena.. ma certe nostre caratteristiche si acuiscono…
Si toccò uno zigomo, cautamente, come se temesse di essere contuso e dolorante.
Aveva l’impressione che la testa potesse esplodergli, che gli occhi potessero
bruciare. La verità, pura e semplice, era che non si riconosceva.
L’uomo nello specchio era un estraneo.
Methos aveva acceso la musica. Ora l’opera di diffondeva da una stanza
all’altra, senza rimbombare, con voce limpida e pura.
Era piacevole..e ipnotico.
Era stato strano, ricordò, una sera, comprendere che non avrebbe mai più potuto
andarci.
L’opera… la Londra bene che frequentava il teatro non avrebbe apprezzato i suoi
colpi di tosse, il suo respiro pesante… perché la morte che bussa deve farlo
silenziosamente e non disturbare le nostre feste…
Altrimenti è disdicevole…
Edward si tirò indietro i capelli e chiuse l’acqua calda. Il getto gelido lo
colpì in pieno, facendolo sussultare ma allontanandolo, finalmente, dai ricordi
scomodi.
Sei andato all’opera, ancora… e ancora, si rammentò, mentre il gelo si
propagava in brividi giù dalle spalle. La morte ha cambiato porta…
Quasi per istinto, seguendo un dolore che non percepiva più, si massaggiò il
torace, nel punto in cui la freccia l’aveva trapassato.
E quel semplice gesto, gli scatenò in testa immagini confuse.
Strinse gli occhi, cercando di scacciarle.
“Francis…” – Methos alzò gli occhi e lo guardò, mentre si dirigeva verso il
bagno – “Lascialo stare.”
A questo comando, il demone si voltò. E lo fissò interrogativo.
“Lo senti anche tu?” – domandò, riferendosi ad una precisa sensazione, una
percezione definita di pura confusione.
“Non ho bisogno di sentire nulla.” – ribattè l’immortale – “E’ normale che sia
sconvolto. E ha bisogno di farsene una ragione. Lascialo stare.”
“Sei certo che invece non abbia bisogno di aiuto?”
“E come vorresti aiutarlo? Lo tiri fuori dalla doccia, di peso, per cosa?
Riportare indietro il tempo? E di quanto? Centoquarant’anni o un’ora?
Cosa preferiresti evitargli? La scelta di abbandonare William prima di vederlo
morire di vecchiaia o la decisione di piantargli un coltello in petto per
mantenere il segreto?” – Methos stappò una bottiglia di rosso e ne versò il
contenuto color rubino nei calici alti – “L’immortalità ha un piccolo difetto…
è eterna. E bisogna saperci convivere. Edward ne è perfettamente in grado…”
Credimi…
India, 1883
La sensazione della reminiscenza gli fece quasi piegare le gambe.
“E’ qui dietro.” – mormorò sbrigativamente Damodar, dando un altro colpo alla
parete sconnessa e sollevando ancora polvere.
Methos annuì. Damodar aveva percepito come lui la vicinanza. Edward era sotto
quelle macerie e non troppo lontano.
“Muoviamoci.” – ribattè, sollevando altra polvere con colpi decisi di piccone.
Ormai da giorni quella zone della costa era piombata nel caos. Una piccola
isola, Krakatoa per gli occidentali, si era inabissata, in seguito a ripetute
scosse.
Le onde, i sussulti successivi della terra, violenti come non mai, si erano
propagati fino all’India. Solo in seguito Methos avrebbe scoperto come questi
fossero stati percepiti addirittura dagli australiani.
Ma allora, in quel momento, non era una catastrofe memorabile, da ricordare.
Era solo morte. Morte per strada, morte sotto le macerie, morte e basta.
Da giorni si scavava in cerca di sopravvissuti. Methos e damodar, ritrovatisi
dopo qualche secolo, avevano vissuto i giorni precedenti il disastro nella
pigra certezza di attraversare un’epoca tranquilla. E si erano sbagliati.
Quando la prima ondata di panico si era spenta, si erano ritrovati per strada,
insieme ad altri mille, ad aiutare, a cercare di salvare.
E, per una volta ancora, a cercare amici e conoscenti in quel deserto
desolante.
Anche Edward era svanito. A tre giorni di distanza, non ancora tornato, aveva
cominciato a destare qualche preoccupazione. Nulla, non un cenno.
Lentamente, entrambi avevano iniziato ad avere un sospetto. E, precedendo i
soccorsi, ma seguendo i saccheggiatori, si erano spostati in quella parte di
città più danneggiata.
Il giorno del terremoto, Edward era uscito di casa di corsa. E Methos sapeva
senza dubbio dove stesse correndo.
“Se ci muoviamo.” – ripetè, assestando un altro colpo con maggiori risultati –
“Abbiamo una possibilità di salvare Mayuri.”
Gia.
Mayuri.
Edward doveva essere andato da lei, quel giorno. Doveva aver corso come un
pazzo e doveva aver cercato in tutti i modi di portarla al sicuro. Se veramente
erano lì sotto, Methos e Damodar potevano ringraziare solo la reminiscenza, che
aveva permesso di trovarli, laddove nessuno stava cercando.
Con un ultimo colpo la parete crollò, sollevando una nube rossastra.
Methos non aspettò nemmeno che si diradasse, infilandosi nello spazio. Il
soffitto aveva retto e lo spazio risultava ancora agibile con poche difficoltà.
Methos, tallonato da Damodar, percorse le poche decine di metri della galleria,
quasi correndo, fino a quando non lo colpì, indescrivibile ma sempre nitido,
l’odore di morte.
Imprecò, sottovoce, accelerando il passo.
Reminiscenza, di nuovo.
E ancora, nell’attimo in cui la torcia li illuminò.
Abbracciati, rannicchiati uno sull’altro.
Occhi chiusi per sempre.
E occhi azzurri, sbarrati su quello scenario di desolazione.

Methos si bloccò. Edward piangeva.
I singhiozzi lo scotevano, mentre ancora seppelliva il viso in quei capelli che
ormai sapevano solo della polvere che vi si posava. Stringeva un corpo rigido,
probabilmente da ore.
E Mayuri riposava con la testa sulla sua spalla. La luce rossastra delle torce
non l’avrebbe più svegliata. La sua voce non si sarebbe più levata limpida
sulle sponde del Gange.
Mayuri se ne era andata.
Ed Edward, morto con lei, viveva ancora.
Alla fine era successo. Methos l’aveva dolcemente messo in guardia, giorno per
giorno. Abbracciare la morte, vedere la propria ragione di vita sfiorire, e
svanire.
E poi, come nel peggiore degli incubi,addormentarsi insieme.. e svegliarsi
soli.
Damodar fu più pronto a riprendersi. Si avvicinò a entrambi, inginocchiandosi e
tendendo le braccia.
Sotto gli occhi di Methos, Edward sembrò riscuotersi. Come se non avesse atteso
altro, lentamente, lasciò che il suo amore scivolasse lontano da
quell’abbraccio che non l’aveva protetta. Damodar era il suo popolo. L’avrebbe
onorata e rispettata, donandole gli onori, quegli onori che per lei erano così
importanti.
Quegli onori che mai più sarebbero stati vita e calore.
Damodar raccolse quelle spoglie quasi con reverenza. E si alzò, trasportandola
lungo il cunicolo. Le braccia allungate, inerti… la testa reclinata e le labbra
dischiuse.
Methos si avvicinò piano a Edward, ancora scosso da un tremito che gli
proveniva dal profondo dell’animo.
Senza chiamarlo.
Senza poter far altro che esserci mentre, con lentezza impressionante,
l’eternità gli donava una nuova definizione di se stessa.
L’acqua era ancora aperta. Edward, la pelle gelata, le mani
tremanti, si appoggiò alla parete. Il viso premuto contro le piastrelle.
Ecco.. adesso lo vedeva…
Non si era aspettato una reazione del genere. I suoi occhi si erano dilatati
nel vederlo voltarsi così veloce. E, da lontano, gli erano apparsi grigi e
uniformi.
Il coltello, tra loro, aveva ruotato su se stesso, velocissimo. William aveva
alzato la balestra proprio mentre il kriss lasciava la mano. E la freccia era
passata tra le sue braccia, conficcandosi vicino allo sterno.
Edward ricordava di essersi piegato, premendosi una mano allo stomaco e di aver
alzato la testa.
Ed aveva visto quella di William, veramente tropo bionda, inarcarsi
all’indietro. Aveva lasciato andare la balestra e la luce del lampione aveva
illuminato l’incarnato chiarissimo e la linea del profilo, mentre cadeva, tra
le braccia di Angel.
Indossava una maglietta nera… jeans… Edward strinse gli occhi, cercando di
catturare più particolari… nero, era integralmente vestito di nero…
Ma cos’altro..
No, non ricordava nulla, nulla.
Fece un respiro, rivide la sequenza una volta ancora.
No, non lo vedeva.
Non l’aveva visto in viso.
Erano colori, solo colori. Ombre, luce… la mano con la balestra…
Nulla.
Perfetto, William, non volevo mi vedessi, volevo vederti… ho sbagliato anche
questo...
Ti ho guardato in viso…e non ricordo nulla. Occhi, capelli… sei accecante al
buio.. probabilmente lo sai.. ma io mi sento che se non ti avessi visto…
Eppure fa male… anche se la ferita non c’è più… Edward si massaggiò il torace,
reprimendo un gemito.
Era come se l’idea di William amplificasse le sensazioni dei ricordi… oggi i
polmoni.. adesso il cuore…
Riempi la mia mente, divori il mio essere.. eppure non sei più un fantasma del
mio passato…
È come allora… sei vivo e lontano…
Le piastrelle erano ancora fredde, sotto la sua fronte. Ma non bastavano. Non
bastavano. Si appoggiò con tutto il corpo, pesantemente, cercando di respirare
a fondo. Frugando nella mente, rabbiosamente. La reminiscenza di Carlos, la sua
vita ancora in circolo, Angel e il suo mistero, William..
Il sangue…
WilliamWilliamWilliam…
Il box doccia si era aperto.
E una mano si era insinuata, portando dentro, paradossalmente, il calore umido
del bagno.
“Cena pronta.” – aveva commentato Methos, chiudendo i rubinetti – “Asciugamani
e vestiti sono sul ripiano. Li avevi dimenticati…”
Si voltò e uscì, senza aggiungere altro.
Lasciandolo nuovamente solo.
Ma, sperava, salvo da se stesso, una volta ancora.
In salone, Doyle stava accendendo un candeliere. Lo scatto dell’accendino era
quasi ritmico, in contrasto con le fiammelle diritte e statiche.
Il demone alzò lo sguardo, vedendolo rientrare.
Con un sorrisetto saccente.
“Che c’è!” – Methos si mostrò seccato, ritrovando in quel sorriso i sentimenti
di Sinead che più lo irritavano. La comprensione, ad esempio – “Ho fame, non mi
va di aspettare!”
***
Dove passava, Methos
aveva il potere di spargere una forma di cinismo.
Edward, lasciato solo e finalmente consapevole del freddo che provava, si sentì
pronto a riacquistare un minimo di calma.
Con un respiro profondo, battendo i denti, si vestì, strofinandosi i capelli
con un asciugamano. Gesti monotoni, capaci di distrarre.
Quando uscì dal bagno, Methos stava ancora armeggiando in cucina.
“Il tuo difetto.” – commentò, indicandolo con il coltello che stava usando –
“E’ di essere ancora troppo giovane e pieno di passione.”
Edward lo squadrò, con cipiglio. Poi guardò Doyle, che gli porgeva uno dei
bicchieri.
“Lo dice anche di te?” – domandò, accettando – “Di me non fa che ripeterlo…”
“Di continuo.” – annuì il demone con aria fintamente affranta – “Bisogna
capirlo.. alla sua età ogni passione è sopita…”
“Ah, questa poi…” – borbottò Methos, mentre i due brindavano e lo fissavano con
le loro facce innocenti – “chissà dove è finito il rispetto per gli anziani…”
“Insieme ai principi morali.” – replicò Edward, sedendosi a tavola – “Sotto gli
anfibi.”
“Un ottimo posto per tenere gli scrupoli superflui…”
Se quei due fanno tintinnare ancora una volta i loro bicchieri in segno di
intesa, ponderò Methos, portando il vassoio in tavola, sarò io a mettere da
parte gli scrupoli superflui…
“Passioni sopite.. io” – borbottò ancora – “Sono solo diventato bravo a
convogliarle nella giusta direzione.”
“Beato te.” – sospirò Edward, afferrando un panino – “Io sono lungi dall’essere
infallibile. E, per giunta, mi sento come se mi fosse passato un tir sopra…”
“Quei due fanno spesso quell’effetto.” – Doyle bloccò la bottiglia a mezz’asta
– “Si possono nominare ‘quei due’ o facciamo finta di non conoscerli?”
“Possiamo nominarli.” – rispose Edward, con tranquillità – “Non sono
paranoico…”
“In effetti non dai quell’impressione.”
“Grazie.”
“Ma prego, Eddy.” – doyle si accese una sigaretta, spargendo un po’ di cenere
sul tavolo mentre Methos spingeva verso di lui il posacenere di cristallo.
“Stai laggiù in fondo...” – domandò il demone, vedendolo seduto a capo tavola –
“O ti aggreghi alla gioventù?”
“Ancora un commento sulla mia splendida età…” – Methos puntò il dito minaccioso
– “No, lasciamo perdere… è una partita persa. Resto qui, grazie. Ho un’ottima
visuale.”
“Perfetto.” – concluse, passandogli un piatto – “Allora, di che parliamo?”
***
Mentre Doyle cercava
di stordire il suo recalcitrante pubblico, all’Hyperion regnava il silenzio.
E tutti sentivano, palesemente, la sua mancanza.
Tutti tranne Angel.
Perché Angel, a dirla tutta, si era dimenticato di Doyle.
E di tutto.
Seduto sui gradini nell’entrata dell’albergo, con le mani intrecciate, non vedeva
nemmeno Faith e Spike, impegnati in una lezione di scherma.
In testa aveva solo un tarlo fisso. La sua vita, fotogramma dopo fotogramma, a
caccia di quel viso. I capelli biondo miele, gli occhi chiari, lo sguardo
irriverente.
Era una descrizione famigliare.. solo che non era spike.
Uno in meno.
Angel l’aveva scartato, proseguendo la ricerca della risposta, come capita
talvolta nella vita.
Era fuggito dalla risposta perché sarebbe stata azzardata… perché sembrava più
una battuta ironica che la cruda realtà, perché sarebbe stato troppo, anche per
un vampiro con l’anima addetto ai miracoli di LA.

Come stava compiendo negli stessi istanti Edward, anche Angel portava avanti
una disincantata analisi del combattimento.
Innanzitutto la tecnica. Umano, ma dannatamente in gamba. Anni, decenni di
allenamento e perfezionamento. Uno stile interessante, frammisto. Oriente,
senza dubbio. Lama di cavalleria europea, metà ottocento…non troppo leggera, in
effetti.
Elegante, ma molto corretto. Qualcuno che, per quanto abbia fatto, non ha perso
l’idea di considerare la spada un’arte e non una difesa.
Coetaneo della sua lama, dunque?
Angel si appoggiò sugli avambracci e fissò i due schermidori che gli stavano
passando sui piedi. Faith impugnava la Toledo che le avevano regalato, con lo
stesso spirito con cui afferrava ogni corpo contundente. Sapeva maneggiarla nella
misura in cui la faceva sembrare uno spadone a due mani.
Ampie rotazioni.
William, in risposta, era decisamente più oculato. In vita doveva aver tirato
ben poco, soppesò Angel, osservandolo e ricordando le loro prime devastanti e
discutibili lezioni. L’aveva svezzato Angelus, portandolo verso uno stile
eccessivamente elegante e rapido. Non umano, non paragonabile con nulla.
Comprensibile quindi, che Spike la usasse frenando l’istinto.
“William.” – lo chiamò, interrompendo la sfida. E sperando che Cordelia non se
ne avesse male per lo stipite irrimediabilmente scheggiato – “Avrei bisogno un
piacere.”
“Fa in modo di meritartelo.” – ribattè l’altro vampiro, pro forma,
avvicinandosi comunque.
“Dovresti metterti in posa di affondo.” – Angel si sporse in avanti – “Se
possibile, nella prima che ti hanno insegnato nella tua vita.”
“Come, scusa?”
“Diciamo una posa ancora priva di stile.” – semplificò Angel. L’arma bianca era
la sua indiscussa passione, non poteva negarlo.
Senza fare tante domande, Spike eseguì. Il braccio allungato, il peso
distribuito, la mano perfettamente in linea.
“Adesso puoi farlo anche tu, Faith. Senza guardare William.. come ti è stato
insegnato.” “Che stai facendo?” – domandò Wes, sbucandogli alle spalle.
“Un confronto tra epoche. Hai insegnato tu la posa a Faith?”
“In effetti si.” – replicò Westley, fissando i due schermidori e cercando di
vedere le differenze – “Ricordavo solo i fondamenti per cui ho lasciato il
resto a te…”
Angel si limitò ad annuire e a lasciare i ragazzi liberi di continuare il loro
rendez-vous. “L’immortale deve essere nato nell’ottocento.” – commentò, mentre
l’Osservatore gli si sedeva a fianco – “le differenze sono minime, in una posa
ferma. Ma quando poi si arriva al movimento, diventa più evidente. Ottocento,
ne sono quasi certo.”
“Qualche altro particolare?”
“L’accento. Può darsi sia inglese.” – Angel girava vicino al bersaglio, molto
più di quanto non pensasse – “Riesce a forzarlo, lo modifica… potrebbe essere
un emigrato delle colonie indiane… questo spiegherebbe la variazione e la sua
discreta conoscenza della cultura orientale.”
“Come fai a sapere che conosce l’oriente?”
“Innanzitutto il coltello. E poi, una citazione… mi ha citato un poeta cinese..
ma non credo andremo molto lontano, battendo quella via. Dopotutto è un
immortale, ha avuto tempo di viaggiare... la domanda è dove l’ho incontrato io
nel suo peregrinare.”
“Possibile sia una tua vittima?”
“Sinceramente lo escludo. Una vampirizzazione è una morte violenta, senza
dubbio. anche se non so quali potrebbero essere i risultati di un incontro del
genere, tra natura immortale e sangue demoniaco… Forse l’ho ucciso… Ma sarebbe
venuto a cercarmi subito. Oppure mi avrebbe comunque trovato prima.” – Angel
stava tamburellando sul gradino – “Non so, c’è qualcosa che mi sfugge. Non mi
stava cercando, ma quando mi ha trovato mi ha riconosciuto. E sapeva anche
dell’anima. Dove ha raccolto queste informazioni?”
“Trovare informazioni su di te non è la cosa più difficile del mondo.” -
Ribattè Wes, divertito suo malgrado – “Comunque è vero. Fosse stato ucciso da
te avrebbe cercato vendetta molto prima.”
“Già. Tanto più che, Wes, posso assicurarti che reperire informazioni su
Angelus e la sua famigliola non era per niente difficile. Dritto lungo la scia
di sangue e poi subito a destra!” – Angel gli indicò questa via metaforica,
grondando di sarcasmo. Sorridendo, un attimo più tardi, di quello che aveva
detto – “Sto veramente troppo con Spike…”
“E bene che ti fa…” – replicò il vampiro in questione parando una stoccata e
saltando oltre il divano.
“Bisogna ammettere che è bravo.”
“lo è.” – concordò Angel, guardando i due sfilare a suon di assalti – “Ma non
farti trarre in inganno… ci sono spadaccini molto superiori.”
“Questo mi sembra un complimento indiretto al tuo avversario…”
“In effetti è la prima volta che combatto con un immortale. È interessante.
Vedi, Wes, per la mia esperienza, l’arma bianca è l’unica cosa in grado di
mettere sullo stesso piano un umano e un demone. Ha a che fare con una velocità
e una prontezza di decisione che non vengono necessariamente acuite dai sensi
demoniaci.
Puoi essere veloce e sovrumano quanto vuoi, fisicamente. Ma quando hai una
spada in mano devi saperti confrontare. Quell’immortale era abile con la spada.
Non c’è stato un singolo attimo in cui abbia perso concentrazione, o si sia
agitato. “
“per lui è una questione di sopravvivenza.” – rispose Wes. Prima di azzardare
una domanda – “Sei certo che fosse ottocentesco? Dopotutto potrebbe aver
modificato anche lui lo stile nel tempo…”
“Può darsi.” – considerò Angel, mentre Spike e Faith interrompevano e si
avvicinavano – “Ma Methos ha detto che era giovane. E, comunque, non aveva del
tutto l’odore del tempo.”
“Cosa intendi per ‘odore del tempo’?” – chiese Wes, con tono interessato.
“Non è proprio un odore.” – specificò il vampiro, giocherellando con la spada
appena posata dalla Cacciatrice – “E’ una percezione. Methos, i primi tempi, mi
faceva uno strano effetto anche per questo.. non riuscivo a collocarlo. Era
vivo, palpitante… ma del tutto estraneo al tempo. Non so come renderlo…
William, tu lo percepisci?”
Spike si appoggiò alla balaustra, aggrottando la fronte.
“In effetti c’è qualcosa.” – mormorò, lentamente – “E’ come se, in certi
momenti, si potesse sentire l’eternità che c’è in loro. È diversa dalla nostra
ma è comunque una particolarità che si può riconoscere. Del resto, gli
immortali si percepiscono anche tra loro.. e noi possiamo riconoscere i vampiri
in mezzo alla folla, con un minimo di attenzione.”
“Questo perché non respirano…” – domandò Faith, sedendosi per terra e
massaggiandosi un polso indolenzito – “hanno battito, ma non respirazione…”
“Non solo per quello, Faith. Probabilmente è una percezione per simpatia, per
similarità, intendo. Riconosciamo qualcosa che c’è anche in noi…. Il demone…
l’eternità… chi può dire quale delle due maggiormente.” – Angel tacque un
istante, prima di proseguire – “Lo sconosciuto di stasera era un immortale, ma
non era antico. Non me ne sono accorto fino a quando non sono stato vicinissimo
ed è giunto Methos… deve essere servito da catalizzatore…”
Fu in quel momento che una scintilla innescò il cervello di Faith.
“Aspetta un momento… biondo, immortale, Methos… doyle non ha detto a Cordelia
che passava da Methos?” – esclamò, saltando in piedi.
“Si, ma…”
“Lui è sicuramente là.”
“Aspetta un momento.” – Spike la fissò di colpo illuminato – “Lui il bastardo?
Da Methos?”
“Lo era anche oggi, quando sono passata.” – spiegò lei, omettendo gli ormoni
per evitare che la bile vendicativa di Spike si sommasse alla gelosia – “Doyle
doveva saperlo…”
“Pazienza, anche che Doyle lo sapesse poco importa!” – Spike sfregò
l’impugnatura della spada con entrambe le mani – “Andiamo a prenderlo, vero?”
Non vedeva l’ora di saltare in macchina. Ma Angel, si rese conto in
quell’istante, non aveva mosso un muscolo. Tanto Wes si era dimostrato
interessato a quello scambio rapido di battute, tanto il vampiro bruno non
aveva battuto ciglio.
“Angel.” – lo spronò Faith – “Non ti interessa?”
“Lo sapevo già.” – commentò, con tono piatto. Lasciandoli tutti senza parole.
“Come sarebbe a dire che lo sapevi?”
“Faith, conosci abbastanza Methos da sapere che si lava le mani delle beghe che
non lo riguardano. Poteva avere due motivi per interromperci stasera. Il primo
è volere quella testa. Il secondo volerla lasciare attaccata al collo.” – Angel
tornò ad appoggiarsi sugli avambracci, pensieroso – “E direi che ha optato per
la seconda soluzione. Lo voleva vivo. Altrimenti avrebbe finito il lavoro sotto
il nostro naso.”
In effetti era vero. Spike soppesò la spada, fissando il vuoto. Tra Methos e lo
sconosciuto c’era stata una lunga occhiata inspiegabile…
“Methos è un’ottima lama.” – replicò, soprappensiero, tornando ad appoggiarsi
alla balaustra – “l’avrebbe decapitato prima che uno di noi facesse un solo
passo, fosse stato quello l’obbiettivo… “
“Senza contare che l’hai ferito.. e che Methos l’ha seguito. È certamente a
casa sua, adesso.” – Angel fissò entrambi i suoi pupilli desiderosi di vendetta
– “Ed è per questo che nessuno di noi muoverà un passo in quella direzione.”
“Che cosa?”
l’urlo era esploso all’unisono. Persino Wes, silenzioso spettatore fino a quel
momento, si unì al coro di proteste.
“Si da’ il caso…” – ribattè Angel, alzando la voce – “Che io l’abbia battuto e
che quindi non voglia una rivincita. Io. Voi, invece, con questa storia, non
c’entrate un bel niente.. per cui non ficcateci il naso.”
Ecco… ho detto la mia… e ovviamente li ho fatti urlare ancora più forte…
Ogni via di fuga era ovviamente preclusa. Wes dietro di lui, le due furie
davanti … e, immancabile nel suo tempismo, Cordelia in arrivo dai suoi
appartamenti.
“Avete scoperto qualcos’altro?” – domandò, sventolando le mani appena smaltate.
“Certo. Abbiamo scoperto che Angel sta applicando tutte le regole di cavalleria
che riesce a inventarsi, che il suo avversario conosce Methos e che io, come al
solito, non ho il permesso di pelargli il culo!” – replicò, seccato, Spike.
“A chi? All’avversario di Angel o a Methos?” - domandò Cordelia, escludendo
consapevolmente un demone doppiogiochista dall’elenco.
“Che Methos faccia quello che vuole è risaputo.” – ribattè Faith, rimuginando
un poco su quel casuale incontro del pomeriggio – “Ma che tu, Angel, voglia
tenerti i dubbi al posto che andare a parlare con questo tipo…”
“Io non ho detto questo. Ho detto solo che Noi, sottolineo Noi, non ci andremo.
Chiunque sia è ferito. Se ha intenzione di riprendere a combattere, adesso non
ne è in grado. Se non ne ha intenzione…” – ed è quello che spero – “Allora se ne
è già andato.”
Era una risposta che faceva acqua da tutte le parti. Se ne era reso conto
nell’attimo in cui aveva terminata di pronunciarla.
“senza contare che ho detto a Methos che non mi sarei impicciato.” – aggiunse,
poco convinto. C’erano tanti motivi.. ma non era intenzionato a renderli
oggetto di discussione.
“Io non mi capacito di quello che stai dicendo.” – il tono di Spike risuonò
sopra le recriminazioni di Faith e Wes. Non per l’irritazione che sarebbe
dovuta trapelare.. ma per l’incredulità – “Non sei mai scappato innanzi a
niente, da quando ti conosco. Adesso è come se non volessi sapere… cosa c’è in
quel tizio, da renderlo diverso da tutti gli altri?”
“Non lo so, William! È questo il punto. Io devo scoprire chi sia, perché non so
per quale motivo abbiamo combattuto. Lui aveva una motivazione.” – replicò, con
veemenza – “Io devo trovare la mia. E, mi spiace dirtelo, non sono certo di
poterne avere una.”
Si era raddrizzato, e si era dimenticato di tutti. Lo guardava dritto in viso,
con una durezza inaspettata.
“Il motivo per cui non te l’ho lasciato inseguire è lo stesso di adesso. Il
conto in sospeso è tra me e lui. Ed io ho una missione che vale più della sua
vendetta. Non andrò nuovamente a cercarlo, con questa consapevolezza.
Perché non è malvagio, non è da combattere e perchè non vuole combattere. Può
non andarmi questa situazione in sospeso, ma non ricomincerò a versare sangue
innocente per il piacere di sapere.”
“E’ questo che ho fatto io, secondo te?”
“Si. E’ quello che hai fatto tu.”
Una replica secca.
Da lasciare tutti di sasso.
“Ti sei intromesso, William.” – ripetè Angel, senza addolcirgli la pillola –
“Come ha fatto Methos. Ed è stato un bene, perché altrimenti ci saremmo
ammazzati a vicenda. Tu e Methos avete salvato le vite di entrambi... stanotte.
Ma adesso voglio che tu ti metta in testa che io e quel tizio possiamo essere
molte cose.. ma inspiegabilmente non siamo nemici. Non del tutto. E, nella
nostra sfida, esistiamo solo noi.
Immortale o no, è un innocente.
Nessuno di noi lo toccherà con un dito, finchè la mia opinione, qua dentro
varrà qualcosa.”
Aveva salito le scale, rapidamente, mentre ancora la sua affermazione aleggiava
nell’aria. Ed aveva sbattuto la porta, chiudendosi in camera.
Lasciandoli tutti senza parole.
“Cavolo.” – affermò Faith, la prima a riprendersi – “Questa storia gli sta
veramente sullo stomaco…”
Wes e Cordelia si scambiarono un’occhiata perplessa. Spike era in piedi tra di
loro, in perfetto silenzio, la mascella contratta e lo sguardo cupo.
Angel li aveva tutti indiscriminatamente redarguiti. Tutti loro, nel
prendersela con spike in modo quasi eccessivo e plateale.
Non era da Angel…
“Bene.” – Spike ingoiò il rospo e si voltò, gelido – “Il capo ha detto la sua.
E noi rispettiamo la parola del riverito capo. Vado a farmi la doccia…”
***
Angel si fermò
nell’attimo in cui giunse al centro della stanza. Quando gli fu chiaro che era
tardi per fare dietrofront e tornare indietro.
Si passò furiosamente una mano sulla testa e provò il desiderio di prendere a
calci il tavolo. In mancanza di un respiro profondo, avrebbe volentieri usato
le mani.
In fondo alla testa c’era una vocina che gli sussurrava quanto fosse stato
ingiusto. E come quella sua ultima affermazione sulle motivazioni di spike, non
avesse sminuito la sua accusa.
Aveva accusato Spike di aver ferito un innocente. Un innocente che gli aveva
appena piantato un coltello malese nel cuore.
Già.. aveva proprio detto così.
Innocente. Ferito.
E aveva appena accusato di un delitto del genere un vampiro con l’anima a
caccia di Redenzione.
Qualcosa gli diceva che non l’aveva presa bene…
Angel si buttò sul divano, passandosi le mani sul viso.
Non era possibile che avesse fatto una cosa del genere! Sapeva benissimo qual
era la sensazione di risvegliarsi con il sangue di centinaia di vite sulle
mani! Spike aveva attaccato per difendere la sua famiglia, con un istinto così
vicino a quello animale da poter essere quasi scusato.
Il suo senso della famiglia.. il suo dannato senso della famiglia!
Un cuscino volò attraverso la stanza nell’attimo in cui la porta si apriva.
“so che di solito Doyle aspetta che tu sbollisca.” – commentò Faith,
affacciandosi – “Ma io preferisco prendere il toro per le corna. Sappi però
che, se lo ritieni indispensabile, puoi lanciarmi addosso i soprammobili.”
“Dai, entra.” – ringhiò Angel, facendole un cenno – “Nel peggiore dei casi ti
morderò.” “Posso correre il rischio.”
Si era fermata a pochi passi dal divano, per vederlo bene, sprofondato in tutta
la sua lunghezza, i piedi sul bracciolo.
“Mi spiace.” – disse, incrociando le braccia – “Non ho pensato fosse il caso di
dirtelo in separata sede.”
“Cosa? Del fatto che l’hai conosciuto?” – Angel la fissò, intrecciandosi le
mani sullo stomaco – “Non è veramente importante. E non è il motivo per cui
sono arrabbiato con Spike.”
“Sei veramente arrabbiato con lui?” - domandò la ragazza, continuando a restare
immobile.
“Non del tutto.” – ammise Angel – “In questo periodo sono arrabbiato per molte
cose. Certo, mi ha irritato la sua belligeranza. L’avesse visto, ci avesse
combattuto, capirebbe… non so nemmeno come rendere veramente il concetto…”
“penso di aver capito..” – Faith fece un passo verso di lui – “sostanzialmente
non vuoi che faccia casino. No?”
“Bhe, si, detto così è in effetti più chiaro.” – Angel aggrottò la fronte e si
rassegnò all’idea che quella potesse essere la definizione migliore – “E’ una
situazione che mi lascia perplesso, per molte cose. Non voglio che Spike ci
metta mano…. Intanto è palese che lui non ha partecipato a questo mio peccato.”
“Da cosa l’avresti capito, questo?” – domandò, sedendosi sul bracciolo, mentre
Angel spostava i piedi.
Si era avvicinata con calma, fissandolo negli occhi, con circospezione.
Conquistandosi la sua fiducia... più che una Cacciatrice si sentiva un
domatore.
E, dovendo scegliere, con una punta di sincerità ed egoismo, preferiva lasciare
che Spike affrontasse il problema in solitudine. E focalizzarsi su Angel e il
suo comportamento stranamente aggressivo.
Faith era stata la prima a percepirlo. Le ultime ronde con Angel erano state
insopportabili. Il vampiro le passava sui piedi, pur di massacrare il maggior
numero di esseri.
Un fuoco lo bruciava dentro, irrefrenabile. Ed era quel fuoco che Angel teneva
a bada, subito sotto la superficie di ogni giorno.
Un fuoco che divampava nella mischia, un volto che non mutava, nell’uccidere
senza misericordia.
Un volto umano e un demone all’interno… qualcosa di troppo aspro e solido per
poter essere frenato.
Angelus assumeva maggior concretezza in ogni suo gesto, in quei momenti. Non il
demone nella sua forma più pura... ma quello nelle sembianze di un uomo forte.
Quello che faceva paura a Faith… quello che lei stessa sentiva di dover ancora
combattere, anche adesso che molte barriere sembravano cadute.
“Lo straniero non gli ha detto nulla.” – rispose Angel distogliendola da quelle
riflessioni – “Non si è curato di Spike fino a quando non si è sentito
minacciato. Non aveva intenzione reale di attaccarlo… l’ha fatto per una forma
di difesa che non comprendo…”
In effetti era strano… Angel fissò il soffitto, cercando di portare chiarezza.
L’immortale era rimasto immobile, mentre Spike cercava di provocarlo.
Assolutamente statico, voltandogli le spalle. Una rapida rotazione, quanto
bastava per colpirlo… quasi senza mirare.. e poi la fuga…
Alla sequenza mancava qualcosa. Un particolare sfuggito… quel qualcosa che gli
aveva accelerato il battito e fatto abbassare le difese, tanto da essere
ferito.
Il suo sangue si era levato all’unisono con quello di spike, un flusso netto,
preciso, libratosi in aria tra i due, snodatosi in modo macabro alla luce della
luna.
Il tiro di spike era stato istintivo. Una reazione all’arma che lo avrebbe
colpito. Aveva probabilmente focalizzato il punto, senza vedere il bersaglio
nella sua integrità.
Come diceva quello scrittore? Chi ha mira è perché si sdoppia e spara a se
stesso…
Quest’ultima ragionamento lo fece alzare di scatto. Un’intuizione sfrecciò
rapidamente sotto i suoi occhi, per perdersi nuovamente.
Angel non era uno stupido.
Per quanto Spike continuasse ad affermare che era lento nel capire, la verità
era ben altra.
Angel avrebbe compreso molto prima, se il demone non fosse stato così attivo.
Al suo demone non importavano le connessioni, né tantomeno i sentimenti
contrastanti.
Voleva solo sangue e potere, nel modo più raffinato possibile. Seguire il
demone avrebbe significato uccidere lo sconosciuto, nel peggiore dei modi. E
far pagare a Spike quell’intrusione tra lui e il suo divertimento.
Tenere a bada questo istinto che gli urlava in petto era già abbastanza.
L’intuizione non aveva spazio.
Ed era per questo motivo che la verità tangibile sotto i suoi occhi, così
trasparente nei suoi pensieri, continuava a nascondersi.
Là dove il cuore si batteva con il demone… la mente non trovava pace.
“Angel? Tutto ok?” – Faith lo guardò sedersi di scatto sul divano.
“Si... certo.” – Angel chiuse gli occhi e si toccò il viso. Per un attimo aveva
temuto di sentire le cartilagini stravolgersi, di ritrovarsi il volto
inconsapevolmente mutato.
“E’ il demone, vero?”
Era stata una domanda sommessa, quasi intima. Angelus l’avrebbe addirittura
trovata deliziosamente reverenziale.
Ma Angel ne fu soltanto sorpreso.
“Già.” – annuì, non riuscendo a mentire – “Si vede così tanto o hai usato
qualche particolare istinto da Cacciatrice?”
“A dire il vero.” – momrorò lei, sedendosi a fianco – “Mi sono basata su quanto
ti conosco.”
Aveva una voce dolce e morbida. Spike, in quei mesi, aveva fatto emergere una
parte nascosta di Faith e l’aveva resa più donna, più completa.
Non era più la ragazza persa, né tantomeno la bambina dura che era stata. Era
una splendida donna sbocciata. Era cresciuta, sotto i loro occhi, aveva
attraversato la sua vita complicata, ricominciando ogni mattina.
Ventidue anni… lei, condannata a morte con esecuzioni sommarie, così tante
volte da aver smesso di contarle. Ancora viva, per poterlo raccontare.
Gli si era seduta a fianco senza sfiorarlo.
Senza toccarlo con un dito.
Voltata verso di lui, le labbra appena dischiuse.
“C’è niente che posso fare?” – domandò, senza alzare il tono della voce. Quasi
quella solidarietà fosse un segreto per pochi eletti.
Angel scosse il capo, con un mezzo sorriso.
“Nulla. Non è la prima volta. Sopravvivrò anche a questa…”
“Ti è successo, stanotte… contro quello?”
“No. È stato come se quel suo appellarsi a me, quel suo sfidarmi… fosse verso
di me, non verso il mio demone.” – Angel giocherellava con il claddagh,
facendolo ruotare – “Riusciva a distinguerli, in modo perfettamente chiaro. Ho
conosciuto pochissime persone, in grado di farlo… e ancor meno tra le persone
che volevano una forma di vendetta.
E’ stato quasi un balsamo. Voleva me, non il mio demone, non faccio che
ripeterlo e ripetermelo di continuo. Gli ho detto che non volevo combattere e
lui mi ha risposto di farlo per la mia missione, se non volevo farlo per la mia
vita… ed è stato allora che ho sentito di avere il demone sotto controllo.”
“La tua missione… “
“Già.” – si era alzato e aveva fatto alcuni passi, prima di incrociare le
braccia – “Non dimentico mai i miei peccati.. ma talvolta scordo il mio
difendere il bene, le Alte sfere e tutto il resto. So come farlo, so perché… ma
non ricordo chi sono.”
“E senza la consapevolezza di noi stessi…”
“Non possiamo realmente essere.” – concluse Angel – “E, soprattutto, non
possiamo reagire. Certo, la regola non cambia… quando quel ragazzo mi ha
chiesto se ero un paladino, ho avuto una chiarezza che mi manca da giorni.”
“Credi che sia consapevole di questo fatto?”
“Io credo di no. Voleva provocarmi.. e voleva saggiarmi, vedere se ero
veramente quello che dicevano. Tutto ciò che sa di me gli è stato raccontato.”
“Methos?”
“Se è stato lui, mi ha descritto veramente bene.” – sorrise Angel, girandosi –
“E’ riuscito a dare una cesura netta tra il prima e il dopo, tanto ben
delineata da attecchire senza dubbi o esitazioni. Parla di me, ferma il mio
avversario… sta diventando decisamente una figura interessante.”
“Buffo, credevo che tu ritenessi Methos ‘interessante’ già da un pezzo…”
“Non mi sento di avere un vero giudizio su di lui. Ho meno di trecento anni, e
mi pesano oltremodo. Methos ne ha cinquemila. Anche una vita condotta
rettamente ad un passo dalla santità può essere faticosa da portare, dopo così
tanto tempo.
Posso concordare con lui per molti aspetti… oppure dargli contro senza
scrupoli. Ma non posso avere un giudizio reale. A mio avviso, implicherebbe
un’opinione sull’umanità…”
Stava divagando. E si allontanava nuovamente dal nocciolo della questione.
Avrebbe potuto chiedere a Methos.. oppure andare direttamente a caccia del suo
antagonista…
Ma tra loro c’era ancora quel demone desideroso di avere campo d’azione.
“Comunque, non intendo andare a cercare quel ragazzo. Almeno per il momento.
Devo ritrovare il mio equilibrio, prima. Quel ragazzo… è come se fosse fatto di
luce…”
“E’ una cosa che si potrebbe dire anche di Spike, non trovi?” – domandò Faith.
Anche lei aveva provato quella sensazione, innanzi a quel tipo, quel.. come
aveva detto di chiamarsi?
“Spike…” – Angel camminò, lentamente, le braccia conserte – “Spike è sempre
stato fatto di luce. Buttarlo in pasto alle tenebre è stata un’ambizione troppo
forte perché Angelus e Drusilla potessero resistere.
Aveva l’odore dell’eternità appiccicato addosso…”
“E l’ha mai saputo?”
“Tu lo conosci, Faith.” – replicò Angel, passandosi una mano sul viso – “Tu
pensi che Spike possa accettare un’affermazione del genere senza tirare su un
polverone?”
“A dire il vero, non sono poi così polemico.”
Aveva replicato a bassa voce, senza muoversi.
Ed Angel aveva alzato gli occhi, del tutto colto alla sprovvista.
Era giusto silenziosamente, senza farsi annunciare. Nemmeno la porta aveva
cigolato, nel lasciarlo passare. Nulla.
Angel non aveva sentito nulla.
Accecato del tutto.
Lo squadrò, sentendosi colto in fallo. Quasi in imbarazzo per quell’ammissione,
così spontanea, in un momento in cui, a ragion veduta, si sarebbe dovuto
sentire furente nei suoi confronti.
Aspetto della questione che non era di certo sfuggito al vampiro biondo.
“Devo dedurre.” – commentò,con un sorrisetto – “Che non sei poi così arrabbiato
con me… il che è un peccato, perché ero venuto a farti le mie scuse…”
“Ma che occasione perduta!” – replicò Faith, sarcastica, alzandosi – “Taglia
corto, tu sei venuto qui per riprendere la discussione.”
“Forse… di certo per rendere del tutto vana la tua missione, Cacciatrice.” –
replicò, passando a fianco di Angel e mirando a Faith. Arrivando a cingerle la
vita, gli occhi negli occhi – “Quale attività migliore se non ostacolare
un’ammazzavampiri?”
“ma che spiritoso….” – commentò lei, mantenendo le braccia abbandonate e
fissandolo con sfida – “Hai interrotto una conversazione, sentito cose che non
dovevi sentire e…”
Niente e.
Spike l’aveva baciata a zittita.
Per non sentire la predica.. e per dirle grazie. Grazie di non aver avvertito
Angel del fatto che stava ascoltando.
Gli occhi della ragazza si erano posati su di lui molto prima che Spike aprisse
bocca. E, con quel piccolo inganno, aveva donato a Spike, ancora una volta, con
le parole che Angel stava pronunciando, un frammento di quel mosaico tanto
difficile da comprendere.
E si sarebbe volentieri abbandonato a considerazioni poetiche di questo tipo,
se una procace ragazza non lo avesse afferrato per il collo della maglietta e
scosso.
“Tu e la tua lingua da serpente levatevi dalla mia bocca.” – ringhiò, le labbra
rosse e luminose – “Se sei qui per parlare con angel, fai pure. Altrimenti,
levati dalle palle.”
“Si dice biforcuta, tesoro. E smetti di esprimerti in questo modo… non ti
dona…” – replicò, sorridendole, bastardamente innocente.
“So io cosa ti donerebbe…”
“Amore.. non qui, davanti a Angel. Lui è diventato casto e puro…”
“Spike…”
“Luce mia…”
Era una partita persa. Faith fece un respiro e si rassegnò. La dialettica non
era un campo in cui potesse confrontarsi con il letterato. E quindi, di
necessità, optò per le vecchie maniere chiarificatrici.
E Spike volò oltre il divano, mentre Angel le si avvicinava.
“Scusaci.” – disse, spolverandosi le mani e rispondendo al suo silenzio – “Ma
volevo essere certa di avere ragione.”
“Ho notato.” – commentò il vampiro, rassegnato. Spike era spuntato da dietro lo
schienale e, apparentemente senza essersela presa, li stava fissando.
“A questo punto.” – aggiunse Faith, spostando lo sguardo da uno all’altro –
“Credo siate in grado di parlarvi. Per cui vi lascio.”
Aveva fatto già qualche passo verso la porta, quando decise di tornare
indietro.
“Angel.” - Sussurrò, avvicinandosi e alzando gli occhi verso di lui.
Sentendosi, ancora una volta, come in ogni singolo attimo della sua vita, persa
in quello sguardo scuro e triste. Tornando a fissarlo in viso, con lo stesso
identico trasporto di sempre.
“Dovresti dirlo a spike. Lui può aiutarti.” – aggiunse ancora. Non sapeva
nemmeno bene perché si fosse sentita così libera di dare un consiglio del
genere a angel.
Forse perché tra loro intercorreva ancora quel patto.
Un santuario. Un santuario uno per l’altro.
E tra loro la Redenzione.
Non aveva bisogno di una risposta concreta. Angel non aveva mosso un muscolo,
eppure Faith si era voltata, soddisfatta, e se ne era andata, con i suoi anfibi
e la sua andatura caracollante.
“Che donna…” – commentò spike, vedendola sparire dietro la porta accostata.
Ed è tutta mia…
Poi, guardando Angel, dovette correggersi.
No, non tutta mia.
Angel era a braccia conserte, al centro della stanza.
E cercava le parole.
Sicchè Spike decise di semplificarsi l’attesa.
“Io penso di sapere a cosa si stesse riferendo Faith…”
“William.” – lo interruppe Angel, alzando una mano come per fermarlo – “Per
piacere. Evitiamo il nostro solito show in cui tu dici quello che io penso e io
rimango sorpreso. Mi manca solo questo, al momento.”
“Oserei dire che il problema di oggi è che non riesco a capirti.” – replicò,
appoggiando le mani allo schienale del divano – “Sei chiuso in te stesso. E sei
difficile da raggiungere.”
“E’ questo che senti?” – domandò il vampiro bruno, usando Spike per ottenere
risposte che continuavano a sfuggirgli – “Non sono più io, è questo che mi stai
dicendo?”
“No, quello che sto dicendo è che sei proiettato a far uscire dalla tua bocca
una valanga di stronzate.” – Spike non era in vena di avere peli sulla lingua.
Come al solito, del resto – “mi dici come potrei non riconoscerti? Sei Angel e
sei Angelus. Normalmente o c’è uno o c’è l’altro... in questo periodo non so
mai con chi dei due sto parlando.. ma proprio dire che non ti riconosco…”
Per la miseria.
Angel lo guardò del tutto esterrefatto. Spike lo stava sfottendo. Gli rideva
proprio in faccia, dicendogli delle cose terrificanti.
Ma non era possibile! Gli stava rendendo lo sgarbo di prima, ed era deliziato
dal risultato che gli vedeva trasparire dai lineamenti.
“Ero serio.” – borbottò, cercando di ricomporsi.
“Io no. E il fatto che tu non mi abbia ancora massacrato di botte dimostra che
controlli il demone meglio di quanto non pensi.” – Spike inclinò la testa con
un mezzo sorriso – “Ed ora siamo seri. Non ho mentito prima. Non riesco a
raggiungerti, anche se, a rigor di logica, so cosa significa domare un demone
quotidianamente.”
Angel si sedette, le braccia conserte e l’espressione assorta.
“Cosa fai, William, quando ti succede?”
“Io? semplicemente mi sfogo.” - Spike scavalcò lo schienale e si sdraiò sul
divano – “Mi dedico agli eccessi. Alcool, rabbia, lotta… quello che fai tu, del
resto. E so che lo faccio per ammazzare il tempo, in attesa che l’equilibrio
torni.”
Angel lo fissò, con l’ombra di un sorriso.
Era una spiegazione tutta da Spike.
Ed era decisamente una verità.
“Sai, William… ogni volta è la stessa storia. Ed ogni volta non ricordo come
sono sopravvissuto la volta precedente.” – Angel tamburellò sul rivestimento
consunto della poltrona – “ combatto ogni giorno con qualcosa, con i miei
istinti, con il male a cui appartenevo… e poi vengono giorni in cui non ricordo
come si fa a farlo. Combatto e sento che il sangue mi eccita troppo. Mi manda
su di giri, mi inebria... e ne desidero ancora. Stasera, per un singolo attimo,
sono tornato ad avere il controllo della situazione… ma riuscirò a mantenerlo?”
“Cosa dovrebbe esserci di diverso dalle altre volte?” – domandò, poco
rispettoso, nascondendo la sua preoccupazione.
“Non lo so… probabilmente nulla.” – Angel scivolò nell’incavo della poltrona,
allungando le gambe – “Forse sono solo un po’ più stanco del solito.”
“E’ possibile. Ma se quello fosse il motivo, dovresti dormire, al posto che
parlare con me…”
“E perdermi il piacere di una nuova divergenza?” – sorrise – “sarebbe uno
sbaglio imperdonabile.”
“potresti anche accettare il mio consiglio e picchiarti di santa ragione con un
essere che possa capirti.” – Spike si guardò distrattamente le unghie –
“Diciamo un essere antico, con una raffinatissima percezione del reale, che
sembra conoscerti bene…”
“Parli di te o del mio antagonista misterioso?” – scherzò Angel, alzandosi.
“Ma per piacere!” – il tono di spike risuonava offeso, mentre scendevano le
scale diretti allo scantinato – “Non vorrai paragonare me a quel biondino
slavato…”
***
“Una, due, tre….” –
doyle, con aria assorta e da vero matematico, raddrizzò la quarta bottiglia
della riserva privata di Methos. E spostò il piede di Edward per allinearla con
le altre – “ Sai, Methos, la tua riserva è memorabile…”
“Era, vorrai dire.” – mormorò l’uomo, senza alzare la testa dalle braccia
incrociate – “Memorabile, più che altro, l’alcool che abbiamo in circolo…”
“Non me ne parlare…” – Edward aprì un occhio, continuando a mantenere la nuca
saldamente appoggiata alla parete – “Ci vorrebbe un caffè…”
“O una dormita…” – borbottò il demone guardando l’orologio e la luce del giorno
imminente – “Ma preparo comunque la colazione.”
Si alzò, a tentoni, contemplando la devastazione del loro spuntino notturno.
Piatti, bottiglie e posacenere accatastati alla rinfusa. Ognuno aveva di che
pensare e ognuno sembrava aver qualcosa da dimenticare con qualche artificio.
I pensili della cucina, aperti e rinchiusi con poca grazia, rimbombavano nella
testa di Edward senza nessuna misericordia.
Il ragazzo aggrottò le sopracciglia, tornando ad appoggiare la testa contro il
muro. Ancora una volta, all’interno degli occhi, rivide la scena, quasi al
rallentatore.
Il pugnale partiva dalla sua mano…
Seguiva una traiettoria perfetta…
E si piantava… dritto… nel cuore di suo fratello.
Nel cuore troppo fragile di quel fratello che non sapeva più di avere.
Un pugnale, una traiettoria, un cuore.
Nient’altro.
Ridotto ai minimi termini. Non c’era nient’altro. Né dolore, né rabbia. Nulla.
Nulla, se non suo fratello che rispondeva all’attacco.
Edward strinse gli occhi.
Occhi grigio azzurri… un viso ossuto… zigomi pronunciati… la bocca, in una
piega rabbiosa, nel seguire la mano che alzava una balestra.
Edward si drizzò, rovesciando una bottiglia, ansimando.
Si passò le mani sul viso, tirando indietro i capelli.
Anche Methos si era rialzato di scatto, sentendo il tramestio. Dall’altra parte
del tavolo, Edward si teneva la testa tra le mani.
“Ho bevuto troppo.” – lo sentì mormorare, mentre si alzava incespicando e si
dirigeva al terrazzo.
Doyle non fece commenti, quando lo vide uscire e tirarsi la porta scorrevole
alle spalle.
Con la coda dell’occhio, continuando metodicamente a riempire il filtro, lo
vide sedersi, le spalle contro il muro, lo sguardo alzato alle ultime stelle
della notte.
“Mmm…. Sei certo che non posso ficcare il becco?” – domandò, chiudendo il
coperchio – “In fondo sono bravo a parlare con chi ha dei fantasmi…”
“Francis… lui non ha i canini, e non ha nemmeno un massacro alle spalle.” –
commentò Methos, incrociando le braccia e guardandolo storto – “Non ha mai
perso l’anima, non ha sterminato la famiglia e non ha una missione che lo
lacera dal profondo. Sei certo di poter capire veramente?”
“Non è tua abitudine dubitare delle mie capacità…”
“Non sto dubitando. Ti sto domandando se puoi realmente capirlo. Tu non lo
conosci, Doyle. Lui non è Spike. E spike non è lui. È un immortale, Doyle. Ha
vissuto la vita con un’intensità e una consapevolezza che persino Angel ammette
di non aver avuto per molto tempo. Ha vissuto secondo i suoi principi, secondo
il suo credo e il suo istinto. Non si mai sentito un estraneo in se stesso, non
ha mai dovuto fare i conti con un passato che sente come non suo. Questo è
Edward. Non William.”
“Lo so.”
“No, non lo sai. Ed io voglio che tu l’abbia chiaro in testa, quando varcherai
quella porta e partirai per la tua missione…”
Edward stava seduto dove Doyle l’aveva visto accasciarsi. Si era portato le
ginocchia verso il petto ed ora fissava un punto imprecisato oltre la
ringhiera.
E, paradossalmente, si massaggiava la ferita scomparsa.
“La cosa strana…” – disse, sorprendendo il demone che si stava accostando – “E’
provare dolore per qualcosa che non si ha… “
“Quella freccia ti fa male per quello che ti ricorda, non per il buco che ti ha
fatto.” – replicò, bonario, Doyle – “ma credo che tu lo sappia già…”
Edward inclinò la testa, accennando un mezzo sorriso.
“E’ un bel problema.” – commentò – “Che io veda tua madre in te.. e tu veda mio
fratello in me…”
Irlanda, 1987
“Ben sveglio.” – Sinead alzò la testa, senza smettere di imburrare la sua fetta
di pane – “E che brutta faccia…”
“Grazie.” – sbadigliò Edward, grattandosi una guancia e sedendosi con un tonfo
– “Gli altri?”
“Io non ti basto?” – domandò lei, addentando la sua colazione e versandogli il
caffè con la mano libera – “Comunque in giro…”
Edward le sorrise, afferrando la tazza e bevendone un sorso. Prima di
sbadigliare di nuovo.
“Ma sei veramente un rottame…”
“Non ho dormito.” – replicò il ragazzo, godendosi il vento. Quella terrazza in
pietra gli dava un gran senso di pace… anche in pieno ottobre, battuta dal
vento del nord – “cambiando discorso, come fai a far le valige, mollare un
posto del genere e tornartene in America?”
“Tre parole: Francis Allen Doyle.” – Sinead attinse generosamente dal barattolo
della marmellata, gestendo i toast di entrambi – “E, ricambiando discorso,
perché non mi dici il motivo della insonnia?”
“Tanti pensieri…”
“Qui li chiamano incubi.”
“Vada per incubi.” – ridacchio Edward, conciliante, girando pensosamente il
caffè e fissandone le profondità – “Per la precisione, qualche volto di
troppo…”
“La tua famiglia?”
“Mio fratello.” – Edward bevve un sorso, con una smorfia. Sinead era una gran
donna.. ma il suo caffè era mostruoso – “Oggi compie centocinquant’anni… cioè,
li avrebbe compiuti, fosse stato immortale.”
Si interruppe, fissando gli alberi scossi dal vento.
“Di’ un po’, Sinead.” – domandò, senza guardarla – “Pensi mai a come il nostro
destino cambi, nelle mani di un altro? Io dovevo morire e sono vivo in eterno..
mio fratello aveva le stesse probabilità di divenire immortale, ed è morto.
Perché io, tra noi… sarebbe potuto essere lui, qui con te, stamattina…”
Sinead lo fissò, masticando pensosamente, strofinandosi le mani per togliere le
briciole.
“Tu mi piaci.” – commentò, senza mezzi termini – “Hai cervello, oltre ad essere
bello.”
“Grazie.” – replicò lui, scoppiando a ridere, del tutto di sorpresa – “Ma
questo cosa…”
“Cosa ha a che fare con quello che hai detto?” – lo interruppe la donna,
passandogli una fetta grondante di marmellata – “Assolutamente nulla. Ma mi
andava di dirtelo. Vedi, Eddy, io credo che la maggior parte delle persone
perda la parte migliore di sé senza nemmeno accorgersene. Non è da poco
ricordare il proprio fratello con questa intensità, dopo tutto questo tempo.
Soprattutto tenendo presente che potresti sentirti il mondo ai tuoi piedi.”
“L’affetto è affetto, Sinead.” – protestò – “Il tempo non lo dissolve, lo sai.”
“Hai perfettamente ragione. Il tempo lo cambia e lo frantuma. E non possiamo
farci nulla. Tuo fratello è immortale, a modo suo. Talmente eccezionale da
avere ancor oggi un compleanno, per te.
Lo so, non è abbastanza, non è come parlargli, stringerlo o saperlo vivo. Ma è
qualcosa che molti non hanno.
Un ricordo.”
Edward la fissò, pensosamente. Talvolta era così difficile capire quella donna.
Aveva così tante risposte e una dolcezza impagabile sotto quella scorza dura.
“Certe volte è strano, non possedere più nient’altro.” – il vento era tornato a
scompigliargli i capelli – “Un ricordo pieno di emozioni, profumi, luce…così
vivo da mettere in discussione la propria esistenza. William viveva fuori dal
mondo…eppure io sono certo che, dopo la mia scomparsa, abbia avuto una vita
intensa. Non ne ho dubbi. Anche se talvolta vorrei solo avere la certezza che
non ha sprecato tempo.. e che io ho speso al meglio tutti quei giorni in più
che io ho avuto.”
“Insomma vuoi la luna.” – replicò la donna, alzandosi e impilando alcuni piatti
su un vassoio – “Tu non puoi averne la certezza. E, dopotutto, poco importa. La
vita, in ogni sua forma, è intensa solo per chi la vive. Nessun altro dovrebbe
giudicarla.”
Era splendida.
Edward le fissò i capelli infuocati e l’espressione volubile.
“Anche tu sei bella, Sinead.” – le disse, dedicandole uno di quei sorrisi
scanzonati che lo contraddistinguevano – “E mi andava di dirtelo e basta.”
“E il mio cervello?” – ribattè lei, voltandosi con le stoviglie in bilico –
“Non vogliamo parlarne?”
“Mia madre…” – doyle si sedette a fianco – “Non parlo di lei con nessuno. E
non passa giorno in cui non mi domando se non avrei potuto imparare di più, da
lei. L’ho persa troppo presto…”
Si voltò a guardarlo, con quel sorriso monello negli occhi chiari e calmi.
“E non c’è giorno che non mi renda conto che passerà un tempo eterno prima che
la riveda. Molto più tempo di quello che abbiamo trascorso insieme.” –
concluse.
Edward si morse un labbro, pensosamente.
“Io non so se la conoscevo realmente.” – ammise – “Ma le cose che mi ha detto,
le risposte che sapeva darmi… aveva un suo concetto di eternità che non sono
mai riuscito ad afferrare veramente. Anche con William era la stessa cosa…. è..
la stessa cosa.” La voce gli era morta in gola. Aveva alzato lo sguardo a quel
cielo, lentamente più chiaro, quasi scolorito, sopra la città degli angeli. “Le
persone che amiamo di più sono quelle che comprendiamo meno.” – riprese, senza
voltarsi verso il demone – “William aveva uno spazio suo in cui non sono mai
riuscito a entrare. Sogni, paure… c’era così tanto, in lui… cose che nessuno si
curava di scoprire. Mi sono tormentato fino a oggi, con questo quesito.. mio
fratello.. la sua vita…”
“Fino a oggi…” – ripetè Doyle – “Ma oggi cambia tutto.”
“Già… oggi la mia vita cambia di nuovo…” – Edward intrecciò le dita, posandovi
le labbra. Un gesto che ricordò incredibilmente Angel, nei suoi momenti di
riflessione – “Sono stato molti anni lontano dall’Inghilterra, sono tornato a
metà di questo secolo, non prima. E della mia famiglia non c’era più nulla. La
casa venduta, la tomba dismessa… nulla, nemmeno all’anagrafe. Hanno perso tutto
durante i bombardamenti.
Più nulla. William, è stato bravo a buttarsi tutto alle spalle. Non ho trovato
neanche il più piccolo indizio. Mi è rimasta solo la fantasia, immaginarlo, per
come lo conoscevo.
Ed ora…”
Si era interrotto di nuovo, quasi gli costasse troppo ammetterlo.
“Stasera non ho saputo che fosse presente fino a quando non ha parlato. E poi,
quando l’ho colpito… quando lui ha colpito me… speravo di avere un singolo
attimo..
ma non sono certo di quello che ho visto…”
Non so…
Forse ho chiuso gli occhi…
Forse non ho voluto vedere…
“Non l’hai riconosciuto, vero?”
Edward scosse la testa, mentre con i denti tornava a tormentarsi le labbra.
“Io non so come fosse da vivo.” – commentò Doyle, porgendogli le sigarette –
“Ma so che ora è forte, ironico e, mi dicono, decisamente affascinante. È una
calamita ambulante, a dire il vero… la sua vita non è facile.. né tantomeno
sicura.
Ma, per sua stessa ammissione, molte cose non possono immaginarsi diverse.”
Era strano stare lì seduto a parlare con quel giovane uomo biondo.
Nel cercare di offrirgli risposte, doyle percepiva un profondo disagio.
In parte, ciò da cui l’avevo messo in guardia methos era reale.
Edward portava sulle spalle un tempo più chiaramente percepibile di quello di
spike, come se il vampiro avesse imparato a meglio nascondere la sua età reale.
Quel ragazzo, per certi versi simile ad Angel, per altri lontano da qualsiasi
persona che Doyle avesse mai conosciuto, portava negli occhi un’esistenza
piena, ricca. Aveva vissuto vedendo ben oltre il suo raggio d’azione e la sue
aspettative.
“Se c’è una cosa che rimpiango, è non aver realmente speso la mia esistenza.
Ho preso, senza costruire… ho plasmato me stesso e la realtà, perché tutto,
alla fine, tornasse a mio vantaggio.” – Angel era rimasto seduto sul parapetto,
lo sguardo all’orizzonte, nel pronunciare quelle parole – “Talvolta dimentico
il numero di anni, dimentico i giorni.. ricordo solo che il tempo è fuggito ed
io, più che la vita, ho amato intensamente la morte.”
Ora, parlando di spike, cercando di rendere il meglio di lui a parole,
Doyle tornò a sentire la voce di quell’eroe silenzioso, assolutamente incapace
di farsi aiutare. Ciò che Angel ammetteva era una lacrima di inchiostro su un
mare di oscurità.
Il suo passato era buio.. invisibile nel buio.
E quell’Edward gli brillava negli occhi.
Il dolore di Edward stava nel vederlo scorrere nella morte delle persone che
aveva amato, come quello di Methos. Ma il dolore di Angel, quello di Spike, era
nel sapere di avere plasmato il tempo e proprio piacimento e di averlo, così,
irrimediabilmente perso.
“Spike ha un’ossessione per il tempo.” – aggiunse, quasi soprappensiero – “Non
si stanca mai di ripetere di sentire solo adesso, nuovamente, il peso dei
cambiamenti. Non è esistito a lungo, nella sua vita… e quando il tempo non
esiste, scompare anche la crescita… l’evoluzione…”
“E’ una sciocchezza… Ogni giorno ci arricchisce, Doyle. Anche quando stiamo
immobili, anche quando non siamo in noi. Ogni giorno ci lascia sempre qualcosa…
ed è il solo saperlo che ci rende più ricchi…”
Aveva risposto con una spontaneità e una prontezza sconvolgenti.
Le parole gli erano fluite dalle labbra senza esitazione, accompagnate da
quello sguardo improvvisamente luminoso.
Aveva quella luminosità che talvolta emergeva inaspettatamente da Spike, dai
suoi strati di ironia, dai suoi molteplici scudi. Quegli occhi splendenti con
cui baciava faith, l’espressione con cui talvolta amava la sua vita, il combattimento
pulito, un passato di battaglie che avrebbe desiderato più onorevoli.
E’ così, dunque, Edward? Si domandò Doyle, fissandolo.
Sei tu la rifulgenza di Spike? Sei sempre stato tu, in quel suo contatto
inspiegabile con l’esistenza in sé?
Sei sempre stato tu il principio e il fine ultimo di quella sua luce in cui
finiamo tutti con il cadere, prima o poi?

Ancora oggi cerca te, quando desidera un appiglio. Il suo mondo sta in
equilibrio tra la tua luce e l’oscurità di Angel…
Ed io… non sono parte di questo equilibrio…
“Methos può continuare a dire che non sei Spike.” – mormorò, alzandosi – “Ma
lui ti assomiglia in modo sconvolgente, questo posso garantirtelo. Hai
ragione.. abbiamo un problema… se io assomiglio a mia madre la metà di quello
che Spike assomiglia a te… sono un uomo fortunato. E molto più completo di
quanto non credo.”
Gli aveva posato una mano sulla spalla. E gli aveva sorriso, prima di
andarsene.
“E’ ora che vada.” – aveva spiegato, affacciandosi alla porta finestra appena
varcata – “Buonanotte, Eddy.”
“Molli già la presa?” – domandò Methos, a braccia conserte, appoggiato al
tavolo che stava finendo di riordinare.
“E’ tardi e sono stanco.” – replicò il demone, avvicinandosi, con la mani
saldamente piantate in tasca – “E poi hai ragione. Non posso comprendere del
tutto.”
“Affermazione sorprendente….”
“Non sono io quello che può far accettare certe cose a Edward. Ma non ho di che
preoccuparmi…”
si era avviato alla porta, con aria tranquilla.
E poi si era voltato, con un’ultima occhiata irriverente, tanto da far
desiderare a Methos di lanciargli dietro un piatto.. come ai bei tempi.. con
Sinead…
“Non ho di che preoccuparmi.. perché ci penserà Angel…”
***
“Allora.. il vecchio
sistema….” – spiegò Spike, infilando un cd nello stereo di Cordelia – “e le mie
regole.”
“E cosa hanno di diverso dalle precedenti?” - domandò Angel ruotando l’asta
metallica tra le mani e fissando la schiena nuda di spike.
“Prima di tutto, sono regole del ventesimo secolo.” – Spike si voltò,
stringendo in una mano il telecomando e nell’altra la sua asta – “E, secondo
motivo.. funzionano meglio delle tue.”
“Ah si?” – Angel ribattè blandamente, stando al gioco.
Spike lo stava provocando senza ostentazione, con un mezzo sorriso e un
passaggio dell’asta tra una mano all’altra.
“Spike.” - Lo chiamò la voce di Cordelia dalla cima delle scale – “Ne ho
trovato uno.. guarda se può andare…”
il vampiro salì le scale, prendendo l’oggetto che la ragazza gli porgeva. Era
un lungo nastro rosso, alto non più di dieci centimetri. Pesante, quel tanto
che bastava da non essere trasparente.
“E’ la fusciacca di un vestito” - spiegò lei, fissandolo – “Non ti chiederò a
cosa serve, ma lo voglio indietro senza macchie e senza strappi. Siamo
d’accordo?”
“Siamo d’accordo, grazie gattina.” – ribattè lui, ridiscendendo la scala.
In palestra, Angel si stava allenando. Passava l’asta sopra la testa, flettendo
le braccia e piegandosi in posizione di attacco.
Si era finalmente spogliato ed ora, nell’attesa, aveva già raggiunto una
notevole concentrazione.
Spike armeggiò levandosi gli anfibi, gettandogli alcune occhiate in tralice,
considerando che, per molti vampiri, doveva essere un deterrente già vederlo
apparire all’improvviso.
Era muscoloso, con delle spalle ampie e una struttura ossea imponente. Vicino a
lui, talvolta Spike tornava a provare il senso di disagio della sua giovinezza…
anche se, il più delle volte, doveva ammettere che la sua immensità non stava
nella corporatura, bensì nello sguardo. Angel non amava ostentare questa
prestanza.. non tanto quanto Angelus, in effetti.
Molte volte, parlando, tendeva a piegare le spalle, o ad appoggiarsi a pareti o
ripiani, quasi questo potesse ridurre quel suo troneggiare sulle teste degli
altri.
All’Hyperion, solo Wes lo eguagliava in statura. Ma nessuno aveva la sua
camminata e i suoi movimenti concreti.
Wes era troppo umano, doyle del tutto insensibile all’idea di esercitare un
colpo di scena.
Cordelia camminava come al centro di un palco e Faith era un gatto, nel senso
migliore del termine.
E di se stesso? Cosa si poteva dire? Spike soppesò l’asta, cercando di buttarsi
un’occhiata di insieme.
Non era alto, ma sapeva di avere un fisico invidiabile. Diciamo che se gli
mancavano spalle e statura, sentiva di aver comunque compensato alla grande…
“Hai finito di ammirarti?” – gli domandò Angel, puntando l’asta a terra e
girandola nel palmo della mano – “Aspetto di sentire le nuove regole.”
“Regola uno.” – Spike tese con uno schiocco la fascia rossa e si avvicinò –
“China la testa, per favore….”
“Seta rossa?” – domandò incuriosito Angel, prima di sentirsela premere sugli
occhi e stringere strettamente – “credevo ne sapessi fare usi migliori…”
“Certamente.” – ribattè spike, facendo un secondo nodo – “ma non con te.”
Si spostò di alcuni passi, lasciando Angel bendato a centro stanza.
“E adesso.. regola due.” – aggiunse, premendo un tasto del telecomando.
E finendo assordato da Britney Spears.
Imprecando, si precipitò a spegnere. Dentro lo stereo, assieme al cd inserito,
ne era rimasto uno di Cordelia, probabilmente per qualche elaborata e
incomprensibile lezione di step.
Quando finalmente la musica si interruppe, i sensi di spike furono colpiti da
ben altro suono.
Alle sue spalle, Angel rideva.
Appoggiato all’asta, a testa china, ma sempre bendato, rideva.
Ed era un suono bellissimo, tanto era raro.
Per un attimo, spike restò immobile, ascoltandolo.
Angel non rideva spesso. Sorrideva, certo… Angelus non aveva mai avuto una
risata di quel tipo. Aveva riso, di una libertà e una felicità che ora
sembravano a spike decisamente sinistre. E paurose.
“La regola due è interessante.” – commentò Angel, raddrizzandosi, mentre un
sorriso ancora gli aleggiava sulle labbra – “Ma mi sfugge il nesso tra l’essere
bendato e Britney…”
“e a me sfugge come tu la conosca, visti i tuoi gusti musicali.” – ribattè
spike, accertandosi che il cd fosse quello esatto – “Comunque di questo
parliamo dopo. Preparati…”
“Mi preparo, a cosa?” – domandò ange, tenendo l’asta con entrambe le mani,
orizzontale, di fronte a sé.
“Fai un sacco di domande inutili, stasera, Flagello.” – sospirò Spike,
camminando verso di lui. E avviando le stereo, prima di lanciarne il
telecomando sul ripiano.
La musica che usciva ora dallo stereo era forte.. quasi rimbombante, nelle
fondamenta dell’albergo. Il ritmo.. le parole…
Angel ascoltò il
testo, senza muoversi. Spike gli stava girando intorno, fendendo l’aria con
l’asta. Angel lo seguiva, con brevi movimenti del capo, leggere rotazioni, per
continuare a coglierne la posizione.
Non capiva il perché di quel gioco.. ma erano poche, dopotutto, le volte in cui
spike si imponeva per condurre.
Se adesso aveva deciso di farlo… bhe, si meritava, almeno il beneficio del
dubbio.
Dopotutto, considerò angel, con una punta di cinismo, non ho niente da perdere…
No, la scelta di Spike non lo stupiva.
Last Resort.. ecco qual’era il titolo.
Glielo aveva detto faith.
Doveva essere la terza volta che il cd ripartiva da capo.
Angel abbassò il libro e tese l’orecchio, seguendo un’altra volta le parole.
Una canzone senza mezzi termini sulla perdita di se stessi.
Una canzone, a modo suo, in grado di strappare il velo dell’autocontrollo.
Anche Wes aveva smesso di prendere appunti. Ed ascoltava.
“Indubbiamente non ci vanno per il sottile, quei due…” – momrorò, con una punta
di imbarazzo – “Non voglio immaginare cosa stiano facendo.”
“In effetti…”
Pur essendo dall’altra parte del pianerottolo, Angel poteva sentire Faith
saltare. E il fatto che ci fosse una seconda chitarra dal vivo, sopra la
registrazione, lasciava intendere che le mani di Spike stavano suonando uno
strumento e non il corpo della Cacciatrice.
Spike aveva ammesso più volte, la stretta connessione che può esserci tra la
musica e l’anima. E, perché no, anche tra la musica e il demone.
Con una testardaggine che non aveva pari, andava professando come l’adrenalina
in circolo potesse battere lo stesso ritmo di una canzone, o esprimersi
attraverso parole gridate o sussurrate.
Angel doveva ammetterlo, anche in quel frangente: Spike aveva costellato la
loro convivenza con canzoni e armonie, suonando la chitarra o fischiettando.
Ascoltando musica o regalando dischi a tutti gli abitanti dell’Hyperion,
arrivando addirittura all’acquisto di singoli che riteneva aberranti, se non
per il significato che talvolta predicavano in una sola singola strofa.
Poi una voce si sovrappose al frastuono dello stereo.
Era Faith, che cantava le parole a squarciagola, stonando, gridando per il
piacere di gridare.
Poi, d’un tratto, cessarono, sia la voce che la chitarra.
Ed Angel, abbassando precipitosamente gli occhi sul paragrafo che stava
vagliando, non potè che domandarsi se avessero trovato un modo migliore per
esorcizzare il proprio demone… un modo migliore di una manciata di parole
scritte da un altro.
Quella notte, stava compiendo dunque un gesto per lui usuale. Immergeva angel,
senza chiedergli un’opinione, in un ritmo che riteneva adatto.
Eppure, in questa sua decisione, c’era qualcosa di discordante. Ed Angel, con
il suo intuito e la sua percezione distorta degli ultimi tempi, iniziava a
preoccuparsi. E a tendersi come una corda di violino.
E il volume continuava a salire…
Cut
my life into pieces
I've reached my last resort, suffocation, no breathing
Don't give a fuck if I cut my arms bleeding
Taglia la mia vita in pezzi
Ho raggiunto il mio ultimo rifugio, soffocando, non respirando
fottitene se tagli le mie braccia sanguinanti
La musica lo
assordava,e lo confondeva. Pungeva i suoi sensi, come un fischio troppo acuto.
Ma questo Spike doveva saperlo…
L’aveva bendato.. e ora lo privava dell’udito…
Cosa si stava inventando?
Would
it be wrong, would it be right
Sarebbe sbagliato? sarebbe giusto?
Le parole si erano snodate nell’aria, poi si
erano interrotte, ed erano nuovamente iniziate. Le parole lo trapanavano,
penetrandogli al centro del cervello.
Poi, quando meno Angel se lo sarebbe aspettato, lo aveva raggiunto il primo
colpo.
Preciso, sul alto del collo.
Quanto bastava ad atterrarlo.
If
I took my life tonight, chance are that I might
Mutilation out of sight and I'm contemplating suicide
Se ho preso la mia vita stanotte, le possibilità
sono che io possa
essere mutilato fuori di vista e sto contemplando il suicidio
Poi un secondo, al
centro della schiena.
E un terzo.
Angel appoggiò le mani a terra, incontrando nuovamente la sua asta. E sentendo
le braccia piegarsi, e fitte, lungo tutto il corpo.
Ruotò su se stesso, istintivamente tese le braccia in avanti, senza riflettere
nemmeno sull’evenienza di chiedere spiegazioni, di parlare con Spike.
Dentro di sé, per quanto la musica lo soffocasse, vigeva un silenzio
inattaccabile. Quel frastuono gli impediva di parlare, nella misura in cui
Angel stesso desiderava rinunciare ad esprimersi.
Cause
I'm losing my sight, losing my mind
Perchè sto perdendo il mio senso della vista,
sto perdendo la testa
Silenzio, un
terrificante silenzio all’interno di quella musica.
Wish
somebody would tell me I'm fine
Desidero che qualcuno mi dica che sono perfetto
Si tese, cercando di
capire dove fosse il suo avversario. E un altro colpo lo raggiunse, iniziando a
spiazzarlo, a confonderlo.
Non vedeva.
Non sentiva.
Ma, quel che era peggio.. non riusciva a percepire.
Nothing's
alright, nothing is fine
Niente è apposto, niente è perfetto
Nessun battito…
I'm
running and I'm crying
Sto correndo e sto gridando
Nessuna emozione.
Nulla. Spike aveva cessato di esistere. Eppure i colpi lo raggiungevano ancora.
Disperatamente, si rese conto che questo eccitava il suo demone.
Si stava nutrendo della sua confusione. Le sue barriere, i suoi legami con
l’esterno, la continua sollecitazione dei suoi sensi, la luce e i volti della
gente con cui aveva parlato, l’avevano distaccato dal dissidio interiore.
I
never realized I was spread too thin
Till it was too late and I was empty within
Hungry, feeding on chaos and living in sin
Non mi sono mai reso conto che stavo diventando
troppo delicato
Finche non fu troppo tardi ed ero vuoto dentro
Affamato, nutrendomi di caos e vivendo nel peccato
Svaniti loro, svanita
la realtà, avvolti nel buio, il demone e l’anima stavano nuovamente
combattendo.
Downward
spiral, where do I begin
Spirale discendente, dove comincio?
Spike saltò come un
felino sul bancone, senza il minimo scricchiolio.
Camminando sul profilo del ripiano si spostò, lungo la parete.
Angel aveva menato alcuni fendenti, tagliando l’aria con l’asta. Ed ora era di
nuovo fermo, all’erta.
La piega della sua bocca, la posizione delle mani sull’asta… spike lo studiò,
silenziosamente.
Stava funzionando. Lo stava spingendo nell’angolo da cui sarebbe emerso solo il
suo demone.
E, senza attendere oltre, scattò verso di lui, colpendolo nuovamente.
It
all started when I lost my mother
No love for myself and no love for another
E' cominciato tutto da quando ho perso mia madre
Niente amore per me stesso e niente amore per gli altri
Angel sentì i battiti
del cuore accelerare, oltremisura. Cercò di riprendere il controllo,
ferocemente, tirando a vuoto ma riuscendo, perlomeno, a tornare in piedi.
Ovunque fosse, spike stava ben attento a non svelarsi.
Girò la testa, impercettibilmente, distribuendo il peso e iniziando provare il
desiderio di fargli pagare quella costola che sentiva già irrimediabilmente
rotta.
“questo gioco non mi piace.” – mormorò, a denti stretti.
Comprendendo, in quel singolo istante, di star mentendo.
Quella confusione lo eccitava.
Dentro al suo petto, il demone si agitava, in preda a un’estasi furiosa… e
avanzava, inesorabile.
Istintivamente si portò una mano alla benda, deciso a strapparsela dagli occhi,
a riacquistare un contatto con la realtà.
E un colpo lo frenò, calando senza preavviso sul suo avambraccio.
Searching
to find a love upon a higher level
Cercando di trovare un amore sopra un livello
superiore
Angel sentì il gomito
scricchiolare, ad un passo dal disarticolarsi.
E ringhiò. Un suono basso, quasi gutturale.
Ci siamo… Spike fece due passi indietro, rapido.
Angel si era piegato su se stesso, ma il vampiro biondo, pur non vedendolo in
viso, intuì chiaramente che la trasformazione si stava avvicinando.
Strinse gli occhi, concentrandosi, preparandosi a un nuovo attacco.
Finding
nothing but questions and devils
Non trovando niente tranne domande e diavoli
Nelle profondità
dell’essere di Angel, quella parte che egli era solito definire ‘demone’,
iniziò ad emergere, senza conoscere ostacoli reali.
L’anima, mutilata dai sensi, priva di una realtà distinguibile, si stava
indebolendo.
Cause
I'm losing my sight, losing my mind
Perchè sto perdendo il mio senso della vista,
sto perdendo la testa
Ancora pochi attimi..
e saremo di nuovo insieme.. uno, di fronte all’altro… Angelus…
Wish
somebody would tell me I'm fine
Desidero che qualcuno mi dica che sono perfetto
Un altro colpo lo
prese al centro dello sterno, piegandolo. Una nuova fiammata si irradiò da quel
punto, diffondendosi lungo gli arti, fin dentro al cervello.
Adesso lo sentiva, quasi incontrollabile.
Nothing's
alright, nothing is fine
Niente è apposto, niente è perfetto
Spike gli girò
attorno, velocissimo, prima di atterrarlo, con tutto il suo peso e sedersi sul
suo stomaco, rapido e implacabile.
Le loro aste cozzarono, ma spike riuscì ugualmente, nel vederle allineate, a
bloccarle, stringendole entrambe tra le dita. Ed Angel sentì le mani
scricchiolare, intrappolate in quella morsa di metallo sovrapposto.
Fulmineo, Spike si insinuò nello spazio tra le braccia di entrambi, portando le
aste al di sopra della testa e, nella foga del movimento, le sentì appoggiarsi
al suo collo, premere, rivelandosi una trappola, e non solo una mossa
azzardata.
Si maledisse, per quel calcolo sbagliato… nella consapevolezza di non poter più
modificare la situazione.
Non gli restava che gettare tutto al vento… e fidarsi, semplicemente,
dell’istinto.
Chinò la testa, aderendo con il corpo al torace di Angel, al suo torace, con
decisione repentina.
Mutando i lineamenti.
E piantandogli le zanne nella giugulare.
I'm
running and I'm crying
Sto correndo e sto gridando
Angel si rese conto di
essere a terra nell’attimo in cui quella bocca famelica lo schiacciò contro il
pavimento.
Un morso, deciso, gli fece inarcare la testa indietro. il sangue quasi esplose,
zampillando dalla lacerazione e ricadendo, caldo, sul torace.
Facendolo rabbrividire… ed eccitare, con il suo odore.
Spike stava avidamente succhiandogli linfa vitale. L’aveva atterrato, come al
loro primo incontro… spike lo reclamava, una volta ancora.
I
can't go on living this way
Non posso andare avanti vivendo così.
Spike… stava… avendo
il sopravvento.
E questa non era cosa che Angelus potesse realmente accettare.
I
can't go on living this way
Non posso andare avanti vivendo così
La rabbia istintiva
per quella irrispettosa prevaricazione emerse furiosamente, spegnendo ogni
forma di raziocinio e controllo.
Nel buio di quella sua cecità obbligata, Angel sentì il viso divenire una
contorta massa di cartilagini mentre il demone emergeva nella sua perfezione.
Lottò, per fermarlo. Spike era troppo vicino, rammentò, in un un’ondata di
panico.
I
can't go on living this way
Non posso andare avanti vivendo così.
Non riesco a
controllarmi.
I
can't go on living this way
Non posso andare avanti vivendo così.
Non riesco…
D’improvviso avvertì qualcosa lacerarsi, nel suo intimo. Uno strappo, netto,
irreparabile.
Provò vertigine e perse il contatto con il reale, con la bocca di Spike piena
del suo sangue, con la musica frastornante.
E si rialzò, tremando, trovandosi in una cripta… un posto buio, fatto di
catene agganciate alle pareti.
E, monumento a se stesso, in questo scenario di desolazione, lo vide.
Un sorriso crudele.
Occhi iridescenti.
Angelus…
In preda ad un orrore che rasentava la paura, lo vide aprire le labbra, con
movimento liquido, e parlare.
Ciao, stupido me stesso…
era un po’ che non ci si vedeva…
E, sguardo nello sguardo con la persona che più temeva, Angel sentì le catene
bloccargli le braccia.

[V]
Universo.
Sistema solare.
Pianeta Terra.
America.
Los
Angeles.
Hyperion.
Scantinato.
Un posto microscopico, parte di
una vastità incalcolabile.
Eppure, al suo interno, una forza
e una storia così grandi da coinvolgere il destino di molti, se non
dell’umanità intera.
Un eroe.
Il suo demone interiore.
La sua anima quasi sottomessa.
E un vampiro biondo
impegnato a giocare con tutto questo.
Chino sul suo sire, avvinghiato con il corpo al suo corpo,
le braccia tese allo spasmo dietro la testa, a bloccarlo. Uno sguardo sensuale
quanto pericoloso.
E una mente impegnata ad
urlargli il pericolo che sta correndo senza alcuna garanzia sul risultato.
In uno spazio privo di tempo,
nato per una lotta senza precedenti, Angel fronteggiava lo stesso essere che stava lentamente prendendo possesso del
suo corpo.
A poco a poco, le catene che
lo intrappolavano, divenivano più strette, annebbiandogli la vista, facendogli
bruciare i muscoli.
Una mano gli premeva la
carotide, obbligandolo ad alzare il mento.
“Allora..” – Angelus gli
sorrise, carezzandogli il viso con un dito – “Non sei contento di vedermi?”
Sotto il suo peso, la risata di
Angelus salì di intensità, cancellando il ricordo di quella spontanea e sincera
che era risuonata poco prima.
Spike sentì la gola invasa da un
fiotto di sangue, forte tanto da provocargli un capogiro.
Il sapore di un demone
trionfante.
“Angelus…”
“Precisamente.” – annuì il
demone – “come nei tuoi incubi migliori…”
Già…
Non era sua abitudine, negare
l’evidenza….Sotto di lui, ora, si muoveva Angelus o, almeno, qualcosa che gli
si avvicinava molto.
Tra le sue labbra, in un palpito, andava spegnendosi il sapore di
Angel, ormai quasi sconfitto. Ed era un sapore che faceva paura.
Eppure Spike, con gli occhi
socchiusi, ne bevve un’ultima sorsata.
La perdita di sangue l’avrebbe
indebolito.. ma, soprattutto, avrebbe dato a Spike un appiglio.
Per non dimenticare…
Angelus si passò una mano sul
collo, con aria perversa.
“Un demone con l’anima sta bevendo dal nostro collo.” – mormorò,
sornione –“ E questa non è una cosa accettabile…”
Angel sbattè le palpebre,
cercando di mantenere il contatto con il suo corpo.
Percependo i denti di Spike,
il suo succhiare spietato.
Cosa…come era accaduto?
“Smettila, William…”
“oh, mia caro Angel…ma è
tardi, ormai. Niente potrà più fermarmi…”
“Allora, Spikey.” – sussurrò il
demone di Angel al suo orecchio – “Contento di vedermi?”
Spike non gli rispose, piantando
profondamente i denti nella carne. E
sentendo, allo stesso tempo, le zanne del suo nemico penetrargli nel
torace.
Angelus, senza aspettare inviti,
gli ricambiava il favore. Inclinando appena la testa, provando un gusto immenso
nel lacerargli la carne in un punto più doloroso che succulento. Sopra il
cuore, scalfendogli le ossa,
investendolo quasi, con la sua aura demoniaca, sentendo il demone di Spike
desiderare raggiungerlo. E la sua forza, la dannata forza contraria della sua
anima, avere ancora la meglio.
“Spike mi teme.” – commentò,
con un certo autocompiacimento, accarezzando i capelli di Angel, quasi in
ginocchio. Lo sovrastava, senza ostentare forza – “non vede l’ora di tornare da
me… mi respira, come se fossi aria di montagna.”
Angel sbattè le palpebre,
raddrizzandosi. Rialzandosi, a fatica, fino a guardare, viso a viso, Angelus.
Voleva combattere.
Non avrebbe lasciato che
toccasse Spike.
Angelus lo guardò, con
affettuoso disprezzo. Senza far nulla per fermarlo.
“Tranquillo.” – sussurrò,
battendogli una pacca sulla spalla – “Una cosa alla volta.”
Questa lotta interiore, lo portò
a staccare le labbra insanguinate e accostarle all’orecchio del suo assalitore.
“Bene, bene… e dimmi, Spike.. se
l’anima che bloccava me ha ceduto… cosa pensi possa fare quell’inetta dell’uomo
che eri?”
Quella domanda, appena
sussurrata all’interno di una risata, ebbe su Spike l’effetto di una scossa, o
di un soffocamento.
Inarcò la testa, cercando di
immaginare gli occhi neri e bui del suo sire, ancora nascosti dalla fascia di
seta. Sentendo il sangue rigargli il mento, mentre tornava ai suoi lineamenti
umani.
“Non sentirti così padrone.” –
ringhiò, cercando di non retrocedere innanzi alle sue paure – “Non sei il
signore del castello…”
“Non sei il signore del
castello…”
La voce rimbombò sopra la sua
nuca. Ed Angel, le spalle tese e intrappolate fino allo spasmo, alzò la testa,
nel riconoscere la voce.
“Già, già.” – Angelus compì
un giro intorno alla sua nemesi, con una risata mal contenuta – “Il nostro
Spike crede in te… si illude di sapere…ma non vede cosa c’è qui dentro. Vero,
piccolo Liam? Non hai detto al nostro William cosa nascondi…”
Fece un ampio gesto,
indicando il buio a distesa…
“L’oscurità.. le catene.. la
prigione…” – elencò, annoiato – “Che posto tetro… a quale castello si
riferisce, il nostro biondo sognatore?”

In un attimo fu di fronte a
lui, stringendogli la gola.
“E dimmi, Angel…” – ringhiò Angelus,
stringendo forte – “Come pensi di rispondere senza voce in capitolo?”
Angelus non aveva bisogno di
ricambiare l’occhiata.
Il demone gli dava nuove forze e
nuove risorse.
Anche la vista, dopotutto, era
superflua. Il suo nemico era lì, tra le sue braccia. Ignaro, sprovveduto
innanzi al risultato di quella lotta
nata per distrazione. E, in un attimo, si ritrovò a sovrastarlo, bloccandogli
le braccia, con la sua stessa tecnica, tra le aste.
Fermo, sul pavimento.
“Rovescio della medaglia.” – rise,
mentre il sangue gli gocciolava dalle labbra e cadeva sul viso di Spike – “A
che gioco stai giocando, William? Veramente credevi di potermi controllare?
Credevi che ti avrei lasciato prevaricare? Sono un’essenza troppo pregiata per
te…”
“Mi spiace contraddirti.” –
Spike strinse i denti, di modo che l’odore del sangue che li arrossava colpisse
i sensi di Angelus – “Ma non è la prima volta che ti sorseggio… e comunque, non
sono sorpreso.
Al contrario… ti stavo
aspettando.”
Dalla sua prigione interiore,
spettatore del tutto privo di forze, Angel si sentì colto di sorpresa.
Spike stava ridendo e
ripeteva le parole appena dette.
“Ti stavo aspettando,
Angelus…”
E diede uno strattone
furibondo alle catene.
Stupido, stupido che non sei
altro! Ma cosa credi di fare, William!
Angelus lo fissò, divertito
dai suoi sforzi, senza smettere di camminargli intorno, in una lenta e
inesorabile condanna.
“Ma lo senti? È contento di
vedermi…secondo te cosa ha in mente… qualche rimpianto giovanile? Qualche
astruso incantesimo per spodestarmi?
Peccato che la sua memoria
sia così breve…altrimenti saprebbe… di non avere più un futuro… a partire da
ora…”
Spike rimase immobile, sotto il
peso della sua decisione e sotto il corpo di Angelus.
Era vero.
Non attendeva altro, dall’inizio
della lotta.
Il demone di Angel era veramente
troppo forte e disturbante… già da troppo tempo. Spike aveva fatto di tutto,
per ignorarlo, per lasciare a Angel lo spazio necessario da agire, a dominare.
Invano.
A poco a poco, era divenuto più
forte il sospetto che a Angel occorresse una mano. Che questa volta, sotto la
superficie del controllo, iniziassero a formarsi piccole incrinature, piccole
esitazioni da cui il demone fuoriusciva, insidiosamente.
Angel non avrebbe mai ceduto..
ma stava soffrendo troppo.
Lo sforzo di tenere a bada
quella furia lo assorbiva, facendogli perdere la concentrazione, il senso della
misura.. la percezione del reale.
In atto da troppo tempo perché
Spike si mantenesse al di fuori dello scontro.
La posta in gioco era troppo
grande.
Angel sentì le ginocchia
tornare a piegarsi, sotto lo sforzo di sostenere lo sguardo di Angelus. Quasi
la sua espressione assolutamente tranquilla e divertita potesse
risucchiarlo, e renderlo polvere.
Al di fuori del loro
conflitto, del loro faccia a faccia, il combattimento stava continuando. E non
gli piacque quando, con aria compiaciuta, Angelus gli mostrò delle mani
arrossate da sangue.
I colpi lo raggiungevano in
viso, facendogli ripetutamente battere
il capo a terra.
E a Spike ci volle ben più della
forza fisica, del demone o della tecnica, per riprendere in mano la situazione.
Gli ci volle semplicemente
Faith, apparsa alle spalle di Angelus.
E abbastanza furiosa da spedire
il suo assalitore contro la parete, senza curarsi delle clavicole di entrambi
che, per lo strappo, finivano fuori sede.
“Ma che sorpresa…”
Angel si rizzò, molto più
determinato. Faith.
Poteva sentirla.
E poteva sentire la sua
tensione.
Dopo aver lasciato i due
vampiri, impegnati in un chiarimento, Faith era uscita. All’Hyperion tutto era
tranquillo. Cordelia, alle prese con un brutto mal di testa, aveva deciso di
andarsene a dormire. Probabilmente non si era nemmeno accorta della battaglia
che le infuriava sotto il letto, avvolta nel silenzio che solo i tappi potevano
procurarle, a dividere il sonno con un demone russante.
Demone che, peraltro, nessuno
sapeva dove fosse.
Wes, al contrario era partito
proprio mentre Faith si avviava per le strade del circondario. Già da tempo,
infatti, era programmata una sua visita presso un famoso collezionista di
codici rari, deciso finalmente a contrattare per il costo di un testo che
poteva rivelarsi utile nella lotta al male.
E nemmeno le vicissitudini di
quella notte era sembrate tali da dover rimandare.
L’aveva salutata con un colpo di
clacson, continuando a guidare tranquillo, un braccio indolentemente allungato
sullo schienale del sedile a fianco.
Ed era sparito, in direzione del
raccordo.
Faith aveva girovagato,
contrariata dal non incontrare nemmeno un vampiro ritardatario.
Poi, annoiata, era tornata verso
casa.
Ignara del fatto che la
battaglia che tanto anelava si stesse svolgendo tra le sue fondamenta.
“La tua deliziosa Faith.” –
Angelus intrecciò le mani dietro la schiena – “Il tuo capolavoro, sotto molti
aspetti. Le hai dato una casa, una famiglia, una missione e qualcuno della tua
vita da amare. Sarà un vero piacere, offrire il mio contributo…”
“Io non ti permetterò di
farle del male.”
“Ma sentitelo.” - Angelus si
rivolse al loro pubblico immaginario, spalancando le braccia – “Incatenato,
sottomesso e ancora strafottente.
Mi spiace quasi contraddirti,
mio caro Angel.
Ma non hai potuto far nulla
per Jenny.. né tantomeno per le altre tue vittime.
Eppure c’eri.
Ed ora io mi prenderò Faith.
E mi riprenderò Spike. E tu non potrai assolutamente impedirmelo.”
“Io sono qui. Non me ne sono
andato.”- Angel fece leva sulle catene, allontanandolo con un calcio – “Non è
come allora.”
“Ma lo sarà presto…”
“Spiegazioni?” – mormorò, afferrando
Spike per una mano e aiutandolo a
rialzarsi.
“Visto che Angel non si
spiegava, ho deciso di parlarne con Angelus…” – ansò lui, imbrattandosi con il
sangue che ancora gli scorreva dalla ferita aperta, mentre Angelus si muoveva,
riportando la clavicola al suo posto con un colpo deciso.
“Bene, bene… la Cacciatrice…”
- Angelus si sfregò le mani, soddisfatto –“Comincerò da lei… è più divertente
spargere sangue.. che cenere…”
Angel cercò nuovamente di
liberarsi, con un nuovo passo verso il
suo demone.
“Non riuscirai…”
“Ah, no? E chi me lo
impedirà? Loro? Tu? Tu pensi veramente di poterti ancora opporre?”
“Io posso…” – Angel si tese,
ancora - “Sono ancora qui…”
“Sono ancora qui.” – canticchiò
Angelus, rialzandosi e voltandosi. Leccandosi vogliosamente un dito coperto di
plasma – “A che gioco vogliamo giocare?”
“Bla, bla, bla… io sono
ancora qui, io sono ancora qui…” – scimmiottò Angelus, colpendolo – “Ma non sai
dire altro? È così che funziona? Un eroe di poche parole? Frasi storiche e
memorabili, da giornaletti?
Dio, come mi hai trascinato
nel fango…”
“Mi vuoi spiegare cosa sta
succedendo?” – domandò Faith, gli occhi dilatati dal terrore di quell’incubo
che le si ergeva di fronte.
Angelus.
Solo Angelus, bendato, con il
sangue di Spike sulle labbra. Fermo, languidamente appoggiato al bancone.
Un’asta ancora in rotazione, nella mano sinistra.
Più nulla di Angel e del suo
combattere concreto. Solo un demone che voleva morte. E sorrideva, di quel
pensiero.
“Hai presente il problema di
Angel?” – replicò, sottovoce, Spike – “Questa è una soluzione. Il demone voleva
uscire? L’ho fatto uscire.”
“Ma sei fuori di testa?” –
domandò quasi istericamente la ragazza.
“Fidati di me… qualunque cosa
accada…”
Angel interruppe i suoi
sforzi. Come Angelus, aveva libero accesso ai suoi sensi. E percepiva i
sussurri di Spike e Faith.
La frase di Spike lo colpì,
con effetto contrario a quello che ebbe su Angelus. Il suo demone rise, di
quell’affermazione, dell’esuberante spacconeria del vampiro biondo. Ma Angel
ebbe paura. Paura che William non ricordasse più veramente chi era Angelus.
E cosa, soltanto, potesse
eccitarlo in quel modo…
“Allora, Angelus…” – Spike fece
un passo verso di lui. Il sangue che gli imbrattava i vestiti, permetteva al
demone di sapere dove si trovasse. Inutile celarsi – “A questo punto, potremmo
guardarci negli occhi…”
“Oh, no, grazie.” – ribattè
Angelus, facendo un passo sicuro ed elastico verso di lui. Distruggendo, con un’estremità del bastone, lo
stereo ancora acceso – “La vista richiama il contatto, non è vero, William?
L’anima diviene più forte se non è disorientata… la realtà… la ridicola
quotidianità stampata sui vostri visi… non concediamo nulla al mio inetto me
stesso….”
Scattò, colpendo Spike in pieno
stomaco, mentre Faith scartava di lato.
“Perché anche così.” – sibilò,
tornando a ergersi sul vampiro biondo – “Posso avere tutto…”
Come attraverso un vetro
convesso, Angel potè visualizzare Spike. L’odore del sangue, il sudore sulla
sua pelle.. il cuore di Faith…
Spike era nuovamente a terra:
i suoi sensi tradussero le percezioni in un’immagine inequivocabile. Provocando
in Angel un senso di urgenza.
Ancora uno strappo, ed una
catena sembrò cedere, mentre Angelus, dandogli le spalle, assaporava la visione
come una piccola vittoria.
Faith vide Spike volare al
tappeto, scompostamente, mentre Angelus portava un secondo attacco,
tramortendolo, con un colpo preciso alla tempia.
Nella sua mente, al lavoro come
non mai, si iniziava a formare un quadro di insieme.
Angel non aveva il controllo del
suo demone. I suoi lineamenti erano mutati, la sua voce molto più ridente. Il
suo corpo appariva avvolto in movenze più feline e pericolose. Tutto in lui si
stava spostando verso una chiave di lettura più infida, equivoca. Il contrasto
luce-ombra sembrava perdersi in un’oscurità sinistra come il riflesso
dell’onice.
Spike aveva agito sulle sue
inquietudini, distaccandolo dalla realtà. La musica per disturbare l’udito,
l’assenza della vista… aggrappato ai sensi che maggiormente subivano l’influsso
demoniaco, il gusto, il tatto, l’olfatto, Angel doveva essere retrocesso, quasi
anestetizzato, innanzi alla forza dilagante di colui che un tempo era
conosciuto come Angelus.
Qualcosa di molto simile
all’effetto ottenuto con un calmante… si, certo, era già successo… wes aveva
raccontato ad entrambi quell’episodio.
In quel caso era bastato
attendere la fine dell’effetto del farmaco, ragionò Faith, afferrando un’arma
alle sue spalle, e scattando, in un invito alla lotta.
Ma qui?
Cosa dovevano fare?
“Credi veramente che bastino
una coppia di catene a fermarmi?” – lo provocò Angel, cercando di farlo voltare
– “credi che non mi renda realmente conto di quello che sta succedendo? Perché
ti ostini a restare bendato? Credevo non amassi la mutilazione…”
“Taci.. stai perdendo il tuo
tempo…”- rispose, con un cenno distratto della mano, immergendosi maggiormente
nel combattimento con Faith.
Spike girò la testa, vedendo
Angelus rispondere all’attacco della Cacciatrice. Faith aveva mirato alle
gambe, con l’intento di spezzargliele, di rendergli i movimenti difficoltosi.
E gli aveva dato il tempo di
spostarsi, rimettersi in piedi e compiere lo stesso terrificante gesto di
Angelus, nel riassestarsi la spalla. Con un risultato decisamente migliore di
quello ottenuto dal suo sire, troppo frettoloso, ma per niente impacciato da
quell’articolazione ancora innaturalmente collocata.
Combatteva con gusto e non per
la sua vita. Aveva su entrambi, il vantaggio di sapere che non l’avrebbero
ucciso. E la consapevolezza di non essere vincolato allo stesso modo.
“Puoi crederti libero.” –
urlò Angel, combattendo ancora la prigionia – “Ma non uscirai mai da quello
scantinato. Spike può provocarti, può combattere e può aver compiuto il
peggiore sbaglio della sua vita. Ma non ne farà un secondo, lasciandoti
libero.”
Angelus si voltò un sorriso
sardonico sui lineamenti.
“Non confidare nei suoi
sentimenti.” – aggiunse ancora, Angel – “Lui è un eroe… lui sa scegliere per il
bene…”
Angelus non li avrebbe
risparmiati.. e nulla garantiva che Angel riuscisse a fermarlo prima
dell’irreparabile.
Il solo pensiero che potesse
nuocere a Faith lo distrasse dalla preoccupazione della lotta interiore di Angel,
divenuta tanto forte da risucchiare la sua anima, nel profondo di quella realtà
parallela che Spike non stentava ad immaginare.
Una realtà in cui l’anima e il
demone, uno di fronte all’altro, in contatto con il reale, ma con percezioni
differenti, stavano combattendo per il predominio.
Unito da un filo di solidarietà,
dunque, con quell’anima martoriata ed ora in svantaggio, Spike colpì il loro
nemico comune, affiancando Faith nella lotta.
Il colpo di Spike si trasmise
con una violenta fiammata nel fianco. Angel si sentì indebolito, quasi il
livello fisico potesse ripercuotersi su quello spirituale… ma Angelus non battè
ciglio, nell’assaporare sadicamente il dolore che provava.
Il contatto con il corpo,
dunque, riflettè Angel, in preda ad un nuovo sospetto, è veramente la chiave…
Contrariamente a quanto si era
aspettato, Faith non negava il fatto che quello fosse Angelus. Non
un’esitazione, nulla.
“A differenza di quell’imbecille
di Spike.” – mormorò lei parando un colpo di risposta – “Io rivoglio indietro
Angel. E subito.”
“Sbagliato, bella mia…
sbagliato.” – Angelus aspirò il profumo inebriante dei suoi capelli,
spostandosi, guidato dal semplice fischio della spada in movimento – “Angel al
momento è… come si può dire… occupato…”
“Ma che meraviglia, questa
Cacciatrice…” – Angelus si voltò interrompendo i tentativi di Angel di
liberarsi – “tutto quel potenziale.. devo ammettere che sei in gamba, amico
mio…la tua anima si impegna a tenere a bada me, le paure di Faith…e nutre la
fiducia di Spike.
Già.. il nostro Spike ha
ragione. Sei il signore del castello… ma di un castello di carte. Nulla li
terrà, se tu non ci sarai…”
“Ti sbagli di grosso.” –
Angel strinse i bordi delle polsiere,
sentendo le schegge rugginose penetrargli nelle mani – “E non chiamarmi amico…
non lo siamo mai stati…”
Un nuovo colpo magistrale spedì
Angelus contro la parete, facendo crollare a terra tutto ciò che era appoggiato
sulle scaffalature. Oggetti di qualsiasi genere rotolarono per la stanza, rendendo ancora più pericoloso lo spazio di
lotta.
Faith approfittò del frastuono
per scambiare un’occhiata e poche parole con Spike.
“Hai un piano?” – domandò,
mentre il vampiro si massaggiava il braccio contuso.
“Nessuno.” – spiegò rapidamente
lui – “La mia esperienza consiglia di continuare a combatterci. Angel deve
riprendere il controllo.. noi possiamo solo aiutarlo…”
“Dimmi come.” – insistette
Faith, senza perdere di vista il vampiro bruno – “e soprattutto spiegami perché
non si leva la benda…”
“Non è privo di anima, e lo sa.
E l’anima predomina, sul coordinamento corporeo.
Se ci vedesse, si sentirebbe
vincolato al non ferirci…”
“Ne sei sicuro?”
“No. Ma non mi viene in mente
altro…” – concluse Spike, mentre Angelus tornava ad attaccarlo senza incertezza
alcuna.
“esatto, mio Spike, esatto.”-
Angelus applaudì, atterrando con un calcio al ginocchio il suo prigioniero –
“Ho sempre saputo che quel ragazzo mi poteva dare grandi soddisfazioni.
Dopotutto, io l’ho generato, io l’ho cresciuto…”
Angel rise, rispondendo all’
autocompiacimento del suo antagonista.
“Così fosse…” – replicò a
denti stretti – “Avresti dato vita alla tua condanna…”
Il combattimento li stava
assorbendo. Ma non c’era schermaglia verbale, ma solo colpi. Precisi e
violenti.
Angelus era temibile anche senza
l’uso di un senso. Come se potesse, effettivamente bastare il suo demone,
incrollabile.
Spike considerò questo fatto,
senza smettere di attaccare.
Quel silenzio serviva a cosa?
Perché Angelus, sempre così
loquace, non li stava provocando?
Avanti, lo incoraggiò
silenziosamente, non ti mancano i mezzi per ferirci.
Fallo, dannazione…
“Sei taciturno.” – lo schernì
Angel, sputando altro sangue e tornando a rialzarsi – “Ti stanno dando filo da
torcere, o sbaglio?”
“Non ho bisogno di parole. La
sola vista di te che combatti contro di loro li uccide.
Tu, mio caro, sei il mio
biglietto da visita.” – Angelus tornò a
voltargli le spalle – “E non preoccuparti.. stiamo per avere grandi
soddisfazioni…”
“E se fossimo noi, a togliergli
la benda?” – domandò ancora Faith, rotolando sul fianco e rialzandosi. Non
abbastanza in fretta, purtroppo.
Angelus la travolse, come un
treno in corsa , bloccandola con le braccia, usandola come scudo.
Afferrandole i capelli con la
mano libera.
E aspirando.

“Oh… William…” – rise – “E’
proprio destino, che io stringa donne con capelli bruni che sanno di te…”
Spike non rispose, guardandosi
intorno rapidamente.
“Avanti… rispondi.” – incalzò il
demone di Angel, senza allentare la presa, scendendo con le labbra lunga la
linea sottile del collo – “Potrei anche decidere di ampliare la famiglia…”
“Io appartengo alla famiglia di
Angel…” – ringhiò lei, piantandogli le unghie nel braccio.
Si sentiva soffocare, in quella
morsa.
“E pensi che ci sia differenza?”
– la voce di Angelus era dolce e appena sussurrata. Gli occhi, sotto la seta,
cercavano istintivamente in direzione di Spike – “Guarda Spike.. si allude di
appartenere alla luce. Ma Angel non è luce.. Angel è un mio pallido riflesso….
È me che segui, quando siamo di
ronda.. non lui….
È con me che dividi l’ebbrezza
della battaglia.”
“Stai mentendo.” – ansimò la
Cacciatrice, mentre dietro le palpebre iniziavano ad apparire macchie colorate.
La pressione stava aumentando – “Angel…”
“No, no, mia cara. Diglielo anche
tu, William.. dille la verità. Tu appartieni a me.. non hai mai smesso di
cercare me….”
“Tu mi hai ucciso.” – replicò il
vampiro, mentre la bocca gli si inarcava in un sorriso di scherno. Se solo
Faith avesse aperto gli occhi…. – “Ma questo non ha mai fatto di me una cosa
tua… se mai.. il contrario…”
Angel afferrò un’ultima volta la catena e tirò,
sradicandola dal muro.
Con una rotazione rapida,
usando il moncone come una morningstar, colpì Angelus in volto. Un braccio
libero non era abbastanza… ed Angel, ignorando il dolore della spalla lussata,
sapendolo irrazionale, si tese, per liberarsi del tutto.
“Ah, William, ancora con questa
storia.” – Angelus rise, scendendo delicatamente ad afferrare uno dei seni di
Faith – “I tuoi capricci da giocattolo trascurato…l’anima eccelsa, che nessuno
può comprendere… non sei un po’ cresciuto per continuare a inventarti mondi che
non esistono?”
“Io non ho bisogno di inventarmi
mondi…” – ribattè, avanzando di un passo – “A differenza di te, io ne posseggo
uno…
senza il bisogno di chiudere gli
occhi…”
Angelus barcollò, per la
rabbia e la sorpresa.
La catena che Angel faceva
girare rapidamente sopra la testa fischiava, irritandolo.
“Credi che basterà così poco,
a mantenermi lontano?” – ringhiò, asciugando un rivolo di sangue sulle labbra –
“Quattro anelli arrugginiti non ti salveranno. Quando avrò finito con te, non
ci sarà più alcuna lotta…”
con lentezza, cercando di
resistere alla mancanza di ossigeno, Faith aprì gli occhi.
Di fronte a lei, Spike manteneva
lo sguardo fisso.
L’ultima frase era stata un
segnale.
Spike voleva essere visto.
Voleva che Faith sfruttasse il
vantaggio che poteva avere sul suo carnefice, impegnato in un viaggio
immaginario di polpastrelli e parole lungo il suo corpo.
Gli occhi di Spike, ignorando la
propria bocca che ancora ribatteva prontamente alle provocazioni, le
comunicarono il piano, finalmente ideato.
Le dissero di pazientare, di
usare il corpo come un’ arma. Il suo respiro, il suo battito…
E Faith con un semplice battito
di ciglia, gli comunicò la sua approvazione.
Angel percepì il suono della
catena che si scardinava prima ancora di riacquistare la sensibilità completa
al braccio libero.

Senza attendere altro, si
avventò su Angelus, atterrandolo e colpendolo.
Trovandosi nuovamente in
lotta con se stesso.
Con la malsana sensazione di
avere tra le braccia una vita condannata a spegnersi.
Faith sussultò, quando il
bicipite di Angelus le premette più deciso sulla trachea.
Per un attimo aveva avuta
l’impressione che la presa si fosse allentata, quasi Angelus avesse… esitato.
Riaprì gli occhi, sperando che
l’istinto di Spike, lo stesso che li aveva infilati in questo casino, entrasse
in funzione.
“Non sei stanco di continuare
a combattere?” – rise Angelus, sotto i suoi colpi – “Non fai altro, sempre e
comunque… pugni, risse da bar.. Ti sei ridotto a fronteggiarmi con questi
metodi rozzi. Non hai più armi, stupido, non puoi vincermi.
Non hai prevaricato su tuo
padre, fino a quando non sono arrivato io…
Non hai fatto nulla, nella
tua vita, senza di me…
Rassegnati… senza di me non
sei nulla…
E non potrai mai, vincere…”
“Sono stanco di dirti che ti
stai sbagliando.” - urlò Angel, quasi fuori controllo – “Stanco di ricordare,
stanco di farmi una ragione di ciò che succede. Ma una cosa posso garantirtela,
Angelus… che siano pugni o armi, la nostra lotta non finirà mai con te
vincitore.
E non importa se avrò forza…
oppure se non avrò più buoni motivi.
Questo conto resterà aperto
fino a quando entrambi avremo vita…”
Non accadeva nulla. Spike
immobile, si morse le labbra.
Prima di fare ancora un passo,
verso di loro.
“Muoviti ancora…” – ansimò
Angelus – “E lei, se è fortunata, sarà morta prima che tu te ne accorga.”
“E se non lo sono?” – domandò
Faith, con un filo di voce.
“Cosa, amore?”
“Se non sono fortunata?” – rise
lei, roca.
“Allora, cara la mia bimba…
Spike assisterà a uno spettacolo interessante.”
“E tu osi chiamarla vita..
questa esistenza senza sapore, senza ebbrezza. Dove hai perso la nostra
passione, quando hai scordato quello che si prova ad uccidere.”- Angelus
l’aveva spinto contro il muro, parando i suoi ripetuti colpi – “Devi arrenderti
alla tua natura.
sei un debole.”
Spike strinse i pugni,
trattenendosi dall’aggredirlo. Angelus giocava con la respirazione della
ragazza, permettendole di inalare quanto bastava da mantenerla viva.
E ancora non accadeva nulla.
Maledizione, Angel… fa’
qualcosa..
Non è tua abitudine, rimediare
ai casini che combino?
“Lo sarai sempre.
Smetti
Di
combattere.”
L’aveva detto scandendo le
parole, accompagnandole ai colpi.
Ed Angel ripiegato su se
stesso, con la fastidiosa sensazione di non riuscire a respirare, sentì le
lacrime salirgli agli occhi.
Stava… perdendo…
La fascia rossa di Cordelia che
copriva gli occhi di Angel, aveva cambiato tonalità.
Spike strinse gli occhi,
cercando di capire.
Prima di fare un passo, quasi in
preda all’esultanza.
“Allora, Angelus.” – rise – “Chi
è il signore del castello?”
Angelus si rialzò, fissando
il suo avversario, abbandonato ai suoi piedi.
Un essere fragile, coperto di
sangue.
Sangue senza aroma e senza
intensità.
Ma pur sempre del colore
della vittoria.
“Avresti dovuto arrenderti..
non potevi che guadagnarci…”
Si voltò, allontanandosi di qualche
passo, ravviando le maniche della camicia con fare aristocratico. Ignorando,
certo del suo predominio, il sussulto di quelle dita spezzate.
“Mi sembra che sia chiaro…” –
ribattè il vampiro, accarezzando il
labbro inferiore di Faith – “Ho qualche idea purtroppo irrealizzabile per
questa bambina… ma sto ancora conducendo il gioco…”
“Io non ne sarei così sicuro.” –
Spike si infilò le mani in tasca e avanzò ancora di un passo – “E adesso,
perdona la mia scortesia, voglio parlare con Angel.”
“Impossibile.”
“Angel, so benissimo che puoi
sentirmi….”
“Sei uno sciocco, William….”
“E’ ora di smettere con questa
lotta. Sappiamo entrambi chi è il più forte. Sappiamo benissimo quanto vali.”
“Sciocco…”
“Io e Faith ci fidiamo di te.” –
ancora un passo – “Io e Faith non vogliamo perderti….”
“Ma sentitelo, che cuoricino
tenero…”
“Avevi ragione.” – mormorò.
Ancora un passo – “Sono in gamba a complicare tutto. Non so farmi gli affari
miei e il mondo non è poi questa grande
perfezione. Hai sempre ragione, Angel, anche se mi piace troppo contraddirti.
Ma al mondo, senza il poterti
irritare, io sono ben poco.”
Spike avanzava, senza smettere
di parlare. Di parlare con Angel anche se era Angelus a rispondergli, con nuovo
veleno e nuova ilarità.
“Non sei tu, la mia famiglia,
Angelus.” – ringhiò, fermandosi, a meno di un metro – “Io ti disprezzo… perché
non avrai mai la forza di Angel.”
“Il tuo Angel se ne è andato.” –
gridò il vampiro, strattonando la ragazza, facendola gemere – “e questa volta per
sempre, senza maledizione. Si è arreso.”
“Ti sbagli.” – il sorriso di
Spike brillò, quasi sinistro – “Perché così fosse… tu non staresti piangendo.”
Un suono obbligò Angelus a
voltarsi.
Di fronte, a meno di un
passo, era in piedi Angel.
Immobile.
Insanguinato.
Con occhi di fiamma.
Ed ora era lui, a
sovrastarlo.
“Menti.”
Era un suono basso e gutturale,
furente.
Faith fissò Spike e la speranza
di cui riluceva. E si mosse, cercando uno spiraglio per divincolarsi.
Decidendo di agire d’astuzia, di
interrompere quell’attesa e quella sopportazione che Spike le aveva
consigliato, con lo sguardo.
“No.” – sussurrò – “non sta
mentendo. Angel ha vinto, non c’è bisogno di essere un vampiro per saperlo.
Solo tu, non te ne sei reso conto…”
“E come?” - Replicò il vampiro,
accostandosi alla sua pelle, con ira – “sono qui, ancora. Sono un vampiro, un
demone, non sono un complessato debole, con manie di onnipotenza. Sono
Angelus.”
“Ti sbagli.” – Spike si mosse,
leggermente in diagonale – “Tu sei Angel…”
Lo sei da quando il cuore di
Faith si è appoggiato al tuo.
Faith non sarà mai solo mia.
Quel cuore batte per entrambi.
Batte per me.
E batte per te, indicando la
strada.
Nell’attimo in cui i colpi di
Angelus erano cessati, Angel aveva avuto l’impressione che il mondo non
esistesse più.
Il profumo dell’aria, il
dolore del suo corpo reale, la voce di Spike si erano affievoliti e
allontanati. Non c’era più nulla a contrastare quell’oscurità.
Angel provò il desiderio di
rannicchiarsi, di svanire al centro di una posizione fetale eterna.
Chiuse gli occhi, sopraffatto
dal dolore delle ferite, dei ripetuti colpi che continuava a sentire, anche se
Angelus, ormai padrone indiscusso, si stava allontanando.
Poi… dolcemente.. come passi
di corsa, sentì una nuova percezione raggiungerlo.
Un rumore forte, sicuro.
E vi si aggrappò, scotendosi
dal torpore.
Lacrime… per uno sforzo
superiore ad ogni energia.. per un dolore che non conosceva forma. Lacrime, per
il passato di sangue e il futuro di lotta.
Lacrime di forza, cocenti e
fredde.
Non gli importava da dove
provenisse. Il suo essere si proiettò verso quel suono, verso quel rombo che
scacciava le nuvole con la sua minaccia di tempesta.
Quel suono forte.. dal sapore
di pioggia.
Un suono che nasceva
dall’oscurità….
Un suono capace di fargli
posare i palmi aperti a terra, nell’issarsi nuovamente in piedi.
È questo il piano.
L’amore.
Ancora una volta, non è servito
nient’altro.
Angelus attraversò la stanza,
sbattendo contro il muro con violenza inaudita.
Ed Angel fu subito sopra di
lui, a colpirlo, a rendergli il dovuto.
“Dov’è dunque, la debolezza?”
– replicò, alzando il pugno reso
vischioso dal sangue.
Dal sangue di entrambi –
“dove, Angelus? Non vedo debolezza tra noi.”
Si bloccò, rialzandosi.
Allargando le braccia e sorridendo al suo demone.
“Tra noi non finirà mai.” –
disse, con un sorriso, mente le catene tornavano a imprigionare Angelus.
Quando il braccio si allentò Faith
barcollò in avanti e Spike la prese al volo.
“Angelus mi ha lasciata andare.”
– ansimò, stupidamente, posandosi una mano sulla gola e tossendo.
“Non Angelus.. ma Angel.” –
sussurrò Spike, sorreggendola per la vita e baciandole il viso, in preda ad un
sollievo senza confini, nel guardare, con apprensione, il suo sire scivolare in
ginocchio.
E poi a terra, riverso.
Angelus era in catene… ed
ora, l’ombra lo stava inghiottendo.
Nascondendolo.
Celandolo, senza che la sua
presenza svanisse del tutto…
A presto, amico mio…
***
L’abbraccio dei due giovani si
interruppe, repentinamente.
Faith corse verso gli
interruttori, armeggiando, per fare più luce.
Avevano combattuto in una
penombra soffusa, senza quasi rendersene conto. Spike era già chino su Angel,
quando lo raggiunse.
L’aveva afferrato per le spalle
e voltato, dolcemente. Ed ora, sorreggendogli la testa con un mano, stava
provando a snodare la benda.
“Faccio io.” – sussurrò lei,
armeggiando con il nodo – “Due mani sono meglio di una…”
Il nodo oppose resistenza, sotto
le sue dita, dandole il tempo di fissare quei lineamenti e la ferita, alla base
del collo. La fascia, dapprima di un color carminio era mutata di tonalità,
macchiandosi. Quelle stesse lacrime che avevano imbevuto la stoffa, gli
rigavano ancora le guance, rendendogli la pelle lucida.
La mano di Spike, dietro la
nuca, era ferma, anche se il vampiro biondo appariva scosso. Quasi solo ora si
stesse finalmente rendendosi conto dell’accaduto.
Faith lo vide deglutire, con la
coda dell’occhio, mentre accompagnava i suoi gesti, nel riutilizzare quella
striscia di stoffa per tamponargli la ferita.
Il volto di Angel era nuovamente
umano. Una profonda riga verticale gli segnava la fronte, quasi i pensieri lo
stessero facendo impazzire. Spike non diceva nulla, passandogli una mano sulla
spalla nuovamente slogata, e lo sguardo di Faith correva da uno all’altro, in
attesa che Angel aprisse gli occhi.
Con lentezza impressionante,
Angel si mosse, piegando leggermente la gamba, puntandosi con un piede.
Distendendo una mano a terra, quasi a caccia di un contatto con un reale
concreto che non era più così scontato. Il movimento lo fece ruotare appena, in
direzione di Spike che, concentrato in se stesso, percepiva finalmente che il
dissidio si era attenuato. Angel stava vivendo un momento di pace, uno dei
pochi concessi.
Il suo viso, la sua espressione,
le ultime lacrime che si stavano asciugando tradivano la lotta immane che
doveva essere stata. Un pallido riflesso di quella esteriore, condotta con lui
e la Cacciatrice.
“Io sono un paladino.” –
sussurrò, cogliendoli di sorpresa. Immobile, un braccio innaturalmente lungo il
fianco. Pallido ed esanime come non
mai.
“Oh, lo so.” – rise Spike,
divertito, premendogli una mano sul morso che andava rapidamente rimarginandosi.
Lo so…
Ne dubitavi, forse?
“William.” – lo sentì mormorare,
d’un tratto, con una voce che le parve venire da lontano.

“Dimmi…” – rispose il vampiro
biondo, con una leggerezza studiata, che non tradiva la sua espressione
intensa.
“Che cazzo ti è saltato in
testa?”
Con movimento forzato, Angel
ruotò la testa verso di lui. Fino a sentire, per casualità, la sua mano. Una
mano che, dopo una leggera esitazione, gli si posò su uno zigomo.
“Guardami, Angel.” – ordinò
Spike, costringendolo ad aprire gli occhi. Incontrandoli, calmi e lucidi.
Sorridendogli, quando comprese che la vista gli si stava snebbiando – “Ti
sembra questo il modo di parlarmi?”
Angel lo fissò, mentre emergeva
dalla luce abbagliante del neon alle sue spalle.
E la sua vista si confuse,
ancora un attimo.
Battendo ripetutamente le
ciglia, Angel ebbe l’impressione che un altro volto si sovrapponesse a quello
dell’amico.
Occhi chiari, capelli biondi, la
stessa bocca irriverente.. lo stesso… sorriso triste.
Ma se hanno
staccate le teste i cuori non ebber domati;
Furono più che valenti: da morti restano sempre guerrieri.
La mente di Angel, sollevata
dalla fine della battaglia, si librò libera, per un solo istante, prima di
sprofondare nuovamente nel proprio corpo pieno di dolori e nelle prime
indispensabili parole.
“Voglio sapere che cosa ti è
venuto in mente, prima di romperti tutte le ossa.” – scherzò, cercando di
sembrare tranquillo, tremendamente normale. Ancora sdraiato a terra, con un
dolore pulsante a tutto il corpo, con l’anima lacerata da quella guerra che non
conosceva fine, respirava la presenza di quei due come un balsamo.
I suoi ragazzi…
I suoi adorati ragazzi…
“Ti posso garantire, Angel, che
dopo questa nottata, le romperò io le sue ossa…”
La voce di Faith lo percorse
come una scossa. Era roca, come chi ha troppo gridato, chi sa bene cosa
significa restare senz’aria. Si voltò verso di lei, cercando di mettersi
seduto.
“Stai fermo.” – replicò, brusco,
Spike – “Hai una clavicola lussata.”
“E allora sistemala.” – ribattè
Angel, battendo la nuca sul pavimento – “Sai come si fa, no?”
“Sicuro?”
“Fallo e basta.” – ansimò Angel,
chiudendo gli occhi. Il sudore gli inumidiva il labbro superiore, con piccole
gocce.
Spike, senza particolari scrupoli,
fece scattare l’articolazione, con un suono secco provocato dalle ossa
sfreganti una sull’altra. Ed Angel, ancora indebolito dal conflitto, non riuscì
a reprimere un gemito, mentre i suoi lineamenti mutavano involontariamente.
Per qualche secondo, tornando
normali al contatto di un paio di mani che gli si posarono sulle guance.
“Ehi.” – lo chiamò Faith,
guardando le iridi cambiare colore e tornare brune – “Resta qui con noi…”

Angel la guardò, disorientato,
prima di sorriderle. Timidamente, quasi ci fosse sempre un motivo per sperare
in un perdono.
Così sperso, indifeso, che
Faith si concesse il piacere di
accarezzargli uno zigomo, dolcemente, con il dorso della mano, mentre Spike gli
piegava, con cura, il braccio sul torace.
Prima di scostarsi appena, e
sentire una di quelle mani eternamente fresche e forti afferrarle le dita.
“Ti devo delle scuse, Faithy.” –
mormorò, guardandola, fissando il segno violaceo che le si stava formando sulla
gola. Protendendo le dita, per sfiorare quel livido, peggiore di ogni cicatrice
spirituale – “Perdonami…”
“E di cosa...” – scherzò lei,
lottando contro un’improvvisa emozione – “Potevo liberarmi senza nessuna
fatica… ma servivo lì…”
Già, pensò, carezzandogli il
petto con una mano, sfiorando il suo battito.
Servivo qui.. ancora una volta,
sopra il tuo cuore…
“Mi spiace interrompere il
vostro idillio.” - commentò Spike afferrando Angel e mettendolo seduto.
Sostenendolo, mentre questo borbottava, contro la spalla dolente – “Ma
consiglierei di darci una sistemata e andare a dormire. Opinioni contrarie?”
“La mia.” – borbottò Angel,
accettando tutto quell’aiuto mal coordinato – “Mi devi ancora una spiegazione…”
Angel si rassegnò a metà della
scala a non avere risposta.
Quei due, strattonandolo e
portandolo quasi di peso, non lo degnavano di attenzione.
Troppo impegnati a corrergli
intorno, come due ragazzini intorno all’albero.
Faith aveva segni violacei sulle
braccia e sul collo, fino alla vita, come se una morsa l’avesse compressa senza
misericordia. E, per quanto ostentasse sicurezza, portava negli occhi
l’umiliazione che le mani di Angelus dovevano averle fatto provare, sporcando
tutto quello che in loro era sempre stato un contatto pulito.
Spike, d’altro canto, stava
nuovamente collezionando tagli e abrasioni.
Angelus lo aveva letteralmente
scarnificato, all’altezza del cuore, coronando quel segno di possesso con colpi
violenti.
“Se mi dici che ho il claddagh
tatuato sugli addominali.” – commentò Spike, all’ennesima occhiata contrita di
Angel – “Ti farò veramente male…”
“se vuoi farmi veramente male.”
– replicò Angel, da sdraiato sul divano – “Sfondi una porta aperta…”
Spike lo fissò, divertito,
finendo di infilarsi un maglione. Faith li aveva medicati entrambi, demolendoli
a colpi di ironia. Ed ora stava tornando, con due bicchieri da bibita, colmi
fino all’orlo di un liquido che certamente non era vino.
“Adesso sfamatevi e parlate.” –
ordinò, porgendo ad entrambi il proprio – “Io mi vado a cambiare.”
“Sei arrabbiata, cacciatrice?” –
la provocò blandamente Spike, facendo ruotare il contenuto del bicchiere.
“Quel tanto che basta e solo con te.” – replicò, fissandolo storto –
“Angel, ti serve ancora qualcosa?”
“nulla, grazie.” – Angel la
guardò, avvilito. Si sarebbe volentieri alzato, in imbarazzo, per poi
inginocchiarsi a implorare perdono. Ma non aveva il controllo di un singolo
muscolo.
Angelus li aveva conciati per le
feste.. ma anche loro due non dovevano averlo trattato come un pezzo di
cristalleria.
Angel ricordava il combattimento,
come un episodio sfuocato. Nitido per alcune parole, per alcuni movimenti. Per
il dolore e per l’atroce senso di impotenza.
Ma sapeva di non essere stato
realmente presente. Almeno, non del tutto…
“Allora, buonanotte.” – concluse
Faith, concedendo un mezzo sorriso ad entrambi, prima di andarsene.
Spike bevve un sorso, restando
in piedi, una mano infilata in tasca.
Allora, come ti senti?
“Come, scusa?” – Angel alzò gli
occhi verso di lui. Aspettandosi una battuta pungente.
Guardandolo scuotere la testa e
sedersi, sul bordo del divano, tenendo il bicchiere tra le mani.
“Ti ho solo chiesto come stai.”
– ripetè, mentre l’altro si spostava appena, per fargli spazio. Allungando un
braccio sopra Angel, per puntellarsi allo schienale.
“sinceramente.” – rispose il
vampiro, aderendo con il braccio dolorante al ginocchio dell’altro – “Non so
cosa rispondere. Malissimo. Si, forse mi sento malissimo…”
“la cosa non mi stupisce.” –
commentò, spietato, Spike – “Ti sei preso una mano di botte…ma non mi riferivo
a questo…”
“Senti il demone sotto
controllo?” – insistette, andando al sodo – “E’ almeno servito a qualcosa?”
Angel rimase in silenzio,
fissando il sangue che non aveva ancora toccato. La sola idea di berlo, in
questo momento, gli dava nausea.
Per la prima volta, da giorni,
il corpo pareva unicamente suo, arreso alla stanchezza umana, privo di quella
pulsione inquieta che l’aveva fino ad allora divorato.
“E’ come sopito…” – sussurrò, a
se stesso – “Ma non so per quanto…”
“Non esiste nulla, che duri
abbastanza.” – replicò Spike, intuendo, e sfilandogli il bicchiere dalle mani e
voltandosi, per posarlo sul tavolino – “ma direi che adesso le cose sono almeno
al loro posto…. non sei più così confuso…”
Spike aveva addosso il suo
odore.. ed Angel, sotto i fiumi di disinfettante sprecato che Faith gli aveva
spalmato indosso, sentiva ancora l’odore di Spike.
Quello scambio di sangue, quel
morso con cui si erano reciprocamente marchiati, gli correva ancora sottopelle,
come un antico legame rinsaldato.
Anche Spike doveva sentirlo. Il
suo sguardo si era perso, scivolando lungo i mobili della stanza, quasi in
attesa di una frase, di una risposta. Angel lo fissò, mentre beveva un altro
sorso. Tornando alla carica con i suoi quesiti.
“Mi vuoi spiegare cosa hai
fatto?” – domandò, rompendo il silenzio. Sentendosi prontamente in colpa. Se
c’era uno che aveva fatto qualcosa.. bhe, non era certamente Spike.
“Per l’esattezza ho fatto fare
tilt al tuo demone.” – spiegò il vampiro, allegramente – “voleva avere il
controllo e ho fatto in modo che lo avesse.”
“Credevo sapessi che con certe
cose non si gioca…”
“certo, papà. Lo so benissimo.”
– ribattè – “Ma voglio finire la mia spiegazione prima dei commenti. Il tuo
demone ha preso il sopravvento, cosa che doveva accadere ormai da giorni. E,
nelle condizioni migliori per lui, hai vinto comunque tu.
Questo non ti dice nulla?”
“che siamo stati fortunati?”
“No. Che non stavo mentendo
quando ho detto che, tra i due, sei tu quello forte. Hai vinto Angel… forse con
un metodo tra i meno ortodossi… ma in una situazione in cui potevi perdere.” –
Spike inclinò la testa, in uno dei suoi
modi più tipici – “Non credere che mi sia piaciuto farti questo. Ma era
quello che avevi bisogno. Una bella scossa.”
“Potevo fare del male a Faith.”
– e a te. Ma non lo disse, guardandolo dritto in faccia.
“Non te lo avrei permesso,
Angel.” – replicò Spike, improvvisamente serio – “eppure dovevo rischiare. È
stato il battito di Faith a riportarti indietro. Angelus poteva mantenerti
distaccato dal reale, plagiarti. Ma non
ci sarebbe mai riuscito del tutto, se solo tu fosse venuto in contatto con lei.
Il contatto, Angel, è stato quello che ti ha salvato.
Il valore che dai ora ad una
vita tra le braccia è molto diverso da quello che possedevi…”
Il corpo di Faith era la via per
la salvezza.
Era l’amore, dentro la forza.
“Ti sei fermato già una volta,
con Buffy morente tra le braccia. Potevi farlo nuovamente, per Faith.” –
spiegò, con semplicità – “Se lei non fosse arrivata.. probabilmente avremmo
avuto i nostri problemi.”
“Mi avresti fermato.” – rispose
Angel.
“Non esserne così certo.” -
Spike buttò un’occhiata incurante al suo bicchiere quasi vuoto – “Non sono io
quello forte tra i due…”
“Ti stai sottovalutando,
William.” – Angel lo fissò, cercando di puntellarsi su un gomito – “Avresti
potuto cedere anche tu, oggi. Angelus aveva i mezzi per convincerti. Se non ti
sei lasciato andare, non è stato perché non ha fatto in tempo ad attuare i suoi
piani…. Ti sei difeso…”
Spike sorrise. Senza rispondere.
Era una discussione persa in partenza. Angel poteva anche essere uno spirito
complicato in cui le contraddizioni si sommavano alle scelte per forza…Ma, nel
suo intimo, restava un mulo testardo.
Tutto da contraddire.
Ma non in quel frangente. Spike
si sentiva stanco, spossato da quella notte di contrasto.
Stanco, come gli accadeva
talvolta, di combattere con cose destinate a seguire il loro corso.
La vita, come la morte, con le
sue regole e le sue regole non mutabili.
Vivere…
Morire…
Le scarse speranze di vittoria…
E le volte in cui, senza
possibilità di uscita, le verità pesavano come condanne. E, nei ricordi,
sanguinavano ancora.
“Se la pensi così, promettimi
solo una cosa.” – sospirò, chiudendo l’argomento e alzandosi – “Promettimi
che, la prossima volta, quando ti mancherà la forza… prenderai la mia…
senza aspettare che sia troppo tardi…”

[VI]
Doyle rientrò, cercando di non
far rumore. Gettò la giacca sul divano,
controllando se, per caso, avessero già consegnato il giornale.
Erano le sei passate.
Il sole era già sorto da un
pezzo.
Doyle sfogliò la posta,
dimenticata dal giorno prima e si buttò un’occhiata distratta intorno, prima
che i suoi senso demoniaci fossero colpiti.
Odore di rabbia.. battaglia…
sangue…
Aggrottò la fronte, facendo un
passo in direzione della scala. Giusto in tempo per veder apparire Spike e
guardarlo.
“Tranquillo.” – replicò il
vampiro, con un cenno distratto che mise in risalto i tagli sulle braccia e il
livido che aveva sul collo – “Tutto ok. Buonanotte.”
Non gli andava di raccontare.
Entrò in camera senza accendere la luce e si arrampicò sul letto, dal fondo.
Finendo dritto nelle braccia di
Faith.
“Mmm… bell’idea Cacciatrice…” –
borbottò, strofinandole il naso sul collo, perfettamente appagato.
Finendo investito dal cono di
luce della lampada, improvvisamente accesa.
“Dobbiamo parlare.” – replicò,
implacabile, la ragazza, sedendosi.
“No, ti prego.” – Spike
sprofondò il viso nel copriletto – “Non anche tu… ho appena schivato Doyle…”
“Quello che gli hai fatto non ha
nome per essere definito.”
“Quello che ho fatto se lo stava
già facendo da solo.” – replicò lui, sedendosi e appoggiandosi al testile del
letto – “Io ho solo ficcato il naso.”
“Certo, una vera soluzione
geniale.”
“Poteva accadere in ogni
momento. Poteva succedere durante un’azione, o parlando, come se niente fosse!
poteva succedere anche stasera, contro quel suo pregiato spadaccino!” – Spike
stava iniziando a sentire il nervoso – “Io mi sono premurato di esserci.. e di
creare un momento in cui poteva accadere.”
“Poteva ucciderti.” – replicò
lei, con un filo di voce. La gola le doleva, ricordandole a ogni respiro, il
pericolo corso. Protese la mano, abbassandogli il collo del maglione, fino a
portare in vista il segno del morso - “Quando sono arrivata, eravate entrambi
fuori di testa…”
“Lo so.” – Spike annuì,
perdendosi un istante nei ricordi – “Era un rischio che sapevo di correre.
Vedi, Faith, Angel ha bisogno del mio aiuto, ogni tanto. Eppure non me lo dice.
Non riesce a spiegarmi come stargli vicino.. figurati se mi permette di
intromettermi nella lotta con il suo demone…”
“E così hai deciso di prenderti
da solo questo diritto? Mi sembra una spiegazione sciocca…”
“Ma non lo è.” – Spike le
accarezzò i capelli, posandole una mano sul collo – “Io non so se puoi veramente
accettare quello che sto per dirti. Ma io so cosa si prova ad avere un demone
dentro. Lo so bene quanto Angel. Ed ho i miei modi per sfogarmi, per fermarlo
e, perché no, anche lasciarlo libero. Sono sceso a compromessi con me stesso
molto più di quanto non immagini.
Ma Angel non può farlo.
La sua lotta è continua, non
conosce tregua. Combatte, minuto dopo minuto, sempre con la stessa forza e
sempre con la stessa posta in gioco.
Io so cosa significa avere un attimo
di quiete.. ma ad Angel non è mai concesso…”
“Quindi il dolore che gli
abbiamo provocato stasera era necessario a dargli un attimo di pace?” –
domandò, amareggiata.
“Anche se ti può sembrare
paradossale, si. È così.” – Spike abbassò lo sguardo, domandandosi dove poteva
trovare le parole giuste. Tornando a fissarla – “Mi spiace, non ho saputo
inventarmi di meglio.”
Faith sospirò rassegnata,
tornando a sdraiarsi e abbracciandolo, mentre la raggiungeva.
“Sei impossibile, vampiro.” –
borbottò, giocherellando con i suoi capelli corti e godendo del peso del suo
corpo indosso.
“Fa parte del mio personaggio.”
– commentò lui, desiderando addormentarsi.. e non svegliarsi più.
Tutta l’eternità in
quell’abbraccio…
Ed un sonno che tardava a
giungere.
Rimasero così, sdraiati, ognuno
immerso nei suoi pensieri.
Gli occhi socchiusi e i nervi
ancora tesi, in attesa di un segnale.
Tutta una vita al limitare di un
campo di battaglia li aveva resi insofferenti, pronti ad abbandonare tutto e
alzarsi.
Verso nuove mete.
Contro nuovi pericoli.
Le mani di Faith percorrevano
pensosamente le braccia di Spike. I suoi occhi, aperti, fissi nell’oscurità,
non vedevano altro che i fotogrammi di quella lotta.
“Non riesci a dormire?” –
domandò lui, senza aprire nemmeno gli occhi.
“Già.. e direi che non ti ho
nemmeno svegliato.”
“Infatti.” – Spike rotolò sulla
schiena e si girò verso di lei – “Ho parecchie cose che mi girano per la
testa.”
“Tipo?”
“Ricordi, pensieri…” – rispose,
svagato, il vampiro – “Io e Angelus non ci parlavamo da parecchio tempo.”
“E’ veramente così netta la
demarcazione?” – domandò Faith, scivolando tra le sue braccia e baciandolo. La
frase di Angelus, riguardo alla lotta le rimbombava ancora in testa.
“Abbastanza.” – replicò lui,
ricambiando quel contatto – “Quando c’è Angelus, cambia tutto in lui. Le
parole, le percezioni… può sembrare Angel.. ma non lo è…”
“E viceversa.” – replicò Faith –
“Eppure ci sono volte in cui Angel combatte con il demone.”
“Certamente. Ma è presente.
Combatte mantenendolo sotto controllo, bloccandone le pulsioni. Per quanto sia
forte, o impressionante, il demone di Angel non è mai libero.”
“Se lo fosse.. sarebbe come
stasera?”
il buio non li celava realmente
uno all’altro. Forse, entrambi, in quell’attimo, si illusero di non potersi
vedere. Di essere solo voci e non immagini.
“No, piccola.” – sussurrò,
stringendola – “Non come stasera… molto, molto peggio…”
promettimi che se mai un giorno
dovesse accadere, starai attenta ai suoi inganni.
E sarai consapevole, che la
malvagità non ha limiti…
Io… te lo prometto… Spike…
***
Il giorno, celato fuori da
quelle quattro mura, accompagnò le loro parole.
Il sole sorse, come ogni giorno,
senza che nessuno si sorprendesse.
E Spike e Faith celebrarono
quell’evento, seguitando a parlarsi, nell’ombra di una stanza tiepida.
Ignari.
Ignari di Edward.
Ignari del sonno profondo in cui
Angel si riposava, ancora sdraiato sul divano. E dell’amore sotto il loro
pavimento, di Doyle e Cordelia.
Lontani, per riuscire solo a
immaginare Wes, ancora al volante su una strada battuta dal vento della costa…
e Methos, impegnato in un’eterna intercontinentale, fuso orario permettendo.
Solo loro.
E la luce, dietro le imposte
chiuse.
“Per cui.” – commentò, d’un
tratto il vampiro – “Mi stai dicendo che tu lo trovavi affascinante?”
“Certo.” – Faith annuì,
serissima – “Un gran bel pezzo di figliolo.”
E Spike, come se si fosse
scottato, si scostò, intrecciando le braccia dietro la nuca.
“Inammissibile.” – borbottò,
seccato – “Già lo odiavo.. ma adesso…”
“E dimmi.” – domandò
maliziosamente la ragazza – “lo odi perché io lo trovo bello o perché Angel lo
trova nobile?”
Da un argomento all’altro, erano
tornati a discutere dello sconosciuto. Il ragazzo biondo senza nome che Faith
aveva visto a casa di Methos e, con buone probabilità, lo stesso che Angel
aveva, se così si poteva dire, battuto a scherma.
“Tu ed Angel potete decantarlo
finchè volete.” – replicò il vampiro, ignorando la domanda – “Ma per me resta
il vigliacco che non mi ha guardato nemmeno in viso mentre mi accoltellava. Non
mi importa se ha gli occhi luminosi o il senso dell’onore. È un bastardo.”
“Non hai risposto alla domanda.”
“Non aveva i requisiti per
essere degna di una risposta.” – ribattè implacabile.
“Dici così perché non sai cosa
rispondere..” – Faith si mordicchiò un labbro, con aria maliziosa – “Sei
geloso…”
“Io g…” – Spike alzò gli occhi
al cielo – “Ma fammi il favore! E di cosa dovrei essere geloso?”
“Quel tipo piace a tutti tranne
che a te…”
“E allora? Sanno tutti che io sono
molto più intuitivo di tutti voi messi insieme. Quel tipo non mi piace, fine
della questione.”
“Come vuoi.” – sospirò lei,
alzandosi. E sentendosi afferrare per un polso e strattonare.
“Dove stai andando?” – Spike la
cinse con entrambe le braccia, portandosela contro il petto.
“Mi sono stufata di stare a
letto. Se non ho sonno, è inutile insistere.” – ribattè lei, inarcando la testa
quel tanto che bastava per vederlo – “vado a fare colazione. Dormi.”
“Vengo anch’io.”
“No, Spike.” – Faith scese dal
letto, iniziando a infilarsi i jeans – “Tu dormi. E senza far storie.”
“Perché?”
“Spiacente, la domanda non ha
requisiti degni per meritarsi una risposta.” – tagliò corto lei, sporgendosi
sul letto e baciandolo – “E ora dormi.”
Spike non si sarebbe alzato.
Di questo era certa.
Avrebbe poltrito ancora qualche
minuto, indeciso sul da farsi.
E poi sarebbe semplicemente
crollato.
Il minimo che poteva succedere,
dopo una nottata del genere.
La caccia, la lotta, l’accoltellamento, le discussioni, di
nuovo la lotta… Faith abbinò un’avventura di Spike a ogni gradino che scese.
E scoprì, arrivando all’entrata,
che una rampa non era bastata a enumerare tutte le vicissitudini.
Ed ha avuto una sola notte a
disposizione…
Chissà cosa avrebbe potrebbe
inventarsi, disponendo anche del giorno.
Faith si stiracchiò, allungando
le braccia verso l’alto e camminando fino alla vetrata.
Era una giornata assolata,
limpida.
E a Faith piacevano le giornate
luminose. Aprì la porta e uscì sotto il portico.
Quella luce…
Chissà com’era, un’ eternità
senza la luce.
Faith non amava porsi problemi
del genere. A volte, non sentiva nemmeno l’esigenza di avere una risposta. A
volte sentiva le proprie tenebre interiori avvolgerla e separarla dal resto del
mondo.
Eppure, nella sua vita, esistevano
mattine in cui poteva sentire il calore naturale del sole colpirle i capelli. E
allora tornavano i quesiti, i quesiti su una vita priva di tutto questo.
Un’eternità senza luce… Faith chiuse
gli occhi, alzandoli verso il sole. Godendo delle palpebre illuminate di luce
infuocata.
Era così facile dimenticarlo…
nella notte…
“ehilà… e tu da dove spunti?”
“Dal giardino.” – replicò Faith,
chiudendo la portafinestra – “Ero in vena di riflessioni filosofiche…quelle
baggianate sulla luce, la vita, il tempo…”
“uh.” – Doyle annuì,
raddoppiando la dose di caffè nel filtro – “Si vede che stanotte non hai
dormito. Non è da te cadere in tentazioni simili.”
“Hai ragione.” – sospirò la
ragazza, cercando il latte in frigo – “E quando hai ragione…”
“Ho ragione.” – concluse il
demone, recuperando la scatola delle
brioches e disponendole in un piatto.
Anche per lui era stata una
notte senza sonno. Si era tuffato nel
letto, con la gioia di scoprire che Cordelia soffriva di mal di testa con
risultati opposti al resto dell’universo femminile.
Nessuna parola preliminare, soltanto amore allo stato puro.
Amore, tanto da naufragare.
Ed ora, calmo, appagato e
rassegnato a non dormire, Doyle spargeva zucchero e riflessioni in egual misura
sul ripiano di cucina.
Una notte come quella appena
trascorsa nascondeva in ogni secondo un mistero passato e un mistero futuro.
E,a rendere incompleto quel
quadro frammentario, c’era l’accaduto tra le quattro mura dell’Hyperion.
Qualcosa che Cordelia aveva
riassunto con ‘fascia rossa, Armani, speriamo…’
Frase che, del resto, Doyle
aveva scartato, convinto di aver capito male.
“Porti tutta questa roba a
Cordelia?” – domandò Faith, sedendosi e gettando ampie cucchiaiate di zucchero
in fondo a un tazzone vuoto.
“Direi di no.” – rispose il
demone, finendo di disporre il piatto e il caffè su un vassoio – “però ero
dell’idea di far colazione sotto il portico.”
“E da quando senti necessità di
certe finezze?” – lo provocò Faith, guardandolo posare il vassoio sul davanzale
esterno uscire dalla porta da cui era appena rientrata.
“Stanotte mi sono ricordato
che a casa mia si faceva sempre
colazione sul terrazzo, o almeno, all’aperto. E mi è venuta nostalgia…”
Faith sorrise, alzandosi senza
ribattere. E lo seguì, portandosi appresso lo sgabello su cui si era appena
insediata.
“Senti un po’, Doyle.” – esordì,
scegliendosi un punto assolato vista vegetazione incolta – “Non sei mai stufo
di tutto questo?”
“Questo cosa?”
“Questo! Notti in cui succedono
cose strane, conversazioni importanti
sin dal mattino.. non dormire, rendersi conto che non c’è mai normalità,
che tutto è sempre al limite della comprensione…. Sentirsi mortali e
vulnerabili…”
Doyle bevve un sorso,
riflettendo. Oh, si. Talvolta era stanco.
Eppure…
“Anche tu una brutta nottata…” –
sorrise, cercando di essere presente. Cercando di lasciar fuori dalle loro
parole tutte le emozioni senza nome.
“Non c’è nemmeno da dubitarne.”
– Faith lo fissò dritto in faccia, con un lampo di sfida negli occhi – “Ci
credi che quel pezzente di Spike ha risvegliato Angelus?”
Per un pelo, Doyle non si
rovesciò il caffè integralmente sui piedi. La guardò sbarrando gli occhi,
assolutamente ammutolito.
“Ma si è rimbecillito?” –
domandò, senza trattenersi. Cercando di riprendere una parvenza di calma – “No,
andiamo con ordine… come ci sarebbe riuscito?”
“Dubito che mi crederai…” –
sospirò Faith, appoggiandosi al davanzale.
Invece, con grande sorpresa pure
per se stesso, Doyle credette ad ogni singola descrizione di Faith.
La tecnica di Spike poteva non
definirsi raffinata… ma affondava le radici in una forma di tormento mentale
antica come il mondo.
Disorientare il torturato fino a
fargli perdere il controllo. Fargli temere tutto, a partire dalle sue stesse
pulsioni.
Poteva funzionare, certo,
considerò Doyle, appoggiandosi alla colonna e giocherellando con un polsino. Ma
su Angel? Angel era maestro di autocontrollo… possibile che il confine tra i
due se stessi fosse divenuto così debole?
“Hai detto…” – l’interruppe,
alzando un dito – “Che Spike l’ha morso?”
“Si sono morsi a vicenda.” –
replicò la Cacciatrice – “E non chiedermi in che ordine…”
proseguendo il suo resoconto,
senza più interruzioni.
Doyle, con aria assorta, non si
sentì più in dovere di interromperla.
Con voce calma e distaccata,
rauca solo in certi momenti, la Cacciatrice seguitò a descrivere, tenendo per
sé solo il disgusto crescente che le avevano provocato quelle mani forti e
ciniche lungo il corpo.
Un contatto che aveva
risvegliato in lei la verità a lungo ignorata.
Demone.
Il secondo volto di Angel.
“E’ così facile dimenticarlo…” –
ammise, d’un tratto, in un attimo di silenzio.
Doyle la guardò, inclinando
leggermente la testa.
“Cosa, Faithy…” – domandò,
lentamente – “Cosa è facile da dimenticare…”
“Talvolta dimentico da dove
viene la conoscenza di Angel riguardo ai dissidi e ai sensi di colpa.” –
replicò, voltandosi a fissare la città assolata oltre le recinzioni del
giardino – “Dimentico che questa sua saggezza è stata pagata con il sangue, con
torture e violenze che farebbero impallidire persino i miei peccati. Dimentico
quello che è … che è stato… non so, forse è stupido, da parte mia, ma uccido
vampiri ogni notte. Li uccido perché sono malvagi, non significano nulla. Ma
Angelus… è concreto.. reale come… come Angel…”
Doyle non disse nulla. Faith
parlava dell’oscurità nascondendola dentro altri termini.
“So che non si può renderlo
facilmente a parole.” – sospirò, decidendo di parlare, indipendentemente al
desiderio di tacere – “È vero, Faith… Angel è un demone. Lo sono io.. lo è
Spike.. e abbiamo sentimenti, anche se li teniamo celati, sentimenti così
esasperati da sembrare aberranti. Ma li abbiamo.. è questo che ti ha spaventato?”
“Forse. Mi ha più spaventato la
mia capacità di dimenticare. Angel non ha mai nascosto nulla, a riguardo.
Eppure stanotte mi sono resa conto che, per quanto non mi abbia mai addolcito i
fatti, io non ho mai voluto realmente vedere. È stato come se, per la prima
volta, incontrassi un demone.” – Faith si tormentò le unghie, pensierosa –
“Come se non avessi mai realmente pensato a quanto eccezionale fosse Angelus,
quanto superiore dovesse essere… Buffy ne sa qualcosa di avversari degni di
questo nome. Ma io.. dopotutto non ne
ho mai avuti.”
“escludi anche Drusilla da
questo discorso?” – le domandò, provocandola affettuosamente – “Dimentichi
quello che hai passato? Secondo me ti stai sottovalutando…”
Faith alzò la testa di scatto. E
quando lo fissò dritto negli occhi, Doyle sentì scaturire da lei la forza della
sua stirpe.

“Doyle, in quello scantinato,
stanotte, non esisteva il tempo.” – ribattè, dolorosamente intrappolata tra la
sua forza e la sua mortalità – “Giocavano secondo regole inafferrabili ed io ero in trappola. Non potevo
combatterli secondo la mia natura.. non potevo accettarli seguendo i miei
sentimenti. Erano lontani…”
Eppure io ero presa nel vortice…
Ero parte di quel gioco
pericoloso e senza risposte…
Nemmeno il Sindaco mi ha mai
fatto respirare quella forza malvagia…
Faith tacque e Doyle, questa
volta, preferì fare altrettanto.
Sapeva bene a cosa si stesse
riferendo la ragazza.
Sapeva bene di essere colpevole,
come lei, di aver dimenticato.
Dimenticato quella seconda
natura, nascosta appena sotto la prima, nei loro due eroi.
Quella sensazione di buio in cui
cadere che Angel gli aveva sempre trasmesso e che solo ora riusciva ad
accettare…quel rumore di fondo che Spike si portava appresso, in ogni sua
singola battuta…
E quell’impressione che vicino a
loro tutto rallentasse.
La loro eternità… come un pugno
nello stomaco…
Diversa.. eppure terrificante
come quella di Methos…
Irlanda, anni Novanta
Piovigginava. E ci sarebbe
stato da stupirsi, fosse stato il contrario.
Doyle spostò il
peso,molleggiando da una gamba all’altra. E si strofinò i capelli fradici.
In ritardo.. in ritardo anche
questa volta..
Sinceramente potevi
risparmiartelo, lo ammonì, mentalmente, scorgendolo percorrere il viottolo e
accelerare il passo, nel vederlo fermo, a malapena riparato dalla vecchia
tettoia in legno.
“Da quando fumi?” – domandò
Methos, fermandosi.
“Non molto.. Tre giorni
ieri.” – ribattè Doyle, con voce spenta, fissando un punto imprecisato alle sue
spalle. Sapeva di avere i vestiti zuppi ma, solo in quel momento, si rese conto
di aver freddo e di tremare.
Methos scosse la testa,
posando la sacca a terra e sfilandosi il giaccone. Quando lo posò sulle spalle
del suo figlioccio, notò, ancora una volta, quanto fosse esile rispetto a se
stesso. Lo sovrastava di quasi tutta la testa.
Doyle alzò gli occhi, mentre
l’uomo gli sfilava la sigaretta dalle dita e la gettava in una delle tante
pozzanghere.
“Il funerale è domattina.” –
disse, come se fosse un’informazione indispensabile in quel momento – “non fanno
che dirmi che non ha sofferto, per farmi sentire meglio.”
“Ma non fa sentire meglio,
vero?” – domandò Methos, non curandosi della pioggia che cadeva sempre più
forte, di traverso, colpendogli la schiena. Aveva freddo dentro, non avrebbe
cambiato nulla.
“No, decisamente.” – scosse
la testa, cercando di sembrare tranquillo, e più grande dei suoi quindici anni
– “non cambia nulla. Non ha sofferto .. ma non soffrirà più.. e non gioirà
nemmeno. È soltanto svanita… forse non è mai esistita.”
“Oh, si, invece.” – Methos se
lo attirò contro il petto, carezzandogli i capelli e posandovi il mento –
“esisteva… i suoi capelli divenivano di fiamma alla luce del sole…. E sapeva
dire cose che ti entravano dritte nel cuore. Ti amava con passione… e litigava con
me come se fosse la cosa più importante al mondo… è esistita, Francis,
credimi…”
Doyle aveva la guancia posta
sul suo petto. Ed era fermo e lontano. La sua eredità gli pesava sulle spalle,
schiacciandolo.
“Per te non è nulla, vero?” –
domandò, senza intonazione – “Quante ne hai viste di queste cose… quello che
dici è per farmi sentire meglio, anche tu… ma per te non significano nulla, tu
non conosci la morte.. e il nulla che segue…”
Methos si irrigidì, sentendo
come una lama penetrargli nel respiro. Rimase immobile, con quell’accusa
crudele tra le braccia.
Fermo.
“L’eternità pesa su di me,
Francis.” – sussurrò, senza respingerlo.. senza smettere di tenerlo contro il
suo corpo – “Ed ora pesa anche su di te che la desideravi per Sinead. Io l’ho
avuta in dono, tu la senti irraggiungibile. Ma questo non rende diverso il
nostro dolore… l’abbiamo persa entrambi.”
Doyle sentì le mani dell’uomo
sfiorargli la schiena e intiepidirgli la pelle nel portar via il velo
dell’acqua.
Restò in silenzio, in
quell’abbraccio che sembrava aver perso la sua forza protettiva e il suo
profumo di casa. Non c’era il tempo, tra quelle braccia, c’era il vuoto
dell’assenza di cambiamento in quel cuore.
Avrebbe voluto divincolarsi e
fuggire da quel buio… eppure si ritrovò a rannicchiarsi ancor di più contro di
lui.
Lo sentì ricambiare,
sfiorargli la fronte con il respiro e chiuse gli occhi, stordito. La sua mente
si aprì, lentamente, a quell’uomo così poco propenso a spiegarsi. Le sue
emozioni fluirono, senza il dolore delle visioni a cui non era ancora abituato.
Percepì soltanto il suo animo, il suo dolore sordo.. e la solitudine.
Una solitudine infinita…
Una paura oltre i limiti
della fine, sepolta sotto mille incertezze ormai fondate.
Respirò a fondo il suo
profumo e ascoltò il suo cuore che non smetteva di battere. Il cuore di Methos
batteva anche se lui desiderava sentirlo fermo.
Come batteva quello di Doyle.
Io ho te, pensò… ma tu non
hai nessuno…
Le braccia di Francis si
mossero e Methos attese di vederlo allontanarsi, ferito.
Poi le sentì stringerlo,
forte, aggrappandosi alla sua schiena.
“Ti voglio bene, Methos…” –
sussurrò, con voce soffocata dal dolore e dalla paura – “Ti voglio tanto bene…
papà…”
E Methos chiuse gli
occhi, su quella parola che mai aveva
sentito e su quelle lacrime che adesso potevano condividere.
Già... eternità... Doyle si
mosse, cercando un’ultima sigaretta.
Dopotutto, cos’è l’eternità, se
non il prolungamento delle nostre possibilità.. o dei nostri incubi?
***
Con un sospiro, Methos interruppe
la comunicazione. Lo fece con gesti studiati, quasi meditabondi.
Rimproverandosi mentalmente per quella caduta di stile.
Oddio.. così l’aveva definita
Corinne… ma lui avrebbe preferito
optare per ‘tentativo di riconciliazione’.
Non che amasse Corinne, a dire
il vero. Gli piaceva, era bella e divertente.
Erano stati bene insieme e si erano lasciati poche cose insolute alle
spalle.
A parte la definizione del loro rapporto.
“A dire il vero.” – mormorò a se
stesso Methos, giocherellando con una matita – “Non mi ricordo se ho chiamato
per lasciarla o dichiararmi.”
La motivazione di partenza,
comunque, non aveva più importanza. Deliziosa con quel suo accento un po’
troppo marcato, Corinne gli aveva dato del bifolco e dell’inopportuno,
assestando un beneamato calcio a qualcosa che si profilasse più nobile della
spensierata avventura.
“Oh mia cara.” – tuonò, ridendo
a guardando il soffitto – “E io che volevo far di te una donna rispettata!”
“Che hai tanto da gridare?” –
domandò Edward, arrivando sul soppalco, a piedi nudi, con una maglietta
sdrucita degli AC/DC dalle manche strappate.
“sofferenze d’amore.” – ribattè,
suo malgrado divertito – “Del vecchio stampo. La donzella mi ha infinocchiato.”
“Buon per te…” – bofonchiò,
sprofondando nella poltrona – “Ancora libero…”
“Oh, certo.” – sorrise Methos,
sentendosi comunque poco convinto. Guardando il ragazzo strofinarsi la faccia,
arruffarsi i capelli e stortarsi il naso con le mani.. senza sembrare realmente
sveglio – “Come ti senti?”
Edward lo fissò, con gli occhi
chiari a fessura.
“Come ti senti tu.” – ribattè,
soffocando uno sbadiglio.
“Non era un grande amore.” –
commentò, tamburellando – “Mi riprenderò. Ma tu non eludere la domanda. Come
stai?”
“Come l’ultima volta.” – sospirò
Edward, gettando la testa indietro e allungando le gambe – “Respiro.. e mi
sento morire.”
“Eppure sai che sopravvivrai.” –
lo schernì, cinico, l’amico. Facendosi violenza, per la frase seguente – “Sei
certo di non volerglielo dire?”
Edward si bloccò, con la mano a
mezz’asta e un ciuffo di capelli ancora stretto tra le dita. Gli occhi avevano
perso la sfumatura assonnata. E se non fosse stato per quella mandibola che si
stava irrigidendo, Methos l’avrebbe classificato ‘sorpreso’.
E non ‘furibondo’.
Sotto i suoi occhi, il ragazzo
mutò espressione. come se stesse trattenendo il fiato e cercando di dominarsi.
Come se non volesse cedere a quel moto di rabbia improvviso, così anomalo per
il suo carattere.
Lentamente si rilassò, tornando
a poggiare la testa. E a fissare testardamente l’arazzo sopra la testa di
Methos.
“Deduco di no…”
“Deduci bene.”
“Eppure dovresti pensarci. Sei
ancora in tempo.”
“Certo. Dove sei stato finora
Edward? Dov’eri mentre distruggevo la mia vita? Dov’eri ieri sera mentre mi
accoltellavano? Bhe, sai, Willy.. stavo dall’altra
parte del kriss!”
“Secondo me non riuscirà a dire
una singola parola.” – ribattè Methos, seguendolo tranquillamente sulla via del
cinismo – “E puoi stare tranquillo del
fatto che non gli verrà un infarto.”
“Certo.” – sospirò Edward – “E a
me? A me può venire un infarto?”
Methos lo fissò, con cipiglio.
“In effetti non lo so.” – ammise
– “Del resto, se il tuo cuore ha retto ieri sera…”
“Già.. a parte la freccia…” – e
il lacerarsi metafisico…
L’improvviso silenzio gli sembrò
anomalo. Edward alzò appena la testa, quel tanto che bastava per guardare
veramente il suo interlocutore.
Methos gli sorrise, scanzonato.
“No.” - Soffiò dolcemente – “Mi
sono sbagliato. Il tuo cuore non ha retto per niente…”
Edward impiegò un attimo per
decidere se rispondere.
Poi preferì optare per un mezzo
sorriso, chinando la testa.
Era vero.
Cos’altro si poteva dire?
“Allora.” – riprese Methos,
tornando alla carica – “Cosa pensi di fare?”
“Parto. Me ne vado tra qualche
ora.” – replicò, tranquillo, afferrando i braccioli con le mani – “Ero venuto a
vedere come ti eri sistemato… ed ora posso ripartire…”
“Ti preferivo quando cercavi le
risposte prima di metterti in viaggio.” – replicò l’immortale, senza peli sulla
lingua – “Mi davi meno l’impressione di uno che fugge.”
Edward lo fissò, pensosamente.
“Tu non sei un saggio.” –
commentò, mettendosi in piedi e voltandosi – “Sei uno stronzo.”
“Oh, andiamo.” – insistette
Methos, correndogli dietro giù dalla scala – “sai benissimo che ho ragione, è
inutile che ti comporti in questo modo.”
“Oh, certo!” – Edward si voltò
così veloce che Methos rischiò di investirlo – “Tu hai ragione, hai sempre
dannatamente ragione. E dimmi, mia indispensabile fonte di perfezione, dimmi
cosa dovrei fare, qui subito e ora, perché io…”
Non si voleva controllare. Non
pensava di riuscirci. Eppure le parole gli morirono in gola quando Methos, in
piedi sull’ultimo gradino gli afferrò la nuca e lo tirò verso di sé, posando le
labbra sulla sua fronte.
Edward si sentì proiettare verso
quell’uomo e, improvvisamente, la sua rabbia svanì. Gli afferrò un braccio,
stringendo disperatamente e Methos sentì i riccioli scivolargli sul viso.
“Voglio solo che tu sia quello
che sei sempre stato.” – replicò Methos, senza smettere di premergli con le
dita sulla nuca – “Non fare scelte di cui potresti pentirti solo per paura di
sbagliare…”
Sbaglia, se è necessario…
Lo lasciò andare, con la stessa
incuranza con cui l’aveva afferrato e travolto con quella frase. Con la stessa
tranquillità con cui talvolta decideva
di osservare i disastri.
Come se non lo riguardassero
veramente.
Come se ci fosse sempre di
meglio verso cui andare.
E tanto da lasciarsi alle
spalle.
Edward rimase fermo dove si trovava,
soppesando i suoi ragionamenti con un leggero tamburellare sul corrimano
satinato della scala.
Immobile, mentre il calore di
quel contatto inaspettato si disperdeva.
E sentì solo distrattamente lo
scatto leggero della serratura e la porta di casa che si chiudeva, alle spalle
di Methos.
***
Di nuovo giorno.
Di nuovo luce.
Tanta, traboccante da sopra i
palazzi, sempre deliziosamente ignara di ciò che metteva in vista.
Luce.. luce innocente…
Methos alzò la testa, stringendo
gli occhi per guardare il sole. E si fermò, le mani piantate in tasca, una
leggera brezza sui lineamenti.
Di colpo si sentì molto ispirato
e romantico. E gli venne da ridere.
Da ridere irrefrenabilmente per
quella strana alchimia che l’universo aveva sui suoi esseri: un filo di luce,
per sentirsi eterni e in pace.
Un’altra favola che l’umanità
ancora si tramandava da una generazione all’altra, senza mai smettere di
crederci.
Riprese a camminare, con quella
sua andatura dinoccolata e flemmatica.
All’angolo, tra un hot dog e un
poliziotto impegnato ad alzarsi il colesterolo, recuperò un caffè.
Un finto ma indispensabile
caffè, si corresse, nel rigirare il cartone nella mano e nel proseguire.
Non troppo lontano, c’era uno
dei tanti cancelli del parco. Continuò a camminare, senza che niente lo potesse
smuovere dalle sue comuni e pigre riflessioni.
La mente faceva come i piedi.
Vagava, senza una reale attenzione.
Attenzione o no, ad un certo
punto, nell’alzare gli occhi, Methos notò un particolare.
I suoi occhi, bassi e persi nel
pensiero, si spostarono da quel singolo particolare, fino alla visione di
insieme.
E lo obbligarono a fermarsi un
attimo. E a bere un sorso, studiatamente, soppesando la situazione.
Fissando, con un pizzico di
rassegnata ironia, quegli occhi scuri e ostili che gli stavano scavando la
fronte.
Lo odiava.
Oh, si, lo odiava proprio.
Brutto, fetente… m.. m…
matusalemme, matusalemme, ecco!
Quando Methos si bloccava per
fissarla in quel modo, Faith provava il desiderio di ucciderlo.
Di mettergli le mani attorno al
collo e tirare.
Un desiderio che si perdeva
all’istante in un quesito enorme.
Cosa avrà visto questa volta? Di
cosa si sarà accorto?
Lo fissò, caparbia, mentre
percorreva gli ultimi due passi che gli servivano per riavvicinarsi al
chioschetto dove si era appena servito.
“Latte o zucchero?” – lo sentì
chiederle, distrattamente, senza voltarsi.
Faith si mosse, togliendo il
piede dall’inferriata a cui si stava appoggiando.
“Zucchero.” – replicò,
adattandosi al tono incurante del suo osservatore.
Methos pagò passandole
educatamente il bicchiere di cartone, quasi le stesse offrendo la Sindone. Poi
si girò, per vederla in faccia e sorriderle.

E per riprendere a camminare.
“Niente di meglio che quattro
passi.” – disse – “Mi fai compagnia?”
Se Methos avesse potuto
scegliere, se ne starebbe stato in silenzio a sorseggiare il suo caffè
guardando la poca gente che, a quell’ora del mattino, si beava del sole e del
verde del parco.
Ma anni di convivenza con il
gentil sesso gli avevano invece insegnato che un uomo in silenzio viene spesso
recepito come un insulto personale. Faith, a riguardo, si distaccava in parte
dalla categoria solo perché percepiva l’affronto personale in molte più cose.
Già il caffè le sembrava, con
buone probabilità, una beffa.
Ed era il momento di correre ai
ripari.
“Allora.” – commentò, andando
dritto al sodo – “Come stai?”
“Come scusa?” – ribattè lei,
sobbalzando.
“I lividi.” – replicò,
indicandole il collo dove spiccata, violacea, la linea dell’avambraccio di
Angelus – “Si vedono…”
“Non è niente.” – rispose,
precipitosa, sfiorandoseli con le dita – “Un incidente.”
“Certo. E dimmi.. ci siamo
incontrati per caso?”
Eccolo. Il Methos che conosceva.
Faith gli sorrise, vagamente beffarda.
“No.” – ammise, senza rinunciare
al suo sarcasmo – “Ero quasi sotto casa tua e ti ho visto uscire. E visto che
hai l’andatura di un uomo avanti con l’età…”
“Un uomo avanti con l’età..
però, Faith. La sostanza non cambia ma il costrutto si raffina.” – Methos
bevette un sorso, senza degnarla di uno sguardo – “ti fa bene frequentare
persone con almeno un secolo sulle spalle…”
“Da che pulpito…”
“Miglioriamo, addirittura! E
dimmi, sai anche cosa sia un pulpito?”
“Vagamente.” – ribattè la Cacciatrice,
iniziando a perdere la sua noncuranza – “Ma so per certo cosa sia un
doppiogiochista…”
“Ah si? E dimmi, quali sono le
sue caratteristiche base?”
“Semplice… solitamente si tratta
di immortali con parecchi segreti, grande menefreghismo e facce tiraschiaffi.”
– replico, caustica, incrociando le braccia.
“E immagino che tu ne conosca
parecchi di immortali…”
“Qualcuno. E, se non erro, da
ieri ne conosco uno in più.”
L’aveva detto con il tono di chi
sta per denunciare uno scoop. Eppure Methos aspettava questa frase già da un
pezzo. Era ovvio che Faith collegasse il visto al raccontato. Anzi, se l’era
addirittura presa comoda prima di farglielo notare.
Non commentò. Non disse un bel
niente, sorseggiando il suo caffè e fissando il laghetto desolantemente grigio.
Iniziava a essere stufo di
quella tragedia, in tutti i sensi. Il cast era ormai completo. Il parente
ritrovato e ignaro, il giovane esule del tempo dai nobili sentimenti, l’eroe
osteggiato e destinato a grandi cose, l’amata fanciulla…
E se stesso? Methos si sarebbe
insignito volentieri del titolo di narratore, avesse potuto. Li avrebbe seduti
attorno ad un tavolo e si sarebbe preso la briga di dire quel che pensava.
Il quadro era già completo così…
se non si considerava quel Grillo Parlante impazzito che Doyle interpretava
così bene…
“…E visto che Doyle non mi ha
detto un bel niente, ho pensato di tornare alla fonte dei miei problemi.” –
concluse Faith, compiaciuta di un monologo che Methos non aveva per niente
ascoltato.
“Eh?” – Domandò Methos, voltandosi
verso di lei. E ricadendo nel vecchio cliché dell’uomo distratto – “Doyle non
ha detto che?”
“Niente.” – ringhiò la ragazza,
cercando di stritolare il suo già martoriato bicchiere – “E tu non mi stavi
ascoltando.”
“Avevo altro a cui pensare.” –
tagliò corto l’uomo. Fece una pausa, si concesse un respiro e si tuffò nel
nuovo atto di quella pesantissima trama – “Non giriamoci attorno. Che
intenzioni avete?”
“Come scusa?”
“Voi, The Hyperion Group o Gang
che dir si voglia, che intenzioni avete?” – domandò, pacatamente l’immortale –
“Tu arrivi in avanscoperta e al calar della notte gli altri vengono a
cercarlo?”
“Toglimi una curiosità.” –
adesso era Faith a sorseggiare il suo caffè con aria flemmatica – “Sei nato
scimunito o lo sei diventato?”
per un attimo, sotto quello
sguardo fatto per intimorire i demoni, Methos si chiese se la domanda di Faith
fosse poi realmente così infondata. Dopotutto si stava comportando da
scimunito… dopotutto era stato frettoloso…
Methos si abbandonò a un breve
grugnito contrariato facendo sparire il suo naso importante dentro il bicchiere
e Faith approfittò di quel silenzio per scendere a compromessi.
“Non verrà nessuno.” – sospirò –
“Angel ha detto chiaramente che
dobbiamo farci gli affari nostri. Se sono venuta a parlarti era solo per mia
iniziativa personale.”
“disubbidendo a Angel?”
“Angel non da’ ordini.” – mentì
la ragazza. Lui forse non direttamente, ma Angelus… - “E comunque tu non sei
stato menzionato. Lo sconosciuto è intoccabile.”
Methos la squadrò, mentre
soppesava un sassolino e lo tirava nel laghetto.
“Io so solo che ieri c’era un tizio biondo da te… e che un
tizio biondo ha attaccato Angel, ieri notte. Posso essere poco raffinata, ma
non sono scema.” – continuò Faith, camminandogli a fianco e gettando i sassi nell’acqua
appena increspata – “L’ho detto a Angel.. ma mi sarei potuta risparmiare la
fatica. A quanto pare, sei stato prevedibile…”
Vero.
Anzi, verissimo.
Methos ridacchiò, senza
trattenersi. Lo era stato, eccome! Ma se avesse aggiunto tutti i pezzi mancanti
di quel puzzle, Faith avrebbe dovuto ricredersi… non era Methos il vero
prevedibile.
A mancare di fantasia, in quel
contesto.. era l’universo.
I legami, gli intrecci, le
spaventose coincidenze…
Come poteva spiegare a Faith che
di tutti i promettenti immortali che
poteva incontrare era incappato nel fratello di Spike?
Come poteva spiegarle che di
tutti gli inglesi che poteva vampirizzare, Angelus aveva scelto un ragazzo
timido destinato a diventare un predatore e un amante di cacciatrici?
Come poteva dare un senso a
tutto questo senza che suonasse strambo, o grottesco…
Il caso, il destino… lo stesso
che fece incontrare Angelus e William secoli fa.. lo stesso che ieri sera ha
lasciato che Edward incontrasse Angel…
“Non è colpa mia…” – sospirò,
senza curarsi di Faith che lo ascoltava. Solo per se stesso.
“Dipende dai punti di vista.” –
fu la risposta. E, alle orecchie di Methos ebbe un suono vagamente inquietante.
Camminarono per un po’ senza
parlarsi. Methos con quel vago sorriso stampato in viso, gli occhi bassi a
contemplarsi la punta delle scarpe. E Faith impegnata a fissare le persone
normali. Quelle che portavano a spasso il cane, o leggevano una rivista.
Persone che probabilmente non avrebbero mai avuto il piacere di entrare nella propria
cantina e trovarci due vampiri in lotta.
Persone senza lividi intorno
alla gola… e con un buio sostenibile nel petto.
Dio, mormorò, ad un certo punto,
come odio la mia vita….
“Ogni tanto succede pure a me.”
– concesse, consolatorio, l’immortale – “Qualche motivo particolare?”
“Certo. La mia vita. Mi sembra
un motivo abbastanza particolare. Odio la mia vita perché è la mia vita.”
“Quindi fosse la vita di un
altro andrebbe bene?” – domandò Methos, seguendola per quel tortuoso
ragionamento. E trattenendo a stento il desiderio di ridere.
“Esattamente. Così potrei vivere
senza interessarmi mai di chi protegge la mia comunissima esistenza.” – schivò
un ragazzino in bicicletta, tornando a camminargli a fianco – “Potrei
lamentarmi di cose banali, preoccuparmi delle mie indecisioni e la sera potrei
stare davanti alla televisione pensando quanto sono stanca.”
“Certo…” – concordò Methos,
cingendole le spalle con un braccio – “E staresti tutta la vita a dieta,
lamentandoti dei tuoi vicini che fanno bordello e del fatto che vorresti un po’ di emozione ogni tanto.
Spike porterebbe a spasso il cane…”
Faith non riuscì a reprimere un
risolino, e gli tirò un pugno nelle costole. Anche Methos rideva.
“Fammi indovinare…” – domandò,
d’un tratto, senza rinunciare all’espressione allegra, pur addolcendosi – “Wes
è partito e stamattina non hai nessuno con cui scambiare due chiacchiere…”
“Pressappoco.” – sospirò,
rilassandosi – “abbiamo avuto qualche problema, stanotte. In effetti, detto
così è un po’ riduttivo. Comunque, visto che non c’era nessun altro.. in
mancanza di meglio…”
“Ma grazie tesoro.” – replicò
Methos – “Un uomo adora sentirsi dire certe cose. E stamattina sei pure la
seconda…”
e fu così che le raccontò di
Corinne. Per filo e per segno. Ogni particolare.
L’espressione di Faith coprì una
rapida gamma di emozioni. Dalla sorpresa iniziale, alla comprensione, fino a
scivolare in una risata leggera e spensierata, innanzi ai commenti decisamente
brillanti in cui Methos si produsse.
A poco a poco, quella vita
normale di cui Methos sembrava godere divenne parte della sua. E Faith, che mai
l’avrebbe ammesso volentieri, provò gratitudine per quel suo Osservatore
improvvisato e ammirazione, per quel tentativo di distrarla. Gratitudine e
ammirazione quanto bastava da tollerare quel braccio ancora sulle sue spalle
“Decisamente un bel risveglio.”
– sospirò, ad un certo punto.
“Già. E come ben sai, la notte
non è stata decisamente tutto riposo.” – replicò lui, rassegnandosi al fatto di
parare su quel discorso.
“Immagino.” – Faith gli gettò
un’occhiata di traverso – “Anche se mi hanno detto che tu sei arrivato giusto
in tempo per sventolare il tuo spadone e metterti in mostra.”
“Esatto. Ho gonfiato i miei bicipiti
e fatto la ruota.” – ribattè l’immortale – “Tutti hanno detto ‘ohhhhh’ e si
sono inchinati. A quel punto abbiamo deciso che potevano andarcene a casa a
dormire.”
“A me l’hanno raccontata
diversa.”
“Si vede che non volevano
ammettere la mia inevitabile superiorità.” – concluse Methos, sentendosi un
imbecille. Ogni volta che si attaccava con Faith, cominciava a parlare una
lingua incomprensibile e a dire cavolate.
“Certo.” – ribattè Faith,
fermandosi e sfuggendo da sotto il suo braccio – “Perchè tu sei un… un…”
Incredibile. Methos la guardò,
sbalordito, mentre perdeva il filo del discorso e alzava le braccia in segno di
nervosismo, prima di tirare un calcio a una panchina.
In quei semplici movimenti,
Methos vide i lividi che aveva sulle spalle e sul collo… e quelli sulle
braccia. Ed anche se continuava a sfuggirgli perché Faith fosse a corto di
parole, iniziava a farsi strada in lui che la nottata della ragazza fosse stata
decisamente peggiore della sua.
E forse anche di quella di
Edward, se si poteva arrivare a
concepire qualcosa di peggio.
Nel fissarla, mentre sfogava il
suo stress a spese della panchina, Methos intuì che a Doyle sarebbe bastata una
semplice occhiata per capire l’accaduto e dire la cosa giusta. Ma lui non era
un demone con grandi doti umane.. era solo un povero immortale, tutto sommato
reso un po’cinico dal tempo.
E quindi più bravo a gettare
frasi lapidarie, che parole di conforto.
“Lascia perdere.” – disse,
scotendo una mano- “E’ chiaro il concetto. Sono UN, punto e basta. Senti, prima
che mi dimentichi, puoi portare un messaggio a Spike?”
“Sentiamo.” – Faith incrociò le
braccia e lo fissò.
“Digli…” – se Edward lo scopre
mi ammazza sul serio – “che siamo spiacenti della coltellata che si è preso. È
stato un incidente…”
Gli sarebbe piaciuto finire la
frase. Ma dovette spostarsi in fretta, prima che il colpo della ragazza lo
mandasse lungo disteso nel laghetto.
“Quando sei arrivato in città.”
– ringhiò la ragazza, quando Methos, comunque toccò terra con la schiena – “Ho
promesso a Wes che non ti avrei incrinato neanche una vertebra. Ti prego di non
provocarmi…”
Lo minacciava, puntandogli un
dito contro. E tutti lo stavano guardando. Tutti, constatò Methos, e uno di
troppo.
Prontamente l’afferrò per quella
mano accusatoria e la tirò su se stesso, sul prato, senza lasciarle il tempo di
replicare.
“Poliziotto a ore nove.” –
sussurrò, prima di esplodere in una risata falsa quanto piacevole – “Tesoro, io
ti adoro!”
Sorrise, da ragazzino e fece un
cenno di saluto allo sbirro che stava camminando nella loro direzione. E
questi, togliendo la mano dalla radio e rinunciando alla segnalazione con
cipiglio sospettoso, proseguì per la sua strada.
“Per un pelo.” – sospirò,
posando la testa indietro - “Tu ed io
dovremmo cominciare a litigare in luoghi privati.. o finiremo nei guai.”
Faith non gli rispose. Era ancora sdraiata in parte su di lui, una
gamba attorcigliata alle sue, in una posizione quanto meno equivoca… quel tanto
che bastava da convincere le forze dell’ordine del loro rapporto.
Alzò la testa, nascondendo
l’imbarazzo per quella loro vicinanza. E lo fissò dritto negli occhi.
“Io non ti piaccio, vero?” –
domandò, minacciosa.
“Eh?”
“Piacere in quel senso.” –
sottolineò, con vigore, la ragazza.
“Ma neanche un poco.” – ribattè
lui, passandosi un braccio dietro la testa e guardandola – “Sei troppo bassa,
troppo muscolosa e troppo collerica. Carina, grande forza, sono ormai abituato
ad averti tra i piedi. Ma niente di più.”
L’aveva detto, con un mezzo
sorriso che presto Faith si ritrovò a ricambiare.
Riusciva sempre a smontarla, a
litigare con lei in modo superbo.
“E poi…” – sospirò lui
attorcigliandosi una ciocca di capelli intorno a un dito – “Sei pure troppo
giovane per me.”
“Su questo non ci piove.” – ribattè
lei, rotolando su se stessa e sedendosi, con le gambe piegate – “Comunque ,
sappi che non darò il tuo messaggio a Spike. La sua reazione sarebbe
decisamente peggiore.”
“Probabile. In ogni caso, puoi
credermi. È stato un incidente.”
“Ma non lo è stato l’attacco a
Angel, vero?” – insistette, implacabile – “Lo stava aspettando.”
“A dire il vero, no.
Paradossalmente si sono incontrati per caso.” – mondo e paradosso stanno
diventando sinonimi da queste parti – “Ma ciò non toglie che ne hanno
approfittato per discutere.”
“E lo faranno ancora?” – domandò
lei, abbassando inconsciamente la voce – “Si cercheranno ancora?”
Methos la squadrò.
Pensieroso.
“Francamente, non lo so.” –
mormorò – “E devo ammettere che la cosa un po’ mi preoccupa…”
***
Restarono fermi, a parlare per
un bel pezzo, senza dirsi realmente qualcosa di importante.
Methos non intendeva svelare i
reali fatti riguardo alla notte trascorsa, Faith non era propensa a
raccontargli la sua esperienza nello scantinato.
Rimasero solo sdraiati, a contarsi
un po’ dei loro guai, a discutere e battibeccare su mille argomenti.
Per un po’, solidali uno verso
l’altro, sfuggirono alle loro grane e alle loro incertezze, rifugiandosi
insieme in quel loro mondo in cui uno sfotteva l’altro senza troppi problemi.
Eppure, per quanto impegnati in
quella loro litigata ormai codificata, agli occhi dei passanti erano solo due
amici, con tanto da dirsi. E tante parole, in un mondo ormai ad un passo dalla
comunicazione essenziale.
Come si addice ai migliori
cavalieri, Faith riaccompagnò Methos fino alla porta di casa.
E, sul portone, con aria tra il
divertito e il perfido, Methos le fece la proposta.
“Vuoi salire?” – chiese,
domandandosi appena le conseguenze di quel suo gesto. Lasciando ancora una
volta tutto in mano al caso.
“No, grazie.” – replicò lei, con
una voce impostata e udibile. Tanto da beccarsi un’occhiata sorpresa dal suo
osservatore – “Andrò a casa, a vedere come vanno le cose…”
“Come preferisci.” – sospirò
l’uomo, cercando le chiavi e voltandosi. E sentendosi afferrare per un braccio.
“Methos, ascolta…” – sussurrò la
ragazza, costringendolo a piegarsi accostandosi con le labbra al suo orecchio.
E strappandogli un ultimo sorriso, prima di andarsene.
Methos fece le scale
ridacchiando e aprì la porta senza annunciarsi, per coglierlo sul fatto.
Edward non se ne era andato. Se
ne stava seduto sul divano, arrotolandosi un ricciolo di capelli tra le dita,
con una rivista chiusa su un ginocchio.
E i piedi rigorosamente sul
tavolino di fronte.
“Ciao.” - Lo salutò con voce
neutra – “Hai fatto quattro passi?”
“Si, dovevo pensare.” – replicò
Methos, appendendo il giaccone e passando una mano sulle macchie d’erba
lasciate dalla colluttazione con Faith – “E tu?”
“Ho pensato anche io, qui, seduto.”
– replicò, il ragazzo, sventolando la rivista.
“Bravo.” – si complimentò
l’immortale, voltandosi a guardarlo. E avvicinandosi al divano – “Comunque ho
una cosa importante da riferirti…”
“E sarebbe?”
“Faith mi ha detto di dirti…” –
sillabò Methos, non trattenendo più le risate – “Che uno che si nasconde non
prende il sole sul terrazzo. E che, da persona educata, potresti affacciarti e
salutarla.”
Edward lo guardò tra lo stranito
e il colpevole, prima di alzarsi e tornare sul terrazzo, dove ancora troneggiavano,
a terra, i resti della sua colazione e il libro che stava leggendo.
Fece un respiro e mosse un
passo, fino ad appoggiare le mani sulla ringhiera.
E guardò dall’altra parte della
strada, dove una ragazza bruna e sarcastica attendeva, appoggiata a una
ringhiera.
Con gesto studiato, edward alzò
una mano, in un cenno di riconoscimento. E venne ricambiato, con la stessa
solennità.
Faith lo fissò, divertita,
mentre accettava la sua provocazione. Là, in piedi, su quel terrazzo, le sembrò
ancora più aristocratico ed elegante, anche se indossava una maglietta da
concerti, come un ragazzo normale. Lo guardò, come si fissa un quadro che
proviene da un secolo perduto. Lo fissò come qualcosa di unico e irripetibile.
Quel tizio, in qualche modo,
aveva ottenuto il rispetto di Angel. Ne aveva guadagnato la stima a prezzo del
sangue, al di là del suo senso di giustizia, al di là della stessa incolumità
di Spike.
Nulla avrebbe più cambiato le
cose.
Quel ragazzo era parte di Angel,
adesso.
Parte dei suoi enigmi, parte
della sua moralità, parte del suo mondo.
Che lo volesse o no, ora era nel
suo mondo.
Già…
Faith dischiuse le labbra in un
sorriso, alzando la testa verso di lui e avanzando, verso il cento della
strada.
Non puoi più nulla, adesso. Non
potrai più fuggire da questa consapevolezza, e lo sai.
Sai di Angel. Sai chi è, cosa
può fare.
Sai cosa significa combattere
contro di lui e perdere.sai cosa significa conoscerlo.
Non potrai più sfuggire a questo
onore…
Faith lo guardò ancora,
perdendosi in quella consapevolezza.
E nella sensazione che sarebbe
passato del tempo, prima che si svelasse il suo mistero.
Prima che lei sapesse…
Prima che lui potesse varcare le
porte dell’Hyperion.
Prima che tornasse.
“Fai buon viaggio.” – mormorò, senza
staccare gli occhi dai suoi.
Ed Edward annuì, colto alla
sprovvista.
Quella ragazza sapeva.
Per la prima volta nella sua
vita, Edward percepì il potere, in una forma sconosciuta e primitiva. Il potere
che andava oltre alla saggezza creata nel tempo, tipica degli immortali, oltre
la forza dell’innaturale di Angel, o di Doyle.
La voce di Faith, in quella
singola affermazione, gli parlò di solitudine e doveri, cose che vanno fatte
contro la propria volontà.
Forza.
Amore.
E legami con esseri così forti da
sconvolgere la vita e la mente.
Annuì, in un attimo di
comprensione.
E la sua voce risuonò forte,
nella via poco affollata.
Sotto la luce gialla del giorno.
“Grazie. A presto.”
Ed erano parole che sapevano di
notte.
***
“Allora, Doc.” - esordì Edward,
rientrando – “Potevamo offrirle un caffè, visto che c’eravamo…”
“Già fatto.” - replicò
l’immortale, fingendo di essere occupato – “E poi, se non la invitavo a salire,
si sarebbe insospettita… cioè, avrebbe potuto insospettirsi se non avesse avuto
la certezza…”
“Si, lo so, ho fatto una
cavolata!” – sbottò il ragazzo, tornando a sprofondare nel divano – “Ma mi
sento in gabbia. E i vampiri non escono di giorno, hai detto. E quindi….”
Si era appoggiato con i gomiti
alle ginocchia. Ed aveva sprofondato il viso nelle mani, interrompendo la
frase.
Per poi rialzare la testa,
furioso.
I capelli biondi lo incoronavano
di una furia e una bellezza senza limiti.
Era fatto di luce, luce allo
stato puro, anche adesso, in un momento in cui era più simile al fulmine che
alle stelle.
“Non posso fare altrimenti.” –
mormorò, senza spiegazioni, tornando a posare le labbra alle mani – “Devo
andarmene.”
Non c’era nulla da aggiungere a
quella frase.
Methos lo fissò,
imperscrutabile.
Peccato… io ho sperato fino all’ultimo…
“Allora preparo il pranzo.” –
sospirò, fissando la sua cucina che ancora portava segni della devastazione
notturna – “Che non si dica che ti lascio andare famelico…”
***
Nel frattempo, all’Hyperion,
come nelle migliori tradizioni, la vita era tornata nel suo ritmo.
Quel ritmo serafico che hanno le
cose prima che scatti la scena di pathos.
O, almeno, così pensava Doyle,
in contemplazione di Cordelia che passava l’aspirapolvere.
Seduto su un mobile con una
tranquillità che avrebbe fatto impallidire il più pacato degli antiquari,
osservava la sua fanciulla, impegnata a debellare gli acari del tappeto di
Angel.
Di un Angel che, dal suo studio,
non emetteva il più piccolo monosillabo per chiedere un po’ di silenzio.
Se ne stava sprofondato nella
poltrona di pelle nera e tamburellava sul tavolo, disegnando, a tratti
distrattamente e a tratti con concentrazione.
Il suo albo rilegato in pelle
era magicamente riapparso. Ed ora, su quelle pagine ruvide e opache, Angel
stava facendo scivolare le sue perplessità
La fronte aggrottata, la leggera
espressione di fastidio nello sciogliere l’articolazione della spalla
raccontavano di lui molto più della sua voce.
Rifletteva. E per quanto
sembrasse più sereno delle sere precedenti, appariva ancora concentrato in un
sospetto.
Schivando l’ennesima passata,
Doyle scese dal ripiano con cigolio sinistro e si intromise nel santuario
dell’eroe.
“Stamattina, una bella ragazza
bruna mi ha detto che nello scantinato si sono decise le sorti del mondo…” –
esordì, appoggiandosi alla porta accostata.
“L’hanno detto anche a me.” –
sospirò Angel, tenendo gli occhi bassi – “ma io non c’ero…”
“Mi hanno detto anche questo.” –
replicò Doyle, sedendosi e appoggiando le braccia conserte sulla scrivania –
“ma possiamo parlarne comunque, anche se non c’eri…”
la matita di Angel si bloccò un
centimetro sopra il foglio. I suoi occhi, senza abbandonare lo schizzo che
stava eseguendo, cambiarono di tonalità, divenendo ancora più bui.
“Spike?” – domandò.
“Dorme.” – Doyle si lasciò
andare contro lo schienale e sparò alzo zero – “Per cui puoi raccontarmi bene
l’accaduto solo tu.”
“Dimentichi Faith.”
“No, con Faith ho già parlato.”
– rispose, catturando finalmente la sua attenzione – “Lei indubbiamente c’era…”
“E cosa ti ha detto?” – insistette
il vampiro.
“Parecchie cose.” – Doyle annuì,
soppesando le parole – “Parlale tu, se vuoi saperle.”
“Si, certo.”
Angel, avesse potuto fare la
cosa che preferiva, sarebbe tornato a sprofondare nella sua arte pittorica.
Come i primi tempi a Los Angeles, avrebbe provato a ignorarlo, a seguire la
propria strada.
Un tentativo, inutile.
Doyle non si può ignorare.
Doyle è … Doyle è Doyle.
Rassegnato, Angel posò blocco e
matita. E lo guardò.
“Parlerò con Faith quando avrà
voglia di parlarmi.” - sospirò – “Per quanto riguarda quello che vuoi sapere
tu… ieri notte ho semplicemente perso il controllo. Era parecchio tempo che non
mi succedeva.”
“Probabilmente ti ha fatto
bene.”
“può darsi. Anche se non sono
così certo. Ha rimesso le cose in prospettiva, questo è sicuro. Ma dire che sia
stato un bene, mi sembra una cosa azzardata.” – fece una pausa, scivolando
nella sua posizione più tipica, le labbra alle mani – “Non faccio che pensare a
quello che mi dicesti tu, appena arrivato a LA. Il contatto con l’umanità in
grado di salvarmi… l’indispensabile contatto con l’umanità. Tu credi mi abbia
riportato solo questo, indietro?”
si stava riferendo alla
questione del battito cardiaco di Faith. Eppure non osava dirlo. Tra loro
doveva essere intercorso veramente qualcosa di oscuro, se anche Angel stentava
a parlarne. Il loro contatto aveva attraversato una zona oscura… ed Angel
sapeva di essere stato lui a condurvi Faith, tenendola quasi per mano.
“Io penso…” – commentò Doyle,
senza cercare di sondare oltre – “Che Faith sia servita decisamente da ancora
di salvezza…. Ma so anche che non vado sempre in giro a dire verità assolute.
Il contatto umano è importante perché è uno stimolo continuo a migliorare, a
credere. E tu ne hai bisogno.. ti serve molta forza per sopravvivere alla tua
vita.”
Angel sorrise, concorde.
Ci voleva coraggio, certo. ma
non era tutto…
“Non ti deprimere, uomo. Nessuno
ti sottovaluta mai. Lo so bene che le parole sono riduttive.. eppure è meglio
dirle, che non dirle affatto.. no?”
“Può darsi.” – concordò Angel,
appoggiando la testa allo schienale e riafferrando la matita, per ruotarla tra
le dita.
Eppure non voglio parlarne. Ci
sono stati attimi, oggi, in cui non avrei nemmeno voluto ricordare...
Istintivamente i suoi occhi
corsero al disegno.
E lì si fermarono.
Anche Doyle aveva fissato la sua
attenzione su quello schizzo brunito. Uno sguardo casuale, improvvisamente
attento.
La piega della bocca, i capelli
appena mossi… Edward.

Angel l’aveva tracciato con
poche linee appena ombreggiate. Quasi non volendo annerire i contorni di quegli
occhi, e quegli occhi stessi.
Aveva infuso in quel ritratto
molto più di quanto si potesse realmente immaginare. L’aveva colto nella sua
espressione dolente, così come doveva essere stato in quel combattimento che, a
modo suo, aveva cercato tanto quanto aborrito.
“Sei un vero artista, uomo.” –
sussurrò, del tutto rapito da quel bozzetto.
“Ho avuto parecchio tempo per
osservare quel ragazzo.” – commentò Angel, tamburellando con la matita e girando
il blocco, perché Doyle potesse osservarlo meglio – “non riesco a togliermelo
dalla testa… c’è qualcosa, in lui…non me lo spiego, veramente. Ieri sera non
ero abbastanza in me per accorgermi… e oggi temo mi sia definitivamente
sfuggito.”
“Non esagerare.” – e non esserne
così sicuro – “Probabilmente ti verrà in mente quando arriverai a mettere
insieme tutti i tasselli. L’unica cosa certa è che si tratta di un tipo
piuttosto complicato…”
Angel buttò un’occhiata a Doyle
che pronunciava quella frase con tono incurante. Non era rientrato con loro e,
francamente, Angel non si era posto il problema di dove fosse andato.
In giro, probabilmente. Oppure
verso una meta precisa che non voleva svelare.
“Tu sai qualcosa di lui?” –
domandò, senza pensare troppo al fatto che una risposta diretta di Doyle era
probabile come un lingotto d’oro sotto lo zerbino di casa.
“come scusa?”
“ti ho chiesto.” – Angel lo
guardò divertito mentre prendeva l’aria più assente e bugiarda del suo
repertorio – “se tu sai di lui qualcosa che io non so.”
“Io…” – Doyle prese un respiro
più profondo del necessario e… - “No. Mi spiace. So che se ne è andato dopo che è stato ferito. Tutto qui.”
Angel non gli rispose, mentre si
allungava a prendere nuovamente il blocco da disegno. Fissò quegli occhi appena
stilizzati e si chiese cosa avesse portato le loro strade a incrociarsi, ancora
una volta.
E quando, in una vita passata…
“Non c’è redenzione per la tua colpa nei miei confronti…”
“Come, scusa?”
“E’ quello che mi ha detto.” – rispose Angel, fissando un punto
imprecisato nella grana della carta – “e che io temevo il motivo per cui
combatteva con me. Penso che avesse ragione… non c’è Redenzione…”
“Non dire sciocchezze, uomo. Lo sai benissimo che cosa sia la
redenzione.. e poi, come fai ad essere certo che non stesse bluffando?”
Forse perché non stava mentendo. Doyle strinse le labbra e soppesò
quella frase. Edward aveva visto veramente giusto. Come Drusilla, come Spike
stesso prima di lui, Edward riportava ancora una volta alla ribalta la realtà dei
fatti.
Angel aveva dannato William.
E l’aveva fatto con coscienza di distruzione.
“Forse.” – rispose il vampiro, scotendolo da quelle riflessioni –
“Ma non potrò esserne certo fino a quando non sarò andato a fondo in questa
faccenda. Cosa posso avergli portato via…
come.. quando… non ho una singola risposta. È come correre dietro al
Bianconiglio…”
Bhe, inglese è inglese… Doyle
pregò ardentemente che dalla bocca di Angel non uscissero altre domande.
Non poteva fare altro che
mentirgli. Perché almeno su una cosa Methos aveva ragione… non riguardava
nessuno di loro, se non i diretti interessati.
E, su almeno una cosa, Doyle
sapeva di avere ragione.
La partita tra Angel e Edward
era appena iniziata. E presto uno dei due avrebbe fatto una mossa.
E, quel che era peggio, lo
sapevano entrambi.
Edward, ancora in città. Ed
Angel, così fermamente convinto ad attendere un segno.
“Toglimi una curiosità.” –
domandò Doyle – “a quanto dice Cordelia sai benissimo dove si trova questo
tizio. Eppure non vai a parlargli…che cosa aspetti?”
“Non lo so. Davvero, non lo so.”
– Angel stilizzò un’ultima ombra su quel ritratto.
Mi manca la chiave per risolvere
l’enigma…
“Fatto.” – si complimentò
Cordelia facendo il suo ingresso – “tutto in ordine. E ho levato pure le ultime
macchie di sangue. Mi resta solo questa
da sistemare…”
in mano teneva la sua fusciacca
rossa. Una povera piccola cosa raggrinzita e maculata.
“Non mi fiderò più di un vampiro
biondo che dice che me la restituirà in perfetto stato.” – commentò,
sollevandola e accomodandosi sul bracciolo della poltrona di Doyle – “Non
voglio nemmeno immaginare di cosa sia macchiata.”
“Lacrime.” – borbottò Angel,
riprendendo a disegnare.
“lacrime? Lacrime di chi?”
“Mie.” – Angel non alzò nemmeno
gli occhi nell’ammetterlo – “Angelus mi ha fatto piangere.”
Era un’affermazione tragica.
Eppure Cordelia si trovò a ricambiare il sorriso di Angel.
“A stare con te impara a
sdrammatizzare.” – si rallegrò, dando una leggera gomitata a Doyle.
“Vero. Sono un ottimo maestro.”
– concordò il demone.
“E’ stato così brutto?” –
chiese, tornando a voltarsi verso il vampiro.
“Abbastanza, Cordy.” – un altro
tratto di matita – “Ho fatto e detto cose di cui sono vagamente pentito.”
“Vagamente…”
“E’ironico, principessa..
significa che…”
“Doyle, guarda che ho capito.” –
Cordelia si voltò, lanciandogli un’occhiata seccata – “Vagamente in Angelslang
sta per moltissimo.”
“Angelslang?” – domandò lui,
alzando gli occhi dal disegno.
“Ma si, certo. parli talmente
poco che bisogna interpretarti!” – Cordelia avvolse la fascia su se stessa e la
posò sul ripiano della scrivania, prima di alzarsi – “Io non voglio forzarti
come questo qui, ma se vuoi parlarne….”
“Lo so, Grazie Cordy.” – Angel
accennò un sorriso, guardandola.
Il suo contatto con l’umanità in
carne e ossa. Fino all’ultimo capello e all’ultimo soffio di cipria. Cordelia,
fino all’ultima particella.
La ragazza lo fissò per un
attimo, prima di tirare un sospiro rassegnato e fare il giro della scrivania.
Fino ad arrivargli alle spalle e
sfiorarlo.
In modo semplice ed essenziale.
Ma unico.
Angel ricambiò quel gesto con lo
sguardo. E osservò Cordelia sporgersi per vedere il disegno, prima di
recuperare la sua fusciacca e avviarsi alla porta.
“Quel ritratto di Spike è
veramente bello. L’hai addirittura migliorato.” – commentò, sostando sulla
soglia – “Prima o poi dovrai fare anche il mio…”
E fu allora che accadde.
Angel, ad un passo dal negare
che fosse Spike, si bloccò.
E Doyle, con un brivido, seppe che la mossa era stata fatta.
***
Gli occhi di Angel si abbassarono
con una lentezza impressionante sul disegno. La sua mente, per giorni
ottenebrata dal demone, si riempì di immagini.
Quasi con sorpresa e tormento,
carezzò quelle linee di matita con gli occhi. E dal disegno sorse ancora una
volta quel viso affilato ed enigmatico.
E parole, parole sussurrate,
parole urlate… parole dette….
“Parli di te o del mio
antagonista misterioso?”
“Ma per piacere!Non vorrai paragonare me a quel biondino
slavato…”
No…
Non è possibile…
“Comunque, non intendo andare a cercare quel ragazzo.
Almeno per il momento. Devo ritrovare il mio equilibrio, prima. Quel ragazzo… è
come se fosse fatto di luce…”
“E’ una cosa che si potrebbe dire anche di Spike, non
trovi?”
Spike… William….
“Spike è sempre
stato fatto di luce. Buttarlo in pasto alle tenebre è stata un’ambizione troppo
forte perché Angelus e Drusilla potessero resistere.
Aveva l’odore dell’eternità appiccicato addosso…”
L’eternità.. questo peso che ci coglie nel pieno della vita..
l’eternità… l’eternità che ci allontana dai nostri sogni.. dai nostri ricordi…
“a cosa stai pensando? A dove ci siamo conosciuti? A cosa
mi hai fatto?
Mi spiace, non c’è redenzione per la tua colpa nei miei
confronti…”
Sotto gli occhi di Doyle, Angel
sembrò trattenere il fiato. La consapevolezza si fece strada in lui
prepotentemente, costringendolo a stringere tra le dita il piano del tavolo,
fino a far divenire bianche le nocche…
"Più grande di quattro
anni…"
Può darsi sia inglese…
"Gli volevi bene?"
"Molto. Perché? Tu non volevi bene a tua
sorella?"
L’immortale deve essere nato nell’ottocento…
Chi sei… perché solo ora mi rendo conto…
perché non l’ho saputo nell’istante in cui ti ho visto…
Perché William non ha compreso…
"Credo di doverti delle
scuse."
"E… per cosa?"
"Per averti mentito. E
per averti detto, per più di centocinquant' anni che ero figlio unico. Se l'ho
fatto è perché quando Dru mi ha trovato, ero, di fatto, figlio unico. Ed il
prima… l'avevo dimenticato. "
Non l’hai mai dimenticato….
Ti proteggi, ti proteggi da te
stesso, giorno dopo giorno.
E tu, Edward? Stai facendo
altrettanto?
“Non ti serve sapere… basta a me.
E poi, dopotutto, tu temi il motivo per cui io combatto con
te…”
Non ti ho voluto credere…
“Ha mai letto Chu Yuan?”
“ Gli stendardi oscurano il sole, I nemici son come nuvole, …” – Angel
fissò il ripiano della scrivania, perdendosi in quel sussurro, e andando oltre,
oltre ancora, lungo il corridoio dei ricordi – “Avevi un conto in sospeso con me…”
"Edward aveva un solo
difetto… era perfetto."
"Un difetto che hanno moltissimi fratelli
maggiori."
“Allora ritengo che dovremo combattere…Angel.”
"E non ho dubbi sul
fatto che tuo fratello Edward stravedesse per te.
Lo si legge nei tuoi occhi…"
Ti ha sempre amato, non ha mai
smesso di cercarti..
Perduto, perduto nel tempo come
noi….
“So della tua Redenzione. Come so dei tuoi delitti. Ma ora
dimmi… chi dei due può vincere, se entrambi abbiamo ucciso?
Chi di noi sta servendo la giustizia, ora…”
"L'avrei seguito in capo al mondo…"
Come se quelle informazioni gli portassero visioni dolorose, Angel si
strinse le tempie con le mani. Compresse la pelle, fino ad aver impressione di
incrinare le ossa.
Doyle era impietrito. Mai, come ora, aveva visto Angel nel vortice del
passato, delle immagini del passato, in ginocchio.
Innanzi a lui, ora brillava l’eroe, nella consapevolezza della sua
caduta.
“Cosa hai fatto a Spike,
Dru.”
“Nulla che lui non fa da solo
a se stesso. Vuole amore, prende amore, dona amore… cosa posso fare per lui che
già non faccia?”
“Le Cacciatrici lo
posseggono.. e tu non hai mai potuto nulla, rispetto a loro. Non è mai stato
tuo, con il suo animo. Non hai mai accettato il fatto che lui fosse ancora
quello che tu non eri più, vero? Lui è una leggenda…”
cosa sarà più forte? L’amore
o la memoria?”
“Mio povero Angelo…Tu lo temi. Non hai paura per lui. Ma di
lui.”
Quella notte…e un’altra notte
ancora… notti, e notti nel buio dei mie peccati.
Buio, oscurità… luce nell’ombra….
"Andiamo Dru, non puoi
volerlo veramente…"
"perché no… è dolce… è
buono… perché no, perché non un fratellino…."
"Se lo vuoi veramente,
arrangiati. Perché dovrei farlo…"
Oh, Angelus.. non potevi evitare
di farlo.
Come io, oggi, non posso fare a
meno di amarlo.
Drusilla l’ha sempre saputo. Ha
dato a te e me lo stesso faro nell’eternità.
Angelus strinse gli occhi e
lo fissò meglio.
La vita lo stava
abbandonando, rapidamente.
Eppure in lui restava ancora
qualcosa di ardente, di incomprensibile.
La luce, in lui…
La luce precaria sopra il suo capo lo incoronava d’oro,
disegnandolo con
ombre scure… e rendendo ancora più profondi gli occhi.
Enigmatico.
Come se fosse travolto da un infinito rimpianto,
da un intimo dispiacere nel sapere ormai scritto il
seguito.
Un attimo...
un gioco di luce…
Quell’espressione…
quell’affrontare il proprio destino senza paura…
Quegli occhi…
Dove potevano già essersi incontrati.. dove poteva averlo ferito
così profondamente... cosa poteva avergli strappato… cosa…
Come allora, dal buio è sorto il
guerriero. I volti sono diversi, gli spiriti sono forti.. ma gli occhi… gli
occhi…
Non provava paura.
Lo fissava, forse senza
vederlo.
Senza temerlo.
Senza lasciar svanire la
consapevolezza.
Non lo temeva, non aveva
paura del suo destino, non aveva paura della partita che si stava giocando
senza il suo permesso.
Non gli importava.
“E tu cosa saresti? Un paladino?”
si, lo sono. Lo so, nulla cambierà
mai questa realtà.
La chiamano Redenzione….
Fissava, con occhi grandi e
luminosi, i suoi carnefici, con la bocca intrisa di sangue. Era forte, per
essere quasi morto. Era forte, mentre irrigidiva i muscoli nel tentativo di
muoversi ancora.
Non cercava di scappare.
Voleva…Voleva capire.
Redenzione…
“Condanni anche te stesso con
la stessa volontà?
Condanni ogni notte come
vorresti essere condannato?”
“Tu non vuoi questo combattimento come non lo voglio io.
Sai chi sono, sai che non sono Angelus…
ma non vuoi lasciarmi andare… perché?”
“Perché ti considero degno…
Nella proporzione in cui ti vorrei morto.”
Vuoi combattere e prevaricare…
Ma non mi vuoi uccidere.. buon dio, non stai nemmeno
desiderando di punirmi.
Che cosa stai cercando, se non vuoi la mia vita e non vuoi
la mia morte?
Edward, perché volevi me, se
potevi riavere lui?
“Continua ad espiare, allora.
Ma ora combatti, perché il mio sangue che hai versato
reclama questo diritto.
Se non combatti per la tua vita, allora combatti per la tua
missione.”
I ricordi si accavallavano
istericamente, senza fermarsi. Parole, volti, movimenti si mischiavano in una
folle corsa alla verità. Angel non riusciva a controllarli. In balia delle
parole, come lo era stato di Angelus, mischiando i fotogrammi della sua vita a
quelli della sua esistenza demoniaca, avanzava verso una meta ormai troppo
vicina per sfuggirgli ancora.
Come sconvolto da quella luce,
si abbandonò contro lo schienale, gli occhi ancora persi sul disegno, la mente
ancora invasa dalle parole.
“Dove vuoi arrivare…Non vuoi
morire e non vuoi uccidermi.
Dove vuoi giungere, in questa
tua impresa…”
"Hai perso perché hai dubitato.
Hai smesso di credere in quello che facevi.
Probabilmente hai avuto paura del perché io combattessi con
te…"
"Ed è giusto tutto questo?
Me lo sono chiesto così tante volte…
cosa avevo di particolare per ottenere questa immortalità?
Perché io, Angel? perché… cosa c'era in me da rendermi così
adatto?
E' ancora come allora… lui è morto… io sono sopravvissuto.
Avevamo le stesse probabilità…"
Le stesse probabilità…
Le stesse probabilità…
Le stesse probabilità…
Aveva un unico difetto.. era
perfetto….
“Non mi interessano le
questioni di voi immortali.”
“Sei un immortale”
"Ho sempre pensato che Edward…volevo credere che
potesse vedermi,
anche se non c'era più.
Non sapeva nulla…
Ed ora , se veramente mi sbilancio a credere che esista
qualcosa oltre la morte…
non posso far altro che pensare allo spettacolo che ho messo
in piedi in questi secoli.
Non poteva trovarti.. ti credeva morto…
Diceva sempre che mi avrebbe appoggiato, qualunque fosse la
mia strada...
Anche ora, ti lascerà andare…
ma ho difficoltà ad immaginarlo concorde con alcune mie scelte
di vita."
“oddio, William William…” – balbettò, appoggiandosi alla scrivania, come
schiacciato da un inaspettato peso –
“Che cosa ho fatto…”
"Hai lo sguardo di una
persona che è stata amata, William.
Sei uno che per amore sarebbe
capace a fare di tutto. A rischiare tutto.
E non solo per l'amore di una
donna.
Avresti veramente seguito tuo
fratello in capo al mondo.
Perché non sarebbe mai stato
capace di farti del male."
Perché non sarebbe mai stato
capace di farti del male… farti del male.. farti del male…
“Adesso sarebbe ora di
voltarsi.
E fare le presentazioni.”
“Non farlo. Ti prego… non farlo.”
“Ti prego, dimmi che l’ho
colpito.”
“Più di quanto pensi, William…Più di quanto pensi….”
Il vuoto in lui.. e quel battito
impazzito. Era amore… amore e dolore. Ed io non ho compreso…
Non ti ho salvato nemmeno questa
volta, William…
“Era tra me e lui.
Non avrebbe mai permesso a
nessuno di intromettersi…
se ti ha colpito è stato
perché non ti voleva tra noi.
L’ha fatto solo perché tu non lo potessi seguire…”
Uno, due, tre colpì ritmati
sulla scrivania. Doyle si sporse e gli afferrò il polso, per fermarlo.
Angel sembrava impazzito.
Con uno scatto, si liberò della
sua stretta e lo fissò, raggelandolo.
“Non lo so, William! È questo
il punto. Io devo scoprire chi sia, perché non so per quale motivo abbiamo
combattuto.
Lui aveva una motivazione.
Io devo trovare la mia.
E, mi spiace dirtelo, non
sono certo di poterne avere una.”
Edward era nel giusto, William.
Stasera avrei dovuto pagare per le mie colpe…
Invece sono stato accecato, una
volta ancora, dalla luce che non posso avere, dalla luce che non posso
raggiungere.
Raggiungere raggiungere
raggiungere….
Chi ha mira è perché si sdoppia e spara a se stesso…
“Lo straniero non si è curato
di Spike fino a quando non si è sentito minacciato.
Non aveva intenzione reale di
attaccarlo…
l’ha fatto per una forma di
difesa che non comprendo…”
“Ti sei intromesso, William.
Ma adesso voglio che tu ti metta in testa che io e
quel tizio possiamo essere molte cose..
ma inspiegabilmente non siamo nemici.
Non del tutto.
E, nella nostra sfida, esistiamo solo noi. Immortale o no,
è un innocente.
Nessuno di noi lo toccherà con un dito, finchè la mia opinione,
qua dentro varrà qualcosa.”
Colpiti a vicenda…
“Io non avrei così fretta…”
Il buon motivo… quasi amore…
Amore, ancora…
“Io non so chi fosse, non l’ ho mai incontrato.
Ma qualunque cosa gli abbia fatto, l’ ho colpito nel
profondo. Mi chiamava per nome, mi ha chiamato Angel, non Angelus, sapeva chi
ero..
e io non riesco a immaginare in quale vita gli ho portato
via qualcosa di così importante da venire meno ai suoi principi.
Quel ragazzo, chiunque sia, ha un senso dell’onore come non
ne ho mai visti. Ne ho avuti pochi di avversari degni come lui…”
Degni come lui.. tanto forti da
bucare le tenebre, con gli occhi, con il credo, con la forza….
Solo uno, come lui.. solo uno in
tutta la mia vita…
Solo uno….
"L'inferno è in terra, hai ragione.
Ed ognuno di noi ne porta una frazione sulle spalle, ogni
giorno.
Io sono qui, perché tu hai bisogno di me.
E tu sei qui perché io ho bisogno di te.
E so che non mi lasceresti mai."
Mai.
Mai.
Mai.
"Come due fratelli."
"Come due fratelli."
"Non andrò via, William. Né ora, né mai."
"No, te lo prometto. Te lo prometto, Angel."
"Lo so."
Così leale… così fiducioso…
Lui si fida di me.. si fida di
me da sempre….
Angel, perché ci hai messo tanto a trovarmi? Tu sai sempre
dove sono…"
"Io adesso so… che è
vero…
anche tu hai le ali, come gli Angeli veri. Piene … di luce."
Cosa ho fatto per meritarmi
questa fiducia. Come puoi fidarti di me che cammino nell’ombra, quando nei tuoi
occhi c’è ancora la luce di quel guerriero…
Quel guerriero….
Era un guerriero, Faith. Non
sono poi così comuni…
Edward….
Era fatta.
Doyle lo guardò, mentre i suoi
occhi tornavano alla realtà. Guardò le sue labbra sillabare quel nome e sentì il peso del destino
schiacciarli con forza.
Il destino si era avvolto su se
stesso, una volta ancora.
Con lentezza, eppure senza
condanna, gli occhi di Angel salirono fino a incontrare i suoi.
Inchiostro. Iridi di inchiostro.
E una piega quasi dura sulle
labbra, nel pronunciare la frase di Spike, di quel giorno, contro Faith.
"Scacco matto alla
Regina."
[VII]
Il cassetto sbattuto con
violenza fece sussultare Doyle.
“Non mi importa se mi hai
mentito.” – disse Angel, sbattendo anche la porta dell’armadio in preda ad una
tensione inusuale – “Ma se adesso provi a fermarmi sarà peggio per tutti e
due…”
nell’attimo stesso in cui era
riuscito a domare i suoi ricordi ed il volto dello sconosciuto si era
sovrapposto a quello di Spike in una conferma senza incertezze, Angel si era
alzato e se ne era andato.
E a Doyle non era restato che
tallonarlo fino in camera.
Come se per prendere tempo, per
riordinare i pensieri, Angel era già a torace nudo, impegnato a cercare un
maglione, il portafoglio, chiavi… qualsiasi cosa lo potesse separare per
qualche minuto dalla sua missione senza farlo sentire in attesa di un nuovo
segno.
“Non voglio fermarti.” – ribattè
Doyle, restando comunque a centro della porta – “Voglio solo sapere se sai cosa
sto facendo.”
“No, questa curiosità dovrai
tenertela. Adesso ho da fare.” – commentò, recuperando anche la giacca e
caricandolo come un toro.
Con un’espressione tale da far
spostare Doyle prima della colluttazione.
Accidenti, mi ha fatto paura più
della macchina di Methos…
“Angel, aspetta.”
“No.” – ribattè secco, scendendo
le scale rapidamente.
“E’ pieno giorno, dove credi di
andare?”
“Sai benissimo dove vado e sai
che ci andrò passando dalle fogne.” – erano già nel seminterrato – “se proprio
vuoi renderti utile, tieni qui Spike.”
“oh, certo. una cosa da niente.”
“Se sei riuscito a non dirgli di
Edward.” – ringhiò, voltandosi – “saprai anche convincerlo a stare qui.”
A questo punto il sangue
irlandese di Doyle si sciolse all’interno di quello demoniaco. E la sua
proverbiale pazienza ebbe fine.
“perchè invece tu ti sei
precipitato a dirglielo.”
Angel si bloccò. La mano
sull’anello della botola, il ginocchio già piegato, pronto a scendere.
Senza un commento si rialzò,
lasciando che il varco si chiudesse con un tonfo. E si voltò.
“dimmi cosa dovrei dirgli.” – chiese,
pericolosamente vicino – “Che suo fratello voleva testarmi e vedere se potevo
sostituirlo veramente? Che, ops, guarda che caso, è un immortale e potevano rivedersi molto prima? Dimmi solo una
cosa, lo troverò ancora o è scappato di nuovo?”
“Edward non è il tipo che
scappa.” – ribattè Doyle, prendendone le difese – “E non ho detto nulla a Spike
perché mi ha chiesto di non farlo.
Io ne ho viste persone soffrire
nella mia vita, ma il dolore che sta provando
in questo momento non conosce paragoni con nient’altro. Che ne dici,
andiamo di sopra e facciamo lo stesso servizietto a Spike?”
Incurante della spanna di
differenza in statura che li separava, Doyle fece un passo avanti, quasi a
sfiorare il torace di Angel con il proprio. Trattenendosi dal desiderio di tirare il primo pugno.
“Come credi che l’abbia
scoperto?” – sibilò – “Nello stesso modo in cui l’hai scoperto tu. Hanno gli
stessi occhi, lo stesso sorriso. Chissà, forse William sarebbe potuto divenire
così, se tu non l’avessi trovato. È questo che ti rende così furioso? Non è da
tutti trovarsi di fronte l’altro volto del destino.”
Forse un pugno avrebbe fatto
meno male. Angel non si mosse, eppure sentì il suo cuore stringersi e perdere
un battito, innanzi a quella verità.
Il passo indietro, a sorpresa,
lo fece Doyle. Si appoggiò alla Desoto parcheggiata. E lo fissò, mortificato.
“Non volevo, perdonami. –
mormorò – “Ti giuro, mi è sfuggito di bocca…”
“Forse le tue non sono verità
assolute.” – replicò Angel, voltandosi e scivolando giù, nell’entrata dei
cunicoli – “ma hanno la loro validità… credimi…”
Doyle rimase fermo, appoggiato
alla macchina. Sopra la sua testa risuonavano gli anfibi di faith, appena
rientrata. Ma sotto i suoi piedi, gli sembrava di poter sentire il rimbombo dei
passi di Angel, lungo le lamiere dei condotti.
Non riusciva a immaginare cosa
potesse pesare o fare Angel in questo momento. Senza neanche soffermarsi su
quanto aveva appena scoperto, correva verso la fonte di ogni risposta, verso
quell’antagonista che tanto l’aveva tormentato nelle ultime ore.
Doyle si ritrovò, con sorpresa,
a ringraziare intimamente Spike, per quella follia ideata la sera prima. Forse,
senza neanche saperlo, aveva salvato suo fratello.
Si pentì all’istante di quel
pensiero. Ipotizzare che angel cedesse al suo demone, per un moto di rabbia…per
quale motivo, poi…
Già…
Di colpo questa storia mi sembra
assurda. Incomprensibile, connessa a leggi che non comprendo.
Come, perché negarsi all’affetto
delle persone che si amano. Perché fuggirne di continuo, perché dover giungere
a semplici soluzioni per strade tortuose.
“Che succede all’eroe?”
La sua voce lo fece sobbalzare.
Si voltò e lo guardò, in piedi illuminato dalla luce del piano superiore che
gli pioveva alle spalle.
Nel buio gli occhi di Spike
brillavano quasi come quelli di un gatto. Era
a torso nudo e stringeva tra le dita una maglietta.

“Niente. Doveva verificare una
cosa.” – rispose Doyle, prima ancora di formulare un pensiero coerente.
“Oh.” – il sopracciglio di Spike
stava già innalzandosi verso l’alto – “E questa ‘cosa’ implica che lo
seguiamo?”
“No.” – Doyle scese dal cofano
della macchina e si avvicinò – “Direi che può sbrigarsela da solo.”
“Immagino ti abbia detto che sa
quello che sta facendo.”
No, non si nemmeno preso la briga
di fare una cosa del genere.
Ma, dopotutto, io gli ho
mentito.
Direi che siamo pari.
“Bhe, Angel è uno che di solito
sa quello che fa.” – replicò, incrociando le braccia e alzando la testa, per
guardarlo, in cima a quei pochi gradini.
“e non c’è niente che vuoi
raccontare a zio Spike?” –insistette quell’altro, finendo di vestirsi.
A dire il vero, un mare di cose…
“Nulla.” – tranquillo. Dovrei
sconvolgerti la vita, mandarti in confusione,
farti infuriare. In questo caso, penso di preferire lasciarti nell’incoscienza…
In quell’attimo di riflessione,
Doyle si domandò cosa restasse in lui del fratello di Edward. Il fisico, gli
occhi, il gergo,.. spike aveva nascosto William nelle profondità del suo
essere.. e William rare volte emergeva nei movimenti e nelle reazioni
istintive.
Forse le parole, la tenerezza
che metteva in alcune attenzioni…
Ma era cambiato.
E così come Angel non era più
Liam, Spike non era un William semplicemente cresciuto.
Spike riemerse dalla maglietta e
lo guardò, con sospetto. Doyle lo fissava come se lo vedesse per la prima
volta, come se nella mente gli sfrecciassero rivelazioni mai avute.
“Ehi, sono sempre io, il vecchio
e affascinante Spike.” – commentò, scotendo una mano per distrarlo – “Si può
sapere che hai da guardare?”
“io…” – doyle lo fissò con
sorpresa, mentre i suoi occhi passavano da un azzurro perso alla tonalità di
sempre – “Nulla. Guardavo i lividi.”
Si mosse sicuro, superando i
gradini.
“Allora, piccolo inglese.” –
esclamò, con aria tranquilla – “Non hai nulla da raccontarmi? Mi hanno detto
che hai progettato un’apocalisse in cantina, ieri notte….”
Pagheremo tutti questo nostro
silenzio.
Ma ce ne preoccuperemo, il
giorno che accadrà.
***
Quando Methos aprì la porta e si
trovò di fronte Angel, gli parve di sentire la cavalcata delle valchirie.
Lo squadrò, sfoggiando la sua
espressione più ermetica.
Ma Angel ricambiò, con muta
sfida.
Non c’era molto da dire o da
fare… sarebbe giunto al suo obbiettivo comunque.
“Resta dove sei.” – mormorò
Methos, con voce piatta, allontanandosi e lasciando la porta aperta.
“Non ho bisogno dell’invito.” –
commentò il vampiro, con voce piatta – “Una volta ottenuto.. e tu non avrai
comunque il tempo di avvertirlo.”
“Intendevo solo tirare le tende.”
– rise methos, voltandosi a guardarlo – “Mi sembra il minimo, come padrone di
casa. Ma se vuoi essere sospettoso, fai pure.”
Angel non rispose. E quando
l’appartamento fu finalmente in penombra, con pochi risoluti passi si pose al
centro.
Aleggiava ancora, in quell’ampio
salone, un vago sentore di sangue. Voltandosi di poco, Angel potè intuire che
la fonte di quell’aroma fosse in uno dei materassi da palestra.
Una macchia più scura gli diede
conferma del fatto.
Guardingo, tendendo i sensi
verso il ballatoio alle sue spalle, si domandò dove fosse, mentre Methos si
accomodava sul divano.
“Non sei venuto a parlare con
me, immagino.” – sospirò l’immortale, allungando le braccia lungo lo schienale.
E guardandolo, in attesa di una replica.
“Infatti.” – ribattè, con un
vago sorriso - “E dimmi, lo tieni nascosto da qualche parte?”
“Assolutamente no.” – scosse la
testa – “Si sta preparando a partire. Vuoi che te lo chiami?”
“No, grazie.” – adesso l’aveva
individuato, nella camera da letto dietro di lui –“Faccio da solo.”
“Fai pure. Ah, Angel… Gradirei
che tu non lo toccassi nemmeno con un dito….” – per quanto noncurante, Methos
aveva accompagnato quelle parole da un leggero movimento del braccio. E la
spada, apparsa da dietro il divano, servì a sottolineare la sua opinione a
riguardo – “Vedi, potrebbe spiacermi, rovinare così la giornata ad entrambi…”
Angel rimase immobile un attimo.
Poi, con studiata provocazione sfilò le mani dalle tasche e le mostrò, aperte,
alzandole.
“Sono disarmato.”
“Io no.”
Edward era appoggiato allo
stipite della porta. La sacca era ai suoi piedi. Usava la spada per
giocherellare con i manici e la tracolla.
Si era cambiato. Ora indossava
un maglione chiaro e un paio di jeans. Quei colori tenui, quasi opposti al nero
e al mimetico della sera precedente, mettevano in risalto la verità nuda e
semplice. Edward era una creatura diurna. E il sole di cui godeva, in ogni
istante della sua vita, risaltava nel colore della sua carnagione e dei suoi
capelli irregolarmente schiariti.

Nell’attimo in cui aveva sentito
Methos parlare. Edward aveva saputo chi fosse l’interlocutore.
Quella voce pacata, dall’accento
ormai quasi sparito, sarebbe stata riconoscibile anche nel frastuono. Edward
aveva posato i suoi bagagli e la giacca da motociclista. E aveva sfilato dalla
custodia la sua spada. Pronto a ricominciare, se era necessario.
Alzò gli occhi, con studiata
sfida, incontrando lo sguardo del vampiro.
Ora, nella penombra luminosa del
giorno, poteva valutarlo meglio. L’incarnato eccessivamente pallido, le spalle
larghe e esaltate dal giaccone di pelle.
Era eccessivamente
monocromatico, nei suoi abiti scuri. I capelli corti e fermati con il gel, i
lineamenti regolari. Era indiscutibilmente affascinante senza essere
appariscente. Semplicemente, era un magnete allo stato puro.
Anche adesso, senza l’eleganza
di un’arma bianca tra le mani, da lui trasudava lo spirito del combattente. Ed
Edward, nel valutarlo e soppesarlo, e nel subire lo stesso trattamento, si
domandò dove sarebbero andati a parare, nella loro sfida.
Poi, improvvisamente, si rese
conto dell’espressione con cui lo stava valutando. Aveva un profondo sguardo
scuro, assolutamente insondabile.
Deglutì, e i suoi occhi
divennero ancora più azzurri.
“Io no.” – ripetè – “Io sono armato.
Ma non credo tu voglia riprendere il combattimento. Di giorno… senza una reale
motivazione…”
Era abile. E stava imboccando la
stessa via della sera prima. Ma ora, valutò Angel, si stava sbagliando.
Questa volta era lui, senza una
reale motivazione.
“Questa volta, Edward…” –
replicò, con voce assolutamente tranquilla – “Il mio perché è più forte del
tuo.”
Il silenzio sa essere freddo,
considerò Methos, come poche cose al mondo…
Per un attimo, Edward non
credette al suo udito. Tutto il suo essere ebbe l’impressione che il tempo
fosse rallentato un’altra volta, dilatandosi. Quella singola frase, detta con
calma, gli penetrò al centro del petto, con un dolore simile a quello della
freccia.
Resistette a stento, stringendo
i pugni, al desiderio di portarsi le mani al torace.
Resistette al desiderio di
replicare, di urlare, di prendere a calci la parete.
Resistette al desiderio di
sfogarsi. E solo alla fine, all’apice della sua tensione, si rese conto di non
aver provato rabbia nei confronti di quel vampiro oscuro e silenzioso.
Ma solo contro se stesso.
Poi, con mossa fulminea, Angel
infilò una mano in tasca e lanciò qualcosa a Edward. E lui, per quanto
sbalordito e raggelato da quel riconoscimento, reagì d’istinto e afferrò
l’oggetto.
Un cellulare.
“Se ritieni che non abbiamo nulla da dirci.” – la voce
di Angel era tagliente – “Chiama quel numero e parla con tuo fratello. Come
vedi, ti permetto pure di scegliere.”
Si mosse, di un passo, e poi di
un altro, avvicinandosi, chiudendolo lentamente in quell’angolo, contro quella
parete.
“Puoi scegliere tra me e
William.” – spiegò, nel fermarsi perfettamente nel raggio della spada di Edward
– “Ma con uno dei due dovrai scambiare due chiacchiere.”
Gli occhi di Edward lo
fissarono, alzandosi con lentezza. E quando furono viso a viso, Angel sentì una
morsa allo stomaco.
Quella luce in fondo agli occhi.
Angelus era stato attratto da quella luce. Se oggi William era Spike.. era per
quel colore puro. Per quei cristalli azzurri in cui si muovevano tutte le
emozioni più forti del mondo.
Per un attimo si sentì quasi
male, fisicamente.
Doyle aveva ragione… questo era
un altro volto del destino. Era il monito per uno dei suoi peggiori delitti.
Se ci fossimo incontrati prima,
nessuno avrebbe potuto salvarti da me.
Io ti avrei distrutto.
Ed ora, rendi solo più forte e
deciso il mio futuro.
Doyle non ha mentito. La
Redenzione esiste. Ed io la cercherò, fino a quando non l’avrò ottenuta.
Edward lo fissò, raddrizzandosi.
Poi, con studiata lentezza, la destra ancora stretta all’impugnatura della
spada, tese una mano.
E, senza un commento, gli
restituì il cellulare.
“Methos.” – annunciò, senza
perdere quel contatto visivo – “Penso che tu possa ritenerti congedato….”
***
“Siete pregati entrambi.” –
commentò poco più tardi l’immortale, già con un piede già sul pianerottolo –
“Di non distruggermi l’appartamento.”
Mentre la porta si chiudeva,
methos ebbe ancora una fugace visione di quei due, in piedi, al centro di una
stanza. E, pur impegnando al massimo le sue capacità intuitive, non riuscì
nemmeno a ipotizzare cosa sarebbero stati in grado di dirsi.
O di farsi…
Scese le scale, con calma. E la
vibrazione del cellulare lo distrasse dal tendere ancora l’orecchio.
“Ciao Francis.” - sospirò,
varcando la porta di casa e scendendo nuovamente in strada – “No, non mi son
potuto fermare a origliare… si, ti credo.. se dici che non glielo hai detto
tu…”
Si fermò, sull’ angolo,
ascoltandolo.
Alzò gli occhi al cielo, poi si
voltò, nuovamente verso qual terrazzo da cui Edward, meno di un’ora prima,
aveva salutato Faith.
Ma da dietro le tende non gli
giunse nulla.
“Risparmia la bolletta.” –
commentò – “Sto venendo lì…”
***
Quando finalmente Methos chiuse
la porta, la tensione parve improvvisamente mutare di sostanza.
Con un sospiro, Edward si mosse,
cercando di apparire tranquillo.
Dopotutto, si era appena
ricordato che stava per conferire con un vampiro. E, delle tante esperienze che
già poteva vantare, quella gli sembrava una delle più surreali.
Si tratta, considerò, di sapersi
comportare.
Come due esseri civili, due veri
gentiluomini.
Si spostò verso la cucina e aprì
il frigo.
Per poi fermarsi, in dubbio.
“I vampiri bevono birra?” – chiese,
mostrando due bottiglie rese opache dalla sbalzo di temperatura.
“Dipende dai gusti.” – replicò
Angel, afferrando la sua. Svitò il tappo e bevette un sorso, sedendosi al
bancone.
Edward fece altrettanto,
prendendo posto di fronte. Come approccio sembrava funzionare…
Angel lo stava nuovamente
fissando.
“Se stai cercando le
somiglianze.” – sospirò, quasi stanco di quei continui esami – “Risparmiati la
fatica…”
“Da giovane ti assomigliava
molto.” – replicò, Angel – “E’ per questo che ieri sera non me ne sono accorto…
non pensavo a com’era da molto tempo…”
“Hai detto giusto. Come era. Il
che, direi, chiude la nostra conversazione.”
“Non essere frettoloso, Edward.
Spike è famoso per quello che nasconde sotto la superficie. E con l’anima, sono
probabilmente tornate molte caratteristiche di…”
“Di quando era vivo?” – domandò
a bruciapelo Edward, incrociando le braccia e fissandolo.
Angel ne fu sorpreso. Forse
quella reazione, in frangenti diversi, l’avrebbe divertito.
Ma la verità, semplice e
lineare, era che quel ragazzo lo disorientava.
Paragonarlo a Spike era riduttivo e deviante. Dare per scontato che
potesse capire ogni coda della loro vita demoniaca poteva essere uno sbaglio
madornale.
“Lui è, a modo suo, ancora
vivo.” – replicò, con lentezza, dosando i termini – “Io l’ho ucciso. Ma lui è
sopravvissuto. Di lui dicono che è più vivo di molti vivi…”
Edward non accennava a
interromperlo. Lo ascoltava. Fermo.
Con la stessa espressione
assorta che aveva avuto Spike quel giorno.. il primo giorno passato a Los
Angeles…
Angel rischiò di perdere il filo
del discorso. Era spaventoso.
“Adesso ha un’anima.” – riprese,
con lentezza, intervallando con un sorso di birra – “E per quanto io ne sappia
qualcosa delle sofferenze che ne derivano, so per certo che, nel caso di
William, questo ritorno ha dato delle risposte che io, come suo Sire e come suo
assassino, non ho mai saputo dargli.”
Il silenzio che ne seguì fu
interminabile.
Angel abbassò gli occhi per un
istante, domandandosi cosa stesse pensando. Imperscrutabile eppure terso, come
il cielo d’estate.
“Da quanto tempo sai di lui…” –
chiese, tornando a guardarlo. Edward si era appoggiato al bancone, le braccia
ancora conserte.
“Trenta ore.” – replicò, senza
neanche fissarlo, facendo ruotare la bottiglia – “Sono arrivato ieri mattina…e,
se vuoi sapere tutta la verità, ieri sera non ti stavo cercando.”
“Questo l’avevo intuito.” –
ribattè, accennando un sorriso – “Eri parecchio impegnato, quando sono
arrivato…”

Gli occhi di Edward lo
squadrarono, freddamente.
La Reminiscenza è un sentimento
privato e spesso devastante. Non esistono parole per spiegarla, né emozioni con
cui compararla.
Ma questo, probabilmente, si
poteva anche dire di altro.. come del bere il sangue…
“Dove vuoi andare a parare, Angel?” – domandò, tralasciando i
preamboli – “Vuoi spiegazioni, informazioni o sei venuto ad accertarti che non
me ne vada più in giro ad accoltellare mio fratello? Sono stanco, me ne voglio
andare…”
“E saprai dimenticare? Io non ti
conosco, ma non credo che tu sia capace di gettarti alle spalle questa storia.”
“Quella che tu chiami ‘questa
storia’ è mio fratello. Un fratello che non sapevo di avere ancora è che era la
luce dei miei occhi. Probabilmente, se io ci fossi stato, tu non avresti avuto
una singola possibilità.”
“Non esserne certo, Edward.
Angelus non è mai stato propenso a chiedere.” – con gesto studiato, Angel
spinse verso di lui il pacchetto di sigarette, dimenticato in un angolo del
bancone – “E, comunque, tu non c’eri.”
Non sapeva perché l’aveva detto.
Anche se era la verità, era
suonata come un’accusa.
Angel aspettò una reazione.
“E’ vero.” – confermò Edward,
celando abilmente ogni pensiero, senza muoversi – “Io non c’ero. Ma, se è vero
quello che dici.. se è tanto vero da farti parlare di Angelus come di un’altra
persona.. nemmeno tu c’eri a salvarlo. Nemmeno tu puoi fuggire da questa
realtà. Tu, mio grande eroe.. l’hai condannato.”
Forse, amico mio, era meglio
quando ci affrontavamo con la spada in pugno.
Le ferite sanguinavano meno.
Amico mio…
Quel nomignolo gli colorò
l’ombra di un sorriso sulle labbra.
“tu ed io, Angel.” – proseguì –
“Non abbiamo niente in comune. Io non voglio vendetta, su questo sono stato
palesemente chiaro ieri sera. E non voglio che William sappia di me. Per quel
che mi riguarda, questa conversazione non ha motivo per esistere.”
Si era alzato, con il garbo e
l’educazione che la sua epoca gli aveva insegnato. Un congedo, preciso e
letale.
“Ti sbagli.” – la voce di angel
risuonò chiara e netta, mentre Edward già gli volgeva le spalle. Ancora seduto
al bancone la bottiglia di birra a metà strada tra le labbra e il ripiano –
“Spike ti cerca ancora adesso. Ancora oggi cerca te, quando desidera un
appiglio. Il suo mondo sta in equilibrio tra la tua luce e la mia oscurità.”
Si era girato, ruotando sullo
sgabello. Seguendo, ironia della sorte, gli stessi pensieri di Doyle.
“Io forse sono il buio che lo ha
accolto e l’ha salvato.” - Aggiunse, mentre Edward si voltava di scatto, quasi
scottato da quelle parole – “Oh, si, è così…. Ti rendi conto della differenza
che passa tra Angel e Angelus. Ieri sera stavi combattendo con me…Tu non stavi
combattendo con l’assassino di William. E lo sai bene.”
Edward tornò verso di lui, le
braccia conserte. Tutto il suo corpo comunicava una profonda stanchezza.
“Angel…” – tirò un respiro
superfluo, cercando di dosare la rabbia. E la paura di quell’ammissione - “Sei
un animo forte, e sei quello che credi di essere. Un paladino. Sei stato un
avversario nobile, come non ne ho mai avuti, se questo può valere a qualcosa.
Ma ti sbagli quando credi che questa sia una bilancia in equilibrio.”
Si interruppe, fissandolo.
Dichiarandosi, in un certo
senso, vinto innanzi a lui.
“È a te che Spike è legato, non
a me.” – disse, scandendo quell’ammissione, con lentezza quasi ossessiva –
“William era mio fratello. Era. Adesso c’è Angel. Solo Angel.”
Adesso c’è Angel. Solo Angel.
Già… ci sono io.
E, contrariamente a quanto
poteva pensare, quella realtà dei fatti gli diede fastidio.
Non sono te.
E non sono il tuo sostituto, si
ripetè, cercando di convincersene.
Los Angeles, ottobre 2000
Spike si rizzò a sedere sul
letto. E fissò la porta, appena accostata..
“Permettimi di farti notare.”
– sussurrò, tagliente – “Che non amo essere guardato mentre dormo.”
“Lo so.” – sospirò Angel,
aprendo del tutto la porta e facendo capolino – “Non ti stavo guardando.. bhe,
si, anche.. ma stavo cercando di vedere se eri sveglio.”
“No. Dormivo.” – ribattè il
vampiro, appoggiando le spalle al testile, accendendo la luce e infilandosi una
sigaretta in bocca allo stesso tempo – “Ma visto che il danno è fatto, entra
pure e infilati nel mio letto.”
“Grazie, Spikey.” – commentò,
chiamandolo con il vecchio nomignolo e sdraiandosi..
In diagonale, sul letto. Le
braccia ripiegate e la testa inarcata verso di lui.
“Mi hai preso in parola.” –
ribattè Spike, senza trattenere un sorriso, guardando il suo sire mettersi
veramente comodo.
“perchè, scherzavi?” – Angel
assunse un’espressione stranita e lo guardò.
“No, no, fai pure.”
Lo fissò, sorprendendosi e
sentendosi quasi a disagio per quel mezzo sorriso e per quella posizione
stranamente famigliare.lui e Angel, sdraiati sul letto
“Bhe, che c’è?” – insistette.
“Sono venuto a chiederti le
tue intenzioni…”
“Bhe, Angel, non so.. mi
guardi dormire, ti sdrai sul mio letto, mi osservi concupiscente.. le tue
intenzioni sono chiare, ma le mie…”
“Parlavo di oggi.” – lo
interruppe con occhiata tollerante Angel- “Sai che giorno è, vero?”
“Certo che lo so.”- per
ammetterlo gli servì una boccata di fumo più lunga del previsto – “Ma non
intendo farci nulla. Assolutamente nulla.”
“Benissimo.” – Angel annuì,
serio- “Per cui non vuoi nemmeno un regalo….”
“Non mi hai già fatto un
regalo? Ricordi, a giugno, Cacciatrice da festeggiare.. brindisi…”
“mi ricordo. Ma è passato del
tempo...”
“Si, certo…”
“E poi non sapevo che
intenzioni avessi….”
“Angel, ho capito
l’antifona.” – lo interruppe, porgendogli un pacchetto di sigarette. Un’ottima soluzione
per quell’espressione vagamente imbarazzata che iniziava a modificargli i
lineamenti – “Fuma e tranquillizzati. Non ti tratterò male.”
“Grazie…”- replicò il vampiro
bruno, accettando il tabacco – “Che pensiero gentile…”
“Torniamo all’argomento.”-
disse Spike, con tono professionale – “Non intendo fare nulla. E non voglio
dirlo a nessuno. Per cui passa la voce anche a Faith. Niente baldoria, fine
della questione.”
Fece una pausa, allungandosi
a prendere il posacenere.
“Del resto” – aggiunse – “Se
mi hai comprato un regalo, è inutile che lo riporti indietro…”
“Su questo sono d’accordo.” –
replicò Angel, estraendo dalla tasca posteriore una busta.
“Che cos’è?”
“Non fai prima ad aprirlo?”
“Voglio sapere che cos’è…”
“William.” – Angel lo fissò,
tenendo ancora la busta tra due dita – “Non funziona così. Ripeti con
me:’grazie Angel’ prendi questa busta e aprila.”
“grazie Angel, prendi questa
busta e aprila.”- scimmiottò, ubbidiente Spike, strappandogliela letteralmente
di mano. E sbriciolandola quasi – “Contento?”
“Abbastanza.”
Gli occhi di William si
spalancarono, davanti al contenuto della busta. Avesse potuto, gli sarebbe
anche mancato il fiato.
Fissò i due cartoncini e
Angel, ripetutamente. Lo guardò, mentre si alzava dal letto e si avviava alla
porta.
“Il concerto è stasera alle
nove.” - precisò, afferrando la maniglia e voltandosi, per finire la frase– “Il
posto lo sai. Il secondo biglietto è di Faith. Due moto e due biglietti. Buona
serata…”
si fermò, poi riaprì la
porta.
“Ah, William, dimenticavo.” –
aggiunse – “Buon compleanno.”
“Edward, cosa ti fa credere che
William abbia la memoria più breve della tua?” – domandò, quasi soprappensiero
– “Non sei il solo che è andato avanti da solo per una strada inaspettata. È la
particolarità che avete entrambi. Vampiro e immortale. Avete persone che amate,
una vita propria. William non dipende da me, in nessun modo. Siamo legati, io e
lui, da un legame di sangue e, a quanto pare, da un destino comune. Ma non
esiste solo questo….”
Edward non si voltò. Lo ascoltava,
questo era certo. Ma gli volgeva le spalle.
“William ha Faith. Wes, Doyle,
Cordelia, Dawn…” – enumerò Angel – “La metà di questi nomi per te non significa
nulla. Ma sono le persone che tuo fratello ama, quelle per cui darebbe la vita.
Sono la famiglia che si è creato, in questa epoca e in questa esistenza. Le
persone che lo tengono aggrappato alla realtà, che gli permettono di combattere
i suoi fantasmi e i suoi rimorsi.
Sono le persone che gli danno un
motivo per andare avanti, quelle che non lo condannano e credono in lui.
Forse hai ragione, ci sono io.
Ma la vuoi sapere una cosa?”
Si fermò, soppesando quello che
stava per dire. Poi gettò alle spalle quell’attenzione.
E pensò a Spike. Ai suoi occhi
che divenivano grigi e fiammanti, quando ascoltava frasi che non voleva
accettare. E, soprattutto, a come fosse in grado di sopravvivere alle più
inaspettate verità.
“E ci sei anche tu, Edward. È il
tuo nome quello che Spike urla nel sonno…” – prese fiato, nel vedere quella
schiena improvvisamente irrigidirsi – “E’ il tuo nome quello che gli fa male
dire. E voglio dirti un’altra cosa…
Angelus non ha mai saputo di
te.”
Edward si era voltato. I suoi
occhi azzurri tradivano una sorpresa che non sapeva spiegarsi. Fissò il demone,
mentre si alzava e si avvicinava.
“Spike non ha mai parlato di te.
Se l’ho saputo, è stato solo per caso. Per puro caso. Tu sei quel passato che
Spike non può più avere, quello di cui non si sente più degno. Tu eri una cosa
troppo pulita perché il suo demone osasse anche solo rammentarti.” – lo disse
spietatamente, attendendo una reazione – “Il suo demone, non la sua anima. Ed è
stato un bene che fossi morto. Perché altrimenti ti avrebbe ammazzato, come ho
fatto io con mia sorella, con tutta la mia famiglia.
Un demone distrugge il meglio
dell’uomo, senza remore.”
Si sarebbe aspettato una
reazione. Un pugno alzato, una risposta fisica a quelle frasi. Invece Edward
non si mosse. Lo squadrò, immobile, ed Angel sentì altre parole sfuggirgli
dalle labbra.
“Ma tu non c’eri.”- soffiò –“Eri
un’assenza, già quando era vivo. Eri la parte mancante di lui, il vuoto che si
aggiunge a quello cosmico, quello degli artisti e dei poeti. E l’abbiamo
trovato noi, seduto, in quel viottolo, in lacrime…”
Un viottolo.. una stradina
secondaria, sulla via di casa….
“C’era stata una ragazza, che
l’aveva respinto…
…infelice,
come se gli avessero portato via anche l’ultimo appiglio…
…avrebbe seguito Drusilla
ovunque.. e lei gli promise chissà quali dolcezze…
io
giunsi poco dopo. Volevo morisse, volevo distruggere quel suo dannato tenermi
testa…
e
non ho potuto….
È stato l’inizio….”
Le parole di Angel gli
giungevano intermittenti. Ma Edward le seguiva appena. Nella sua mente,
vorticosamente, rimbombavano solo poche frasi, frasi su cui si soffermava,
quasi contenessero realtà antiche e celate.
Quante cose in comune, William,
quante ancora senza saperlo…
La mano di Angel sulla sua
spalla lo fece sussultare. Alzò la testa, lo fissò dritto in viso.
Con quella fierezza leonina che
aveva fatto innamorare e ingelosire senza distinzioni, le persone della sua
epoca e quelle delle epoche venute in seguito.
Con occhi azzurri senza ombre.
E luce.
“E’ stato un guerriero da quando
è rinato.” – Angel ricambiò quello sguardo, con l’intera notte che si portava
nell’anima – “Anche se non aveva una missione, anche se non aveva morale. È un
uomo forte. Ed ora è anche un eroe che si domanda se sei fiero di lui.”
Basta.
Decisamente troppo.
Con movimento rapido, Edward lo
respinse. Spinse lontano quella mano dalla sua spalla, con un passo indietro.
“Tu non sai niente.” – ringhiò –
“Non sai cosa c’era tra me e lui. Non sai un accidenti di niente del perché
l’ho lasciato, di quello che l’ho fatto soffrire in vita. Non sai un beneamato
nulla. Nulla.”
Scattò in avanti e insieme
volarono oltre il bancone, picchiandosi.
“Non sai cosa gli ho fatto
passare, non sai quanto ha pagato avere un fratello come me.”– gridò,
picchiando duro, direttamente in viso – “Gli volevo bene, lo adoravo, l’avrei
protetto da tutto. Ma non ho potuto far nulla per quello che la gente pensava,
non ho potuto far nulla… lui era troppo per quel dannato mondo. Non lo
capivano, non lo accettavano, lo denigravano. Ed io lo mettevo in ombra,
sempre. Non me ne fossi andato, lui sarebbe stato tutta la vita sempre e solo
‘il fratello di Edward Coventry’.”
Angel, con una spinta ben
assestata, lo spinse contro il bancone. Le ossa di Edward scricchiolarono,
quando i suoi reni si compressero contro il bordo del ripiano e lui sbattè gli
occhi, per il dolore.
E’ umano, si ricordò Angel, in
un attimo di apprensione. Immortale, ma umano… il suo corpo si rigenera, ma la
sua resistenza è orrendamente mortale.
Edward si chinò in avanti,
tossendo. E lo caricò nuovamente, a testa bassa.
“E tu vieni a parlarmi di
William.” – ansò, sputando la rabbia dominata – “Cosa sai di lui, cosa rimane
di lui dopo un secolo e mezzo. Te lo dico io, niente, quel niente che mi ha
impedito di riconoscerlo quando l’ho visto ieri sera. Quel niente che mi ha
impedito di sentirlo avvicinarsi. Quel niente che non gli ha fatto riconoscere
me….”
Angel si ritrovò a sbattere
contro il frigorifero, mentre le bottiglie in bilico sopra precipitavano su di
loro, intorno a loro…
Il vino rosso si diffuse in un’
aroma pungente, su di loro, colpendo i senso sottili di Angel, arrossando i
capelli del suo aggressore.
Una furia bionda, rapida ad
arretrare. Aggrappato al tavolo, il corpo scosso da una tosse incontrollabile.
Pronto a riscattare.
Angel non se lo fece ripetere
due volte. Ed Edward volò a centro stanza, disarticolandosi quasi nel giungere
a terra scompostamente.
E rialzandosi, perdendo sangue
dal naso, sottili rivoli dalla bocca.
“Smettila.” – ringhiò Angel,
scavalcando il bancone e avanzando. Pressoché incolume.
Ed Edward gli sorrise, un
sorriso sarcastico. E spietato.
Con lentezza si carezzò le
labbra con la lingua, raccogliendo sangue e vino.
“Dimmi…” – sussurrò – “Adesso
assomiglio a Spike, vero? Cosa farai se non mi fermerò? Mi ucciderai? Fallo,
così potremo andarcene entrambi. Oppure, se vuoi restare…. Tagliami la testa. E
finiamo questa farsa amici-nemici.”
“Sei stato tu a decidere per
l’essere nemici.” -. Gli ricordò Angel, fissandolo, mentre si rialzava. Era
vero... incoronato di sangue e vino, sembrava il novello Bacco che era stato
Spike durante la rivolta dei Boxer.
E, come allora, Angel provava
disagio innanzi a quella bellezza feroce e unica.
Edward si rialzò, barcollando.
La vista gli si annebbiava, il suo corpo era di nuovo invaso da fiammate di
dolore.
Si chinò in avanti, tossendo e
sentì due mani afferralo, per sostenerlo.
E si divincolò, finendo a terra.
Rialzando la testa, verso il suo
assalitore.
Guardandolo.
E sorprendendosi per
quell’espressione contrita.
Contrita e.. disarmante.
Era vero.. angel non aveva
scelto la via della guerra.
“E ora tu vieni a parlarmi di
lui..” – ringhiò, da terra, cercando di rialzarsi – “ Un eroe, un guerriero..
ai miei occhi lo è sempre stato, non mi racconti nulla di nuovo. La sua forza..
la forza che avrei dovuto prendere per sopperire alla mia… lui era la mia
forza, lo è sempre stato e non ho mai potuto dirglielo.
Non c’è stato tempo, non c’è
stato tempo per nulla.”
Era di nuovo in piedi, con una
resistenza che non aveva nulla di fisico.
Angel lo guardò sbalordito. Poteva
sentire quel cuore pompare in direzioni nuove, poteva rendersi addirittura
conto di come stesse inondando tessuti e cavità sbagliate.
Emorragia.
E lo sapeva.
“Edward, sdraiati.” – ordinò –
“Non me ne frega nulla della nostra discussione. Non ho dosato la mia forza,
sei…”
“Sono cosa…” – rise il ragazzo,
togliendosi il sangue dalla bocca – “Moribondo? Si, lo so, ne so qualcosa di
sangue e morte, anche io. Questo te lo ha detto William? Ti ha detto in quanto
mio sangue ha immerso le mani? Sapeva che sapore e profumo avesse ben prima di
divenire demone.”
Angel non capiva.
Di cosa stava parlando?
Di cosa…
Los Angeles,Hyperion, 2002
Colpi di tosse. Ripetuti,
netti e rauchi.
Angel si riscosse dalle sue
riflessioni. E si alzò, percorrendo il ballatoio a piedi scalzi.
“William? Tutto bene?”
Nessuna risposta. Ancora
colpi di tosse.
“William?” – Angel si
affacciò alla porta del bagno.
Spike stava appoggiato al
lavandino. Quando la voce di Angel lo sorprese, alle spalle, si raddrizzò con
lentezza, pulendosi la bocca.
Fissò un attimo lo specchio,
forse sperando di vedersi, di poter dominare la propria espressione.
“Tutto bene, non ti
preoccupare.” – rispose, lasciando scorrere l’acqua. E cancellando le piccole
macchie rosse dalla superficie di porcellana.
Non abbastanza in fretta
perché a Angel ne sfuggisse l’odore.
“Sicuro di star bene?”-
insistette, avvicinandosi e porgendogli un asciugamano. E accorgendosi solo in
quel momento del fatto che ci fosse Faith nel letto di Spike.
“Dovrò perdere l’abitudine a
entrare a tutte le ore.” – scherzò,appoggiandosi al mobile, mentre il vampiro
biondo si asciugava la faccia – “William, senti…”
“Non chiedermi di nuovo come
mi sento.” – lo interruppe, vagamente esasperato, il ragazzo – “ho avuto un
incubo. E mi sono morso le labbra. Fine della questione.”
Ok.
Ci credo.
Angel fissò la bocca e notò
una piccola incisione già rimarginata.
Ok, ci credo.
Ma i colpi di tosse?
Lo fissò ancora, non sapendo
bene cosa domandare di preciso. E notando solo allora le pupille leggermente
dilatate e l’espressione cupa.
“Un brutto incubo?” – chiese.
“Si.” – annuì l’altro. In uno
slancio di intimità, si appoggiò al mobile, al suo fianco, sempre l’asciugamano
tra le mani – “Mi capitava quando ero giovane. Mi svegliavo la notte, con la
netta sensazione di soffocare. Non mi succedeva da molto tempo…”
“Capisco…”
“No.” – Spike si voltò con un
sorriso tranquillo sulle labbra. Apparentemente sereno – “Non penso. Diciamo
soltanto che ero ossessionato. Mi domandavo cosa si provasse a morire nel
sonno. A morire… soffocati…”
Si raddrizzò, gettando
l’asciugamano in un angolo del bagno.
“E per giunta odiavo il
sangue.” – ammise, stiracchiandosi – “Mi faceva effetto già solo il vederlo,
figuriamoci sapore e odore…guarda come cambiano le cose….”
“Già.” – sorrise Angel di
rimando, sempre fermo, le braccia conserte – “E chissà quanto ne hai visto,
prima di essere vampirizzato…”
“Quanto basta per una vita.”
– replicò senza astio. Ma con una strana espressione sul viso- “Comunque, se
sommi l’incubo al ritrovarsi di colpo la bocca piena di sangue,. ottieni un
vampiro paranoico che tossisce nel cuore della notte.”
“I fatti lo dimostrano…”
“Infatti. Per cui, adesso,
levati dalle palle e porta il tuo spirito missionario fuori da qui.. ho una
donna che mi attende.”
“Tu non sai nulla…” – rise
Edward – “Non sai di me, non sai della mia vita. E puoi fare a meno di
preoccuparti. Può darsi che muoia… oppure no. Sta a te, adesso…”
Lo afferrò con tutto il suo
corpo. Si aggrappò al suo torace e riuscì a mandarlo a sbattere contro una
spalliera.
Per poi inarcarsi. E colpirlo
ancora.
Un colpo fiacco, di pura
disperazione.
Angel girò la testa, nel
riceverlo. Non sapeva cosa inventarsi. Quel ragazzo non lo ascoltava, non lo
lasciava nemmeno parlare.
“Edward, finiscila.” – esclamò,
cercando di bloccarlo – “Non ero venuto per questo. Ero venuto perché volevo
sapere, volevo capire. Non ti volevo morto ieri sera e oggi ancor meno.”
“Perché, questo delitto ti
macchierebbe più di altri? Spike se la prenderebbe con te?” – questa frase
venne sottolineata da un potente ceffone che lo mandò lungo e disteso. Angel
aveva metodi chiarificatori per fornire risposte. Con un unico colpo si era
liberato di lui.
E questo sembrò snebbiare
Edward, almeno per un istante.
“Non stavi usando la tua forza.”
– mormorò, con un filo di voce - “Potevi tenermi a distanza… eppure continui a
farti colpire, perché….”
“Perché è prerogativa tua e di
William.” – ringhiò Angel, inginocchiandosi per vedere in che condizioni fosse
– “Portare la mia pazienza a dei limiti estremi. E quando date in escandescenza
è meglio lasciarvi sfogare.”
Edward lo guardò, quasi
sbalordito. E cominciò a ridere.
Piano.
Poi in modo sempre più sincero.
Poi, d’un tratto, la risata si
spense del tutto.
***
Nell’attimo stesso in cui la sua
amata collezione da enoteca finiva a terra e su due uomini impegnati a imporsi
con le proprie idee, Methos stava varcando le porte dell’Hyperion.
E apprezzando, come sempre,
l’assoluta incapacità di quella gente di praticare giardinaggio con criterio.
Quel giardino era uno sfacelo di
piante troppo alte e piante troppo soffocate da altre piante ancora. Methos,
sbuffando, scavalcò un rampicante che invadeva parte del vialetto e salì i tre
gradini, allungando un braccio per spalancare la porta.
“Miei signori…” – salutò,
cerimoniosamente, togliendosi il giaccone e posando la spada – “e mie signore…”
“Solo signore.” – lo corresse
Cordelia, finendo di passare con un piumino le appliques ai lati del bancone –
“Anzi, questo saluto vale solo per me…”
“Sei sola?”
“A lavorare, sono sola! A
faticare, ripulire, spolverare…” – Cordelia scosse la sua arma con aria
contrariata – “Ma se intendi se sono sola in casa, no, non lo sono. E se
intendi cosmicamente parlando…”
“…allora siamo tutti soli” –
concluse Methos all’unisono con la ragazza. Avvicinandosi e sfilandole il
piumino dalle mani e passando, energicamente il punto troppo in alto per lei –
“Dichiara finito questo lavoro e offrimi un ennesimo caffè della giornata.”
“Questa si che è una buona
idea…”
Detto.
Fatto.
Un altro stereo che suona di
sottofondo, un’altra tazza di caffè e un altro divano.
La mia vita sta diventando
stranamente noiosa…e ripetitiva.
Methos si era accomodato,
sedendo di fronte a Cordelia, cercando di non pensare a quei due che, a casa,
stavano probabilmente sfogando i loro istinti.
Cordelia parlava, parlava… e
tutto il suo chiacchiericcio nascondeva ogni altro rumore.
Compresi i passi di Doyle.
“Sei arrivato.” – commentò
truce, entrando e franando nella
poltrona rimasta libera – “con comodo, mi raccomando…”
“Ho detto che venivo qui.” –
replicò l’uomo – “Non che mi precipitavo…”
“Certo.” – borbottò – “Bla, bla,
bla… uh, ciao Cordy.”
“Ciao Doyle.” – Cordelia li
squadrò entrambi. Poi si alzò – “Voi due mi sembrate avere qualcosa di cui
parlare. E io inizio a essere stufa di persone che litigano. Angel e Spike,
angel e Doyle, voi due.. no, grazie,
basta.
Preferisco le pulizie.
Anzi, farò come Faith.”
“Ovvero?”
“Ovvero vado a farmi un giro!”
“Principessa, faith è rientrata.
Credo sia andata a dormire…”
“E questo cosa centra! Io esco.”
– Cordelia si avviò verso le sue stanze, con fare impettito – “Statemi bene.”
“Ciao bellissima.” – le urlò
allegramente dietro l’immortale. Prima di accennare un gesto di brindisi con il
caffè – “Hai litigato con Angel, Francis?”
“Si. Indovina per cosa.” – i
suoi occhi azzurri apparivano sfumati. E la sua espressione… methos si mise
comodo. Litigare con un Doyle era una gran esperienza.
Impedibile.
“Si dice per chi.” – replicò
allegramente – “Non per cosa.”
“Impiccati.”
“Non è una bella esperienza.
Passo, grazie.”
“Methos, se non la pianti, io…”
– gli puntò un dito contro. Poi, con un certo qual nervosismo, si mise in
piedi, alzando le braccia al cielo – “Dio, come capisco la mamma!”
“Fortunato.. per me resta ancora
adesso un mistero.” – bevve un sorso, con flemma. Assaporandolo sulle labbra –
“Allora, Francis, come l’ha scoperto?”
“Non da me.” – Doyle si stava
massaggiando il collo, quando si voltò – “sono tendente alla frode, bugiardo e
amante dei vizi… ma non manco mai la mia parola.”
“Lo so.” – methos gli sorrise,
tranquillo – “Ma mi incuriosisce veramente. Come ci è arrivato?”
“Dopo secoli…” – domandò Doyle,
le mani in tasca e l’espressione seccata – “Non ti sei preso la briga di guardarlo?”
“Una somiglianza notevole.” –
ammise l’uomo, senza perdere il suo buonumore – “Tutto qui?”
“Serve altro?”
“Sono vagamente deluso.” –
sospirò, con aria dispiaciuta. Poi, incurante – “Lui c’è?”
“Certo. Prima porta a destra al
primo piano.” – replicò Doyle – “La strada la conosci.”
“Ti aspetti che possa fare
qualcosa?”
L’aveva chiesto con fare
accattivante, inclinando lievemente la testa.
In modo assolutamente irritante.
Eppure Doyle non riuscì a
portare avanti quel suo desiderio di litigio.
“E cosa potresti fare…” –
borbottò – “Avevi ragione già ieri, quando mi hai detto di non impicciarmi.”
“A volte sono proprio saggio…” –
si complimentò l’uomo – “Resta il fatto che adesso le cose si stiano
complicando…”
“E resteranno complicate,
immagino.” – stava di nuovo semi sdraiato in una poltrona – “L’unica cosa
sicura è che nessuno si smuove dalle posizione prese…”
“Certo. E’ prerogativa degli
eroi essere disgustosamente granitici nelle loro opinioni.”
“Ha parlato il tipo malleabile…”
“Seee, e ha risposto il conciliante
irlandese.”
Doyle sorrise, fissando il
vuoto.
“Questo è vero.” – concesse.
Poi, una volta che si fu assestato, le gambe allungate sul bracciolo della
poltrona accanto – “Del resto, questo non fa di me un eroe… se mai, una
seccatura.”
Methos gli lanciò un’occhiata.
Doyle aveva l’aria assorta, nel tormentarsi il ciuffo sulla fronte con due
dita. Era veramente l’anti-eroe per eccellenza. Nulla dell’ombroso fascino di
angel o della scanzonata furia di Spike.
Si vede che ha preso da me, si consolò,
guardandosi le scarpe da ginnastica e le maniche sformate del maglione.
In effetti, potevo crescerlo più
sofisticato…
Del resto anche Sinead non aveva
puntato a farne un essere sublime. Anzi.
L’aveva reso così umano e così empatico da non avere nemmeno termini per
definirlo.
Riassumendo, sei stato rovinato
dai tuoi…
“Non prendertela, Francis.” –
sospirò – “Non c’è nulla da fare. Oddio, fossi in Angel, gli spaccherei le
gambe e lo porterei qui di peso… ma visto che non sono lui…”
“Si, si è visto come lo hai
convinto a venire qui…”
“Non ricominciare. Io gli ho
detto cosa doveva fare, a mio avviso. Non parlo d’altro da almeno venti ore.” –
Incrociò le braccia, facendo dondolare la sua tazza da caffè ormai vuota –
“sono parecchio stufo.. non vedo l’ora che parta.”
“Bugiardo..” – inarcandosi
ancora un poco poteva vederlo in viso. Ma al contrario – “sarà anche vero che
odi le seccature e buona parte dei problemi mondiali, ma quel tizio non rientra
in nessuna delle due categorie.”
“Su questo avrei di che obbiettare.”
La frase era da methos.
Ma la voce no.
Doyle si tirò su di scatto,
rischiando di franare miseramente sul tappeto. Appoggiato allo stipite, con le
mani in tasca e gli immancabili bicipiti in bella vista, stava la croce bionda
di Angel.
Doyle, con panico allo stato
puro, cercò di focalizzare cosa ci fosse di compromettente nella conversazione
con Methos. Scoprendo di non ricordarne nemmeno una parola.
Spike, d’altro canto, lo fissava
con aria ostica.
E Methos non faceva
assolutamente nulla.
“Oh toh, l’inglese.” – commentò,
allegramente, incrociando le mani sullo stomaco – “Ma che piacere vederti in
salute…”
“Immagino.” – Spike, si mosse,
con flemma, appropriandosi del posto lasciato libero da Cordelia – “da come sei
corso dietro a quel vigliacco ho potuto intendere tutta la tua preoccupazione.”
“Priorità, Spike.” – replicò,
senza concedergli nulla – “Bisogna prenderne atto. A ognuno le sue.”
“E dimmi…” – allungò i piedi,
mettendo in bella mostra gli anfibi – “La tua Priorità sta bene?”
“ti manda i suoi saluti.”
Gli era uscito dalla bocca
troppo veloce per essere fermato. E Methos, con disappunto, dovette valutare di
aver sbagliato.
Gli occhi azzurri di spike si
socchiusero leggermente, soppesandolo.
“Ignoralo.” – doyle si stava
riprendendo dall’infarto abbastanza in fretta – “e’ vecchio e insopportabile…”
“Vero.” – concesse Methos con un
accenno del capo – “ma pur sempre di grande fascino.”
“Modesto…” – il sorriso di Spike
si aprì, quanto bastava per vedere la lingua saettare su quella parola. C’era
in lui quella bieca sicurezza con cui
metteva in difficoltà i nemici. Quella luce che, da giovane, aveva
nascosto sotto ciglia abbassate e dentro occhi sforzati dalle ripetute letture.
“A modo mio, William” – pensò
Methos, ricambiando l’occhiata – “Sono contento di averti rivisto in un secolo
adatto a te…”
Sei veramente una sorpresa
continua.
“Andiamo, Doc.” - disse il vampiro, provocandogli un sobbalzo
– “Vuoi fissarmi ancora a lungo?”
Doc…
Doyle lo fissò sbalordito. Spike
non l’aveva mai chiamato in quel modo.
Faith, talvolta.. oppure
Cordelia, quando voleva litigare…
Ma non Spike. Mai.
Perché ora?
Un caso?
Un gioco?
Era calato il silenzio.
Doyle mosse rapidamente gli
occhi da uno all’altro.
Da un sorriso all’altro.
Due sorrisi sottili e spietati.
Si stavano facendo la guerra,
senza un singolo gesto.
E, a quanto sembrava, con
profondo gusto, Spike stava addentando pane per i suoi denti.
Gli occhi di Methos saettarono
sul suo viso valutando.
“Spike.” – lo chiamò, con una
vibrazione simile a una risata – “Vale sempre la pena di osservarti… non te lo
ha mai detto nessuno?”
“Qualcuno.” – ammise il vampiro,
senza perdere il contatto visivo – “eppure il ragazzo biondo non mi ha voluto
dare nemmeno un’occhiata, prima di sfondarmi lo sterno.”
“Non sempre si ha buongusto.” –
adesso la sciarada iniziava a non piacergli. Spike avanzava a tentoni, solo in
apparenza.
Ed era ora di finirla.
“Non intendo proseguire questo
gioco, spikey.” – tagliò corto, allungando le braccia sulla spalliera del
divano, nella sua posizione tipica – “E’ un gran bel gioco, lo ammetto, ma è
snervante. Dopo dieci o dodici secoli te ne stanchi… figurati dopo tutto questo
tempo…”
“Ti prepari a dirmi quello che
voglio sapere, allora?”
“No.” – scosse la testa – “Non
ho nulla da dirti. Sono affari di Angel.”
“Gli affari di Angel sono anche
i miei.”
“Non sempre. In questo caso,
meno del solito. Le regole parlano chiaro. Uno contro uno, sempre.”
“Sono regole degli immortali.”
“Lui è immortale. Angel pure.” –
Methos non si mosse, ma la sua frase pose fine alla questione – “E scommetto la
mia amata testa riguardo al fatto che ti abbia detto di starne al di fuori,
fino alla fine.”
“Sbaglio?” – rincarò, quando non
ebbe risposta.
“No.” – si intromise doyle, in
piedi, porgendo a spike una sigaretta – “E’ vero.”
Il vampiro gli lanciò
un’occhiata omicida. Ma doyle reagì con tranquillità.
“La mia testa non vale quanto la
sua.” – spiegò, serafico – “Ma la scommetto volentieri.”
“Due contro uno, quindi…”
“Fossi in te non la prenderei
così male.” – lo consolò l’irlandese – “intanto lo sapevi già che non potevi
impicciarti…”
“Vero.” – decisamente Spike non
serbava rancore – “però ci ho provato…”
Accettava la sua
pseudo-sconfitta. E lo faceva senza rinunciare a quel suo sorriso beffardo.
E questo era un altro motivo per
cui Methos sentiva di ammirarlo. Spike, con tutti i suoi difetti, sapeva
perdere con stile.
Cosa che non si poteva dire di
Edward.
Lui, per uno strano destino,
riusciva sempre ad avere ragione…
Methos inclinò la testa,
fissandolo un’altra volta.
Era colpa di doyle se adesso si
abbandonava a grandi riflessioni. Mesi sereni, senza nemmeno l’ombra di una
congettura.. ed ora i Coventry a meno di un chilometro uno dall’altro.
Uno schifo.
Un vero schifo per chi vuole
stare fuori da guai a tempi pieno.
Sbuffò, seccato. E spike lo
fissò divertito.
“Qualcosa mi dice” – constatò –
“Che da una certa ottica, tu ed io abbiamo la stessa opinione.”
“Forse perché…” – Methos buttò
un’occhiata a Doyle che vigliaccamente si defilava – “Siamo entrambi a bordo
campo e scocciati di non poter prendere in mano la situazione?”
“Possibile.”
“Perché ci è chiaro che la
sapremmo risolvere decisamente meglio?”
Spike lo fissò, visibilmente
divertito.
Il tappo irlandese batte la
ritirata e ci lascia ai nostri giochetti…
Forse è più saggio di quanto non
sembri.
***
L’aria gli entrò nei polmoni
fredda come ghiaccio.
Tossì, si voltò sul fianco,
ansimando.
E si accorse che aveva le mani
legate. Si sentiva la pelle fresca, umida. Qualcuno doveva avergli lavato il
viso, cancellando il sangue. Non ne sentiva più nemmeno il sapore salato sulle
labbra. E questo non gli spiacque affatto.
Sbattè le palpebre, strofinando
il viso sul cuscino di velluto.
Aprì gli occhi, cercò di mettere
a fuoco la stanza.
E vide Angel, in piedi, la sua
spada in pugno.
Lo fissò, in un attimo di
stordimento. Poi, nella confusione del risveglio, disse la prima cosa passata
per la testa.
“Non sei credibile. Non mi sento
minacciato.”
“Come, scusa?” – Angel si girò,
sorpreso. Capendo con un attimo di ritardo come poteva sembrare preoccupante,
per un immortale una scena del genere. Sdraiato, legato, con un nemico dotato
di spada.
La posò quasi precipitosamente
sul tavolo.
“La stavo solo guardando.” – si
spiegò, girandosi. E avvicinandosi al divano su cui il ragazzo era sdraiato –
“Non è stato un risveglio tranquillizzante, immagino.”
“Immagini bene.” – Edward girò
la testa, cercando di radunare le idee – “Posso sapere perché queste?” – insistette,
mostrando le mani bloccate con il nastro adesivo.
“Perché, Edward.” – sospirò
angel, sedendosi nella poltrona di fronte – “Volevo avere una conversazione
normale con te, senza farmi gonfiare di botte e senza ammazzarti un’altra
volta.”
“Ah.” – la bocca di Edward si
aprì e si richiuse come quella di un tonno. Iniziava a ricordarsi.. – “Sono
morto…”
“Si, sei morto. Mi stavi ridendo
in faccia e sei morto.” – Angel annuì, solenne – “E non ho apprezzato. Anche
perché ci siamo comportati come due matti.”
“Sbagli.” – Edward sospirò e
voltò la testa, per fissarlo meglio – “Il matto sono io. sinceramente vorrei
dire che non so cosa mi sia preso. Ma non sarebbe realistico.”
“Per piacere non ti scusare.” –
gemette Angel, scivolando un po’ di più nella poltrona. E massaggiandosi le
tempie – “O giuro che ti prendo a schiaffi…”
Quando riaprì gli occhi, quello
che vide lo colse inaspettato. Edward era ancora sdraiato, le mani legate
vicino al petto. Ma gli stava sorridendo. Un sorriso spontaneo, e quasi
comprensivo.
“Di un po’…” – domandò, senza
perdere quell’espressione ridanciana – “Ti ho fatto venire il mal di testa?”
“Un’emicrania.” – replicò angel
– “Sei pieno di segreti. Ogni volta che ti incontro, penso a te, o cerco di
chiarirmi le idee, finiamo con il combattere. E siamo sempre al punto di
partenza…”
Edward strinse le labbra.
Non che gli piacesse, ma
iniziava a sentirsi solidale con quel vampiro bruno.
“Si può dire la stessa cosa di te.”
– commentò, sedendosi, lentamente. E tendendogli le braccia – “Per favore…
prometto solennemente di non metterti più le mani addosso.”
“Non ti offendere.” – ribattè
Angel senza muoversi – Ma prima di slegarti voglio la risposta ad alcune
domande.”
“Puoi provare…” – rispose il
ragazzo, guardandolo dritto in faccia – “ma non ti garantisco nulla.”
“E’ già un passo avanti
comunque.” – teneva il capo appoggiato al testile e aveva un’espressione
assorta – “Vediamo di fare il punto della situazione. Con un colpo di genio e
una certa dose di aiuto insperato, ho scoperto chi eri… no, facciamo un passo
indietro…”
“Fai pure, intanto mi si blocca
la circolazione….”
“Ieri sera ti ho incontrato, per
puro sbaglio.” – continuò, ignorandolo – “ E tu sapevi già chi ero, o l’hai
capito, non importa. Abbiamo combattuto e non credo di sbagliarmi se dico che
hai anche accarezzato l’idea di farti ammazzare.”
“Non è esatto, ma non importa…”
“Rimane il fatto che, finito il
nostro combattimento, secondo la migliore tradizione dello stratagemma cinese,
hai rallentato il tuo avversario per proteggerlo. O per proteggerti. Entrambe
le interpretazioni mi sembrano valide. E sei scappato.” – allungò una mano e
tamburellò sul bracciolo - “Eppure, tanta era la fretta di andartene, che oggi
sei ancora qui.”
“Certo. Forse perchè me ne sto
su un divano, legato e in balia di un vampiro.” – ribattè Edward, piegando i
gomiti e mostrandogli le mani. Piantando entrambi i piedi sul tavolo, sul
romanzo di methos – “Ti faccio notare che me ne sarei andato, ma mi hai
bloccato qui.”
“Perché non ieri sera?”
“Perché quando sono resuscitato,
mi sono preso una sbornia in compagnia.” – ribattè secco – “doyle non te lo ha
detto, quando ti ha aiutato?”
“Doyle non mi ha aiutato.” –
replicò Angel – “E’ stato ben attento a non fornirmi nemmeno un piccolo
indizio. E, andiamo, pensi veramente che ti creda? Sei rimasto per un buon
motivo.
E, sinceramente, mi spiace che
tu sia rimasto deluso.”
Fece una pausa, fissandolo.
“Mi spiace aver bussato io a
quella porta.” – ammise – “sarebbe
stato veramente meglio per tutti, fosse stato Spike. Non credi?”
“Certo.” – Edward grondava
sarcasmo – “decisamente. Soprattutto se è veramente bellicoso come mi è
sembrato ieri.”
“Lo è.” – ridacchiò Angel – “Ha
una certa tendenza a prendere a calci i mobili e a sbattere le porte. E ad
essere dannatamente calmo e lucido quando tutti gli altri danno di matto. Come
in questo caso.”
“Sul serio?” – Edward si era
acceso di curiosità.. con l’ombra di un sorriso.
“Già.” – annuì Angel – “Faith
gira come un leone in gabbia, Doyle è ombroso, Methos è sfuggente, io.. bhe, io
sono io… e lui mette una parola sarcastica e lapidaria in ogni frase. Così
quello che ha di fronte si sente un perfetto imbecille.”
Era una descrizione deliziosa di
Spike. Ed Angel ne rise, piano, sentendo che stavano condividendo, senza
riuscire a dirselo, un attimo di vicinanza.
Anche Edward ridacchiava.
Iniziava a insinuarsi in lui il
sospetto che pure Angel, talvolta, fosse in balia di suo fratello.
Magari al vaglio di quella sua
incrollabile attenzione per il particolare…
Londra, 1852
“Ma sei sicuro?” – insistette
Edward, finendo di annodarsi la cravatta. Alle sue spalle, William, con aria
affranta era sprofondato in una poltrona.
Gli occhiali gli stavano
pericolosamente in bilico sul naso, con un’inclinazione che lasciava intendere
come non stesse guardando nulla di preciso, visto che non permetteva alle lenti
di essere del tutto allineate con gli occhi.
“Ne sono certo.” – replicò, funereo,
il ragazzo. Era lungo, magro e pallido. Aveva passato l’intero inverno chiuso
in casa, vittima di un’infreddatura sull’altra.
E ora, alle prime uscite
ufficiali, nuovamente beneficiario di una vita mondana, riscopriva, con
l’improvvisa crescita dei quindici anni, che il resto del suo mondo si era
popolato di persone desiderose di conoscerlo e impegni da adulti.
“Per cui non vuoi venirci….”
– concluse Edward, voltandosi e allargando le braccia, di modo che il fratello
potesse valutarlo.
“Esattamente.” – William
accennò la sua approvazione, poi tornò alla sue espressione stranamente
corrucciata - “Odio gli sciocchi.”
“Non ti pare un po’
eccessivo?”
“No. È uno stupido, con
scarso rispetto per le persone che lo circondano.” – replicò con veemenza – “Non
è giusto disprezzare ciò che non si conosce, che sia cosa o persona.”
“Su questo sono d’accordo.” –
mormorò, divertito Edward. Sentendosi orgoglioso di quel fratello ancora
imberbe e già così certo di alcuni fatti della vita.
A sorpresa, l’adolescenza
l’avrebbe reso timido, e riservato, accentuando quell’indole tranquilla che in
lui riposava sotto pelle. Il disagio delle persone che non si sforzavano di
capirlo, i loro giudizi disattenti, eppur così certi, avrebbero fatto di lui un
insicuro.
Eppure, in quel presente,
nell’alzare gli occhi verso suo fratello e cominciare a caratterizzare le sue
opinioni con un’espressione forte, William dava del mondo un’analisi attenta e
mirata.
Ed Edward, dall’alto dei
diciannove anni, coltivava, in cuor suo, la speranza che quella dote, così
forte in William, fosse patrimonio di entrambi.
“Già.” – sorrise, guardando il
soffitto, lasciando che i riccioli scivolassero scompostamente indietro – “Non
mi sarebbe spiaciuto accadesse…. William che spalanca la porta e…”
si interruppe. Non aveva una
frase da mettere dopo quella congiunzione. Non immaginava nulla.
Nulla.
Non vedeva William varcare la
porta, furibondo o felice che fosse. Non lo immaginava, né sperso né sicuro dei
passi da muovere. Non vedeva nulla.
E, infatti, non è successo…
Angel non disse niente. Lo
lasciò riflettere, gli occhi ancora puntati verso il soffitto, la bocca
leggermente contratta. Edward aveva lineamenti puliti e regolari. Si fosse
stati critici, si sarebbe potuto anche ammettere che Edward fosse la versione
bella di William. Lo stesso fisico sottile ed elegante con dieci centimetri in
più di statura.
Gli occhi chiari e profondi, ma
più limpidi…
Edward era un eccesso di
William. E William, d’altro canto, quasi in risposta alla somiglianza e all’assenza,
era un’esasperazione di Edward.
Capelli ancora più biondi,
fisico più scolpito, occhi più attenti…
No, ad essere sinceri la
somiglianza era naufragata veramente da tempo. Restava nei giochi di luce,
permaneva per la gioia dell’osservatore attento. E sorgeva, inaspettata, dalle
espressioni e dalle parole.
Dall’anima, direttamente.
Senza un commento, Angel si alzò
e gli andò vicino, si chinò e gli afferrò le mani. Con movimento sicuro, fece
scivolare la lama del coltello tra i polsi, fino a tagliare i nastri.
“Come mai questa decisione?” –
domandò l’immortale, liberandosi e massaggiandosi la pelle.
“Mi sembra che adesso ci sia un
dialogo.” – spiegò Angel, andando a posare il coltello sul piano del bancone –
“E poi, ho bisogno di una mano…”
La cucina sembrava dissestata nuclearmente. Bottiglie rotte, vino
ovunque.
“Oddio.” – mormorò una voce alle
sue spalle – “non la prenderà per niente bene….”
Entrambi fissarono le etichette
di quelle che erano state pregiate bottiglie di importazione. Tra le tante ne
spiccava una, ormai di un fine tinta seppia.
E i due si ritrovarono a
scambiarsi un’occhiata.
Un’occhiata preoccupata.
“Tu non hai bisogno che ti dica
cosa era quella…” – mormorò Edward, apprezzando finalmente il piacere di
condividere l’eternità.
“No.” – Angel scosse la testa –
“Ho presente…. E anche io mi arrabbierei parecchio…”
***
“Sigaretta?”
“No, grazie. Per quegli affari
si deve essere morti a priori.”
“O Immortali…”
“No, grazie.” – replicò Methos,
accavallando le gambe e assestando i piedi sul tavolino – “Non intendo abusare
della mia fortunata condizione.”
Iniziava a notare il paradossale
scambio di coppia. E le complicanze di quel gioco.
Edward contro Angel.
Spike contro Methos.
Un confronto di eternità. Le
assenze del tempo, una di fronte all’altra, come la luce e l’oscurità.
Luce e oscurità…
Si, anche questo è un paragone
efficace…
In quel silenzio fatto per
scegliere cosa dire e come dirlo, spike continuò a fumare la sua sigaretta,
imperturbabile.
Le parole gli si radunavano sulle
labbra… e lui le mutava in fumo, a ogni boccata.
Spingendo con polmoni morti
quell’aroma intenso di tabacco nell’aria.
C’era qualcosa…
Qualcosa che non riusciva a
comprendere…
Methos alzò gli occhi, spostandoli
lungo il perimetro della stanza, prima di tornare a fissarli sul vampiro.
“Dimmi, Spike…” – lo esortò.
Bluffando, impeccabilmente.
Non riusciva nemmeno immaginarsi
cosa gli stesse passando per la testa.
Spike inclinò la testa, con un
mezzo sorriso.
“Lui com’è.” – chiese, con aria
divertita.
E Methos, per quanto fosse
pronto a ogni cosa, fu colto di sorpresa.
“Come, scusa?” – borbottò,
aggrottando la fronte.
“Lui.. questo puro che tu
difendi.” – e che Angel stima, più di quanto ammetta – “Sono molto curioso…”
methos lo valutò, con lo
sguardo. E con il fastidioso sospetto. Mi chiedi una cosa.. perché già sai
qualcosa…
“Avanti.” – lo incoraggiò il
vampiro – “Età. Epoca, brutte abitudini.. dammi qualcosa su cui meditare…”
Methos gli sorrise.
E Spike ebbe la netta
impressione di doversi tenere, ancora una volta, le sue curiosità.
“Si è fatto tardi.” – commentò,
educatamente, alzandosi.
E passandogli a fianco.
E Spike comprese che avrebbe
dovuto scoprire parecchie carte per ottenere.
“Ti sono sempre piaciuti i
ragazzi puri, vero Doc?”
Eccola.
Adesso Methos aveva un buon
motivo per fermarsi.
Dannazione, Eddy.. dannazione…
“Ragazzi brillanti..” – proseguì
spike, giocherellando con l’accendino – “con troppo senso dell’onore…”
Edward ti sentisse, ti
ritroveresti steso… mancargli così di rispetto…
“Ti sei ricordato…” – mormorò,
con tono incurante.
Non ci volevano particolari
sensi, per saperlo in piedi, alle sue spalle.
“Oh, si.” – spike annuì,
infilandosi le mani in tasca – “Non mi ci è voluto molto.”
Inaspettatamente per Spike,
Methos non si voltò con calma, come suo solito.
E non lo fissò.
“Sei molto cambiato…” –
commentò, asciutto, guardando di fronte a sè – “Ma questa epoca moderna ti dona
molto.”
“Grazie.” – replicò, con noncuranza
Spike – “Lo so. Tu, invece, a mio avviso, avevi più stile allora.”
“Sono sempre stato vagamente
retrò.. un’epoca indietro, sempre e comunque.” – Methos chinò le testa, appena,
in un mezzo sorriso – “Comunque, non ti offendere, non sono in vena di
revival…”

Ti ci vorrà bel più di un
effetto sorpresa, piccolo Coventry, per incastrarmi…
Si era incamminato, lasciando
Spike in piedi, del tutto senza parole. Ma con l’espressione corrucciata di chi
non può ammettere con se stesso il sollievo che prova a vedere evitato lo
scontro.
Era stata una provocazione bella
e buona. Su un argomento che non voleva assolutamente affrontare.
Dannazione… io e la mia
linguaccia…
Ha ragione Wes… taci Spike,
taci!
No.. non ne sono capace…
In quattro falcate fu nell’ingresso,
dove Methos di stava infilando il lungo cappotto, e aggiustandosi il colletto.
“Permettimi una domanda…” –
accusò, in tono vagamente bellicoso – “ dimmi quando ti sei ricordato…”
“E’ importante?” – chiese
Methos, distrattamente. Sperando che Angel tornasse…
Non sei colui che protegge gli
innocenti dai soprusi?– “Suppongo mi sia capitato per caso. Niente di più.”
“Vuoi sapere quando l’ho
scoperto io?” – domandò ancora. Disposto a concedergli tutto, per bloccarlo,
valutò Methos, divertito.
Allora è vero, quando dicono che
assomigli a Edward…
“Non vuoi dirmelo?” – spike si
appoggiò allo schienale di un divanetto. Prendendosi mentalmente a calci per
quell’ostinazione. Ultima domanda, poi smetterò.. fa troppo male….
L’immortale aveva le mani in
tasca e l’aria bonaria.
“Mi sono ricordato…” – iniziò
lentamente – “Il giorno in cui sei venuto a prendere Faith…”
Sei mesi prima…
“Stoccata, parata..”- methos
ripetè la sequenza ancora una volta, cominciando a sentirsi idiota. E faith lo
guardò in cagnesco – “E poi seconda. Tutto chiaro?”
“Mi è chiaro che voglio
andarmene.” – replicò lei, incrociando le braccia.
“Ti hanno mai detto che sei
capricciosa?”
“No. Sei il primo.” – faith
dondolò sulle gambe – “Adesso posso andare?”
“No.”- Methos scosse la
testa, strofinandosi i capelli umidi di sudore. E lui odiava sudare – “Sono io
che ti caccio. Levati dai piedi.”
“Grazie capo.” – commentò
Faith, voltandosi a cominciando a spogliarsi.
“Ehi, che fai!” – methos
fissò con un principio di orrore la schiena nuda e il reggiseno slacciato.
“Mai visto una donna che si
spoglia?”
“Non permetto mai che una
donna si spogli da sola.” – replicò lui, appoggiandosi a uno dei tavoli e
sfilandosi i guanti di daino – “In questo frangente, visti i nostri trascorsi,
dovendo escludere che i nostri rapporti prendano questa piega, valutando…”
“Ma non taci mai?” – domandò
Faith voltandosi, cercando di infilarsi una maglietta scollata. E obbligando
Methos a coprirsi prontamente gli occhi con una mano – “Sei un seccatore. Mi
cambio qui perché spike mi porta a ballare.”
“Una doccia?” – domandò lui,
sbirciando tra le dita – “Posso offrirti anche quella?”
“No, grazie, non ho tempo.” –
replicò la ragazza, pescando dal borsone un paio di pantaloni attillati – “però
approfitterò della tua camera. Voglio privacy.”
“Prima no?”
“prima quando? Apri a Spike,
sono pronta in un attimo.” – ordinò, sparendo al primo suono di campanello.
“Agli ordini.” – sospirò
l’immortale, afferrando l’asciugamano e la bottiglietta dell’acqua. E aprendo
la porta sul passaggio – “Ciao vampiro.”
“Methos…”
Anche spike aveva messo cura
nel vestirsi. Pantaloni scuri e maglietta, come sempre.
E l’immancabile trench di
pelle.
“aperitivo?” – domandò
l’uomo, tirando fuori una bottiglia di bianco – “Diamo tempo alla signora di
cambiarsi.”
“Perché no…”- spike si sfilò
il lungo cappotto, buttandolo sulla poltrona – “Intanto Faith non è mai puntuale…”
“Talvolta accadono i
miracoli.” – replicò una voce urlante, dall’altra stanza. E Spike,
ignborandola, e scotendo la testa, si sedette.
“Certo.” – annuì, accettando
il bicchiere dall’immortale e lasciandolo tintitinnare un fuggevole brindisi - “Quando nevicherà in california…”
“Evento non troppo raro, a
dire il vero…”
“Solo uno che misura il tempo
in secoli può dire una cosa del genere.” – ribattè il vampiro – “E comunque, ti
pego di ricordare che sono inglese.. ho ben altri concetti di inverno e
nevicate…”
“In quest’ottica, non posso
darti torto.” – sorrise Methos – “Ma non ti facevo amante della neve…”
“Come mai?” – domandò Spike,
aggrottando la fronte. E bevendo un altro sorso di vino. Aveva un modo molto
studiato di sostenere il calice, valutò Methos, guardandogli la mano bianca e
venata. Una posizione delle dita, quasi femminea per il decennio in cui stavano
parlando.
Ma perfetta… in un’altra
epoca…
Si riscosse, guardandolo in
viso.
“Dicevi, scusa?”
“Che stavi guardndo?”
“Nulla.” – a quanto sembrava,
Spike sapeva giostrarsi la curiosità tra una domanda improvvisa e una studiata
– “Una vera sciocchezza.”
“Rendimi partecipe…”
“Come vuoi.” – alzò un
sopracciglio, suquadrandolo – “Guardavo il modo in cui tieni il bicchiere… è
particolare.”
“Quando me lo hanno insegnato
non lo era.” – replicò Spike, con un lampo sardonico nello sguardo. Non aveva
stentato a intuire a cosa si stesse riferendo – “Epoca interessante la mia..
ottima per imparare a reggere calici, fumare sigari e speculare in vari campi…”
“ottocento, giusto?” – Methos
dondolò sullo sgabello – “Non si direbbe per niente…”
“Mi sono disintossicato.”-
Rispose, divertito, inclinando la testa. Non si era ancora abituato alla realtà
dei fatti su Methos. Quella sua immortalità, venuta a galla solo da qualche
mese, continuava a sorprenderlo. E a irritarlo.
Possibile fossero sempre
tutti più antichi di lui?
Insomma…
Forse fu in quella pausa, per
quel modo di inclinare la testa che Methos sentì esplodergli nella mente un
altro fotogramma.
E sentì un brivido scoterlo,
incontrollabile.
“è proprio perché ti sei
disintossicato così bene…” – riprese, lentamente, osservandolo come se fosse un
quadro da identificare per fattura e colori. Un capolavoro da datare,
inequivocabilmente – “Che mi sorprendi…”
faith era apparsa sulla
porta, vestitta, truccata e con l’aria di chi non vuole perdere tempo.
“Cosa vuoi che ti dica.” –
Spike finì il suo vino con una sorsata e si alzò – “Si possono dimenticare
molte cose. Ma l’educazione, quella vera…”
“o l’impari da piccolo, o è
troppo tardi.” – finì Methos, sottovoce, perdendosi nella declamazione
sicura di spike.
Non visto, perché il vampiro
si era voltato, afferrando il cappotto e incamminandosi verso la porta.
Si.
Conosceva un’altra persona
che diceva quella frase. Con lo stesso sarcasmo e lo stesso orgoglio
Ricordava, ora.
Con fin troppa chiarezza.
Methos allungò le braccia e
si strofinò il collo improvvisamente rigido.
Se lo sentiva fin nelle ossa…
Guai in arrivo…
“Tutto qui?” – Spike lo fissò,
con ostinazione – “Il giorno in cui sei venuto a prendere Faith…Tutto qui?”
“Cosa ti aspettavi.. non ti conoscevo
quasi..” – ribattè, svalutandolo con una mezza verità. Nel breve tratto di
esistenza mortale che avevano condiviso, non si erano mai scambiati più di tre
parole... eppure per Spike stava divenendo una questione di concetto.
Methos doveva tassativamente
ricordarsi di lui!
E se questo non è il motivo,
pensò, guardando il vampiro, cosa vuoi da me?
Altri ricordi che ti fanno male?
Oppure vuoi la certezza che
Edward viva ancora nel mio cuore?
…
Hai veramente ancora così paura
del tempo, William?
“Devo andare.” – aggiunse,
brevemente, voltandosi – “Ci vediamo…”
“Aspetta.”
Methos posò la mano
studiatamente sulla maniglia. E si voltò appena, per gettargli un’occhiata
interrogativa.
E vederlo valutare la
situazione, con la mascella sempre più rigida.. e gli occhi fiammeggianti.
“Di’ al tuo protetto.” – scandì
– “Che la prossima che ci vedremo il suo conto in sospeso sarà con me.”
Methos non rispose. Non disse
nulla, nella certezza matematica che Spike volesse pronunciare ben altra frase.
Uscì, semplicemente, lasciandolo
solo nella penombra dell’entrata.
Ma Spike.. anche adesso il suo
conto in sospeso è con te…
***
Se angel si fosse veramente
soffermato su quello che stavano facendo, avrebbe trovato il tutto vagamente
paradossale.
Ma la verità era che si sentiva
stanco. E che, per giunta, di cose paradossali ne aveva subite parecchie, nelle
ultime quarantotto ore. Aveva scoperto l’identità del suo antagonista, aveva
nascosto cose importanti a spike dopo averci litigato, era stato in balia di
Angelus e di se stesso… e, fuggevolmente, aveva avuto rimpianti, brevi eppur
così forti da piegarlo quasi.
Per tanto, non si sentì
vagamente fuoriposto in casa di Methos, in ginocchio a lavare il pavimento,
mentre Edward finiva di raccogliere i vetri sparsi ovunque.
“Fatto.” – sospirò, finalmente,
venti minuti dopo, sbattendo anche l’ultimo collo di bottiglia in un sacco –
“tutto sommato poteva andare peggio. A Lorne abbiamo raso al suolo il locale…”
“Certo, poteva andare peggio.” –
ribattè Edward, ritrovando le sue sigarette – “Io sono morto, ma poteva andare
peggio.”
“Non vorrei contraddirti
un’altra volta, ma ti sei comportato da kamikaze.” – commentò Angel,
riprendendo posto sul suo sgabello. E ritrovando la sua giacca in condizioni
mortificanti – “E credo che, a questo punto, sia ora di riprendere i nostri
discorsi seri.. pugni a parte…”
“Proviamoci…” – sospirò,
sedendosi. E rammentando di colpo dove fossero arrivati con la loro litigata e
di come le loro divergenze fossero di colpo cessate, mentre Angel, con aria
infastidita, si massaggiava una clavicola – “Non mi dire.. ho ammaccato
l’eroe…”
“Spiacente.” – commentò il
vampiro, movendo il braccio – “puoi prenderti solo il cinquanta per cento del
merito.. dividi questo onore con William…”
“William ti ha lussato una
spalla?”
“Lasciamo stare, è una storia
veramente troppo lunga. Abbiamo cose più serie di cui parlare.”
“Del tipo?” – Edward tirò una
boccata alla sigaretta e si spinse indietro i capelli, infastidito dal loro
odore di mosto – “risolviamo insieme qualche problema mondiale? Confederiamo
immortali e vampiri sotto un'unica bandiera?”
“E meno male che le bottiglie ci
sono volate in testa, immagina a che punto saremmo se le avessimo bevute…” –
bofonchiò Angel, stupendosi per primo di una battuta del genere così in linea
con l’umorismo di doyle. Già, Doyle.. doveva ricordarsi di dargli la sua
spettanza di pugni… - “Sai benissimo a cosa mi sto riferendo, Edward…”
“Certo che lo so.” – Edward
annuì, prima di gettargli un’occhiata – “Ma la risposta è sempre no. Non
ripiomberò nella sua vita. Non fate altro che girarci tutti intorno. La domanda
è sempre la stessa, cambiano solo i vostri punti di vista.
E non cambia la risposta.
No.
Ha una sua vita, probabilmente
un destino molto più importante del mio.”
“Quindi te ne vai, senza nemmeno
averlo visto… senza parlargli…”
“Esattamente. Me ne vado, Angel.
Torno alla mia vita. Sarà un bene per tutti.”
“Per tutti tranne che per te…” –
Angel si protese quasi senza accorgersi, verso di lui – “Edward, ti rendi minimamente
conto di quello che stai facendo?”

“Non farmi la paternale.” –
tagliò corto l’immortale – “non sono un ragazzino. Ho più di centosessanta anni
e me ne infischio se ti sembrano pochi, o se William tollera la tua saggezza
plurisecolare. Farò quello che ritengo giusto. Giusto per chi mi pare.”
“Non ti parlo per una questione
di vecchiaia.” – ribattè Angel, appellandosi all’autocontrollo con muta
preghiera – “Ti parlo per affetto…”
Si interruppe. Quasi sbalordito
da quello che aveva appena detto. Edward lo fissò, sottolineando
quell’ammissione con una leggera sfumatura delle iridi.
Occhi cangianti….
“Io… io ero un fratello
maggiore, Edward.” – riprese Angel, forzando le parole. Truccando la verità
quasi a malincuore – “E per quanto so che non sia una carica onorifica, so anche che ci sono cose che solo un altro
fratello maggiore può capire. Io ti credo… se dici che non vuoi sconvolgergli
la vita… ma…”
“Ma cosa?”
“Mi domando fino a che punto potrai
mantenere il segreto. Cosa accadrà il giorno in cui spike lo scoprirà.” – per
un attimo Angel provò un brivido, quasi premonitore – “Cosa accadrà il giorno
in cui inevitabilmente lo scoprirà…”
Edward teneva gli occhi puntati
su di lui.
E, per quanto si fosse chiuso in
un’espressione del tutto indecifrabile, le sue iridi azzurre sembrarono avere
un guizzo davanti a quell’affermazione.
Anche lui, in cuor suo, sapeva e
temeva ciò che Angel aveva tanto faticato ad esprimere. Per quanto non
riuscisse realmente a capire e immaginare cosa fosse divenuto William, vedeva
nitidamente la possibile reazione che avrebbe avuto, nello scoprire… nel…
No.
Con uno sforzo profondo, Edward
scacciò quel pensiero.
In modo deliberato,
appoggiandosi al bancone, con un sospiro.. un sospiro profondo che Angel, per
un fuggevole secondo, gli invidiò profondamente.
Abbassò lo sguardo, senza
attendere che il ragazzo si esprimesse realmente.
Senza attendere nulla, prima di
rispondere a quella frase non formulata.
“quindi mi costringi a
mentirgli…” – sussurrò, senza osare guardarlo in viso.
Guardando le mani di Edward
protendersi istintivamente verso di lui. E fermarsi, come memori dell’abisso
che li separava, a pochi centimetri dalle sue.
Angel fissò quelle dita lunghe e
solide. Le vide stringersi, una all’altra, quasi vittime di un’indecisione che le percorreva, nella loro
interezza.
“No. Non ti costringo.” – la
voce di Edward suonò solida. E orrendamente simile a quella di William – “ Io
ti prego, ti imploro… te lo chiedo per favore.”
Angel alzò gli occhi e lo guardò
dritto in faccia. Dal primo istante, viso a viso, avevano giocato solo partite
finite nel sangue. Spade, lame, pugni, parole… rabbia… e soprattutto sguardi.
Angel era naufragato in quegli
occhi nella misura in cui la sua tenebra aveva risucchiato Edward.
Sguardi.
Con le loro anime e le loro
scelte, erano slittati lungo il pendio dell’eternità, faccia a faccia.
Isolati dal resto del mondo, in
una totale assenza di tempo.
Con demoni e fantasmi per
compagni.
Eppure, solo ora, Angel prendeva
atto dell’enorme e irrazionale solidarietà che intercorreva tra loro.
Legati a doppio filo.
Senza nulla in comune.
Nulla in comune.
Se non un altro paio di occhi
chiari in cui il mondo naufragava da quasi centocinquant’anni.
Angel non rispose.
Non aveva bisogno di farlo.
Gli bastò guardare dentro quegli
occhi.
E vedersi riflesso.
Lui, che il riflesso l’aveva
perso, ormai da tempo.
Lui, privo della vergogna di
doversi fissare allo specchio, per scoprirsi di sangue arrossato.
Si vide.
E non gli servirono parole.
Tra te e me c’è William…
Ed ora, per quel nostro stupido
senso di protezione, gli faremo del male.

[VIII]
Il cuore è uno spazio infinito.
Infinito per capienza e memoria.
Uno spazio che talvolta si
espande dentro al petto, diventando incontenibile. E soffocante.
Quello di Angel, per quanto
morto, non faceva eccezioni. Innanzi a quella scelta, compiuta da Edward e che
il vampiro viveva come un’imposizione, il cuore di Angel aveva deciso di
divenire enorme. E pesante.
Gli aveva rallentato l’andatura,
e intristito lo sguardo. Ed aveva reso i suoi passi più umani, nei cunicoli
sotto la città.
Il rimbombo lo aveva
accompagnato, come un tamburo, fino all’Hyperion.
Insieme alle parole di Edward,
nitide e precise.
“Ripartirò entro stasera.”
Stasera, domattina…il domani,
Edward, non cancellerà i giorni
passati, non porterai via con te quel tuo sguardo e quella tua forza.
Non potrai mai fuggire, credimi.
Io ne so qualcosa… credimi.
“Probabile.” – Edward aveva sorriso,
appoggiato alla porta, una mano in tasca – “Ma non mi sento uno che fugge…”
“Questa scelta ti peserà.” –
dichiarò Angel, appoggiandosi all’altro stipite. Era strano, starsene lì,
fermi, a chiacchierare come vecchi amici.
“E allora?” – Edward incrociò le
braccia e lo guardò, con quel sorriso che lo contraddistingueva – “Non ti sei
ancora rassegnato alla testardaggine dei Coventry?”
“Dote di famiglia?”
“Assolutamente.”
“Perfetto… mi chiedevo proprio
da chi avesse preso Spike…”
“Segui il mio consiglio, Angel…
non impegolarti mai a discutere sul nostro albero genealogico …”
Angel, di risposta, sospirò. E
lo fissò, con rassegnazione.
Edward sostenne quello sguardo,
con espressione tranquilla. Poi le labbra si inarcarono in un sorriso sottile.

Da ogni angolazione, appariva
sempre e comunque più dolce di William. Su Spike le ossa sporgenti e i tratti
affilati si sprecavano. Edward appariva stranamente più adulto, eppur più
levigato nell’espressione e nei tratti.
Una versione non rovinata dalla
vita nell’ombra.
“Da quando in qua respiri?” –
chiese, interrompendo quello studio.
“Io non respiro.” – Angel infilò
le mani in tasca e piegò la testa – “Ogni tanto mi succede di sospirare..
quando devo controllarmi.. o devo rassegnarmi all’evidenza.”
“E ti capita spesso?”
“Di rassegnarmi? quasi mai, a
dire il vero…” – ondeggiò, guardando il corridoio deserto – “Anche adesso…”
vago, quasi distratto.
“Fai pure.” – gli concesse
magnanimo l’altro. – “Io intanto vado a finire di preparare i bagagli.”
“E io vado a casa… sicuro di non
volerci venire?”
Edward non gli rispose. Soppesò
la domanda, con lo sguardo fisso, una mano ancora sulla porta.
“No, grazie.” – replicò, con
educazione. Prima di accennare quel suo insopportabile sorrisetto.
“Lasciamo stare.” – concluse Angel,
voltandosi, con un cenno di rassegnazione e incamminandosi.
***
Si.
Era finita così.
Con assoluta semplicità.
Sotto un sole che diveniva
sempre più cocente, in una giornata che avanzava verso il suo apice e in una città
in grado di nascondere paure, esitazioni e follie umane.
Tutto questo sopra la testa di
Angel, avvolto dall’umida frescura dei corridoi sotterranei, e impegnato a
trovare una linea conduttrice in quella sciarada.
Tutto questo, anche mentre varcava gli ingressi dell’Hyperion.
E tornava alla sua normalità.. e
alla semplice ironia di definirla tale.
“Doyle.” – salutò, proseguendo
su per le scale.
E sentendo i passi seguirlo.
“Fermati, voglio scusarmi.”
“Sei scusato.” – replicò,
entrando in camera, senza voltarsi. E fermandosi.
“Scusato di cosa?” – domandò
Spike, abbassando il giornalee guardandoli entrambi.
Se ne stava pigramente sdraiato
sul letto di Angel, i piedi contro il testile. E li guardava, curandosi poco
del fatto di vederli capovolit.
Le espressioni erano comunque
memorabili.
“Litigato?”
“No.”
“Si.”
“Vi vedo in accordo….”
Preferirono ignorarlo.
Angel puzzava di vino lontano un
chilometro. Aveva enormi macchie rossastre
sulla camicia.. e una giacca ridotta a uno stato penoso.
Si strappava i vestiti di dosso
dandogli le spalle.
Ed era seccato.
E questo, a Spike, sembrava
divertente.
Piegò con cura il giornale e lo
fissò. Spostando poi lo sguardo su Doyle…. Doyle, che si tratteneva a stento
dal dire qualcosa.
“Su” – lo esortò, lisciando maniacalmente
le pieghe della rivista– “Come se io non ci fossi…”
“Ma ci sei.” – replicò il
demone, senza stare al gioco – “Quindi io e Angel rimanderemo a dopo.”
Si era già voltato ed avviato
alla porta, quando Angel, a torso nudo e
ancora di fronte all’armadio aperto, si decise a parlare.
“Spike, fuori.”
Le sopracciglia di Spike
sfiorarono improvvisamente l’attaccatura dei suoi capelli.
Spike.. fuori?
Spike… FUORI?
Ma, dico.. siamo matti?
“Salta le obiezioni.” – lo
interruppe Angel, senza lasciargli aprire bocca – “E fai quello che ti ho
detto.”
“Aspetta un secondo.” – non solo
Spike obbiettava.. ma era saltato pure in piedi con fare bellicoso – “Passi che
l’altra notte eri Angelus, ma adesso non tollero quel tono!”
“Male.” – ribattè implacabile
Angel, facendogli perdere il filo del discorso – “perchè adesso sono piuttosto
nervoso. E ho da fare. Fuori.”
“E non sbattere la porta
uscendo.” – aggiunse.
Ovviamente il rimbombo della
porta della camera di Spike si sentì fino al piano di sopra e riecheggiò per i
corridoi vuoti.
Angel non era stato specifico,
riguardo alla porta da non sbattere…
Testardamente voltato, seguitava
a raccogliere i suoi vastiti puliti. E a impilarli in bagno.
“Prendertela con Spike non
servirà a niente…” – comentò Doyle, seguendolo.
“Ti stai offrendo volontario?”
Doyle fece un bel respiro e si
appellò alle Alte Sfere per tenere a
mente i suoi doveri.
Consigliare.. supportare… no,
uccidere no…
“Non è necessario.” - Replicò,
con calma – “Non ti serve permesso, direi…”
Angel si era voltato. E lo
fissava. E sul viso aveva una strana espressione, a metà tra il colpevole e il
sorpreso.
E prima che potesse anche solo
pensare di scusarsi, Doyle fece un passo avanti.
“Frena.” – commentò, alzando una
mano in segno di resa – “Sono io che ti devo le scuse.. e oggi hai diritto di
essere di cattivo umore…”
un leggero sorriso gli passò
sulle labbra, mentre, a braccia conserte, si appoggiava al ripiano alle sue
spalle.
“Sul serio?” – domandò – “Ho un
motivo?”
“Più di uno, per quel che mi
riguarda.” – Doyle annuì, con aria rilassata. Angel non aveva voglia di
litigare, non nel vero senso della parola.
Ogni tanto gli succedeva..
quando aveva troppi pensieri, partiva in quarta e si era costretti a
inseguirlo…tutti prima o poi lo facevano.. Wes addirittura era campione della
specialità ‘Angel ragiona’ correndogli appresso.
Questa volta, però, era toccato
a Doyle, il quale aveva scoperto di non essere poi così bravo a gestire i
monosillabi del vampiro.
Caspita... siamo nella settimana
del dubbio…
“Allora…” – sospirò, infilandosi
le mani sotto le braccia e facendo un passo – “Parliamo di…”
“Si. Parliamo di.” – concordò
Angel, annuendo – “E posso ammettere che avevi ragione. Lui è l’altro volto del
destino.”
L’aveva detto con calma, quasi
con ammirazione.
Fisando un punto imprecisato, di
fronte a lui.
Con mille pensieri
incomprensibili nella mente.
“Ha detto che se ne va.” – quasi
si riscosse, per aggiungere quell’informazione – “E di non dire nulla.”
“E questo ti sorprende?”
“No.” – scosse la testa – “No.”
“Ma…”
“Non c’è un ma, Doyle.” – Angel
lo guardò dritto in viso – “In questa storia c’è un Se. E non hai bisogno che
ti dica io a quale mi riferisco.”
Si. Era vero.
Doyle non avvea bisogno di
sentirselo dire.
Rimase zitto, abbassando lo
sguardo.
E toccò a Angel, prendere
un’altra volta la parola.
Come se, all’improvviso, quelle
poche parole gli avessero richiamato un altro particolare all’attenzione.
“Mi faccio una doccia.” – disse,
congedandolo – “Ho ancora una cosa da fare, prima che se ne vada…”
***
“Tu sei fuori di testa.” –
Methos non si capacitava – “Ma andiamo, a che gioco credi di giocare? Adesso è
tardi perchè tu possa andartene.”
Se ne stava seduto sul divano, al
centro del suo appartamento e guardava Edward, impegnato a sistemare i suoi
bagagli.
Aveva svuotato la valigia, sul
tavolo. E ora, con cura, impilava i suoi vestiti, piegandoli e ritirandoli
nella vecchia sacca tinta castagna.
E Methos, glissando sul tanfo di
vino e sull’assenza delle sua pregiate bottiglie, con ancora la giacca indosso,
si domandava dove Edward tenesse il cervello.

Probabilmente in un posto
difficile da rintracciare.
“Andiamo, Coventry, lo sai
benissimo che non puoi farlo.” – si alzò, allargando le braccia e andando verso
il tavolo – “Angel ha riconosciuto te, Spike ha riconoscuto me.. quanto credi
ci vorrà a entrambi per parlarsi?”
“Angel ha detto che non gli dirà
nulla.” – rispose Edward, infilando un’altra maglia nella borsa – “E io gli
credo.”
“Certo.” – annuì l’altro,
piantando i palmi aperti sul ripiano di cristallo – “Anche io mi fido di Angel.
Ma Spike? Vogliamo parlare della sua attitudine a ficcarsi nei guai?”
Edward sorrise, tenendo gli
occhi fissi su quello che stava facendo. Ma non gli rispose.
“Bravo.” – si complimentò
Methos, togliendosi la giacca e tirandola su una sedia – “Mi complimento per la
tua decisione di lasciarmi nei guai.”
“Non sei nei guai.”
“Eccome se lo sono. Cosa
cercasse William stasera non mi è per niente chiaro. E tu non immagini nemmeno
quanto Doyle mi tormenterà se ti lascio andare.”
“Allora fermami.” – Edward alzò
gli occhi chiari verso di lui, con calma – “Oppure prova.”
“Certo.” – annuì l’uomo, con
veemenza. Prima di voltarsi e tornare a centro stanza, con aria poco convinta –
“Certo.”
“Bravo.” – si complimentò
Edward, tirando la cerniera e afferrando la giacca – “Ottima scelta.”
Il suo cellulare stava suonando.
E Edward, gettando un’occhiata divertita al suo borbottante mentore, rispose.
“Ciao.” – disse, fidandosi del
nome apparso sullo schermo – “Stavo per chiamarti.”
Methos si era voltato,
interrogativo.
“Si, riparto tra poco.” – stava
dicendo Edwrad, finendo di riempire una sacca laterale. E abbassando il
ricevitore – “Methos, Lizzie ti saluta.”
“Grazie, ricambia.” – replicò,
immusonito l’uomo. Inammissibile la calma con cui prendeva il tutto.
“Ti saluta anche lui.” – stava
aggiungendo il ragazzo – “No, non torno subito.. mi faccio un giro.. arriverò
tra un paio di giorni.
Tutto ok da quelle parti? Saluta
gli altri da parte mia.
Ciao bella… ciao.”
Fatto. Riattaccando Edward
concluse i preparativi. Si posò le mani sui fianchi, valutando di aver preso
tutto.
Poi si infilò il giaccone,
frugando nelle stasche per cercare le chiavi.
“Sono a posto.” – spiegò,
guardandolo – “Vado.”
Non era abitudine di Methos
salutare coloro che partivano.. o quelli che restavano.
Prendeva un’espressione
impescrutabile e restava fermo, quasi pensasse di poter rallentare gli attimi
restando immobile.
Fingendo che fosse una cosa poco
importante.
Era uno dei rarissimi casi in
cui Edward provava tenerezza nei suoi confronti. Forse, era addirittura l’unico
momento della sua esistenza in cui si rifiutava di pensare.. di accettare la
realtà dei fatti.
Edwrad tamburellò con la mano in
tasca, soppesando il da farsi.
Non si erano detti quasi nulla,
da quando Methos era rientrato.
Nulla di veramente importante
sull’accaduto, nulla di quello che Angel aveva detto.. o che lui aveva detto a
Angel.
Methos aveva raccontato del
breve scontro con William… ma Edward non aveva ricambiato quelle confidenze. In
silenzio, riordinando i suoi oggetti come i suoi pensieri, aveva ascoltato.
Cercando una risposta che non
riusciva a trovare, un viso che non sapeva realmente come fosse.
Un ricordo a cui aggrapparsi,
capace di scaturire dall’eco di quella voce forte e sicura che lo aveva
apostrofato nella notte.
William…
Willy…
O Spike?
Non aveva importanza… non doveva
averne, se voleva veramente andarsene.
Sospirò, tirandosi indietro i
capelli e inforcando gli occhiali da sole.
“Decisamente avrò una buona
giornata.” – commentò, guardando le finestre e la luce quasi accecante della
California.
“Non è vero. Lo sai.”
“Bad day, allora.” – sorrise,
guardandolo un po’ storto – “Come nella canzone che ti piace tanto.”
Methos sembrò rifletterci,
fissando il soffitto.
“Si.” – annuì, alla fine- “è
possibile.”
E si avvicinò, tendndendo una
mano.
“Vada per Bad day.” – concluse.
Ed Edward l’aveva fregato.
E gli aveva reso il favore del
mattino.
Se ne era fregato della mano
tesa verso di lui e gli si era aggrappato al collo.
Con la tenacia con cui
affrontava ogni cosa.
Gli occhi chiusi e il cuore
impazzito.
“Grazie di tutto.” – aveva
sussurrato.
Poi, prima che Methos potesse
replicare, aveva preso la sua sacca ed era fuggito.
Grazie di tutto.
Grazie di questa mia vita.
Grazie.
Come sempre.
Con un sospiro di tolleranza,
senza preoccuparsi di sentire il motore della moto e l’inizio del viaggio di
Edward, Methos si voltò.
E accese lo stereo.
Cd tre, canzone cinque.
Bad day.
Fai buon viaggio, Coventry.
***
Il cortile dietro casa di Methos
era sterrato e in disordine. Ma andava bene, con quella vecchia tettoia, per la
sua moto.
Una splendida Harley, solida e perfetta,
nata apposta per le strade americane.
La luce degli occhi di Edward.
Il ragazzo armeggiò con le
cinghie, bloccando i suoi bagagli. E la spada, nella custodia fatta apposta,
nascosta ma comoda, in caso di necessità.
La lama, scivolando nel fodero,
sprigionò quel tipico suono, dandogli una percezione concreta di quello che
stava facendo.
Partiva.
Se ne andava.
Abbandonava Wiliam un’altra
volta. Ancora una volta sceglieva per entrambi.
E lo lasciava libero.
Si sedette sul sellino,
decidendo di non mettere il casco, almeno per qualche chilometro. Per godersi
il sole.
Si sfilò gli occhiali,
infilandoli nella giacca. E si liberò anche di quella.
Una mattina troppo bella per
sprecarla, valutò, alzando gli occhi.
Bad day, certo…
Tolse il cavalletto e si voltò,
verso l’ombra, in fondo al cortile, verso un ingresso secondario e dismesso..
si poteva intuire dalle erbacce che vi crescevano sulla soglia.
E fu allora che lo vide.
Gli occhi nel buio. Scuri come
la notte.
Eppure luminosi.
.
Lo guardò in silenzio,
ponderando l’idea di mettere in moto. Poi si rassegnò all’evidenza dei fatti.
E scese dal suo mezzo,
incamminandosi verso di lui, con l’ombra di un sorriso.
“immagino.” – commentò,
fermandosi– “Che liberarsi di te sia impossibile….”
“Quasi.” – concordò Angel,
rimanendo al sicuro, sotto il vecchio arco che permetteva l’accesso alle
cantine – “Ultimo tentativo per averla vinta.”
Edward rise, alzando gli occhi
al cielo. E infilando le mani nelle tasche dei jeans.
“sei un vero irlandese.” – si
complimentò, divertito.
Ed Angel lo guardò di traverso,
mentre Edward lo raggiungeva, sulla linea di demarcazione tra luce e ombra.
“E questo come lo avresti
scoperto?” – chiese.
“Sono più vecchio e saggio di quello
che sembro…” – replicò lui, con un’alzata di spalle – “So parecchie cose…
Angel…”
“Già.” – Angel annuì, prima di
tornare a fissarlo – “Me ne son accorto.”
Edward gli sorrise.
In quel modo suo, unico. Poi gli
tese una mano.
Protendendosi nell’ombra.
“Arrivederci Angel.” – momrorò –
“prima o poi ci rivedremo.”
Fu un contatto strano. Per
entrambi. Per quel contatto di due
temperature e due mondi agli antipodi.
Per quella linea sottile su cui
stava avvenendo.
Per quel protendersi, uno verso
l’altro, pur restando su fronti differenti, su opinioni, su scelte opposte…
“Fai buon viaggio, Eddy…” –
momrorò.
Lo vide annuire.
E lo chiamò.
“Aspetta.” – disse, quando lo
vide voltarsi, interrogativo – “Non sono venuto solo per.. per salutarti. O per
convincerti a fare tutto l’opposto di quello che hai deciso.”
Si interruppe, dosando le
parole.
“Il fatto è che io.. ho una cosa
che ti appartiene.. e volevo restituirtela.”
Edward aggrottò le sopracciglia,
perplesso. E si avvicinò. Angel gli stava porgendo due cose. Un oggetto.. e una
busta.
E l’oggetto era.. era splendido.
Una fattura antica, che gli richiamò il ricordo degli oggetti di casa sua,
degli argenti che sua madre manteneva maniacalmente lucidi.
Una scatoletta, allungata,
leggermente incurvata.. quasi si dovesse adattare a una tasca.
“Spike me l’ha dato tanto tempo
fa… “ – spiegò. Ma io credo che sia giusto.. sia giusto restitutirtelo. E
l’altra è…”
si interruppe. E lo guardò.
Edwrad aveva preso l’oggetto, il portasigarette d’argento con perplessità. Quasi
non lo riconoscesse.
“Aprilo.” - Lo incoraggiò – “C’è
una data.. e una scritta.”
L’argento tra le sue mani, aveva
un’impronta leggera ma visibile di sudore, mentre armeggiava per aprirlo.
All’improvviso capiva. Capiva molte cose.
E quelel parole cesellate non
furono altro che una conferma.
La mia vita..la mia splendida
vita… tutta davanti agli occhi…
"A mio fratello. Per la
strada che percorreremo assieme. William"
1857
Dalle labbra gli era sfuggito un
singhiozzo. Strozzato, incontrollabile.
La bocca, quasi indecisa, in
quel fiume di emozioni si era inarcata in un sorriso.
Ma gli occhi che si erano alzati
verso Angel erano pieni di lacrime.
Edward si era posato una mano
sulla tempia, quasi non riuscisse a resistere a un dolore pulsante.
Angel aveva fatto un passo verso
di lui, prima ci capire che quella luce a cui Edward apparteneva li stava
separando.
Che la sua natura, la sua natura
dannata, non gli permetteva un passo oltre.
Edward, lo chiamò.
Era tutto come sempre. Come era
stato con Kate e suo padre, come era astato con Joyce e Spike, una vita fa.. la
sua natura gli impediva di andare oltre. La sua natura lo segregava, per
l’eternità.
Nel buio.
Ancora troppo lontano dal dolore
umano.. eppure così vicino.
Edward era tornato a voltarsi. E
gli sorrideva. Le sue spalle erano nuovamente ferme, come la sua espressione.
Ma i suoi occhi.. quelli erano
un mondo a parte.
“Gli avevo detto che volevo
cominciare a fumare.” – disse, con voce malferma – “che quelle sigarette
francesi mi incuriosivano… non pensavo mi avesse preso sul serio.”
Angel lo guardò, non sapendo
bene cosa rispondere.
“Non l’avevi mai visto?” –
azzardò, mentre con un passo varcava la soglia. E entrava nel suo mondo.
Nel freddo umido dell’oscurità.
E si appoggiava ad una delle paratie in mattoni, di fronte a lui.
“No.” – accennò con il capo,
senza curarsi di quella lacrima solitaria che scivolava giù dalle ciglia –
“Noi.. non abbiamo mai festeggiato quel compleanno… non insieme.”
Aveva alzato la testa. Edward, i
suoi occhi e i suoi misteri.
“Me ne sono andato prima.” –
aveva aggiunto, semplicemente, tornando a stringere quel piccolo oggetto,
ricordo di un ricordo che non avevano – “Ho compiuto i ventiquattro anni oltre il
confine… in pieno oceano… non ero mai stato così lontano da William in vita
mia.”
Edward era nell’ombra. Ma il suo
sguardo si spingeva nuovamente nella luce, con la stessa bramosia di quello di
Angel.
Guardava lontano, nel sole, nel
corridoio dei ricordi. Sentiva quasi l’oceano… come allora.
1857, coste del Portogallo
Se ne stava in piedi, sul
ponte. E fissava il nord, cercando una costa che non riusciva a vedere più.
L’inghilterra era svanita.
Da giorni, ormai. Ma Edward
la cercava, sempre, ogni mattina.
Avvolto nel mantello che
Methos spuntualmente abbandonava su una delle panche, la sera, prima di
imboscarsi in cambusa a caccia di un buon Brandy.
Mantello che Edward
raccoglieva, all’alba, lievemente brinato, umido eppure ancora caldo. E
confortante.
Avanzava fino al ponte..
talvolta persino su quello di manovra, per aggrapparsi al sartiame e fissare
l’orizzonte.
L’orizzonte del nord,
dove andava avanti la sua vita perduta.
Ventiquattro anni.
Meno di un mese di vita
nuova.
Chissà da cosa si cominciava
a contare…
Siamo ancora chi eravamo,
quando il nostro cuore accetta l’eternità?
O siamo cambiati, nuovi…
“Siamo troppo lontani,
ormai.” – commentò, appoggiando la frointe alla mano, stretta a pugno intono
alla fune – “Non è vero, Doc?”
“Lo siamo già da tempo.” –
commentò, serafico, l’uomo, al suo fianco. In maniche di camicia, quasi
incurante del vento che iniziava a soffiare – “E’ perduta, almeno per il
momento.”
Edward si voltò, verso di
lui, incorniciato da un’altra alba.
“Ti sbagli.” – si dissociò,
con un sorriso – “E’ perduta per sempre.”
“Dio, quanto tempo è passato.” –
mormorò, tornando al presente – “Non credevo sarei mai riuscito a tornare… la
mia terra.. la mia vita…”
“Alcni di noi rimangono esuli
per tutta la vita, Edward.” – sussurrò, Angel, guardando lo stesso cortile e la
stessa luminosità – “Ci alziamo un mattino e capiamo che siamo lontani. Troppo
lontani per tornare. Che tutto è cambiato. Alcuni si illudono.. e alcuni…”
“Alcuni vanno avanti, non finisce
così la storia?” – sorrise il ragazzo, girando ancora tra le mani il
portasigarette. E badando, d’un tratto, alla busta che il vampiro ancora
stringeva tra le mani – “E quella? Poesia per accomiatarti?”
Angel lo fissò, di traverso.
Era impossibile capire veramente
come sapesse risorgere, ininterrottamente, dai suoi dolori. Come se le paure,
le angosce, i dispiaceri lo attraversassero con troppa forza prima di
disperdersi nella sua comprensione innata dell’esistenza.
Si, impossibile.
Assolutamente.
“Non so scrivere.” – replicò
Angel, ieratico, porgendogliela – “Ho disegnato una faccina con una mano che
saluta però…”
“Scommetto che è un capolavoro.”
– annuì l’immortale, aprendola e estrendo il foglio.
E dispiegandolo.
Con un tuffo al cuore.
Incontrollabile.
Un profilo forte. E gli occhi
alzati verso l’alto. Verso qualcosa di importante.
Le labbra dischiuse in un soffio
di vita, quasi non potesse che rimirare un capolavoro intellegibile del creato.
Il
rapimento che manifestava da bambino, in piedi innanzi alla cattedrale. Lo
sguardo della sua adolescenza, l’improvvisa intuizione delle cose troppo
grandi.
Quella
sua incomprensibile innocenza.. quella sua dolcezza disarmante in una scorza
maschia e ormai adulta.
Un
uomo.
Un
fratello di cui essere fieri.
La
bellezza del guerriero con gli occhi del poeta.

Silenzio. Il silenzio era caduto
tra loro.
E fu Angel a romperlo, con voce
profonda.
“Tanto vale che te lo dica…” –
commentò, mentre Edward fissava il ritratto – “Lui non è sempre così. Certe volte
è indisponente, gli sporge il mento e gli occhi diventano grigi e ostili…
diventa persino buffo, quando cerca di farsi venire l’espressione
intimidatrice... ma io... io è così che lo vedo…”
Edward aveva alzato gli occhi
verso di lui.
In attesa.
“E’ così che lo vedo.. dalla
prima volta che l’ho incontrato.” – aggiunse – “Negli occhi si porta tutta la
sua esistenza. Per William l’eternità non è mai stata un segreto… come per te,
del resto…”
Sull’espressione di Edward passò
la sorpresa, quasi Angel l’avesse colto in fallo.
C’era ben più di quel che si
pensasse in quella frase, poteva sentirlo.
Poteva accettarlo.
Si, Angel sapeva.
Solo uno che avesse voluto
veramente bene a william avrebbe potuto comprendere..,.. vedere.. vedere oltre.
Si, Angel vedeva.
E non c’era nulla da aggiungere.
“Vai, prima di cambiare idea.” –
aggiunse il vampiro, accettando il suo silenzio come la migliore delle
risposte.
Guardandolo stringere gli
oggetti tra le mani, riporre il foglio nella busta, come una reliquia.
“Noi Coventry non ci fermiamo
mai a metà strada, Angel.” – commentò, raddrizzandosi – “Questo, almeno,
dovresti saperlo…”
“Lo so, Eddy.” – Angel gli
sorrise, guardandolo incamminarsi e svanire nella luce accecante – “Eccome se
lo so…”
***
Non si erano salutati.
Se ne era semplicemente andato,
uscendo dall’oscurità.
E, poco dopo, il motore della
sua moto aveva detto il resto.
Anche Methos l’aveva visto.
Veloce, alzando polvere nel derapare per uscire dal cortile. Capace di scendere
quel gradino insignificante del marciapiede in accellerata.
E correre, i capelli biondi
gettati indietro, qualcosa di luccicante nella mano sinistra.
Quel suo impossibile sorriso
sulle labbra.
Bad day, amico mio… come ogni
volta che te ne vai.
A presto, commentò, nel
frastuono dello stereo a tutto volume.
Non mi deludere…
***
E così si era giunti alla fine
della sciarada.
Angel accarezzò il ripiano del
suo scrittoio e fissò, pensieroso, la consunta decorazione dorata impressa sul
cuoio.
Si, era finita.. almeno per il momento.
Se ne era andato.
Quando era rientrato, Doyle era
sembrato deluso.
Forse, come lui, si era
abbandonato a qualche utopia di troppo. e anche se non aveva detto nulla, Angel
aveva sentito i suoi occhi accarezzargli le scapole.
Cordelia, d’altro canto, non si
era sentita in dovere di accorgersi di nulla.
Anzi, si era addirittura
lamentata della noiosità delle sue giornate, sotto uno sguardo scettico che
solo Faith poteva sfoggiare con quell’efficacia.
Eppure la cacciatrice, per
quanto in disaccordo, non aveva commentato.
Era stanca e dolorante.
Noin aveva fatto altro che
andare avanti e indietro, dentro e fuori l’albergo per tutto il giorno. Come se
ci fosse un particolare che le sfuggiva, un’inquietudine che non riusciva a
levarsi di dosso.
Al suo ennesimo giro, un minuto
dopo il tramonto, era stata aggredita.
Ed aveva riportato a casa la sua
dura pellaccia non senza qualche escoriazione.
E, seduta vicino alla scatola
del pronto soccorso, aveva ritrovato la sua adoratà metà, con un’aria
decisamente inferocita.
In effetti, considerò Angel,
Spike non aveva tutti i torti ad essere tanto arrabbiato con lui.
Un po’ più problematico sarebbe
stato ammettere, in caso di chiarimento, che i veri motivi per arrabbiarsi gli
erano ancora del tutto sconosciuti.
Già.. sconosciuti per il
momento.
Ma Angel non si illudeva.
Era un segreto immenso perché
gli sfuggisse. Non fosse divenuto vampiro, Spike avrebbe avuto un futuro nel
settore intuizioni. Su questo non ci pioveva.
E anche se, per ora, Spike gli
serbava rancore per un ordine a cui aveva dovuto sottostare e che avertiva come
una prepotenza gratuita, Angel già si sentiva in torto per tutto il resto.
Giusto per mettersi avanti con i
lavori.
E sarebbe andato avanti a flagellarsi,
contemplando il ritratto incriminato di Edward se non avessero bussato alla
porta.
“Avanti.” – mormorò , facendo
sparire la cartella e il disegno in un cassetto.
E vedendo affacciarsi, dallo
spiraglio, l’importante naso di Methos.
“Posso accedere al santuario?” –
lo canzonò, sporgendo la testa.
“La parte preziosa che possiedi
è già al suo interno…” – commentò il vampiro, intrecciando le mani sullo
stomaco, managerialmente – “Per cui può accomodarsi anche il resto.”
“Grazie, tropo buono.” – rispose
Methos, accomodandosi in una delle poltroncine di fronte. E posando impunemente
i piedi sull’angolo della scrivania.
A memoria d’uomo, era l’unico
che si concedeva una libertà del genere nello studio di Angel.. a parte Angel,
ovviamente.
“Noto che ti sei anche servito.”
– commentò il vampiro, guardando il bicchiere in cristallo lavorato pieno di un
corposo liquore ambrato.
“Certo. Sono venuto apposta.” –
alzò lo sguardo verso il soffitto, con aria distratta – “Volevo festeggiare la
fine della rottura di scatole con uno Chateau Latour d’annata ma, quando sono
andato per stapparlo… sorpresa!”
L’aveva detto in tono
assolutamente svagato.. e l’espressione colpevole di Angel lo aveva messo di
ottimo umore.
“Ti devo un passaggio sulla mia
collezione.” – sospirò il vampiro – “Ricordamelo…”
“Già fatto, grazie. Hai un
ottimo gusto, vorrei aggiungere.” – replicò implacabile l’immortale – “Comunque
vi ringrazio entrambi. A parte il colpo a cuore che mi ha provocato la vista
del ripiano vuoto, cosa da cui non mi riprenderò più, le fondamenta del palazzo
sembrano ancora buone.. e i mobili sono quasi tutti intatti. Siete stati
bravi.”
“Quasi… tutti?” – ripetè Angel,
perplesso.
“Quasi tutti.” – confermò
l’uomo, annuendo e sorseggiando pigramente un Bas Armagnac valutato tanto
quanto un brillante di buona caratura – “Ma ti risparmio i particolari. Manderò
il conto a quell’altro. Mi sembrava sangue suo…”
“Stai diventando un esperto del
campo?”
“Frequentando te assorbo
nozioni.” – concesse, facendo spuntare da sotto la giacca l’inestimabile
bottiglia di Angel. E un secondo bicchiere – “Gradisci? Non amo bere da solo.”
“Ma si, grazie.” – annuì,
allungandosi ad afferrare il calice – “allora, ti ha detto gli accordi?”
“No. Ma me li immagino.” –
Methos ponderò la situazione e decise di confessarsi – “anche se, in questio
piano discutibile, potremmo avere un’ulteriore piccola rogna.”
E, in quattro parole, gli
raccontò l’accaduto, tra lui e Spike. Il poco che si poteva dire, senza parlare
della vita di Edward, della malattia e di William.
Quelli erano affari che
riguardavano solo Edward.. e solo lui poteva narrarli.
Raccontò soltanto di come Spike
l’avesse riconosciuto. E si fosse imposto, in parte.
“Perfetto.” – ironizzò Angel,
bevendo un altro sorso corposo.
“Volevo lo sapessi… visto che è
la giornata in cui ti sobbarchi i segreti degli altri…” – Methos gli sorrise,
prima di tornare serio – “Però, se vuoi la mia opinione, non c’è di che
preoccuparsi.”
“Certo. Sono d’accordo. Intanto
i disastri non si evitano preoccupandosi…”
“Mai sentito parlare di
Prevenzione?”
“Mi dici da che parte stai?”
“Ma dalla mia, naturalmente.” –
replicò, con naturalezza. Prima di decidere di tormentarlo ancora un po’ –
“Allora.. commenti?”
“Su cosa?” – Angel sembrava non
capire.
“Ma che domande! Non su cosa..
su chi.” – sottolineò l’immortale – “Ammettilo.. farebbe venire mal di testa
anche a un santo.”
Angel sentì un sorriso
spuntargli involontariamente sulle labbra.
“Infatti.” – replicò – “Mi
domando come tu riesca a reggerlo.”
“Ci si fa l’abitudine.” –
rispose, con aria da cospiratore – “Il primo decennio lo passi a cercare di
capirlo.. poi ti rassegni.”
“Non ci credo.” – negò
semplicemente il vampiro, quasi soprappensiero – “Quel ragazzo è un
interrogativo ambulante con la luce dentro.”
“Bravo. Bella definizione.” –
sorrise, versandosi un altro bicchiere – “Già mi manca…”
Si bloccò, la bottiglia a
mezz’asta.
“Non dire a nessuno che ho detto
una cosa del genere.” – gli intimò, puntandogli un dito contro.
“Mmm.” – Angel alzò gli occhi
sopra il bicchiere che stava accostando alle labbra, con aria svagata – “Detto
cosa?”
“Ma allora sei veramente bravo a
occultare informazioni.” – si complimentò, ammirato – “Siamo a cavallo! Non lo
scoprirà mai.”
“Non so nemmeno se augurarmelo…”
“In una situazione del genere
entrambe le scelte sono sbagliate. E lo sa anche lui.” – Methos vuotò con una
sorsata il bicchiere. E si stiracchiò, soddisfatto – “E’ il suo peggior
difetto. Se deve scegliere, sacrifica se stesso.
Quando si tratta di William, poi…”
“E’ prerogativa dei fratelli
maggiori mancare di obbiettività.” – commentò Angel. E dai meandri della mente
emerse lei. Lei, con quel sorriso disarmante, le mani tese, piene di fiori.
Guarda Liam, ho fatto una
corona.. una corona per te.
Mettitela, così giocheremo ad
essere il re e la regina delle fate.
Oh Kathie.. spero solo esista un
paese delle fate.. e che tu sia là, ora…
Methos lo lasciò perdersi.
Conosceva quello sguardo.
Era quello delle persone che
hanno troppi ricordi in cui cadere.
Pozzi profondi di rimpianti e
troppi volti da conservare.
Fratelli.. anche lui ne aveva
avuti, a modo suo. Ma sarebbe stato difficile da spiegare. Kronos, Kaspian,
Sylas… si, erano fratelli per lui.
Di guerra. Ma fratelli.
“comunque” – esordì,
interrompendo gli scomodi pensieri di entrambi – “Per questa volta è finita.
Alla prossima, vedremo il da farsi.”
“Perché, abbiamo voce in
capitolo?” – lo punzecchiò Angel, abbandonando il passato per il presente.
“Ma assolutamente no.” – replicò,
con naturalezza alzandosi. E facendo risparire la bottiglia in una tasca del
giaccone – “Bhe, sarà meglio che vada. Grazie per il goccetto.”
“Ma ti pare..per così poco.” –
poi, colto da un dubbio – “Eri venuto per qualcosa di preciso?”
“In effetti si.” – dalla tasca
opposta a quella dell’Armagnac, Methos estrasse un libro. Un vecchio libro
consunto, rilegato in pelle – “Qualcuno l’ha lasciato sul mio tavolo. E visto
che io ne ho già una copia.. e che al suo interno c’è una dedica…”
Glielo porse, senza aggiungere
altro, con un mezzo sorriso.
“Spero che la poesia cinese ti
piaccia.” – aggiunse, dalla porta – “Stammi bene.”
E un attimo dopo, era sparito.
Lasciando solo Angel, con quel
volumetto dall’aria vissuta posato di fronte.
Lentamente, quasi assaporando la
curiosità irrrefrenabile che sentiva, allungò una mano. E lo ruotò, nel verso
giusto, prima di aprirlo.
Vergata in una calligrafia
sottile e sicura, nella prima pagina, c’era un’annotazione.
Con la data di oggi.
Al mio avversario più degno.
E.
Nient’altro.
Angel fissò la frase, la rilesse
alcune volte, sollevando il libro.
Era antico, rilegato di fresco.
Un libro che, con buona
probabilità, Edward si portava appresso da molto.
Sulla seconda pagina, ormai
sbiadita,in inchiostro ocra, c’era una seconda frase, illeggibile.
Un’altra dedica cancellata dal
tempo, quasi un dito l’avesse troppe volte percorsa.
E fu nel compiere nuovamente
quel movimento, nel carezzare quella carta porosa che Angel notò il segnalibro
di pelle.
E comprese che non era stato
lasciato a caso.
Ed aprì, nel punto indicato.
Chu Yuan ( 332 – 295 a. C.) , lesse, in cima alla pagina.
“In mano i lisci brocchieri…” – scandì, correndo con lo sguardo alla riga subito sotto.
E non riuscendo a trattenere un
sorriso.
Adesso si, capiva.
Non tutto si può lasciare in
sospeso… vero, Edward? Domandò, voltando la pagina e scendendo con lo sguardo,
lungo le righe.
Fino a trovarla..
Eccola.
L’ultima strofa.
Tennero fino alla fine;
Nessuno li seppe piegare;
Perirono i loro corpi,
Ma le anime loro saranno immortali
Fra le ombre saran condottieri,
Fra i morti saran eroi
Si, capì Angel.
Adesso è veramente finita.

Epilogo
Dall’altra parte del
pianerottolo, del tutto ignari di quell’andirivieni, Faith e Spike si godevano
una breve parentesi.
Altresì detto, dormivano, prima
di uscire per l’ultimo giro della giornata.
Dormivano, abbracciati,
apparentemente sereni, il respiro di lei, regolare, a cullare il sonno di lui.
Un sonno popolato di immagini.
Di situazioni vissute.
Di Angelus, nello scantinato..
di faith tra le sue braccia.
Spike si mosse, cercando un
appiglio al reale, stringendola un po’ più forte.
E risprofondando.
Correva, con Doyle.
Attraversava il parco.
Angel combatteva.
C’era troppa luce, per essere
notte.
E lo sconosciuto gli dava le
spalle.
Poi si voltava, nell’attimo in
cui la freccia partiva dalla balestra.
“No, no…”
faith alzò la testa,
guardandolo. Spike stringeva le labbra, aggrottava le sopracciglia atterrito.
Il coltello ruotava su se
stesso.
Gli veniva incontro.
E lui non poteva spostarsi.
Perché, di fronte, di fronte a
lui, il braccio ancora teso per lo sforzo del lancio…
C’era Edward.
Edward.
“Edward no!”
si era seduto sul letto, quasi
rantolando.
Faith lo aveva stretto,
trascinata nel movimento.
Gli aveva accarezzato le guance,
l’aveva abbracciato, afferrato per le spalle, mentre ansimava, in preda al
terrore.
Spike tremava. Come una foglia.
E faith ne era impressionata. E
troppo preoccupata per porre domande.. e per cercare risposte.
“Calmati.” – sussurrava,
ripetutamene – “Era solo un incubo.”
Era solo un incubo.
Solo un incubo.
E Spike, all’improvviso, sembrò
riacquistare il controllo di sè. Rilassò le mani che si stringeva al torace,
proprio sopra al cuore, dove sembrava
sentire un male intollerabile.
E annuì.
“Si.” – sussurrò, con voce rauca
– “Era solo un incubo.”

***
Nota dell’autrice:
mi è stato chiesto di aggiungere una frase in calce.
La trascrivo qui sotto, così come mi è stata dettata
durante una conversazione,
di modo che sia visibile a tutti
e destinata a sempiterna gloria:
io margot
volevo uccidere il protagonista,
ma pedistalite
m'ha fermata!
(nota della dettatrice: sono fiera
di averti persuaso a farlo campare...
se nn era per me si piangeva il
triplo)
E riporto qui a seguito un estratto dalla conversazione
messenger avuta a riguardo di modo che i posteri sappiano come siamo giunti a
questa decisione.
25/02/2005 22.46.10
pedistalite
“suona biblico, vero?
potresti inciderla in legno
o fare una cosina discreta in marmo
e
metterla sulla menzola di fronte alla scrivania, così mi penseresti ogni
momento”
25/02/2005 22.46.50
MJ
“ti prometto che si leggerà bene”
25/02/2005 22.47.01
pedistalite
“si, mi raccomando il mio nome
bello grosso
che si veda”
un abbraccio, MJ
(08 Marzo 2005)