Seguito di Eternita’
I personaggi delle serie
"Angel" e "Buffy, the vampire slayer", appartengono a Joss
Whedon, la WB, ME e la Fox, l'autrice scrive senza alcuno scopo di lucro e non
intende violare alcun copyright.
Crossover con la serie
televisiva Highlander. Anche in questo caso, i personaggi appartengono ai
legittimi proprietari e l'autrice scrive senza alcuno scopo di lucro e non
intende violare alcun copyright.
E Edward, in quanto personaggio inedito, appartiene all’autrice
***
Dedicato all'Inconscio di
Chiara che sottolinea come Edward sia anche un po' suo J
E a Giulia, perché crede al
destino che ci ha fatte conoscere.
Infine, un ringraziamento
particolare ad Alessandra,
amica in cui l'eternità
probabilmente esiste da sempre
***
Per chi non fosse molto ferrato sulla questione
immortali, alcune semplici regole. Ci sono persone che nascono destinate a
divenire immortali. Ma questo accade solo se si va incontro a una morte
violenta. Essi sono, in tutto e per tutto simili ai vivi e sono coinvolti in un
gioco che prevede l’uccisione di altri immortali mediante il taglio della
testa.
Come dice la memorabile frase, ‘Alla fine ne resterà
soltanto uno.’
Nel momento in cui un immortale ne uccide un altro,
ha inizio la Reminiscenza, ovvero un fenomeno inspiegabile in cui parte delle
conoscenze dell’ucciso viene assorbita dal vincitore. Viene, inoltre, definita
Reminiscenza la percezione della vicinanza di un altro immortale.
*** La comprensione di
questa fanfic è strettamente connessa ai capitoli
‘Tempo, ricordi e Brindisi’
ed ‘Eternità’. Presenti rimandi anche agli altri capitoli delle Cronache.
[PROLOGO]
In un futuro imprecisato…
Un urlo.
Prolungato, asessuato, informe.
Ed Angel si svegliò di soprassalto. Si era
addormentato nell’entrata, sdraiato su uno dei divani. Stava parlando... sì,
certo, stava parlando con qualcuno.
Ma... ma l’urlo?
Una luce si accese, nel corridoio alle sue spalle.
E la voce di Cordelia, concitata, gli diede altri
particolari dell’accaduto.
Angel si alzò, scavalcando il tavolino e correndo
verso la porta del ‘regno di Cordelia’. E aprendola, incurante della privacy
violata, dei mille motivi che si hanno di urlare in una camera da letto.
“Cordy, tutto bene?” – domandò, la mano ancora
stretta alla maniglia.
“Io sì…” – annuì lei, ancora seduta in mezzo alle
coperte, tirando le lenzuola, fino a coprire il seno – “Ma lui…”
Già, lui…
Proteso verso un comodino, un braccio a terra per
puntellarsi, l’aria stravolta.
E il telefono in mano.
“Non risponde.” – mormorò, stralunato, riattaccando –
“Non risponde.”
“Chi.” – in un attimo Angel fu al suo fianco, in
ginocchio, mentre il demone si raddrizzava e cercava di scendere dal letto.
Pallido come un cencio, un vistoso tremito alle mani – “Doyle, chi…”
“Sei pronto a uscire, Angel?” – domandò, ignorando a
sua volta la richiesta – “Dobbiamo muoverci…”
“Vado a chiamare gli altri.” – aggiunse Cordelia,
scaraventando lontano le coperte e posando i piedi a terra – “Suppongo ci
servirà aiuto, come al solito.”
“No.”
Era stato pronto e incredibilmente autoritario.
Tanto da far bloccare la ragazza, la bocca
semiaperta, lo sguardo interrogativo.
“Nessun aiuto.” – aggiunse Doyle, senza smettere di
puntarle un dito contro, una scarpa nell’altra mano.
Fermo. Improvvisamente lucido.
“Nessuno.” – insistette, prima di voltarsi verso
Angel, ancora fermo, a lato del letto – “Soprattutto Spike.”
Angel, per un singolo attimo, lo fissò senza capire.
Un urlo, probabilmente una visione…
Una telefonata…
No, nessuno.
Soprattutto Spike.
Soprattutto Spike.
William…
Forse fu quella variazione nel nome, all’interno del
suo pensiero a provocargli chiarezza.
Angel si rimise in piedi.
E Doyle gli lesse nello sguardo la comprensione
necessaria. E l’apprensione.
“Abbiamo un innocente da salvare.” – mormorò,
inumidendosi le labbra.
Aspettando che annuisse.
“Principessa.” – aggiunse, cercando di allacciarsi i
bottoni della camicia, con quelle mani non riusciva a controllare – “Ti prego,
non dire nulla agli altri... fidati di me.”
Cordelia si era infilata una vestaglietta rosa e
stava giocherellando con la cintura.
Gli si avvicinò, con aria perplessa. E insinuò le
dita tra le sue.
Afferrando i bottoni e cominciando a chiuderli.
“Dimmi perché.” – domandò, sentendosi vicino a un
cuore forte ma molto irregolare. Ascoltando con preoccupazione quel respiro
affrettato – “E’ una visione… è... è su qualcuno che conosciamo?”
Doyle la fissò, indeciso. Poi scosse la testa.
“No.” – mentì, in un soffio – “Ma riguarda un
segreto... e gli altri non devono saperlo.”
Un segreto.
Così grande da stupirsi che lo sia ancora.
Cordelia annuì, con rassegnazione. E, un attimo dopo,
con le labbra ancora umide per quel bacio frettoloso, lo guardò infilare la
porta e correre, ancora semiscalzo, verso il garage.
***
Methos girò la chiave nella
serratura e la porta si spalancò, sbattendo contro la parete e mancandolo di un
soffio.
“E poi?”- Methos li fissò
irritato, strofinandosi la testa – “Spacchiamo i vetri e rovesciamo i mobili?”
“E’ un’emergenza, Methos.
Sono ore che ti sto telefonando.” – ribatté Doyle, piombando al centro della
stanza. Spettinato, pallido e con una camicia abbottonata male – “Dov’è
Edward?”
“Chi?” – lo sbadiglio si
interruppe a metà, rischiando di soffocarlo – “Edward chi?”
Doyle lo fissò sbarrando
gli occhi. Poi la pressione gli schizzò alle stelle, come può succedere solo a
un demone svegliato di soprassalto nel cuore della notte da un messaggio delle
Alte Sfere.
“Ti spiace svegliarti per
favore?” – sbraitò, mettendo in mostra tutto il suo pessimo carattere
irlandese, mentre Angel, alle sue spalle, chiudeva la porta – “Non abbiamo
tempo da perdere.”
Methos lo fissò,
grattandosi il lieve accenno di barba, con aria pensosa. Era arruffato, a piedi
nudi, con un paio di boxer e una maglietta. Se non fosse stato per la spada che
reggeva nella destra, sarebbe solo sembrato uno interrotto a metà di un giusto
riposo.
“Mpfh.” – commentò, con
l’aria di chi è da sempre avvezzo a sopportare gente che urla – “Caffè, Angel?”
“Non so se abbiamo il
tempo.” - rispose il vampiro,
perplesso, guardando l’immortale avviarsi verso la cucina – “Doyle ha avuto una
visione, Edward è in pericolo…”
“Eddy è sempre in
pericolo.” – fu la pragmatica risposta. Sul passaggio aveva afferrato il
cordless e stava componendo un numero – “Comunque, quando ieri è partito, stava
benissimo.”
“Ieri… come sarebbe a dire
ieri! Era qui? Cosa ci faceva qui!”
“Fatti gli affari tuoi.” –
ribatté l’immortale servendosi una generosa dose di caffè e continuando ad
ascoltare il segnale di libero nel ricevitore – “Quanto zucchero, eroe?”
“Niente, grazie.” –
rispose, senza rendersi conto di averlo fatto. E beccandosi un’occhiata omicida
dalla sua Guida – “Edward era qui?”
“Ma avete problemi di udito
voi due?” – chiese, puntellando il telefono contro la spalla e passando due
boccali colmi di ‘discutibile brodaglia nera e americana’– “Lisie, ciao! C’è
Coventry da quelle parti? No? Ok, grazie, chiamo sul cellulare.”
I due lo stavano fissando,
inorriditi dalla sua tranquillità. E dal fatto che avesse appena parlato con
una sconosciuta alle sei del mattino senza nemmeno scusarsi.
Sì. Pensavano persino alle
buone maniere, tanto erano sbalestrati da quella inattaccabile flemma.
“Io lo ammazzo.” –
bofonchiò Doyle, tirandosi i lineamenti con le mani – “Lo ammazzo.”
“Calma.” – replicò con
naturalezza Methos, componendo un secondo numero e bevendo un sorso di caffè –
“Mi racconti la visione, intanto?”
Angel mosse lo sguardo da
uno all’altro, giocherellando con l’ascia. E sentendosi vagamente fuori luogo.
In effetti, le visioni di Doyle si potevano prendere anche così... forse…
“Eddy, ciao.” – Methos
rovesciò il resto del caffè nel lavandino – “No, tutto bene, che stai facendo?
Così, per curiosità…”
“Chinati!” – urlò Doyle,
aggrappandosi al bancone, stringendo gli occhi, prima di portarsi entrambe le
mani alle tempie – “Alle tue spalle!”.
Methos lo fissò, sorpreso.
La sua espressione mutò, improvvisamente, divenendo attenta. Ma non i suoi
occhi. Angel ne fu quasi sorpreso, nel buttarsi in avanti per impedire a Doyle
di cadere.
“Eddy, abbassati.” - Lo
sentì urlare, senza soffermarsi su altre spiegazioni –“Chinati, Edward,
chinati!”
Lanciò il telefono a Angel,
e si precipitò verso Doyle, aiutandolo, mentre, con un tonfo, si sedeva a
terra.
Dall’altra parte della
linea, Angel riconobbe il rumore della colluttazione, il suono del ferro
sull’osso.
Urla inconsulte,
confusione.
E poi un colpo.
“Edward, dannazione.” – imprecò, a denti stretti -
“Dimmi almeno dove sei.”
Alle sue parole seguì un attimo ancora di confusione.
Il silenzio.
E una fiumana di parolacce in accento britannico.
“Allora, eroe” - sentì ringhiare dentro il ricevitore
– “Mi spieghi cosa cazzo state facendo?”
La bistecca, gelida e umida, gli colpì la contusione
con suono avvilente.
“Mi accontentavo di uno straccio.” – bofonchiò Doyle,
da sotto il pezzo di carne – “Sono abituato a battere la testa.”
“Lo so.” – replicò una voce caustica – “Ho sempre
detto a tua madre di legarti al seggiolone da piccolo, ma non mi ha mai
ascoltato. Ed ecco i risultati.”
Methos si alzò, facendo scrocchiare le articolazioni
delle ginocchia. Allungò un braccio e prese il maglione con cappuccio,
infilandoselo direttamente sopra l’elegante tenuta notturna.
Angel, a cavalcioni di una sedia, con un caffè appena
fatto tra le mani, li guardò entrambi.
“Sai, Doyle.” – azzardò, rivolto al demone sdraiato
sul divano – “E’ la prima volta che ci basta una telefonata.”
“Non diventarmi ottimista proprio adesso.” – fu la
risposta – “E poi ti stai sbagliando. Se mai è la prima volta che le visioni mi
danno un colpo a salve e poi la mazzata finale.”
“Come dire che hai visto due volte la stessa cosa?” –
Methos tornò verso di loro, portandosi, per precauzione, la spada appresso –
“Interessante. Le repliche non sono poi così male.”
“Oh, certo, ho rivisto proprio volentieri qualcuno
che maciullava Edward!”
“Finché non gli tagliano la testa…” – replicò
distrattamente l’immortale, ascoltando la nitida reminescenza. E la sgommata
furiosa di una motocicletta nel cortile – “ed eccolo... lupus in fabula.”
Anche Angel aveva sentito il motore. E la variazione
di sfumatura in Methos. Era strano, come potesse intuire la percezione
reciproca in loro, pur non essendone partecipe.
Si alzò, andando verso la porta. Qualcuno stava
correndo su dalle scale, con foga.
Senza aspettare, afferrò la maniglia e aprì,
permettendogli, con ampio gesto del braccio, di irrompere nella stanza, secondo
lo stesso schema attuato da Doyle meno di mezz’ora prima.
“Piacere di rivederti.” – commentò richiudendo
l’uscio.
Edward girò su se stesso, inequivocabilmente
incavolato come una bestia.
“Evitami battute umoristiche.” – ribatté, lasciando
cadere a terra la spada e puntandogli contro un dito, con fare minaccioso.
Aveva una ferita mal rimarginata sulla tempia e i pantaloni insanguinati e
strappati.
“Bistecca pure tu?” – domandò Methos, apparendogli
alle spalle e sollevandogli un ciuffo di capelli per valutare il danno – “Ciao
Coventry, quanto tempo…”
“Ciao Eddy.” – si aggiunse una voce soffocata dal
divano, interrompendo una litigata quasi certa – “E’ bello vederti tutto
intero. Non pensavo mi capitasse un’altra volta.”
Edward mosse rapidamente il suo sguardo da uno
all’altro, con occhi tempestosi, quasi grigi. Poi si scostò, senza commenti,
ignorando Angel e Methos. E si chinò, vicino al divano, piegandosi sui talloni.
“Ciao Doyle.” - Mormorò, alzando un lembo di bistecca
– “Credo di dovere a te la mia testa ancora attaccata al collo…”
“Così dicono.” – replicò il demone, sorridendogli di
traverso. Aveva un grosso livido quasi formato, in mezzo alla fronte – “Tutto
ok, allora?”
“Sembrerebbe.” – Edward gli sorrise, in quel suo modo
indescrivibile. Per quanto contuso, o arrabbiato, Edward Coventry rimaneva
sempre un balsamo per i nervi scossi. I lineamenti perfetti, l’espressione
terribilmente assennata e amichevole… e poi quella luce. Quella luce che gli
scaturiva dal profondo dell’animo, senza spiegazione razionale.
Doyle lo respirò quasi a pieni polmoni, beandosi di
avergli salvato la vita. Almeno in parte, si intende. Palesemente, la maggior
parte del lavoro l’aveva fatta Edward stesso, con la sua spada.
“Come stai?” – domandò, cercando di fare
conversazione – “A parte la rissa, si intende.”
“Bene, grazie.” – rispose, educatamente, lasciandogli
ricadere la bistecca sulla faccia. E voltandosi a fissare Angel. Con aria
omicida – “Sto bene anche se sono stato attaccato da una decina di vampiri, di
cui due con il machete, che hanno cercato di ridurmi ad un hamburger e mi hanno
ammaccato il serbatoio della moto.”
“Non li ho mandati io.” – replicò Angel, aggrottando
la fronte, nel trovarsi fissato da quegli occhi chiari e implacabili.
“Chissà perché quando non ti conoscevo queste cose
non mi capitavano mai.”
“Suvvia, Coventry.” – si intromise Methos,
mettendogli in mano un biscotto sul passaggio e andando a sedersi in poltrona –
“Lascia in pace l’eroe. E’ molto sensibile in questi giorni.”
“Io non sono sensibile…”
Edward fissò il biscotto che aveva tra le mani. Uno
con l’uvetta, grosso quel tanto che bastava da fargli dimenticare, per un secondo,
il nervoso.
Poi alzò la testa e guardò Angel, ancora in piedi,
appoggiato al tavolo, le mani in tasca.
“Non ho detto che li hai mandati tu.” – bofonchiò,
morsicando il dolce e sedendosi, con un unico movimento fluido, sul bancone
della cucina – “Ma non mi è piaciuto.”
“Ci credo.” – rispose il vampiro, massaggiandosi il
collo, con occhi socchiusi – “Però hai ragione. Essere attaccato così potrebbe
anche non essere un caso.”
“Sai che hai una brutta faccia?” – commentò il
ragazzo, continuando a masticare pensosamente – “Dormi abbastanza?”
“Sono pallido perché sono un vampiro.” – replicò,
sbadigliando – “E dormo quando posso, per cui…”
Si bloccò, guardandolo. Edward gli stava sorridendo,
con aria bastarda. Lo stava sfottendo, in modo amabile, senza smettere di far
colazione.
E Angel, dopo un attimo di sbandamento, si ritrovò a
sorridere, scotendo la testa.
Era impossibile. Quasi quanto suo fratello.
“Dalla padella alla brace.” – sospirò, recuperando il
suo caffè e tornando al suo posto. Poco distante, tra il divano e la poltrona,
Methos e Doyle stavano parlando. Ed emanavano una tale aria di famiglia, che
Angel non volle interromperli. Per tanto si girò, quel tanto che bastava da
scambiare due parole con Edward.
Edward Coventry era una di quelle persone che ti
basta incrociare una volta nella vita per sentirti già una persona fortunata.
Dal loro primo incontro erano trascorsi circa cinque mesi. E, ad esser sinceri,
era stato anche un inizio burrascoso, fatto più di discussioni fisiche e
verbali che di chiacchierate.
Ma le colluttazioni nulla avevano tolto al reciproco
rispetto.
E quando Edward era ripartito, tutto sommato, Angel
si era sentito dispiaciuto.
Quel sorprendente fratello di Spike lo incuriosiva,
per il modo diretto di porsi, per la sottigliezza di ragionamento, per la forza
di volontà che si poteva percepire.
Sì, quel fratello di Spike
era come Spike. Tutto da scoprire.
E, per giunta, era
immortale.
Un fattore che provocava
sempre, in Angel, una sensazione indescrivibile. Una sensazione simile al sollievo.
Al sollievo di sapere che esistevano bellezze non destinate a sfiorire tra
breve, forze capaci di travalicare il tempo senza dannazione.
Sì, l’eternità di Edward lo
rassicurava.
Era un messaggio dal tempo,
come un messaggio di speranza.
Chissà se su Spike avrebbe
avuto lo stesso effetto?
In un certo senso Angel
sperava di sì, di non sbagliarsi. Perché Spike aveva bisogno di trovare ancora
qualcosa in cui credere fermamente, nel giorno in cui avesse scoperto la
verità.
Una verità che, a torto,
ormai gli tacevano in troppi.
D’improvviso, rispondendo a
un’intuizione, Angel lo fissò in viso. Con un’intensità tale da obbligare
Edward a ricambiare, con attenzione.
Angel era quasi la sua
immagine in negativo, si sorprese a pensare. Oscuro, profondo e incomprensibile.
Occhi neri d’onice, di una notte senza riflessi.
“Angel.” – disse, quasi in
riconoscimento, nel ricambiare quell’occhiata.
Guardandolo esitare, prima
di rispondere.
“Spike sta bene.” – disse, cercando di essere pacato.
E non sentirsi fuori luogo – “Lui e Faith sono felici, tra una litigata e
l’altra. Gli manchi, come sempre.”
Un’ombra passò veloce negli occhi cerulei
dell’immortale. Presto diradata da un sorriso.
“Grazie.” - Mormorò, semplicemente.
E quando chinò la testa, i capelli lo incoronarono
d’oro.
Londra, 1855
Il salone era come un’immensa cupola d’oro in cui i
ballerini si muovevano, rilucenti.
Edward alzò le braccia e la sua dama fece
altrettanto, mentre i cerchietti che portava alle braccia tintinnavano. E lei
sorrideva, inarcando la testa.
Carrol era la sua più vecchia amica. Sua e di
William.
Le fece un ultimo inchino, nel calar d’intensità
della musica. E non si sorprese di vederla ricambiare, con l’innata eleganza
della sua casta, prima di voltarsi ed avanzare verso l’angolo più appartato del
salone.
La seguì, accettando il bicchiere che gli venne posto
in mano. Lo sparato e la giacca gli stringevano le spalle. Ma, per uno strano
miracolo, quella notte l’aria aveva un sapore dolce e privo di dolore
nell’attraversargli le labbra.
Dall’altra parte del salone, Methos stava parlando
con una elegante matrona. Come suo solito, aveva abbandonato le belle e educate
figlie della società a favore delle madri più procaci.
Il suo gusto per la donna già sposata era quasi
spudorato. E tollerato solo perché nascosto dietro alcune conversazioni
sollecite e professionali.
Edward volse la testa, giusto in tempo per vedere
Carrol tender le mani a William, e trarlo fuori dall’ombra.
I capelli di suo fratello, schiariti dall’ultimo sole
d’estate, splendettero sotto le lampade ad acetilene e le distese infinite di
candelabri. Era incredibilmente magro. E, si sorprese a pensare Edward, quasi
senza tempo. Alcune rughe leggere gli circondavano gli occhi, beffandosi della
giovanissima età, dei suoi vent’anni appena raggiunti.
I primi segni della mia malattia nei suoi occhi,
pensò Edward, osservandolo piegare la testa, imbarazzato, con attenzione solo
per l’esuberante damigella.
“Andiamo, Willie” – stava mormorando la ragazza –
“Non sarò Cecily, ma ho anche io gambe per ballare. E bisogno di un cavaliere!”
“Ma, per questo…” – si difese il ragazzo, alzando gli
occhi verso Edward, il quale scosse la testa.
“No, grazie.” – rispose prontamente la ragazza, senza
lasciarlo intervenire – “Edward è stanco di me. Portami a ballare, Will,
lasciamo che questo vecchietto si riposi.”
“Ma… come vuoi, Carrol, come vuoi.” – si arrese. Le
lasciò le mani e la omaggiò di un inchino, educato e preciso – “Mi permetti
l’onore?”
“Anche di pestarmi i piedi.” – rise lei, accettando
il suo braccio. E sorridendo trionfante a Edward.
Non era un segreto quanto fosse innamorata di
William. Non un segreto, se non per William stesso.
Ed Edward, guardandoli allontanarsi, sperò e pregò
che, in un domani non troppo lontano, ritrovandosi William solo e ormai figlio
unico, Carrol sapesse portarlo verso una nuova famiglia e una nuova felicità.
“Allora.” – esclamò, riscotendosi e fissando nuovamente
Angel – “Mi vuoi dire cosa stai combinando?”
“Io niente.” – si difese, con pazienza, il vampiro -
“E’ veramente colpa di Doyle.”
“Io vedo. Mica faccio.”
“Sarà. Ma sei un uccellaccio del malaugurio.” –
commentò Methos, sdraiandosi sul divano e obbligandolo a sloggiare con una
spintarella dei piedi. Allungò le sue gambe secche e sprofondò comodamente nei
cuscini, bevendo una bella sorsata di brodaglia.
E lo chiamate caffè, brontolò, non smettendo comunque
di berlo.
Doyle, nel frattempo, rimesso in piedi a forza, la
stava prendendo sul personale.
“A cui si deve la bella testa di lord Coventry!” –
rispose l’uomo, sbattendo la bistecca sul lavandino e guardandoli – “E non mi
direte che non ho preservato un capolavoro!”
“Il capolavoro ringrazia ma gradirebbe qualche
informazione.” – rispose Edward, saltando giù dal mobile e cercandosi del succo
d’arancia in frigo – “Ero in città per ritirare dei pezzi di ricambio e sono
ripartito quasi all’istante. Faccio in tempo ad arrivare alle porte di Los
Angeles che un bel gruppo di zannuti mi salta addosso e cerca di spappolarmi
mentre parlo al telefono con voi…”
“Z-zannuti?”
“Sì, certo.” – Edward bevve un sorso, riempiendone un
bicchiere anche per Methos – “vi chiamate in un altro modo tra voi?”
“Vampiri?”
“Ma si, l’esperto sei tu…” – un altro sorso e un bicchiere
anche per Doyle, scavalcando il disordine di casa – “Come funziona la questione
delle visioni? Ancora con il principio vedo e salvo l’innocente?”
“Di solito sì.” – rispose il demone. ‘vedo e salvo
l’innocente’... la definizione di sua madre – “Il problema, in questo caso, è
che ti ho visto due volte di fila. E qualcosa mi sfugge…”
“Di che tipo?” – domandò, scivolando sulla poltrona
rimasta libera e allungando le gambe.
“Del tipo qualcosa non mi quadra.” – mugugnò,
massaggiandosi la faccia – “Ho battuto la testa, dammi tempo… c’eri tu, la
moto, un vampiro con un coltellaccio…”
“Si dice machete.”
“Fa lo stesso. Intanto il vampiro ti attacca alle
spalle. E tu sei al cellulare. Ti pieghi e sfili la spada… hai una spada
nascosta nella moto?”
“Una spada corta.” – replicò il ragazzo, annuendo. La
Harley era abbondantemente modificata. Un lavoro necessario per chi non
tollerava l’idea di fuggire – “Ed ho usato quella. Poi?”
“Il resto è nebuloso. Ma tu confermi quello che ho
visto, per cui…” – Doyle si interruppe.
Certo. Quella però era la seconda visione. Ma la
prima, quella avuta nel suo letto, tra le braccia di Cordelia? Era stata tale e
quale?
Doyle non si sentiva, in tutta coscienza, di poterlo
garantire. Ricordava Edward colpito alle spalle, il sangue, la mano che
afferrava la spada. Ma era nebbia. E anche il cellulare… ma sì, c’era un
cellulare, cadeva, andava in frantumi… possibile che si trattasse della stessa
visione? Perché? Perché due volte?
“Edward…” – domandò, soprapensiero – “hai notato
qualcosa di particolare in loro?”
“Poco. Anche perché si nuclearizzano quando li
stendi.” – si girò verso Angel. E con una certa qual luce maliziosa negli occhi
– “Si dice nuclearizzare?”
“Dipende... Di voi immortali si dice che moriate per
scissione?” – replicò il vampiro, con tono neutro.
“Sentite un po’, voi due.” – li richiamò all’ordine
Methos – “E’ così che avete distrutto la mia pregiata enoteca, l’ultima volta?”
“I toni erano un po’ più sostenuti ma la sostanza non
cambia.” – replicò Edward, accostando il bicchiere alle labbra e nascondendoci
dentro un sorriso. Prima di tornare serio – “Comunque non avevano particolari
tratti… a parte uno, ora che ci penso.”
“Del tipo?”
Edward fissò un punto indefinibile, in silenzio.
“Non sono sicuro che sia una cosa importante.” –
riprese, con lentezza – “Ma credo si trattasse di una bambola. Una bambola…”
“Senz’occhi.” – lo interruppe Doyle, lo stesso guardo
perso – “Una bambola di porcellana senz’occhi.”
“Esatto.” – Edward annuì, facendo coincidere le
parole di Doyle alle sue - “Uno di loro aveva una bambola tatuata sul petto.”
Il silenzio era calato, scaturendo direttamente
dall’occhiata che Doyle e Angel si stavano scambiando.
Doyle assimilò quell’informazione. E la obbligò a
combaciare con la visione. Sì, una bambola c’era, indubbiamente.
Ma…
“Oh, ti prego…” – borbottò Methos, finendo di
assestarsi un cuscino dietro la testa e facendo riscotere il demone da quei
pensieri informi – “Ci manca solo quella rintronata…”
“Vuoi spiegare anche a me cosa sta capitando?”
“La risposta non ti piacerà per niente.”
“Nessuna risposta mi piace molto, quando si tratta di
vampiri. Senza offesa, Angel.” – si sporse in avanti – “Del resto… si sta
parlando della mia testa…”
“Si tratta di Drusilla.” – rispose Angel, senza
curarsi che questo nome fosse privo di valore per l’immortale – “L’ho creata
io…”
“La Drusilla di mio fratello?”
Angel si bloccò e lo fissò. Con attenzione.
“Credevi sul serio che non mi documentassi, Angel?” –
replicò Edward, innanzi alla domanda inespressa – “Basta avere gli agganci
giusti e un paio di dritte per sapere cosa cercare.”
A quelle parole, Doyle si voltò verso Methos, rimasto
fino a quel momento pigramente in silenzio.
“Bravo… una nuova fuga di informazioni dal
Consiglio?”
“Come se non fosse uno dei tuoi giochetti preferiti…”
– ribatté l’immortale, guardandolo. E con un lampo onice nello sguardo – “mi
sembrava che fossi tu quello che predicava una maggior conoscenza dei fatti…”
Già.
Doyle abbassò gli occhi e, per mascherare la sua
espressione, si accostò a Angel e si accese una sigaretta.
Methos non si stava riferendo soltanto all’interesse
che Edward poteva nutrire ancora per il fratello. Ma, in particolar modo, al
legame tra i due. Edward e William, a quanto sembrava, condividevano ancora un
futuro comune. Perché, altrimenti, incrociarsi nuovamente nella loro esistenza,
in quello schema intricato di legami e conoscenze?
Una consapevolezza che ormai da qualche tempo, era
fonte di discussione tra Doyle e Methos.
Perché qui? Perché ora?
“Te lo dico in termini più semplici.” – rispose, con
garbo, Methos – “E’ una emerita scemenza.”
“Però… hai depurato il linguaggio dall’ultima volta
che ne abbiamo discusso.”
“Devo pensare alla mia pressione. Non intendo farmi
scoppiare un embolo urlando contro di te.”
“Potrebbe accadere?”
“Non voglio sperimentare. Birra?”
“Ovviamente.” – sospirò Doyle, chiudendo il libro con
un rumore sordo – “Ma non è possibile che ti ostini a fare il tonto in questo
modo. Deve significare qualcosa.”
“Ma non significa nulla.” – cantilenò l’uomo,
porgendogli la bottiglia e risedendosi sullo sgabello di fronte – “Il mondo è
più piccolo di quanto pensi. E io ho conosciuto i ragazzi Coventry per puro
caso, nell’ottocento.”
“Certo. Hai conosciuto un ragazzo destinato a
divenire immortale che, sempre per caso, ha un fratello che entra ed esce dalle
leggende e dalle profezie, con anima o senza.” – Doyle bevve una sorsata
potente e fece una smorfia – “Non puoi veramente credere che non significhi
nulla.”
“Invece è così. Ne ho conosciuti a bizzeffe di
personaggi famosi. Oppure possiamo metterla in questo modo: pur con ottiche
differenti, io e Angelus abbiamo gusti simili.”
Questa era un’affermazione terrificante. Doyle lo
fissò inorridito.
"Ehi, non guardarmi in quel modo. Sei tu che hai
cominciato con le farneticazioni.” – Methos si tirò su le maniche e piantò i
gomiti sul tavolo – “La predestinazione, i segni, il continuo intersecarsi dei
destini… l’incredibile futuro che le profezie ci indicano… credimi, Francis.
L’Apocalisse non è fato. E’ business.”
“E tu ne sei uno degli inventori, immagino.”
“Sì. Potremmo dire così.” – l’immortale annuì, con
serietà – “Tu confidi negli eventi futuri… ma io prelevo le mie informazioni
proprio dalla ciclicità della storia. E posso garantirti che nulla significa
veramente qualcosa.”
Doyle abbassò gli occhi. E afferrò il pacchetto delle
sigarette senza un commento.
C’era una logica inattaccabile nelle parole di
Methos. Perfettamente opposta alle regole in cui Doyle credeva fermamente dalla
nascita.
Anzi, così opposta da domandarsi perché sua madre
avesse tenuto tanto a legarli per l’esistenza.
“Prendi mia madre…”
“Ti prego, non ricominciare!” – Methos si alzò e aprì
il pensile, cominciando a tirar fuori i piatti per la cena – “Parla dei
Coventry, se vuoi, ma non di tua madre e della sua solfa sul nostro
predestinato incontro. Sono sempre venuto in Irlanda e ho sempre amato le
rosse.”
“Dopo anni continui ad essere convinto che sia stato
un caso? Incontri un cantastorie, quasi la sposi, ti sobbarchi suo figlio che
un paio di decenni dopo è un cantastorie con una carriera di tutto rispetto che
ti procura una Cacciatrice da seguire, cosa che non ti succedeva da… diciamo…”
“Millecentottantadue anni.”
“Davvero?”
“Davvero.” – Methos aprì un cassetto e tirò fuori le
posate – “Ma va’ avanti. Non avrai pace se non finirai lo sproloquio…”
“Non una Cacciatrice a caso, ma quella che cambierà
gli eventi. E che vive con Angel, il vampiro con l’anima, l’eroe delle
profezie. E con Spike, l’uccisore delle Cacciatrici, colui che…”
“Fermati.” – Methos gli passò i piatti – “E
apparecchia. Non voglio sentire di nuovo la questione di Spike. Risparmiamela.”
“Non vuoi sentirla perché sai che ho ragione.” –
ribatté l’irlandese, saltando giù dallo sgabello e facendo il richiesto – “E
perché ci porta dritti al punto. Edward e William devono incontrarsi. E quello
che abbiamo fatto è stato uno sbaglio di proporzioni cosmiche.”
“Concordo sullo sbaglio, me ne frego del cosmico.” –
rispose l’uomo, serafico, porgendogli i bicchieri e buttando le bistecche sulla
griglia – “Non mi importa di aver sballato i calcoli cabalistici tuoi e di
Whydam-Price. Sono però sempre più in disaccordo con Edward riguardo la sua
scelta personale. Doveva dirlo a suo fratello.”
“Non è solo una questione affettiva, Methos.”
“Sì che lo è.” – Methos interruppe l’operazione di
taglio dei pomodori e gli puntò il coltello in mezzo agli occhi – “Perché su
questo sono sempre stato d’accordo con tua madre. Prima vengono le persone
della nostra vita, poi tutte le altre beffe che la specie umana si è inventata per
credersi sopra le leggi di natura.”
Doyle, che stava approfittandone per masticare un
grissino, lo fissò, a bocca aperta.
“Edward non è una pedina nei vostri giochi.” –
dichiarò Methos, tornando a massacrare le sue verdure con furia – “E’ solo un
uomo che ha sbagliato per troppo amore.”
Troppo amore.
Tale e quale a William. Troppo amore in corpo per non
esserne prima o poi vittime.
E quanto al difendere le persone della propria vita…
quella sera ormai lontana, senza nemmeno rendersene del tutto conto, Methos gli
aveva dato una vera dimostrazione.
L’amore acceca.
Lo sapevamo già.
Ma fino a che punto siamo noi a non voler vedere?
Doyle spostò lo sguardo, da Methos a Edward,
nuovamente. L’immortale biondo si era voltato verso di loro, inglobandoli
entrambi nella visuale, per discutere meglio con Angel. E, con la testa
lievemente inarcata contro lo schienale, era a malapena evidente la somiglianza
con il fratello.
Spike aveva le movenze del predatore, Edward era
l’eleganza dello spadaccino fatta a persona. Il tratto di unione che ancora
persisteva stava in quel leggero sorriso sottile con cui entrambi si facevano
amabilmente beffa di Angel.
Doyle si portò la sigaretta alla bocca e nascose con
le dita il sorriso involontario. Angel, con le braccia conserte e la voce
perennemente pacata, accettava di buon grado il dibattito sulle conoscenze del
ragazzo in campo vampirico.
“Questi giusto per farmi un’infarinatura della
materia.” – stava dicendo Edward, bevendo con calma la sua spremuta – “Hai
qualche altro libro da consigliarmi?”
“Direi che possono bastare.” – replicò il vampiro –
“E in tutti questi testi, i vampiri sono sul serio definiti zannuti?”
“Angel, lo zannuto con l’anima.” – lo sbeffeggiò
Methos. – “Non suona così male…”
Il vampiro gli lanciò un’occhiata penetrante. Methos,
probabilmente, spargeva delle strane spore nell’aria. Quando c’era lui era
impossibile restare focalizzati su un problema. Anche nel pieno dell’emergenza,
e la loro situazione sembrava coprirne ampiamente i requisiti, la conversazione
non restava sull’argomento per più di un attimo.
E anche Edward, a conti fatti, sembrava affetto da
questa caratteristica.
Se non per il fatto che era un Coventry.
E quindi era nato con un certo talento per l’effetto
a sorpresa.
“E adesso dimmi la tua.” – pronunciò, guardandolo
dritto in faccia. Con attenzione, serio, fino in fondo agli occhi chiari – “Che
tipo è Drusilla?”
Angel, per un soffio, rischiò di restare senza
risposta e la bocca aperta.
“Bhe... Drusilla è…” – una pausa, per rendersi conto
si essere finalmente arrivati al nocciolo della questione – “Dru è pericolosa.
In tutti i sensi. E’ folle, assolutamente imprevedibile. Non sapevo nemmeno
fosse tornata…”
“Sembrerebbe non essere tornata da sola, come suo
solito. E’ socievole, per essere così stramba.” – commentò Methos – “E comunque
non c’era stasera, al rendez-vous con Edward.”
“Se c’era una bambola, anche solo dipinta, puoi star
certo che Dru non fosse lontana.” – ribatté Angel – “Il problema è un altro.
Drusilla lo sa.”
“Drusilla sa cosa?”
“Sa chi sei, Edward.” – replicò, con crescente
sensazione di malessere – “E questo significa solo che sei in pericolo.”
Ed ecco che finalmente qualcuno si era deciso a
dirlo. Methos gettò un’occhiata a Angel, prima di tornare a chiudere gli occhi
e a godersi il suo comodo divano.
Emise un bel respiro, a metà tra il soddisfatto e il
rassegnato.
Già. Drusilla sapeva. E non era poi questa gran
scoperta, se si ragionava con la testa di Doyle e del suo protetto.
Il fratello di Spike, di cui nessuno a rigor di logica
sa l'esistenza, attaccato da un manipolo di vampiri. Chi può essere il
mandante, se non qualcuno connesso con la faccenda e in grado di ottenere
informazioni mediante poteri paranormali?
Drusilla, che domande.
Una volta escluso Doyle, infatti, la lista si
assottigliava decisamente, riducendosi a quella vampira bruna e inquietante,
con occhi viola e vuoti.
L'assassina di William.
E il cantastorie mancato.
“Una volta appurato questo fatto.” – commentò, senza
preoccuparsi di guardarli – “Ci sarebbe da chiedersi se lo volesse vivo o
morto…”
“Bell'osservazione.” – si complimentò l'interessato,
prima di voltarsi nuovamente verso Angel – “Varrebbe quasi la pena di
domandarglielo.”
Angel lo fissò, sorpreso. Quell’immortale era un
incosciente. O forse, uno di quei rari esseri con il dono di andare dritti al
punto.
“Sai che questa non è una cattiva idea?” – si
intromise Doyle, dopo averci riflettuto un istante – “Andiamo a cercarla.”
“E come, puntando un dito sulla cartina?”
“No, Methos.” – ribatté, cercando di non strangolarlo
– “Partendo dall'ultimo nascondiglio.”
“Ma certo… chissà perché non ci ho pensato… l’ho
visto fare anche in un film poliziesco, l’altra settimana… eppure credevo
avessimo appena detto che è imprevedibile…”
“Methos ha ragione.” – rispose Angel, mentre Edward
si alzava e si stiracchiava – “E’ inutile cominciare a correre intorno.
Cerchiamo di ragionare.”
***
“Ti giuro, Doyle, che quando ho detto ‘ragionare’ non
intendevo questo…” – si scusò Angel, ancora in ginocchio sul tappeto, davanti
al divano su cui l’aveva sdraiato.
“Però ha i suoi vantaggi.”- rispose il demone,
aprendo un occhio e continuando a massaggiarsi la fronte – “Pensa quanto
abbiamo risparmiato in neuroni e benzina…”
“Noi di sicuro. Ma parlare ancora dei tuoi neuroni
come se fossero materia viva mi pare esagerato.” – ribatté Methos, seccato come
suo solito, porgendogli un bicchier d'acqua. Visioni, odiava le visioni! – “Con
questo fanno tre volte in meno di due ore. Non ti sembra di strafare?”
“Non me ne parlare… hai qualcosa per il mal di
testa?” – Doyle si voltò. E mise a fuoco Edward, appoggiato a braccia conserte
allo schienale del divano – “Lo sai che, se l’ultima volta avessi fatto quello
che dicevo io, adesso avremmo la metà dei casini?”
Edward lo fissò perplesso. E poi gli sorrise,
soltanto con gli occhi.
“Tranquillo.” – gli rispose, con quel suo accento
appena udibile – “In quel caso, oggi mi sarei inventato qualcos'altro.”
Doyle lo fissò dritto in viso, con quei suoi
incomprensibili occhi azzurri.
Sapeva che stavano tutti aspettando di sapere il
contenuto della visione. Eppure si prese deliberatamente ancora un attimo, per
ragionare.
E per osare.
“Dovresti dirlo tu a Spike prima che lo scopra in
altro modo.” – mormorò, sentendo i passi di Methos che tornava con le aspirine.
Si girò, guardando Angel – “Angel, Drusilla non resisterà alla tentazione. Lo
andrà a cercare.”
“Lo so.” – replicò il vampiro, alzandosi – “Ma adesso
preferirei scoprire fino a che punto sia in pericolo Eddy. Il sole sta
sorgendo. Dru non cercherà Spike fino al tramonto. Cerchiamo di stanarla noi
per primi.”
Doyle gli tese una mano, perché lo aiutasse a
mettersi in piedi. E, pallido e barcollante, cercò di visualizzare qualche
particolare.
Una strada, un’insegna, un pezzo di panorama…
“Ecco. Questo mi sembra di riconoscerlo.” – rispose
Edward, dieci minuti dopo, con la cartina di fronte ed Angel a fianco – “Quel
tipo di caseggiato... ci sono passato di fronte, andandomene…”
Voltò appena la testa. E fissò Angel. Erano quasi
alti uguali, ma Edward provava una strana tensione a stargli accanto, quasi
Angel fosse una vastità in grado di schiacciare.
Il suo corpo non emanava il freddo, eppure Edward
aveva la sensazione di sentirlo comunque.
Sarebbe stato così anche con William, si fossero
trovati uno a fianco dell’altro? Anche William era freddo, incredibilmente
distaccato?
Quando gli occhi azzurri dell’uomo cercarono i suoi,
Angel ebbe la netta impressione di poter percepire quel disagio. Un disagio
senza condanna, senza ribrezzo.
Edward capiva e accettava la natura vampirica senza
forma alcuna di rifiuto. Ma la conosceva anche per il suo tratto più
caratteristico: l’alienità rispetto a se stesso, l’assoluta assenza di luce.
Angel, per Edward, era la non vita. E forse,
considerò Angel con una punta di tristezza, era l’ottica più giusta innanzi a
cui si fosse mai trovato.
“Allora comincerò da lì.” – rispose, ricambiando
l’occhiata.
“Vorrai dire ‘noi’” – ribatté Edward, con un mezzo
sorriso – “E, nella fattispecie, Doyle, Methos e io. E’ giorno, non vale anche
per te il discorso tramonto?”
“Verrò comunque.” – solo ora, parlando con Edward,
era consapevole della sua possessività nel discutere con William. Il
riconoscerlo come un pari ma il voler comunque tutelarlo come se fosse un
ragazzino. Solo ora, nel non poter attuare la stessa tecnica con suo fratello
Edward.
Il quale lo fissò, in attesa.
“Non incontrerai Drusilla senza di me.” – aggiunse. E
mosse un passo indietro – “E adesso, se non ti spiace, dobbiamo scambiare due
chiacchiere in privato.”
***
“Noi facciamo altrettanto?” – domandò Doyle,
guardandoli salire le scale – “Dimmi quello che pensi veramente.”
“Cosa vuoi sentirti dire, Francis?” – domandò Methos,
girando la cartina e fissando il percorso che Edward aveva tracciato, a matita.
Il suo tratto si mischiava a mille altri segni, su quel foglio. Era quasi una
metafora della vita, dal dolce sapore della beat generation. La strada, la
vita, la pace… la ricerca…
“Forse dovresti dirmi perché Edward si ostina a non
voler incontrare Spike.”
“Credevo che le motivazioni ti fossero entrate in
testa, a questo punto.”
“Io credo che ritrovarsi di colpo Drusilla alle
calcagna dovrebbe farti capire che…”
“Mi fa capire tutto il necessario.” – Methos si
raddrizzò – “Cosa vuoi, Francis? Vuoi sentirti dire che questa adesso è la mia
battaglia? Che è la guerra a cui ho preparato Edward quando l’ho ammazzato?
Spiacente, non è il mio campo, non è il mio gioco. Io e Edward abbiamo un altro
destino, l’hai sempre saputo.”
“Non potrà ripartire, questa volta.” – ribatté Doyle,
fissandolo con intensità – “Dovrà affrontare i suoi fantasmi.”
“Ti sbagli. Lui se ne andrà. Come sempre.” – replicò,
con voce pacata – “Però posso garantirti che Coventry, tra i suoi scarsi
difetti, ne ha uno particolarmente irritante.
Sa fare la cosa giusta.”
L’aria era calda, pesante. Il sole su di loro rendeva
inguardabili le lamiere della ferrovia ancora in costruzione. File ininterrotte
di operai vietnamiti arrancavano sotto la luce martellante, senza un riparo.
Methos allungò pigramente le gambe, stando ben
attento a restare sotto la copertura di bambù e si fece aria con il cappello.
Edward, a torso nudo, aggrappato a una fune, si stava sporgendo oltre il bordo
della giunca. E con le dita sfiorava il pelo dell’acqua.
Portava i capelli lunghi. E nei paesini della costa
lo conoscevano come il pescatore d’oro, per quella sua chioma ribelle, per quei
tratti bruciati dal sole e gli occhi di acqua liquida.
E Methos non era del tutto certo che quel soprannome
gli spiacesse.
Mosse il cappello con più decisione e si tirò
indietro i capelli, corti e lisci, brontolando. La camicia bianca che indossava
gli si stava incollando addosso. Era scandaloso.
“Mi dici cosa trovi in questa vita, Coventry?” – il
cappello smuoveva solo aria calda – “Caldo, insetti, puzza di pesce… ti stai
per caso inselvatichendo?”
Edward si voltò. E gli sorrise. Appoggiò saldamente
un piede e si issò, sul bordo consumato dell’imbarcazione. Il braccio con cui reggeva la fune si tese,
delineandosi di muscoli. E l’uomo, incurante dell’oscillazione anomala, protese
l’altro verso il vuoto.
“Getto via la saggezza.” – recitò, ridendo – “ripudio
il sapere.
I miei pensieri vagano nel grande vuoto.”
Ruotò il busto, salutando un’altra imbarcazione. E la
luce lo colpì in pieno, esasperando il contrasto tra i capelli e la pelle.
Gettò la testa indietro, e la sua voce scivolò sulle leggere increspature
azzurre.
“I miei pensieri vagano nel grande vuoto. Stare
sempre a pentirmi del male commesso non porterebbe il mio cuore alla pace.
Getto il mio amo in un ruscello solo
ma la mia gioia è come avessi un regno.”
“Bella.” – si complimentò Methos, annuendo – “L’hai
composta per me? Mi fa piacere vedere che conosci ancora rituali civilizzati
come la scrittura…”
“No.” – ribatté l’inglese, risaltando sul ponte e
cercando di capovolgere l’imbarcazione, mentre Methos si artigliava come poteva
fissandolo con odio – “Chih-kang, nel terzo secolo dopo Cristo. L’hai
conosciuto?”
“Assolutamente no. Mi tengo lontano dai matti, di
solito.” – scrollò i piedi, cercando di liberarsi di un’alga – “Odio l’acqua. E
odio le barche.”
“E sei qui per…” – lo incoraggiò Edward, incrociando
le braccia e guardandolo.
“Per riportarti nel mondo evoluto. Sei sprecato in
mezzo agli ami. E non mi importa se hai deciso di darti al taoismo, fai pure.
Ma torna nel mondo dell’elettricità e dell’acqua corrente, per favore.”
“Non penso. E’ ancora presto.”
“No, Edward, non lo è.” – Methos lasciò cadere il
cappello e si sedette – “Prima il tempio. E posso anche capirlo, la terra
consacrata ha sempre una certa attrattiva. Ma questo no. Non sei al sicuro e
non sei soddisfatto. Vieni via.”
Edward si voltò. Afferrò una rete e iniziò ad
issarla.
“Cosa ti fa pensare che io non sia soddisfatto.” –
disse, senza intonazione interrogativa. – “E’ un bel posto, la pesca è buona. E
ormai so bene anche la lingua. Mi piace, qui…”
Methos si alzò e fissò una delle funi al montante,
prima di aiutarlo nell’opera di recupero.
“Il tempo passa comunque, Edward, anche quando sembra
fermo.” – rispose – “A questo punto dovresti averlo imparato.”
Un ultimo sforzo. E i pesci restarono a dibattersi
sul fondo della giunca.
“Credi che non abbia desiderato anche io un posto in
cui fermarmi, in cinquemila anni? Non posso nemmeno descriverti a parole i
luoghi come questo che non esistono più. Vieni via Edward, non aggrapparti a
una sola terra. Sei rimasto fuori dal gioco per fin troppo tempo. Il nostro
mondo non si dimenticherà di te. E’ ora che torni in campo. Adesso basta.”
Edward alzò gli occhi. E fissò le coste verdi, la
luca accecante.
Era il paradiso, così come l’aveva sempre immaginato.
Era la sua casa.
Ma Methos aveva ragione. E stava dicendo parole che
nelle notti terse e soffocanti si era sentito rimbombare in testa. Era presto
per scegliere la pace e l’esilio. Troppo presto.
Ed Edward annuì. Senza guardarlo, voltandogli le
spalle.
“Fammi solo finire…” – mormorò, afferrando un’altra
rete –“…quello che ho cominciato.”
“Farà ciò che deve.” – e ciò che sente di dover fare
– “E io non lo fermerò, Francis, tanto vale che tu lo sappia.”
E indipendentemente da quello che penso.
***
Si erano chiusi nello studio di Methos, sul
ballatoio. Ma Angel non aveva osato usurpare il posto dietro la scrivania,
sotto l’arazzo bizantino. Era rimasto in piedi, appoggiandosi al pesante mobile
che veniva usato come archivio.
Ed Edward si era seduto nella poltrona che riteneva
sua per le lunghe volte che l’aveva occupata, in conversazioni interminabili.
“Mi preparo alla predica?” – domandò, piegando la
testa e guardandolo – “Siamo arrivati al momento fatidico?”
“Però... se sai di meritartela, risparmio le parole.”
– commentò Angel, appoggiando un gomito su uno dei ripiani. Si era tolto la
giacca, restando semplicemente con il maglione nero – “D’altro canto, forse
dovresti dirmi che intenzioni hai… visto che siamo cospiratori insieme…”
“…E che tu non sei nemmeno d’accordo.”
“Esattamente. E non mi capita spesso di fare una cosa
perché obbligato da qualcun altro. Dammi una motivazione, Edward. Rinfrescami
la memoria sul perché lo stiamo facendo.”
Edward non rispose. Abbassò gli occhi, fissando il
bordo lucido della scrivania. Angel stava ponendo la domanda senza risposta
degli ultimi mesi. Perché.
Perché fare a William una cosa del genere.
In cuor suo, Edward sapeva di avere una buona motivazione,
di non volergli sconvolgere la vita, di non voler riaprire vecchie ferite.
William aveva una natura diversa, una vita propria, una nuova famiglia. Ed
aveva sepolto la vecchia, come era giusto, come Edward stesso, nel passato .
Aveva Angel.
Aveva Faith.
Ed Edward preferiva restare un’ombra, come Cecily,
come Carrol, come i loro genitori e gli amici più cari. Nella cenere. E nelle
nebbie del tempo.
Eppure, in quei pensieri, si nascondeva il dubbio. Il
dubbio di fargli un torto, di non ritenerlo capace di capire, adeguarsi. Ed
Edward non l’aveva mai fatto, in vita sua.
La comprensione di William innanzi a ogni cosa era un
fatto assodato, quasi un dogma.
Ma, a quanto sembrava, non abbastanza da fargli
rinnegare la decisione presa.
“La
mia idea non è cambiata a riguardo.” – rispose. E tacque - “Ma posso ritrattare
solo ad una condizione.”
“E sarebbe?”
“In ogni caso, voglio che lo sappia da me. Solo da
me. Nessun capro espiatorio, nessuna rivelazione. Solo io.” – respirò a fondo –
“E quindi, se ritieni che ci sia una seppur minima possibilità che Drusilla gli
parli oggi, fai che dirlo.”
Angel rifletté, tamburellando sul laterale del
mobile. E nell’anticamera del cervello gli passò l’idea di mentire e farlo
correre da William, il più veloce possibile. Poi scosse la testa.
“Non è abitudine di Dru dire chiaramente le cose che
scopre.” – replicò – Girerebbe intorno all’informazione… ma ritengo che William
capirebbe ugualmente. Soprattutto dopo il loro ultimo scontro serio. Per poco
lui e Faith non ci hanno lasciato la pelle, per colpa di una farneticazione non
capita…”
Edward non batté ciglio. Ma il cuore gli si
compresse, sotto lo sterno. William e Faith avevano rischiato di morire. E lui
non c’era stato. Non c’era mai, nei momenti di pericolo.
“E il tempo?” – domandò – “Fino a stanotte? Ne sei
sicuro?”
“Fino
al tramonto.” – lo corresse Angel – “Drusilla rimane molto abitudinaria. E
aggiungo che non avrebbe mai il cervello di mettersi una coperta sulla testa
per attraversare la città di giorno ed essere ricevuta all’Hyperion in
giardino...”
Era una visione carina. Soprattutto perché Edward
aveva una vaga idea di che tipo fosse Drusilla. Ne aveva visto un dagherrotipo,
emerso dai polverosi ripiani della biblioteca di Londra.
Una ragazza bruna, dallo sguardo inquietante. Non
riusciva immaginarla in altra posizione che non fosse quella caratteristica
delle ragazze inglesi di buona famiglia, della generazione di sua madre.
“Allora sono quasi dieci ore.” – rispose, facendo un
approssimativo conto – “Direi che possiamo farcela.”
“E poi? Cosa farai? Se chiudiamo la faccenda prendi
la moto e vai?”
“Qualcosa del genere. Ti manco già?”
“Da morire.” – replicò Angel, poco convinto –
“William non la prenderà per niente bene…”
“Se non saprà che sono stato qui…”
“Non intendevo quello.” – rispose Angel, riafferrando
la giacca e movendo un passo verso la porta – “Oggi probabilmente impaletterò
Dru. Senza invitarlo. E senza potergli mai dare una buona spiegazione del
perché gli ho tolto questo piacere.”
***
Cordelia disegnava fiorellini sul foglio che aveva di
fronte. E sopportava, con pazienza, gli sproloqui bugiardi del suo demone.
“Fammi capire.” – lo interruppe, all’ennesima
spiegazione falsa – “Non posso sapere dove sei, cioè a casa Pierson, e non
posso sapere dove andrai perché intanto sarebbe una cosa da nulla per cui non
ti serve nemmeno venire a casa a prendere le armi?”
“Esattamente.”
“Allora passami Methos.”
“Come scusa?”
“Mi hai capito benissimo, Francis Allen Doyle.” –
scandì, socchiudendo gli occhi e trasformando il fiorellino disegnato in un
istrice – “Voglio parlare con Methos. Subito.”
Doyle abbassò il cellulare. E poi lo tese all’uomo.
“Mi spiace.” – mormorò – “Non ho saputo salvarti.”
“Cordelia ciao.” – ribatté con naturalezza
l’immortale, afferrando l’apparecchio – “Io proprio non capisco come fai a
sopportarlo. E’ un insulto alla tua intelligenza.”
“E mi auguro che tu non sia complice.” – ribatté
implacabile la ragazza – “Mi dici cosa sta succedendo? E dove è Angel?”
“Di sopra… sta racimolando informazioni…” – replicò,
vago – “tranquilla, è una cosa da nulla. Talmente vecchia da non essere più
nemmeno attuale.”
Alzò gli occhi, vedendo Edward scendere le scale. E
si portò un dito alle labbra.
“Ma no, Cordelia.” – rispose, con naturalezza,
ascoltando le recriminazioni – “Posso passartelo eccome. Vado subito a
cercarlo...”
Angel era alle spalle di Edward. E, quando il ragazzo
si voltò, ne intravide l’espressione da martire con cui prese il testimone.
“Cordy, ciao.”
Silenzio. A una signora che sbraita bisogna dare
spazio e tempo.
“Posso garantirtelo. Senti, c’è Faith nei paraggi?”
No, Faith non c’era.
E Spike dormiva.
C’era Wes, però.
“Allora passamelo.” – replicò, sollevato all’idea di
liberarsi di lei.
“Angel?” – il tono di Westley era così pacato da
fargli venir voglia di piangere – “Serve qualcosa?”
“Non ne sono sicuro.” – rispose – “Ho bisogno un
favore. E non allarmare nessuno da quelle parti. Ho bisogno che tu faccia una
verifica dell’attività demoniaca.”
“In… in che senso?”
“Vampiri.” – fece una pausa – “Tu e Cordelia stimate
se ci sono segni di un aumento dei casi sospetti. Ho bisogno di sapere se c’è
qualche sconvolgimento gerarchico in corso.”
“Non hai altri indizi?”
“No. Anche se uno…” – si interruppe, indeciso – “No,
nessun altro segno. Ma potrebbero ritenersi un clan, una corte, provenire da
fuori Los Angeles. Indagate. Mi faccio vivo il prima possibile.”
Doyle schioccò le dita, attirando la sua attenzione.
“I fascicoli dell’East Protomac.” – sussurrò,
guardandolo.
Angel annuì. Il caso Protomac, dal nome della vecchia
fabbrica in cui si radunavano alcune famiglie, era stato un rompicapo nelle
ultime settimane. Uno dei clan meglio radicati della città stava arretrando e
lasciando libere ampie fasce di territorio. Il capostipite sembrava essere
morto in un incendio. Avevano rinvenuto solo un paio di coltelli, conficcati in
un seggio metallico e annerito. Conficcati all’altezza degli occhi.
Faith aveva stanato un buon numero di adepti, ma non
aveva saputo racimolare informazioni sicure.
Qualcuno stava subentrando al controllo. E questo non
era un motivo di buonumore per la Cacciatrice.
Poteva esserci una connessione.
“Spero
solo di non impantanarmi con la W&H.”
“Non credo ti succederà.” – rispose il vampiro, poco
convinto. Poteva confidare che almeno gli affari personali di Drusilla con
Spike fossero rimasti tali – “Prendilo come un lavoro d’ufficio. Nessuna
spedizione punitiva fino al mio ritorno. Sto seguendo una pista, non dobbiamo
intralciarci a vicenda.”
“Su questo son d’accordo.” – Wes alzò gli occhi,
mentre Cordelia chiudeva con veemenza un cassetto – “Posso fare altro?”
“No. Ci sentiamo dopo.” – chiuse la comunicazione e
restituì il cellulare a Doyle.
“Andiamo.”
***
Andare…
In meno di una notte, la sua vita sembrava aver preso
una certa accelerazione. Dopo mesi di assoluta normalità, turbata solo da
incubi intensi che lo facevano sobbalzare e afferrare il cellulare, con il
desiderio di risolvere il problema, Edward si ritrovava un’altra volta nelle
grinfie di Angel, il vampiro con l’anima.
Angel… parlare di grinfie non gli faceva onore. Era
un eroe, in tutto e per tutto, dalla prima all’ultima parola. Fino all’ultima
scelta personale.
O imposizione, in base all’ottica da cui lo si
osservava.
Edward sospirò, allungando le gambe e giocherellando
con il cambio. Seduto nella macchina di Methos, impegnato a mettersi e
togliersi gli occhiali da sole, respirava un attimo di vera solitudine. Pura,
semplice e assolutamente terrificante, visti i pensieri che gli affollavano la
mente.
William.
E Drusilla.
Drusilla… la sola possibilità di incontrarla gli
provocava un certa tensione. E non perché, molto probabilmente, la vampira in
questione puntava alla sua testa. Bensì perché, una volta ottenuta, l’avrebbe
spedita a William dentro un cestino.
E addio alla segretezza esasperata con cui stavano
agendo.
Umorismo nero.
Era così avvilito da dedicarsi all’umorismo nero.
Sospirò e stiracchiò le braccia, guardando il
tettuccio. A quel punto, Angel doveva essere nei paraggi. E Methos con lui,
disposto a tutto pur di non sorbirsi tutte le sue paranoie.
“Sono affari tuoi.” – era stata la risposta quasi
testuale, nel lasciargli la macchina – “Io ti aiuto a restare vivo. Per il
resto arrangiati.”
Bell’amico. Veramente un bell’amico.
Cento metri più in là, appoggiato ad un palo, indeciso
su come comportarsi e alla sua terza sigaretta in un quarto d’ora, c’era Doyle.
Edward gli gettò una nuova occhiata, aggiustando lo
specchietto. E tirando nuovamente su gli occhiali, per guardarsi meglio.
Negli ultimi mesi si era spesso domandato quanto gli
potesse assomigliare William, a questo punto. Le occhiate di Doyle e quelle
meno evidenti di Angel gli sussurravano che tra loro sussisteva ancora una
reale parentela. Qualcosa, un filo che li univa... un filo che Edward, con
tutta l’anima, stava cercando.
Oh, William… per quanto mi sforzi, per quanto mi
aggrappi a tutto ciò che so di te, nel presente e nel passato… non ti
percepisco.
Non ti sento, William.
Non posso sentirti… non so più chi tu sia…
So solo che…
Edward chiuse gli occhi, respirando a fondo.
Non so nulla. Se non che ho dannatamente paura.
L.A., circa cinque mesi prima.
Aveva frenato.
E si era levato la maglietta, prima ancora di scendere. Poi le scarpe,
le calze, la cintura.
E si era tuffato, dimenticando all’istante la sensazione
della sabbia rovente sotto i piedi.
L’acqua dell’oceano gli era penetrata fin nell’anima.
Ma Edward aveva continuato a nuotare, furibondo, fino alla scogliera. E si era
issato a braccia, ansimando e tossendo, sentendo i polmoni a un passo dallo
scoppiargli.
Si era sdraiato, chiudendo gli occhi, lasciando che
il vento inesorabile gli raffreddasse la pelle.
E aveva fissato quel sole pallido, celato dalle
nuvole. Respirando, respirando piano.
William… William aveva sempre amato il cielo in
tempesta.
Si era girato sul fianco, tossendo ancora, cercando
di scacciare quell’immagine che credeva in polvere.
William, con il vento gelido che gli incurvava le
spalle e lo faceva comunque sorridere.
In ginocchio, lo sguardo volto verso la Francia, le
mani immerse nell’acqua della Manica, l’espressione di chi prova a vedere oltre
le sue possibilità.
“Non amerò mai più nulla come questo cielo.” – aveva
detto, respirando a fondo il profumo della salsedine.
Mai più nulla come questo cielo.
Questo cielo…
Edward aveva spalancato gli occhi, guardando le nubi
muoversi rapide sopra di lui. E si era reso conto che quello era un giorno
pieno della luce argentea che William non avrebbe mai più visto.
Un pugno contro lo scoglio, sentendo le nocche
lacerarsi.
William, che amava il sole all’alba e le nubi nere
fatte di luce.
William, che nella sua vita cercava soltanto una
strada da percorrere senza doversi nascondere.
Senza ombre.
Le onde si infrangevano intorno a Edward.
A Edward, che spalancava le braccia inarcando la
schiena e urlava, con quanto fiato l’eternità gli aveva lasciato in corpo.
Il cellulare stava suonando.
Ed Edward rispose, senza aprire gli occhi.
“Coventry.” – sospirò, tornando a concentrarsi sulla
loro missione.
“Sai…” – esordì Doyle, guardando il fuoristrada – “Ho
pensato che dovremmo farci compagnia…”
Edward sorrise, divertito.
Non è male come idea, commentò, guardando, nello
specchietto, la figura sottile e trasandata, sempre appoggiata al lampione.
“Vedi?” – Doyle piegò la testa, immaginando di
vederlo in faccia – “So essere molto perspicace…”
“Sono d’accordo…”
“Bene. Di cosa vuoi parlare?”
Edward abbassò la testa. E fissò la mano, stranamente
stretta all’impugnatura della spada. Aveva le nocche quasi bianche.
“Edward…”
“Doyle…” – si interruppe. E cercò disperatamente una
sciocchezza da dire – “io…”
“Edward… smettila e chiedimelo.”
L’aveva detto con calma. E con quel tono
incredibilmente dolce e involontario con cui apostrofava le persone. Una
caratteristica che non aveva preso da sua madre. Ma dal suo imprevedibile
patrigno.
Edward rise piano.
E si domandò se, dopotutto, non fosse il momento di
concedersi un’occasione.
“Ok…” – respirò a fondo – “Comincio a caso… Musica
che ascolta?”
***
Appostarsi intorno a una vecchia fabbrica dismessa
può essere snervante. Soprattutto per un vampiro costretto a camminare per le
fognature. E per l’immortale impaziente che lo accompagna.
Come per il demone irlandese che fa il palo in
strada. O lo spadaccino biondo che sorveglia la seconda entrata parlandogli al
telefono. E guardandolo, nello specchietto retrovisore del fuori strada.
“Lo so, Doyle.” – rispose, pazientemente – “Miro al
cuore... ho un paletto, certo. Ne ho trovato uno nel cruscotto. Oppure stacco
le teste. Sono bravo a staccare teste…”
“Fai meno lo spiritoso, è una cosa seria.”
“Non farmi la predica.” – ribatté, mettendosi gli
occhiali da sole – “Sono io quello più vecchio tra noi. Anche se non sembra.”
“Stai dicendo che dimostro più della mia età? Che
sembro vecchio?”
“Non tutti possono portarsi bene come me.” – sorrise.
Poi si raddrizzò – “L’ho visto, è passato un’altra volta.”
“Quindi avevo ragione. Fanno la guardia.” – abbassò
gli occhi, cercando di guardare sotto il cemento – “Dove saranno quei due…”
“Non vicini. Me ne accorgerei, credimi.”
“Da che distanza puoi sentirlo?”
“Una ventina di metri, al massimo.” – Edward seguì di
nuovo l’ombra dietro i vetri anneriti. E poi il movimento nello spazio
circostante, aggrottando la fronte – “Devo farti una domanda però...”
“Del tipo?”
“Ho visto un bel film sui vampiri…”
“Davvero?”
“Sì. Blade.” – piegò la testa, guardando meglio.
Sembrava che anche la vedetta si fosse distratta – “Hai presente?”
“Un grosso tizio, armato come Rambo, che massacra
tutti perché non è né uomo né vampiro? Si, ho presente... ma in media cerco di
non vedere la vita di tutti i giorni sul grande schermo…”
“Capisco.” – Edward aprì la portiera e allungò una
mano per afferrare la spada – “E dimmi, la questione di mettersi la tuta da
moto ed essere protetti dai raggi del sole? E’ possibile?”
“No, non credo... oddio, non abbiamo mai provato… ”
“Allora il motociclista con la balestra, in fondo
alla strada, è dei nostri?”
“Scusa?”
C’era una moto nera in fondo alla strada. Una moto
sportiva, da corsa. E il tizio che la guidava, inguainato nella pelle, con un
casco integrale, portava una spada sulla schiena. E stava armando un balestrino
manesco. Aveva qualcosa che luccicava, sulle braccia, quasi dei bracciali da
guerra.
E il casco aerografato, in argento.
Era un novello cavaliere, pronto alla carica.
“La moto, Doyle!” – aggiunse Edward, saltando giù
dalla macchina e infilandosi il paletto nella tasca dei jeans – “Quella che sta
impennando per sfondare il portone principale!”
Il centauro in nero aveva fatto una bella inversione
e preso la rincorsa. E Doyle, scapicollandosi come un pazzo per raggiungere
Edward, ebbe solo una fuggevole visione di vetri e lamiera che partivano in
ogni direzione al suo passaggio.
Un paio di vampiri sbucarono in strada, quando la
moto atterrò all’interno del capannone. E finirono cenere con urla atroci.
Per Edward era abbastanza. Sfilò la spada dal fodero
e cominciò a correre.
“Prendi la jeep.” – urlò, lanciando le chiavi al
demone. Le vertigini lo colsero, dilatandogli le pupille – “Methos non è
lontano. Andiamo.”
“Ehi, andiamo dove!” – urlò Doyle, alle sue spalle.
“Secondo te?” – ribatté Edward, saltando il muretto e
sparendo nel buio del magazzino.
***
Il capannone era una distesa sconfinata e pressoché
vuota. Pochi mobili, raggruppati a simulare salotti, stanze, enormi saloni in
cui erano addirittura stati appesi vecchi lampadari stracarichi di candele
accese e gocciolanti. Una raccapricciante decadenza, resa ancora più macabra
dalle gabbie e dalle catene annerite che pendevano dai soffitti.
Edward saltò oltre la moto, sdraiata al centro di una
rampa di carico. E planò nella mischia.
Il motociclista solitario sembrava sapere il fatto
suo e stava atterrando una vampira rossa di capelli come se niente fosse. Un
colpo per stenderla e uno per polverizzarla.
Edward cercò di raggiungerlo, mentre prendeva la
rincorsa e, con velocità inaudita, saltava e si aggrappava a una delle catene,
passando sopra le teste dei suoi assalitori.
Sotto lo sguardo ammirato di Edward, impegnato nella
miglior arte del corpo a corpo, si sfilò il casco e lo usò come arma impropria,
per frantumare una mascella.
A quel punto, ormai a volto scoperto, il motociclista
si rivelò essere una furia bruna dalla fisionomia conosciuta. I capelli scuri
presero vita propria nello spargersi sulla schiena fasciata nella pelle. E
quando si voltò, Edward ebbe l’agghiacciante certezza di essere fottuto.
Nello stesso momento, Angel aprì la botola ed emerse
nel buio ostinato della vecchia fabbrica. E non impiegò molto a sentire odore
di sangue e fumo, mentre un arto staccato volava oltre la sua testa.
“Combattono senza di noi.” – borbottò, risentito,
saltando fuori e segando prontamente un malcapitato che lo stava per aggredire
– “Mai una volta che mi aspettino!”
“Oh, certo, che affronto!” – commentò Methos,
apparendogli alle spalle, con la spada già in pugno. Giusto in tempo per
sentire l’orribile frastuono provocato dalla sua macchina che spalancava il
doppio portone di carico.
I fari andarono in frantumi e Methos ebbe la
terrificante visione del parabrezza che si crepava.
“Questa me la paghi.” – ringhiò, guardando il suo
fuoristrada frenare – “Aspetta che ti abbia tra le mani…”
Non gli importava nemmeno verificare chi lo stesse
guidando. Ne aveva la certezza matematica. Girò su se stesso e si sfogò su un
paio di vampiri. Pochi metri oltre, c’era Edward che menava le mani di santa
ragione. Ed Angel, impegnato a fare altrettanto.
“Non dovevi aspettare il mio segnale?” - stava
urlando il vampiro bruno, battendo assieme due teste.
“Lo avrei fatto.” – ribatté l’immortale, mentre
schivava per un soffio il lancio di una sedia – “Ma sono corso ad aiutare un
kamikaze in motocicletta.”
“Come?”
“Diciamo che ti sei dimenticato qualcuno.” – ringhiò
Edward, passandogli a fianco e arrivando in scivolata a tranciare un paio di
colli.
Angel girò su se stesso, giusto in tempo per vedere
la ragazza sorridergli. E scuotere il casco come saluto.
“Oh, no.” – gemette. Faith era la sua personale
particella impazzita. Era stato così focalizzato su Drusilla da non considerare
la libera e incontrollata attività della sua Cacciatrice.
“Lei ti conosce?” – domandò, stupidamente,
afferrandolo per il maglione e tirandoselo addosso per non vederlo squartato –
“Sa di te?”
“Sa che sono un amico di Methos.” – ribatté il
ragazzo, ricambiando il favore nel trafiggere il demone alle sue spalle – “E sa
che ci siamo battuti, l’ultima volta.”
“Vattene, allora.”
“Scusa?”
“Vattene Eddy.” – Angel lasciò la presa, ma cercò di
voltarsi per parlargli guardandolo in viso, sopra la mischia – “Vattene. Vuoi
che resti un segreto, no?”
“Non scappo.” – replicò iniziando a sentirgli salire
un sano nervoso. E uccidendone un altro. Sembravano infiniti – “Avete bisogno
una mano.”
“Scordatelo.” – il vampiro si voltò. E urlò – “Faith,
il lampadario.”
La Cacciatrice alzò gli occhi verso le enormi
intelaiature di ottone e cristallo, ormai grondanti di cera bollente.
E annuì, correndo verso gli estremi del magazzino,
sfilandosi la spada dalle spalle.
Edward corse nella direzione opposta e diede un colpo
netto alla fune, facendo scattare il meccanismo con rumore sordo.
Uno dei lampadari precipitò, schiacciando almeno una
decina di esseri e incendiandoli.
Angel, per un soffio, rotolò fuori dalla mischia,
mettendosi al riparo.
“Levati di lì.” – gli stava urlando Faith. – “Faccio
saltare i pannelli.”
“Cos…” – Doyle vide il braccio di Faith compiere un
arco perfetto, mentre con la sinistra si afferrava saldamente alla fune.
Il lampadario, cadendo, fece da contrappeso,
proiettando la Cacciatrice verso l’alto. La quale, approfittando dell’effetto
balestra, sfondò il lucernaio, prima di cadere, con precisione matematica, su
uno dei ballatoi.
La luce calda del mattino inondò lo spazio antistante
e fece piazza pulita dei vampiri. Angel, rifugiatosi in una zona ancora
protetta, continuò il suo raccolto, come si addiceva all’Angelo della morte.
Methos, a cavalcioni della botola, una delle poche
via di fuga rimaste, fece altrettanto.
Faith li osservò dall’alto, prendendo fiato. E fu
allora che lo vide.
“Ti è mai successo di
incontrare qualcuno a cui si addica il termine ‘ rifulgente’?”
C’era
uno sconosciuto che si stava battendo, come un leone. Un ragazzo biondo.
Alzò lo sguardo,
registrando l’alta figura.
Aveva occhi chiari, una
corona di riccioli biondi a stento trattenuti dagli occhiali da sole….
Solo per un istante,
soffermandosi sugli occhi e sullo sguardo con cui ricambiava,
si sentì percorrere da un brivido.
Lo spadaccino, ma certo!
Quel ragazzo era parte di
Angel, adesso.
Parte dei suoi enigmi,
parte della sua moralità, parte del suo mondo.
Il bellissimo sconosciuto che aveva dato tanto filo
da torcere a Angel.
Non puoi più nulla, adesso.
Non potrai più fuggire da questa consapevolezza, e lo sai.
Sai di Angel. Sai chi è,
cosa può fare.
Sai cosa significa
combattere contro di lui e perdere. Sai cosa significa conoscerlo.
Non potrai più sfuggire a
questo onore…
Lo fissò, sbalordita, domandandosi come fosse
arrivato in quel covo di dannati. Poi percorse la lunga pedana metallica,
facendola cigolare. E saltò giù, atterrando come un gatto, non molto lontano da
dove Edward si stava ancora battendo.
Si raddrizzò e polverizzò uno degli ultimi vampiri
ancora in vena di attaccar briga. L’immortale biondo era in gamba, si difendeva
bene, combattendo contro due energumeni in contemporanea. Soprattutto uno
sembrava essere di suo gradimento, più antico, maggiormente esperto di scherma.
Faith continuò a fissarlo, ipnotizzata. Quel ragazzo
aveva un leggero sorriso divertito, mentre lottava. E una fiamma inspiegabile
dentro gli occhi azzurri.
Cosa aveva detto Angel quella notte?
Era un guerriero, Faith,
non sono poi così comuni.
Già...
lo aveva compreso anche lei, allora, con una semplice irriverente occhiata.
Quel ragazzo era ben più di un immortale, di un vecchio amico di Methos, di un
nemico-amico di Angel. Da quel giovane uomo scaturiva una forza fatta d’onore e
carisma.
Faith
sorrise, divertita. A modo suo sapeva che si sarebbero rivisti, prima o poi.
L’aveva intuito nello stesso attimo in cui si erano salutati.
“Ehi, che ci fai qui?” – urlò Doyle, assordandola,
finalmente a piedi, dopo aver investito tutti quelli che riusciva con la
macchina di Methos. Affiancandola, mentre l’attaccavano in tre – “Faith, come
ci sei arrivata?”
“Dovresti fidarti di più dei miei agganci.” – rispose
la Cacciatrice, impalettandone un paio con la stessa asta mentre il demone si
liberava dell'ultimo – “E tu? Ti è servita una visione?”
“Non una sola.” – specificò Methos, comparendo alle
loro spalle. Si era tolto il giaccone e arrotolato le maniche. Per lui i
massacri si affrontavano come le pulizie di primavera. Con metodo e pazienza.
“Metti i brividi.” – commentò Doyle, guardandolo
mentre puliva la spada. E accendendosi una sigaretta – “Come hai fatto a
insanguinarti?”
“Sono volato in dispensa.” – commentò, continuando a
pulire la lama in un drappo prelevato dai divani – “Ciao Faith, che ci fai
qui?”
“Che ci fate voi qui.” – replicò lei, incrociando le
braccia e indicando Edward con il mento – “E cosa ci fa quello, soprattutto!”
“Prego!” – urlò Angel, spezzando vertebre a piene
mani e guardando i tre, impegnati a conversare a bordo campo – “Non sentitevi
in dovere di dare una mano!”
“Ma se ve la cavate benissimo!” – Methos si appoggiò
alla spada, puntandola a terra – “Faith, ti ricordi il mio amico Eddy?”
“Direi proprio di sì.”
“Eddy, saluta Faith!” – urlò l’immortale, mettendo
una mano a lato della bocca. Si divertiva come un pazzo a vedere lord Edward
Coventry in difficoltà. E soprattutto a provocarlo, consapevole che, al
momento, avesse le mani occupate.
Edward si voltò, fissandolo con occhiata omicida,
descrivendo un ultimo arco perfetto con la spada. E obbligando Angel a fare un
balzo indietro per schivarlo.
“Ah, scusami.” – disse, mentre il vampiro constatava
di avere un bello strappo nella camicia, all’altezza del torace – “Non ti avevo
visto.”
“E meno male che non sono una spanna più basso.” –
commentò il vampiro, passandosi significativamente una mano sul collo. Edward
lo squadrò, riprendendo fiato, ed Angel si sentì in dovere di dirgli qualcosa –
“Edward, senti…”
“Lascia stare.” – borbottò il ragazzo, con un cenno
di sopportazione – “A questo punto…”
Angel richiuse la bocca, mentre lo osservava
allontanarsi e marciare verso la ragazza, con una mano tesa.
In effetti, solo ora, riflettendo, si rendeva conto
di non aver chiesto a Cordelia dove fosse Faith... non dove fosse andata.
Bello sbaglio. Bravo Angel. Tonto come dice Spike.
“Ciao, Faith.” – disse Edward, arrivandole di fronte,
con l’innegabile savoir faire di altri tempi – “Piacere di rivederti.”
“Ciao... Eddy, giusto?” – replicò, ricambiando la
stretta e domandandosi se era d’obbligo fratturargli due dita. Era bello,
gentile e avevano combattuto insieme… ma Spike lo odiava… parlava con Angel
come se fossero vecchi amici… ma Spike lo odiava... era…
Insomma, un bel problema per una ragazza di chiari e
pochi principi basilari.
Soprattutto perché Faith sentiva di essere scesa a
parecchi compromessi negli ultimi anni, tra crisi personali, redenzioni,
osservatori, famiglie, vampiri da combattere e da amare. E non saltava di gioia
all’idea di apprezzare tanto uno sconosciuto verso cui Spike era tanto
prevenuto.
Per tanto, pensò di rivolgersi alla fonte di ogni sua
garanzia.
“Ciao, Angel.”
- disse soave, vedendolo finalmente avvicinarsi, impegnato a scrollare
la cenere dalla giacca – “E’ per lui che non hai chiamato nessuno di noi a
divertirsi?”
“No.” – rispose il vampiro, infilando le mani sotto
le ascelle e sovrastandola come suo solito – “Non ho chiamato perché non mi
serviva aiuto. E tu? Come mai qui sola?”
“Era una giornata fiacca.” – replicò, con una leggera
alzata di spalle – “Mi annoiavo. Allora, cosa stiamo cercando?”
“Perché pensi che stiamo cercando qualcosa?”
“Andiamo, Doyle.” – gli sorrise, divertita – “Passi
trovare qui te ed Angel. Ma il mio osservatore in carica, famoso per il suo
stare cronicamente sdraiato sul divano, e il suo pupillo biondo dai mille
misteri…”
“Non sono il pupillo di nessuno.”
“Men che meno il mio.”
“Però, che sintonia…” – si complimentò la
Cacciatrice. Poi tornò a focalizzarsi su Angel – “allora, uniamo gli sforzi?”
“Tu cosa sai?” – chiese Angel, recuperando nel
frattempo l’arma che aveva lasciato cadere. E spostandosi nell’ombra, mentre
un’altra parte di lucernaio precipitava a terra – “Come non detto. Consiglio la
ritirata.”
“Appuntamento a casa mia. Ah, Faith, sei ovviamente
invitata.” – Methos afferrò Doyle per la collottola – “Vieni, ragazzo mio.
Dobbiamo parlare della mia macchina. Ce l’hai un’assicurazione?”
“Io vado a piedi.” – disse Angel, incamminandosi –
“Ci vediamo dopo.”
Erano rimasti solo loro due. Uno di fronte all'altro.
Ed Edward sospettava che si trattasse di una maligna rappresaglia dei suoi
compagni di avventura.
Hai voluto la bicicletta? Pedala, Coventry, pedala!
“Ti aiuto con la moto.” – disse, rompendo il silenzio,
in lieve imbarazzo.
“Grazie.” – replicò la ragazza. Si incamminarono
insieme e Faith, sul passaggio, raccolse il casco. E imprecò, sottovoce –
“Graffiato e ammaccato... che idiota che sono…”
“Bello.” – si complimentò comunque l’immortale. Era
aerografato in argento. Una coppia di draghi sottili e sinuosi, intrecciati.
“E' un’idea del mio uomo.” – replicò lei, con
noncuranza. Poi gli gettò un’occhiata, in tralice – “Quello a cui hai piantato
il coltello nello stomaco... il vampiro biondo…”
Edward si fermò. E una strana sensazione gli si
propagò, nel torace, simile ad una fitta.
Una fitta del tempo perduto.
Londra, 1857
“Che ne pensi di questo?”- domandò William,
passandogli un altro libro.
“Non so” - Edward sfogliò alcune pagine, perplesso –
“Non sono certo che le aquile mi piacciano sul serio.”
“Allora siamo in due.” - sospirò il ragazzo,
levandosi gli occhiali e strofinandosi gli occhi.
“Di nuovo mal di testa?” – domandò Edward, posando il
testo e voltandosi. Erano seduti al centro del letto, in mezzo a libri e
schizzi.
“Già…” – mugugnò, nascondendo malamente uno sbadiglio
– “scusami.”
“Leggi troppo… e dormi poco.” – sospirò, allungando
un braccio – “Vieni qui. E smettiamo per stasera.”
William si avvicinò. E gli posò la testa sulla
spalla, con un sospiro. Era piacevole starsene sdraiati, nella quiete della
casa vuota. La servitù dormiva, i loro genitori erano a uno dei tanti
ricevimenti della stagione londinese.
Un supplizio da cui, per una volta tanto, erano
dispensati. E con una buona motivazione.
L’ultimo attacco di Edward non era stato dei
migliori. Ed anche se ora iniziava a riprendersi, in società si iniziava a
chiacchierare.
Edward Coventry, così giovane e promettente…
Sì, William strinse le labbra, risentito. Si parlava
già di lui come di un caro estinto.
Eppure il suo corpo era ancora caldo e dannatamente
vivo.
“A che pensi.” – sussurrò Edward, piegando la testa e
posando la guancia sui suoi capelli – “Non dovresti crucciarti tanto, Willie.
E’ solo un intarsio. A papà piacerà qualunque cosa scegliamo. Anche un maialino
con le ali.”
William si lasciò sfuggire una mezza risata.
“Non sarebbe male come idea.” – commentò –“Un
maialino con le ali… chissà cosa direbbero i suoi amici, a vederlo esposto sul
camino, nello studio.”
“Magari in sala da pranzo.” – ridacchiò Edward – “Una
bella coppa in cristallo sorretta da due maialini con le ali…”
“Due?”
“Bhe… noi siamo due.” – considerò, guardandolo con
quegli occhi chiari falsamente seri – “Non stavamo cercando qualcosa di
allegorico?”
William gli sorrise appena. la sua bocca si inarcò
leggermente, mettendo in vista una fila di denti bianchi e perfetti.
“In tal caso.” – rispose, con lo sguardo brillante –
“Per restare in tema di ali, suggerisco un bel falco ad ali spiegate e un gufo
appollaiato.”
“Uniti come bellezza e saggezza?”- chiese Edward, con
una punta di dolcezza.
“Oppure come il coraggio di vivere la vita.” –
replicò, senza osare più guardarlo, tornando a posargli il viso alla spalla –
“E il restare fermi in un solo posto, in semplice attesa.”
“E’ così che ti senti, William?”
“Talvolta…” – si interruppe. E il male al petto
divenne incontrollabile. William si raddrizzò, scacciando quel dolore. La morte
coglieva la vita in pieno volo… – "Torniamo al nostro pezzo
d'argenteria…."
Edward lo guardò allontanarsi. E lasciò ricadere il
braccio, appoggiando la nuca al muro alle sue spalle.
William, così pieno di problemi… e così poco tempo
per aiutarlo ancora a trovare risposte…
“Willie…” – lo chiamò, abbassando gli occhi verso la
confusione sparsa tra le coperte – “Avrei appena avuto un'idea…”
“Davvero? Una coppia di castori?”
“No. Meglio.” - Allungò le dita, afferrando un libro
rilegato, finito per sbaglio tra gli altri. Un romanzo cavalleresco, ennesima
lettura di suo fratello – “Due draghi.”
“Due draghi?”
“Come quelli di Britannia.” – rispose, aprendo e
sfogliando le pagine, fino a trovare l’immagine. Due draghi in lotta, uno
proteso verso l‘altro – “Due draghi combattenti.”
Si voltò, guardandolo. In
attesa.
Due draghi in eterna lotta, eternamente insieme.
Uno riflesso dell’altro, parte di uno stesso
inspiegabile destino.
“Due draghi…due draghi d’argento…” – ripeté William,
piegandosi ad afferrare il libro. E illuminandosi – “Mi piace, Edward. Mi piace
sul serio…”
“Ho presente.” – rispose, neutro, chinandosi a
ispezionare la moto. E afferrandola per il manubrio, raddrizzandola – “Spike...
giusto?”
“Giusto.” – sorrise, piegando la testa – “Mi risulta
che non andiate d’accordo, voi due.”
“Non lo so.” – prese fiato, cercando la forza di
continuare a parlare – “Non lo conosco abbastanza.”
“Si può sempre rimediare.”
“Forse.” – la forcella non sembrava piegata. La moto,
nel complesso, era in buono stato – “La prossima volta che verrò in città,
magari.”
“Come preferisci.” – Faith aggrottò la fronte. Era
come se, per un istante, si fosse offuscato, colto da un pensiero scomodo. Lo
fissò con maggiore attenzione, cercando di decodificare quell’intuizione che
non capiva realmente – “Dici che è a posto?”
“La
moto?” – domandò lui, voltandosi, con un mezzo sorriso – “Direi di sì. Non ti
preoccupare per quei graffi. Si sistemano senza problemi.”
“Grazie.” – fece per infilarsi il casco. Poi cambiò
idea – “Ti serve un passaggio?”
“No.” – scosse la testa, compensandola con un sorriso
bello più di qualsiasi ringraziamento – “Ho la moto anche io... non troppo
lontano. Se vuoi però, facciamo la strada insieme…”
“Ok.” – Faith afferrò il suo mezzo e lo spinse –
“Guidami.”
***
Angel percorse la galleria ed emerse in uno spazio
più vasto, sotto la città.
Era incredibile il quantitativo di punti cavi sotto
Los Angeles. Quasi indescrivibile, non trattandosi sempre di fogne, bensì di
enormi stanze vuote, buie o malamente illuminate da spiragli senza spiegazione.
Il posto in cui si trovava al momento era proprio di
quel genere. L’umidità aveva annerito le pareti e solo un vampiro avrebbe
potuto, privo di respiro, transitare e soffermarsi appena a esplorare lo spazio
circostante.
Un vampiro.
O forse due.
“Amore…” - gli occhi viola sembrarono balenare nel
buio – “hai distrutto la mia reggia.”
“E mi sento in dovere di ammettere che era pure
bella.” – rispose, movendo un passo verso di lei – “Peccato tu non ci fossi…”
“Mai io c’ero.” – rispose, con voce petulante –
“Dovevi solo trovarmi.”
“Sono vecchio per giocare a nascondino.”
“No, non è vero.” – una risatina. Ed eccola apparire,
vestita di rosso cupo, l’orlo del vestito inzuppato e una bambola per mano –
“Non si è mai troppo vecchi…”
“E tu ne sei la prova.” – rispose, guardando la
bambola. Una bambola senza occhi – “Che fai in città, Dru?”
“Amo il paradiso…” – cantilenò, sedendosi,
incrociando le caviglie e i piedi nudi – “E’ il posto dove si incontrano gli
Angeli…”
Piegò la testa.
“Angeli biondi fatti di luce e Angeli bruni fatti di
notte.” – spiegò, sedendo la bambola a fianco, con attenzione. Angel restò
fermo, indeciso, poi avanzò. E prese posto, di fronte a lei. Nel buio totale,
nel terrificante silenzio del sottosuolo.
Le nostre città si ergono su sconfinate cripte che
sanno di morte e notte eterna.
Qui rimbomba solo l’oblio.
“Non obbligarmi a chiederti di nuovo cosa fai in
città.”
“Non obbligarmi a risponderti di nuovo.” – lo
sbeffeggiò, lisciando l’abitino spiegazzato – “Mio Angelus… lo vuoi tu? Non
posso averlo io?”
Si girò, guardandolo con occhi luminosi.
Ed Angel tacque.
Sì, lo aveva sempre saputo.
Non ci voleva molta immaginazione a riguardo. Il
Flagello e Drusilla amavano le stesse finezze. E le stesse cose, da sempre.
“E’ immortale, Dru.” – replicò, stringendo meglio la
spada, bilanciandola tra le dita – “Non puoi vampirizzarlo.”
“Il suo sangue è come oro.”
“Non escludo che tu abbia ragione.” – replicò,
cercando di valutare il campo di battaglia – “Potrebbe piacerti il suo sapore,
è sangue di buona annata. Ma è mio personale territorio di caccia.”
Drusilla rise, dondolandosi, giocherellando con i
capelli.
“Il mio Angelo nero rivendica la bellezza. Non gli
basta quella che ha già.” – scosse la testa, con l’espressione di una bimba
corrucciata – “No, Angelo mio. Hai avuto tutto. Il mio amore, la bella
Cacciatrice… hai ucciso la mia amica… era strana, ma le volevo bene…
l’immortale è mio. Voglio la sua luce tutta per me.”
“La luce è tale se non diviene tenebra.” – replicò
Angel, sottovoce, più per se stesso che per la vampira.
La sua spada scattò, precisa.
Drusilla fu altrettanto rapida. La testa indietro,
quel tanto che bastava da non essere decapitata.
Per poi riavvicinarsi, baciare a fior di labbra la
lama, carezzandola appena.
Angel non lasciò innervosire dalla mancata uccisione.
Era inutile. Era sicuro che non fosse poi così facile liberarsi di lei. Ma
aveva dovuto provarci. Strinse appena gli occhi. E la punta dell’arma si posò
sulla gola di Drusilla.
“Scegli. Adesso.” – comandò, con voce piatta e
terribile.
Puoi avere Edward… oppure la tua vita.
Scegli.
E’ semplice.
La vampira non si mosse.
Lo fissò solo, senza sorpresa.
“Io credo…” – rispose, senza battere ciglio. Fredda –
“di avere già scelto.
E che sia tu che non l’hai ancora fatto.”
Angel alzò il braccio rimasto libero, proteggendosi
il viso. E la bambola gli si frantumò addosso, con inaudita violenza. Quando
scattò in piedi, maledicendosi per essersi lasciato cogliere di sorpresa,
Drusilla era già sparita. E i suoi passi rimbombavano, da ogni direzione.
[II]
Faith ed Edward guidarono per le vie della città,
inseguendosi e affiancandosi. La moto da strada di Edward aveva un motore più
potente, un suono pieno e sempre riconoscibile. Ma Faith, che amava solo la
propria e non capiva nulla di motori, la apprezzava soprattutto per una
questione estetica.
E funzionale, visti i foderi da spada che vi erano
fissati. Uno in bella vista. E un secondo, meglio nascosto, di cui non si
sarebbe accorta se non gliel’avesse indicato l’immortale.
“Dici che posso fare altrettanto con questa?” – aveva
chiesto, mentre si preparavano a partire.
“Qualcosa si può studiare.” – aveva risposto il
ragazzo, carezzando ancora una volta il graffio sul serbatoio, quasi ad
accertarsi del danno effettivo, guadagnando un altro punto in simpatia. E
mettendola maggiormente in confusione.
Perché un tipo del genere avrebbe dovuto attaccare
Angel e battersi all’ultimo sangue senza un reale motivo? Non era il classico
attaccabrighe borioso che si era preparata a conoscere. Era un tipo taciturno,
incredibilmente tranquillo.
Impossibile che il suo scontro con i vampiri, vecchio
quasi di sei mesi, fosse stato frutto di uno sbaglio.
A meno che, come molti prima di lui, non si
dilettasse di cacciare demoni. E fosse stato poco pronto a riconoscere, nella
massa, quelli dotati di anima e attitudine alla redenzione.
Si, una spiegazione plausibile... purtroppo non
abbastanza convincente. Anche perché Angel, le poche volte che aveva addotto
questa zoppicante spiegazione, non era stato proprio incisivo.
“Cacci spesso vampiri?” – chiese, una volta che
furono sotto casa di Methos, per togliersi il dubbio.
“Decisamente no.” – rispose lui, scotendo i capelli e
tirandoli indietro con una mano. Era bello, aveva lineamenti regolari. Ma erano
gli occhi a fare da padrone in quel viso – “Credo sia la prima volta che lo
faccio.”
“Allora te la cavi bene.” – ribatté la Cacciatrice,
estraendo il cellulare vibrante. E aprendolo, senza smettere di guardarlo -
“Ehi, vampiro.”
Edward rischiò di perdere di mano le chiavi. E di
inciampare sul gradino.
Girò le spalle alla ragazza, battendo la ritirata e
rispettando la sua privacy. E sentì la mano di lei afferrarlo per un polso.
Faith lo fissò dritto in faccia, con serietà. E
scosse lievemente la testa.
Quell’Eddy non era un nemico. E se Angel non diceva
nulla… bisognava soltanto fidarsi. E sperare che non fosse una cosa troppo
grande da gestire.
“Sì, tutto nella norma.” – disse, con tono incurante.
Edward la fissava, interrogativo. E lei gli sorrise – “Sarò a casa penso in
un’ora. Ho un paio di cose da sbrigare.”
“Cose che ti impediscono di tornare qui a farti
strappare tutta quella pelle nera di dosso?” – chiese Spike, allungando il
tazzone a Cordelia perché lo riempisse – “E se io mi sentissi solo?”
“Dovresti arrangiarti come puoi.” – piegò la testa,
lasciando andare Edward. Non avrebbe detto a Spike chi aveva di fronte. Anche
se non sapeva ancora perché lo stava facendo – “Ho massacrato anche per oggi la
mia percentuale minima e sono stanca. Arrivo presto.”
“Brava. E senza dividere! Sei tale e quale ad Angel.”
“Che ci vuoi fare… io e il Flagello abbiamo gusti
similari. L’ho anche visto, sai? Ma aveva da fare.” – cominciò a salire le
scale, con calma. Ed Edward sentì un brivido partirgli dal centro della nuca.
Quel cellulare… poteva quasi sentire la voce di William – “Suppongo che si darà
da fare ancora per un po’…”
“Allora lo chiamo. Magari riesco a raggiungerlo.”
“Ma stattene a casa, tu che puoi! Sei fresco di
doccia, probabilmente stai facendo colazione con Cordelia… cosa vuoi di più?” –
Faith diede una spinta alla porta ed Edward, prontamente, la tenne aperta –
“Grazie. Cercati un libro a sdraiati sul divano.”
“Faith… grazie a chi?”
“Come?”
“Hai detto grazie.” – Spike bevve un sorso. E un
sospetto gli passò nel cervello – “Con chi sei?”
“Sono in un locale.” – rispose, precipitosamente – “E
mi hanno aperto la porta.”
“Sei in un locale in cui ti aprono la porta?”
“Spike... mi stai facendo il terzo grado?”
“Faith, tu vivi in un’epoca in cui la cavalleria è
finita. Con chi sei?”
Faith respirò a fondo.
“Sono con Methos. E lui è di un’epoca cavalleresca,
non trovi?” – mentì, sfrontata – “Vuoi che te lo passi?”
…
Oddio… ecco l’infarto che giunge, pensò Edward.
Tutto sta a vedere se prima a me o a te, sembrava
dire l’occhiata di Faith.
“No, grazie.” – Spike si lasciò cadere sul divano –
“Sai, prenderò in considerazione la tua proposta e me ne resterò qui.”
“Ammiro la tua saggezza di altri tempi.” – replicò,
caustica – “E ora vado. Voglio un caffè e una ciambella, visto che paga lui. Ci
vediamo tra un’ora.”
“Prendi anche da portar via.” – ribatté lui,
allegramente – “Ciao bellezza.”
“Ciao, ciao Spike.” – chiuse la comunicazione. E con
una certa irritazione – “Tu, biondo ragazzo del mistero!”
“Comandi.” – rispose Edward, voltandosi verso di lei,
un piede già sul gradino.
“Mi devi un favore così grosso che non posso nemmeno
quantificarlo.”
Edward non resistette. E le sorrise.
“Un caffè e una ciambella?” – domandò, mettendo in
mostra una fila di denti perfetti.
Era così affascinante da essere irritante.
Faith lo squadrò, caparbia. E senza restare seria a lungo.
“Andata.” – sospirò. E cominciò a salire le scale –
“Forza! Ho fame. Voglio saccheggiare la dispensa. Ora.”
***
Sul pianerottolo, proveniente dalla direzione
contraria, li raggiunse Angel. Così scuro in volto da non lasciare dubbi a
Doyle, che aprì loro la porta.
“Ciao a tutti.” – disse, vedendoli passargli sui
piedi – “Forza, chi comincia?”
Si voltarono tutti a fissarlo. E Methos, con
l’immancabile barattolo del caffè in mano, gli fece un bel segno di ok.
Vai così, Francis! Sei l’eroe degli autolesionisti.
“Io ho fame.” – rincarò la ragazza, aprendo
finalmente il guscio di pelle in cui era fasciata e mettendo in mostra tutte le
sue curve – “Voi fate quello che volete.”
“Io devo parlare con te, di nuovo.” – sottolineò
Angel, puntando un dito contro Edward. Per poi spostarlo verso Doyle – “E poi
con te.”
“Con me no?” – chiese Methos, riempiendo il filtro.
“Dipende quanto vuoi starne fuori.”
“Allora passo. Parla con chi ti pare.”
“Grazie.” – si voltò – “Andiamo Edw… EddWy.”
“Spero che tu ti renda conto che sta diventando una
commedia degli equivoci!” – esclamò il vampiro, chiudendosi la porta alle
spalle.
Edward non sembrava in vena di discutere. Si stava
controllando una grossa abrasione su un braccio.
“Angel…” – domandò, soprappensiero – “Sai che ho
sentito la sua voce?”
Angel lo fissò, come se di colpo non gli sembrasse
più così sano di mente.
Edward aveva gli occhi velati di una tristezza
infinita.
“Faith gli parlava al cellulare. E io potevo sentirlo
quasi alla perfezione. La sua voce, Angel, denuncia quanto sia cambiato.”
Si era lasciato andare, con un tonfo, nella poltrona.
E aveva allungato le gambe, gettando indietro la testa.
“Ma che ci faccio qui…” – sussurrò, posandosi un
avambraccio sulla fronte.
E’ da quando ho sentito la sua voce non riesco a
pensare ad altro…
Che ci faccio qui… se non è più William…
“Edward…” – Angel si strofinò la nuca, rendendosi
conto di aver perso il filo del discorso. E decidendosi, finalmente, a occupare
il posto dietro la scrivania – “Ne abbiamo già parlato. Certo, è cambiato. E’
inevitabile. Non è concepibile però questo tuo ostinarti a ritenere impossibile
incontrarlo.”
“Angel…”
“Non ricominciare con la questione degli anni
perduti, Coventry. Abbiamo tutti tempo sprecato alle spalle, immortali, vampiri
e non.” – Angel posò sul tavolo i paletti che aveva in tasca e si protese verso
di lui – “Piantala di tormentarti. Esci, gira a destra e percorri tre isolati.
E quando sarai di fronte all’enorme albergo che si chiama Hyperion, entra e
chiedi di lui.”
Edward lo stava fissando, senza un commento.
“E quando sarete faccia a faccia…” – si interruppe. E
iniziò a sentirsi fuori luogo – “Bhe, scopri semplicemente chi è diventato.”
Perché io posso prometterti già adesso che sarai
orgoglioso di lui.
Credimi, lo so.
In un salto fu sulla piattaforma. C’era un ultimo
vampiro… ma non ci volle nulla a nebulizzarlo.
Wes gli era già alle spalle. Il suo salto si era
rivelato meno semplice del previsto, forse anche perché un altro demone aveva
cercato di agguantarlo. Ed ora lottavano ferocemente.
Con la coda dell’occhio, indeciso se intervenire,
Spike vide la Cacciatrice puntare la balestra e fare fuoco, evitando per un
soffio l’osservatore e finendo rapidamente l’avversario.
Ormai non distava più molto. Era quasi arrivato.
Sotto di lui, con la stessa velocità, Doyle seguiva
la stessa rotta, ma di terra.
Spike vedeva già sopra la paratia, Doyle ne stava
forzando la porta metallica.
Scavalcò rapidamente la ringhiera tubolare e planò di
sotto.
Alle sue spalle sentiva i colpi della battaglia
rimbombare sulla lamiera.
Ma davanti a se c’era un altro massacro da compiere.
Rapidamente, si ripeté, sentendosi il volto mutare.
Dieci metri più in là, a terra, con le mani
inchiodate insieme, congiunte come in preghiera, ed i vestiti scuri, stava una
fisionomia nota. Impossibile sbagliarsi.
Non era solo la vista a denunciare la verità
Spike si era sentito infiammare il sangue,
inaspettatamente. Adesso non erano più colpi sulla lamiera, ma tuoni di
battaglia, come un rullio di tamburo incessante, sul diaframma.
Mai come ora aveva desiderato una spada. Si sentì
sfilare di dosso lo spolverino, a forza, da mani che cercarono di artigliarlo.
Ma la sua corsa non conosceva fine. Avanti, ancora
avanti.
Adesso distingueva anche il volto tumefatto,
ripiegato, sulla spalla.
Non gli fregava più un accidente del resto, delle
recriminazioni, dei buoni propositi.
Adesso li voleva tutti morti, umani o vampiri che
fossero.
Li voleva morti, perché erano dei fottuti bastardi e
non meritavano altro.
Uno, ancora uno. Chi non era in polvere stava in un
lago di sangue.
Ma Spike non avrebbe saputo dire con certezza se
qualche cuore stesse ancora battendo.
Un colpo all’altezza dei reni lo fece barcollare, un
secondo lo fece rotolare violentemente contro una parete. L’attimo che gli
sarebbe potuto essere fatale, fu interrotto dal crollo di quella dannata porta.
Dalla nube di polvere che si levò, con uno di quei
salti che comunque lo contraddistinguevano, apparve Doyle, insolitamente con la
sua parte demoniaca in superficie.
Veloce, velocissimo.
I pochi superstiti
l’avevano già attaccato. Ma il suo volto era una maschera furente e non
presagiva nulla di buono. I pochi arguti del gruppo abbandonavano la piazza.
Quelli che restavano andavano a mischiarsi con la polvere ancora in
sospensione.
Spike si rialzò, chinandosi quel tanto che bastava da
sputare sangue in buona quantità.
In effetti, si rese conto in quell’istante, aveva
qualche arma ancora conficcata indosso.
Se le strappò di dosso, con rabbia.
Sentiva delle urla… e solo dopo, medicandolo,
Cordelia gli avrebbe pacatamente spiegato che… erano sue.
Le sue urla avevano riempito l’aria, nel corso di
quella sortita.
L’avevano sentito, avevano pensato che lo stessero
massacrando, non il contrario. Ed era stato allora che Doyle aveva accelerato
la procedura di sfondamento con la parte di se che meno apprezzava.
Spike affrettò il passo, incespicando quasi nei
piedi. Aveva un’ultima lama, da sfilarsi dal corpo. E lo fece cadendo in
ginocchio molto vicino ad Angel. Con una mossa, con quell’arma ancora
insanguinata, gli tagliò i legacci plastici. Poi, reagendo ancora ad un attimo
di isterica esasperazione, sfilò il lungo chiodo arrugginito che gli bloccava i
palmi.
Angel inarcò la testa indietro, in un gemito. E
Spike, prontamente lo bloccò, afferrandolo per le spalle.
Angel sembrava privo di sensi, si rese conto,
scotendolo leggermente.
Aveva le mani sporche del sangue di entrambi e se le
pulì nervosamente nei pantaloni, nella maglietta strappata, prima di
posargliele sul viso.
Come aveva imparato da lui, come faceva Angel, ogni
volta che lo raccoglieva esanime su un campo di battaglia.
Gli tirò indietro i capelli, sostenendogli la testa,
una mano sul collo.
Chiamandolo.
“Ehi, Angel… Angel guardami… non farmi perdere la
pazienza…”
Non sapeva cosa dire. Provava imbarazzo per il fatto
di essere così, chino su di lui. Non era bravo ad essere rassicurante, non
sapeva cosa fare per… per essere come lui.
Quali parole erano giuste? Oh, dannazione, ma perché
non ti ascolto mai…
Allora non è semplice come pensavo… Angel, apri gli
occhi… non sono rassicurante e mi irrita accarezzarti in questo modo. Svegliati
e tagliamo corto con le sdolcinatezze.
Angel, ti prego…
Le palpebre di Angel ebbero un leggero tremito. E
poi, con una lentezza impressionante, si aprirono.
“Piano… piano…sono qui io.” – gli sorrise Spike,
stupendosi di come quelle poche parole gli fossero uscite così spontaneamente
dalle labbra. Sorprendendo se stesso, con quel sollievo e quella tenerezza.
Angel lo fissò, per un istante interminabile. Poi,
con una leggera smorfia per il dolore che gli si irradiava lungo il corpo, gli
sorrise. Un sorriso che nasceva anche dall’espressione sorpresa che gli si era
dipinta sul volto, nello scoprirsi realmente preoccupato.
“Ehi.” – ripeté Spike, passandogli una mano tra i
capelli, prima di fermare con le dita in un altro rigagnolo di sangue – “Questa
volta sono io che mi chino su di te…”
“A quanto pare…”- mormorò Angel, chiudendo gli occhi
e riaprendoli dopo poco – “ma se mi aiuti, interrompiamo l’idillio e mi alzo…”
Spike si bloccò, smettendo di togliergli sangue dalla
fronte.
Lo guardò per un attimo perplesso. Poi cominciò a
ridere, piano.
“Ma ti sei visto? Pensi di essere credibile?”
Angel lo guardò, aggrottando la fronte. Prima di
cominciare a ridere debolmente.
“Temo proprio tu abbia ragione…”
“William non potrà mai raccontarti per intero la sua
vita, dall’ultima volta in cui vi siete visti.” -aggiunse – “Ma non ti mentirà,
nel dirti che è divenuto ciò che desiderava.”
Edward voltò la testa. E cercò di perdersi
nell’enorme arazzo alle spalle di Angel. Ciò che desiderava… desiderava
veramente perdere se stesso, la luce del giorno…
La luce… una vita senza la luce.
Sospirò. E, istintivamente, premette due dita sulla
ferita che non esisteva, quella provocata dalla freccia di Spike.
Non aveva mai smesso di fare male, da quella notte.
Ed Angel sembrò intuirlo.
“Senti ancora dolore, Edward?” – domandò, guardando
quella mano lunga ed elegante su cui le abrasioni andavano lentamente sparendo,
sotto i suoi occhi.
“Il corpo ricorda, Angel.” – rispose, l’uomo senza
guardarlo – “Come la mente, come l’anima…”
Adesso gli occhi azzurri lo passavano, da parte a
parte.
“Non è così, Angel?” – domandò, con voce sommessa –
“non ricordiamo sempre, con tutto noi stessi?”
Non mentiva.
Aveva ragione. Le ferite del passato potevano ancora
far male.
Negli incubi peggiori, Angel sentiva ancora il sangue
delle vittime arroventargli le vene. E il sapore vivo di Drusilla, di William,
bruciargli le labbra con il calore dell’ultima mortale sorsata.
Oh, si. Nelle notti più buie, Angel cercava ancora i
segni dei denti di Darla. E rammentava, con infinito rimpianto, le mani
perennemente tiepide di Kathy.
Sì, il corpo ricorda.
“Quella freccia mi ha trapassato, Angel.” – aggiunse,
tornando a perdere lo sguardo sopra le loro teste – “In molti modi…”
***
“Allora.” – esordì Faith, a bocca piena, cercando di
protendersi verso la scatola dei biscotti – “Chi mi spiega cosa stia
accadendo?”
“Io no di sicuro.” – rispose, Methos, sottolineando
per l’ennesima volta l’estraneità alla vicenda e rifilandole una botta sulla
mano, per farla desistere – “E smetti di mangiare, o diventerai la Cacciatrice
che rotola.”
“Fatti i cazzi tuoi.”
“Lo sono. Stai mandandomi in bancarotta con le
sortite in frigo.” – e indicò Doyle – “Come lui.”
“Non esagerare.” – replicò il demone, masticando –
“Sono solo molto nervoso.”
“Non è una buona motivazione.”
“Doyle...”
“Lo so, Faith. Vuoi spiegazioni.” – sospirò,
guardandola imburrarsi un’altra fetta biscottata – “Ma non c’è molto da dire...
ho avuto una visione e siamo andati a dare un’occhiata.”
“Voi quattro, d’amore e d’accordo?”
“Perché no?”
“Perché non esiste un ‘per caso’, quando ci sei tu… e
nemmeno quando c’è Angel.” – senza pensare, tese la fetta già pronta a Methos e
ne preparò una seconda – “Ed è da stamattina che state ben attenti a non dire a
nessuno quello che state facendo. Se non ci incontravamo…”
“Per caso…” – sottolineò Methos, passandole la
marmellata – “sottolinea per caso.”
“Se non ci trovavamo per caso di certo non sarei qui,
ora. Giusto?”
“Giusto.”
“E quindi continui a pensare che non serva una
spiegazione?”
“Andiamo, Faithy.” – si intromise l’immortale,
bonariamente – “Lo sai che non intende dirtelo. Mi dici perché continui a ostinarti?”
“Perché voglio sapere. Ho mentito a Spike, Doyle. Gli
ho detto che non c’era niente in pentola, camminando fianco a fianco con quel
tizio! Non credi che mi sarebbe più facile fare certe porcate, sapendo il
motivo?”
No, non credo proprio. Doyle la fissò, imperscrutabile.
Se adesso ti dico perché nascondiamo Edward, tu ci
spacchi le gambe.
Ed io mi trovo costretto a darti ragione mentre mi
torturi.
Tu non tollereresti un inganno di questo tipo… perché
conosci Spike.
E non conosci per niente Edward.
“Prova
a chiedere ad Angel.” – rispose, cercando come suo solito le sigarette –
“Secondo me ti dice quello che ho detto io.”
“Tu non mi hai detto nulla!”
“Vero, non le hai detto nulla.”
“Methos, piantala, per favore.” – esclamò. Prima di
cambiare idea – “Anzi, no. Sai le stesse cose che so io. Se vuoi,
raccontagliele! Io me ne vado.”
Methos si raddrizzò, mentre il demone saltava giù
dallo sgabello.
“Ehi, dove vai!”
“A fare il giro dell’isolato, per godermi la
sigaretta in pace.” – rispose, ingoiando altre due pastiglie per il mal di
testa – “Dì a Faith ciò che credi debba sapere.
Io, sottolineo io, mi faccio gli affari miei.”
***
“Immagino sia il momento di parlare di cose serie...”
– sospirò Edward, cercando di scacciare il peggio del suo stato d’animo. E di
concentrarsi.
Angel non si stupì di non avere risposta. Quel
ragazzo era un mulo testardo come pochi ne esistevano. Lo sapeva dalla prima
occhiata che si erano scambiati.
“Ho incontrato Drusilla.” – disse, con tono svagato.
Iniziava a desiderare di picchiarlo. Una bella botta intesta, me lo carico
sulle spalle e lo scarico sui piedi di William.
Sono affari di famiglia, dopotutto.
…
della mia famiglia, ora che ci penso.
Edward lo fissò senza parole, per quell’affermazione.
“Come sarebbe... hai visto Drusilla...” – si alzò in
piedi, appoggiandosi alla scrivania e sovrastandolo – “Quando, dove e perché.”
“Calma.” – replicò Angel, sorpreso – “Ci tenevi così
tanto a conoscerla?”
“Certo! Non vorrai togliermi il piacere di
impalettarla!”
Oddio… mettiti in coda, Coventry… la tua non è
un’idea originale.
“Sa di me, potrebbe dirlo a William, vuole la mia
testa e si è presa mio fratello.” – elencò Edward, con un’escalation di
motivazioni – “Secondo te non la voglio nuclearizzare?”
Di nuovo quel verbo…
“Ti farà piacere sapere che non vuole la tua testa.”
– replicò, guardandolo dal basso. Edward stava appoggiato al ripiano,
integralmente verso di lui. E aveva occhi elettrici.
“Ah no?” – replicò il giovane leone – “Voleva che
conoscessi i suoi amichetti?”
“Voleva te, Edward.” – ribatté, con più calma
possibile – “Nel senso più vampirico del termine.”
Edward si bloccò. E spalancò gli occhi. Se non fosse
stato per la gravità della situazione, Angel l’avrebbe trovato memorabile.
“Oh.” – commentò. Sembrava indeciso tra il lusingato
e il perplesso. Si tirò indietro i capelli e lo fissò – “Davvero?”
“Davvero.” – adesso il tempo della tolleranza era
finito. Angel si mise in piedi e, d’un tratto, lo studio divenne piccolo – “Non
stupirtene, è nella nostra natura voler distruggere tutto il meglio che esiste,
cercare di farlo nostro con ogni mezzo. Drusilla ha perso Spike, in tutti i
sensi. E, con la sua mente deviata, desidera ancora la luce. Sei un candidato
perfetto. Per bellezza, follia e testardaggine!”
“Modera i termini, Angel.” – ringhiò l’altro,
assottigliando gli occhi – “Anche la mia pazienza conosce limiti.”
“Tu non hai pazienza!” – esclamò – “Sei un immortale
imprevedibile, che prende fuoco come un fiammifero, tutto onore fino al
midollo, che sta qui quando dovrebbe andarsene veloce come il vento! Drusilla
vuole vampirizzarti, se ne frega della tua immortalità! Familiarizza in fretta
con questo concetto, perché fino a quando non la trovo e la faccio fuori,
dovrai guardarti bene le spalle.”
“Sempre che non la trovi prima io.”
“Non riusciresti ad ammazzarla, Edward.” – rispose,
tornando serio – “Credimi. Drusilla è più di quello che sembra. Muoiono
tutti... e lei vive ancora. E’ il mio peggior abominio, sta a me porre fine.”
Edward lo fissò in viso, le mani posate sui fianchi.
Anche se restava fermo, continuava a scaturire da lui un’incredibile tensione
vitale. Non c’era muscolo che non ne fosse coinvolto. Nella perfetta
immobilità, Edward pulsava, con tutto l’essere.
E stargli di fronte, freddi, privi di vita ma non di
coscienza, era intossicante.
“Io credo.” – rispose, sfidandolo – “Che sia tu
quello che non può ucciderla.”
“Sì.” – Angel si raddrizzò. E incrociò le braccia –
“Forse stai dicendo la verità. Forse non potrò mai realmente farlo.
Ma continuerò a tentare, fino a quando non sarò
pronto.”
Continuerò, sulla strada che percorro.
Oggi un motivo in più per farlo. Ho la tua vita. La
vita nella sua essenza più pura.
Ha ragione Doyle. Tu sei l’altro volto del destino.
Le tenebre hanno già avuto parte di questa eternità
di cui sei custode.
Lo so. So che espierò per questa colpa fino
all’ultimo attimo della mia esistenza.
Ma ti salverò, Edward.
Te lo prometto.
“Rassicurante.” – replicò Edward, incrociando le
braccia – “Tu non sei certo di poterla ammazzare, io probabilmente non posso
riuscirci. Oh, come mi sento sicuro.”
Angel alzò gli occhi al cielo.
“Bhe…” – considerò – “possiamo sempre chiedere a
Faith. E’ il suo lavoro…”
Edward scosse la testa, rassegnato. Andare d’accordo
con quel vampiro bruno era uno sforzo titanico.
“Certo.” – annuì, prima di passarsi una mano sulla
faccia – “La ragazza che continua a puntarmi il dito contro e dire ‘tu che ci
fai qui!’... Siamo già partiti con il piede giusto.”
“Non ti sorprendere. Sei passato alla storia come
l’immortale che mi ha pestato.” – replicò il vampiro, aprendo la porta e
uscendo sul ballatoio.
“Pestato, addirittura…”
“Non battuto. Ho detto loro che ho vinto io.”
“Ah sì? E in base a cosa?”
“In base al fatto che hai ancora la testa.”
“Certo.” – Edward annuì, seguendolo giù dalla scala –
“Dovremo trovare il tempo per discuterne.”
“A che pro. Intanto ho vinto io.”
“Vinto cosa?” – domandò Faith, finendo il bicchiere
di latte e pulendosi la bocca.
“Il
nostro duello. Quello di sei mesi fa.” – rispose Edward, arrivandole a fianco,
in piedi, le mani in tasca.
“Ah, già.” – la ragazza gli tirò un’occhiata beffarda
– “Tranquillo, è normale prendersele dall’eroe. Capita a tutti.”
Methos alzò lo sguardo, divertito. Edward aveva
l’aria arruffata e gli occhi tempestosi. L’aria di chi, insomma, è inciampato
in un grosso guaio senza preavviso.
Faith lo stava blandamente sfottendo. E, come era
inevitabile, lo guardava con simpatia, quel sentimento che scaturiva spontaneo
nei confronti dell’uomo, a partire dal momento in cui si placavano gli ormoni.
Edward era una persona inevitabile da amare. Da
inseguire per tutta l’esistenza, passo dopo passo, per molti. E Faith, ormai
parte integrante della vita di Spike, non faceva difetto a questa regola.
Amava William. E si protendeva, nell’assoluta
incoscienza, verso ciò che riconosceva di lui in Edward.
“Butta
male.” – replicò lui, cercando un bicchiere. E Faith, mentre Methos nascondeva
una risata, gli guardò il fondoschiena – “E tu? Estorto qualche informazione?”
“Ci
ho provato. Senza risultati.” – indicò Methos con la testa – “La sua
collaborazione è zero. E Doyle si sta facendo un giro.”
“Forse
l’unico che abbia avuto, a tuttora, una buona idea.” – commentò Methos,
alzandosi. Edward stava cercandosi una mela in un’enorme coppa di frutta. E
fischiettava, distrattamente. Come dire che stava pensando – “Senti un po’,
pupillo, ci distendiamo i nervi?”
Edward
si voltò, addentando la mela. E poi usandola per minacciarlo.
“Chiamami
ancora pupillo.” – disse, a bocca piena – “E giuro che ti mutilo.”
“Perfetto…
questo è il giusto spirito.” – ribatté, rifilandogli una pacca su una spalla,
ben più simile a un gesto di conforto che a una presa in giro – “Allora, ci
stai?”
“Perché
no.” – rispose, afferrando anche il bicchiere – “Recupero la spada.”
Edward
sfoderò la spada e perse le scarpe nel tempo che servì a Methos per recuperare
la propria.
Come
al solito, Edward aveva cambiato arma bianca, optando per una lama spagnola
solida e lucida, con cui al momento stava giocherellando, distrattamente.
“Finisci
di mangiare, prima?” – chiese Methos, tirandosi su le maniche, guardandolo
masticare allegramente e posare il bicchiere su una mensola.
“Per
combattere con te?” – replicò l’altro, senza smettere di addentare la mela e
sventolando la spada con la destra – “Ma per favore! Cominciamo, forza!”
“Pivello.”
– sputò l’uomo – “Non so chi ti abbia messo in testa certe idee…”
“Dieci
minuti con un buono spadaccino, uno vero, cambiano subito la prospettiva.” –
rispose Edward, camminando in cerchio – “Io ho avuto buoni maestri... e sono
bravo… tu… bhe, Methos, non possiamo essere tutti dei campioni.”
“In
effetti, al momento non ho voglia di scherma… mi stanno iniziando a prudere le
mani.” – replicò l’immortale, tirando la prima stoccata – “Ti meriteresti una
mano di botte… mancarmi così di rispetto…”
Parata.
Stoccata.
“Perdono,
Methuselah.” – sorrise il ragazzo, arrivandogli vicino e storpiandogli il nome.
Prima di mordere di nuovo la mela – “Lo sai, a noi ragazzini capita di essere
irriverenti…”
“Marmocchio.”
– ribatté Methos, respingendolo, con gli occhi brillanti.
“Cariatide.”
Methos
sorrise. Edward era veramente bravo, i suoi colpi erano precisi, anche se
incredibilmente rilassati. Aveva preso alla lettera la sua proposta, non
tentava nemmeno di sfogarsi. Pensava, riallineava con calma la mente e il
corpo.
Girava
intorno, studiava la zona di lotta, valutava le mosse più giuste. E Methos lo
lasciava fare. E si godeva, nell’identica maniera, l’arte della guerra.
Inghilterra, 1855
“Bene così.” – sorrise Methos. Edward allungò il braccio e l’uomo gli
sistemò la mano – “E' un tipo di spada che va impugnata in questa maniera, o
rischierà di sfuggirti di mano. Allunga. Sì, meglio.”
Mosse un passo indietro. E ripresero da dove avevano interrotto.
Era piacevole tirar di spada senza alcuna tensione, per il puro piacere
di confrontarsi.
Edward era dotato per la scherma, cosa che, del resto,
contraddistingueva molti potenziali immortali. Quasi il possibile destino
influisse sulle loro doti.
E, visto che era stato anche educato a riguardo, nel migliore dei modi,
Methos si adoperava per imbastardirgli lo stile e aumentare la funzionalità.
Ma, con suo disappunto, certe suggestioni non si perdevano e Edward
continuava ad avere un affondo pulito e aristocratico.
Troppo.
Era ora di fare qualcosa per smorzarlo. Per tanto, Methos si piegò e
mirò alle caviglie.
Edward fu pronto a parare, ma finì ugualmente per terra, con Methos che
gli puntava la lama alla gola.
“Come nei migliori libri di cappa e spada.” – sorrise, appoggiandosi
sulla carotide con incredibile leggerezza – “E qui l’eroe si salva, in
extremis, con una mossa inaspettata.”
“Davvero?” – rispose, con aria svagata, Edward, i capelli sparsi sul
tappeto, gli occhi brillanti – “Io penso che resterò così, invece. E spererò
nella tua misericordia.”
Methos sorrise. E gli tese una mano, tirandolo in piedi.
“Sei troppo fiducioso…” – replicò, voltandosi e lanciando i guanti sul
tavolo.
In quei mesi si era fatto crescere i capelli, decidendo di portarli
legati, anche se contribuivano a dargli un’espressione corsara, smorzando lo
stile patinato da medico. Forse sembrava addirittura più giovane, considerò
Edward, mentre l’uomo si voltava. Oppure faceva risaltare ancor di più il suo
essere senza tempo.
“Basta per oggi?”- domandò, lisciando il guanto e giocherellando con
l’elsa.
“Io posso anche continuare, ma ho pietà di te.”- Methos piegò il collo,
slacciandosi il colletto. E Edward lo vide. Un segno rosso, netto, subito sopra
la clavicola. D’istinto, tese la mano.
Methos non capì al volo. Abbassò gli occhi e comprese, nell’attimo
stesso in cui le dita arrivarono a sfiorarlo.
“Ah, quello.” – esclamò, con un’alzata di spalle e un sorriso,
allontanandosi – “Non è nulla.”
“Era profonda, se non si è ancora rimarginata.”
“Vero.”
“Ecco cos’era la tua indisposizione.” – mormorò il ragazzo. E io che
avevo pensato a una donna – “Come è successo…”
“Nel metodo canonico. Mirava alla testa e ha sbagliato.”
“Immagino che lo sbaglio gli sia costato caro.” – commentò. Ormai da
tempo sapeva della sua immortalità e delle regole del gioco. Ma non si era mai
posto il problema che Methos, effettivamente, incontrasse altri come lui per
qualcosa di diverso da una bevuta.
Quella era la prima volta… la prima volta che restavano segni.
“Era tardi per scappare.” – replicò allegramente l’uomo. E si voltò.
Edward era pallido, incredibilmente serio. E Methos si preoccupò.
“Ehi, Coventry…”
“Non avevo mai capito, Methos.” – replicò l’altro – “Quando combattiamo,
è un gioco. È sempre un gioco, per me. Non c’è sangue e non c’è…”
“Morte.” – finì, per lui, l’altro – “Lo so. Ami il gioco pulito, è una
sfida allo stato puro. Permette di parlare, di conoscersi… e fa pensare. Mi
piace, sul serio. Ma ti ho sempre detto che non è così…”
Edward si avvicinò alla panoplia, mentre Methos sceglieva due fioretti e
gliene porgeva uno.
“E’ vero.” – ammise. Aveva ventidue anni, era un uomo a pieno titolo,
per la società inglese. Eppure stentava a capire realmente – “Quando
combattiamo… io penso ai duelli tra immortali. Ma non a quello che succede,
alla fine. Uno muore sempre. E questa volta potevi essere tu, vero?”
“Come centinaia di altre. Fa parte del gioco.” – rispose, sorridendo con
gli occhi e incamminandosi per tornare a centro sala – “Ma sono bravo a
tutelarmi… e non necessariamente con la spada.”
“Lo so.” – Edward piegò la testa, riflettendo – “Eppure…”
“Niente eppure Coventry. Non ci pensare. Continua ad amare la spada per ciò
che è. Un’arte. Pura e semplice.”
Mantieni questa tua comprensione. La vita arriva troppo presto a
infrangere le nostre barriere.
Poco
lontano, con il rumore delle spade che cozzavano di sottofondo, Angel e Faith
discutevano sottovoce.
“Ti rendi conto minimamente di quello che stai
facendo?” – domandò Faith, con inusuale durezza, per l’ennesima volta – “E’
Spike, per la miseria! E tu lo tratti come un imbecille qualsiasi incapace di
capire la situazione.”
“Non è così semplice, Faith.” – si difese. Era come
provare a spiegare che sta arrivando un maremoto senza dire acqua – “Non è per
via di ciò che è successo… cioè, sì… insomma, non è solo quello, è solo che…”
“Ti prego, con parole tue.” – replicò lei, grondando
sarcasmo. Incrociò le braccia e respirò a fondo – “Non lo faccio per
colpevolizzarti, ma dovresti soffermarti sulla situazione in cui mi trovo.”
E in cui non ti ho messa io. Gli sarebbe piaciuto
protestare, ma non disse nulla.
“E’ il motivo per cui stamattina non ti ho detto di
venire con me.” – rispose, dunque – “E’ stato un caso, Faith. Credi che non mi
renda conto della situazione paradossale? Il problema è che…”
E’ che non posso dirti nulla. Se parlo…
Giusto. Che succede se parlo?
Angel alzò gli occhi. Quei due continuavano a
duellare. E Doyle era sparito. Si posò una mano sulla bocca, riflettendo.
Forse era, in effetti, il momento che qualcuno si
imponesse.
E in fretta.
Si alzò e marciò deciso.
Poi,
decidendo di controllarsi, si fermò a bordo campo. Ma Faith non fece
altrettanto, frapponendosi tra i due.
Perfettamente tra i fili delle due lame.
“Bei riflessi ad entrambi, complimenti.” – disse,
mentre le spade di fermavano, all’altezza della sua nuca – “Smettete di
giocare, voglio risposte. Angel dice che posso averle.”
“Veramente...”
Faith si voltò, interrogativa.
“Li fermavi per portare loro limonata fresca?” – si
girò di nuovo, verso Edward. Fissandolo dritto negli occhi chiari – “Senti,
bellissimo. Risposte. All’istante.”
“Fottuto.” – commentò Methos, passandosi la spada
sulle spalle e intrecciandoci le braccia – “Adesso devi parlare.”
“E tu ne sei contento. Vero?” – ribatté Edward,
pungente, guardandolo, sopra la nuca della Cacciatrice.
“Sì.” – replicò l’immortale, facendosi serio – “E’
ora.”
Edward lo fissò, quasi con rancore. E mosse un passo
indietro. Afferrò il maglione e se lo infilò, senza un commento.
Adesso basta con i frammenti della storia.
Basta con le persone costrette a mantenere segreti.
Non Faith.
Faith non deve più mentire.
L’ha fatto una volta sola... ed è già troppo. Troppo.
Non si tratta più di me. Adesso non più.
Si tirò indietro i capelli, abbassando la testa. E
respirando a fondo. Chiuse gli occhi, cercando di scacciare la sensazione
orribile al centro del petto. E, quando rialzò il capo, incoronato di quella
sua struggente eleganza, quasi involontariamente, cercò Angel.
Dritto in viso, in caduta libera dentro gli occhi
scuri.
Mi dispiace.
Mi dispiace veramente.
Angel comprese, senza incertezza. E annuì.
Lo so, rispose, proiettando tutto il suo essere in
quel vuoto.
So quanto fa male.
Faith si voltò verso il vampiro. E Methos mosse un
passo indietro, voltandosi. Una doccia, ecco cosa ci vuole, pensò, posando la
spada. Una doccia bollente.
“Che fai... scappi?” – mormorò Faith, alle sue
spalle. E Methos, sorrise.
I tuoi sensi sono sviluppati, Cacciatrice... ma non
sai ascoltare il silenzio.
“No.” – il ragazzo biondo scosse la testa, iniziando
a infilarsi le scarpe – “Faccio ciò che devo.”
Ciò che dovevo fare sei mesi fa.
Ciò che voglio fare da tutta la mia vita.
“Angel.” – chiamò, alzandosi e rinfoderando la spada
– “Rispiegami la strada.”
***
“Ehi, del maniero! Principessa? Wes?” – Doyle gettò
la giacca su uno dei divanetti dell’H䁻쀆ဆ쀂[1]〆ဆ퀆퀆逆ဆ䀆[1]怆逆ဆ〆[1]ဆ[1]怆逆ဆ〆[1]〆[1]ဇ倇倆쀆[1]䀇逆ꀇ逆ဂ퀀퀀퀄ဆ[1]〇쀎쀂[1]〆倆 䀇戂[1]〆퀆倆[1]ဆ怇倆怇ဆ[1]䀇倇䀇[1]倆〇〇倆 倆[1]〆〇쀎[1]〇䀇倇逆䀆戂[1]ဆ怇倆〇〇倆[1]〇쀆[1]ဆ〇〆쀆䀇ဆ䀇[1]怄ဆ逆䀇耆ဂ[1][1]〇逆[1] 倆〆〆倇ဆ怇ဆ[1]䀆倆쀆쀆倆[1]퀆倆ꀇ瀆倆[1]怆倇䀇倇 倆[1]〇逆[1]倆 ဆ[1]〇倆䀆倇䀇ဆ[1]ဆ[1]ဇ倇倆쀆[1]䀇ဆ怇쀆[1]瀆逆
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e si affacciò alle varie porte – “C’è qualcuno, vivo o non morto?”
“Oh,
ciao.” – Wes sbucò dal garage, con una pila di libri – “Avevo dimenticato
questi in macchina. Mi aiuti?”
“Certo.”
– rispose, togliendoli dalle mani e posandoli sul tavolo più vicino – “Dove sono gli
altri?”
“Non intendevo questo.” – rispose l’uomo, fissando i suoi tomi –
“Devi portarli di sopra…”
“Allora chiamiamo Spike. Non è lui quello dai poteri sovrumani?”
“Non c’è. E nemmeno Cordelia, la quale ha detto di cacciarti di casa se
ti vedevo. Sarà meglio che ti cerchi una buona scusa…”
“Non c’è?”
“No.” – rispose Wes, aprendo il libro in cima al
cumulo e sfogliandolo
– “Ha detto che raggiungeva Faith...”
Il libro si chiuse con uno schianto. E Wes levò per un soffio le
dita.
“Ha detto che raggiungeva Faith?” – ripeté Doyle, la mano ancora sulla
copertina vibrante.
“Sì,
ha parlato di una colazione e…” – Wes cambiò espressione – “Perché? Faith è in pericolo?”
Doyle lo fissò, senza parole. Gli occhi sbarrati.
Ho mentito a Spike, Doyle.
Gli ho detto che non c’era niente in pensione lo colse
impreparato. Lo fece cadere. Rotolare, giù dal marciapiede.
Qualcuno urlò.
Ma l’urlo di Doyle fu più forte.
E pieno di disperazione.
***
“Sei pronto adesso?” – domandò Edward, alzando gli
occhi verso il ballatoio. Era appoggiato al tavolo, le mani nelle tasche dei
jeans.
Ed era tirato in viso, pallido. I suoi occhi erano
incastonati, quasi indaco.
Per la prima volta da quando si conoscevano, Angel
sentiva il cuore di Edward battere in maniera strana. E percepiva il suo
respiro come se si stesse scomponendo.
Non era un concetto facile da rendere... ma il corpo
di Edward stava reagendo a un pensiero. E identificava quel malessere come
qualcosa di già vissuto... ma cosa…
“Avevo lasciato il telefono di sopra.” – spiegò,
tenendolo tra le dita, mostrandolo – “Potrebbe servirmi. Vengo a casa anche io…
passo dal sottosuolo.”
“E io?” – Faith aveva accantonato l’irritazione.
Angel le aveva detto che avrebbe dovuto pazientare per poco. Di aspettarli da
Methos. Che sarebbero tornati in fretta.
“Se arriva Doyle.” – aveva aggiunto l’immortale
biondo – “Digli che vado a cercarmi le risposte da solo… che non gli farò più
domande. Lui capirà.”
“Certo. Lui sì.” – tagliò corto la Cacciatrice,
troppo terra terra, troppo tesa per poter intuire fino in fondo il dramma.
Ed ora, Edward la stava guardando. In piedi, pronto a
uscire.
“Grazie, Faith.” – mormorò, con un accento strano, un
accento che la ragazza riconobbe come qualcosa di già sentito – “Non volevo
farti mentire. Non te lo avrei mai chiesto.”
Lui ti ama. E forse inizio a capire perché.
Faith fu colta di sprovvista da quelle parole, da
quella tristezza velata.
Quel ragazzo portava un dolore nel cuore che non
sapeva trasmettere, che non riusciva quasi più a celare. Ma, quando fu
finalmente pronta a ricambiare, a parole, a gesti, sotto i suoi occhi vide
mutare l’espressione.
Come succede in chi, dopo lunga attesa, finalmente
affronta le sue paure.
E, paradossalmente, non teme più nulla.
Non ci si deve mai fermare all’attimo prima,
Cacciatrice. La possibilità di salvarsi nasce dal saper dimenticare la frazione
di secondo che precede la lotta. Dimentica l’attimo in cui sei ancora ferma,
proietta il tuo cuore nella mischia.
Chi è nato per combattere ha paura solo mentre ancora
non agisce.
Sì. Hai ragione, Spike.
Ma solo ora ho capito cosa intendi.
“A dopo, Faith.”
“A dopo, Eddy. Buona fortuna.”
Edward si era incamminato.
Ed Angel l’aveva affiancato, resistendo all’impulso
di posargli una mano sulla spalla.
Il ragazzo non avrebbe apprezzato. L’avrebbe trovato
un gesto vano, illusorio. Si preparava a muovere un passo che sapeva di dover
fare da solo.
Non avrebbe mai voluto nessuno, per aiutare se
stesso.
Se Angel lo seguiva... lo seguiva ora… era per Spike.
Per nessun altro all’infuori di Spike.
Esistono le scelte giuste per noi stessi… e quelle
che compiamo per gli altri, senza nemmeno saperlo.
“Io adoro mio fratello. E’
un problema che ho dalla nascita.”
“William… ne hai parlato al
presente…”
“Come?”
“Hai detto ‘adoro’ non” –
si era interrotto, con imbarazzo – “non… adoravo…”
Spike lo fissò, con vago
sarcasmo.
“Accertati di avere il
coraggio di arrivare fino in fondo alla frase, la prossima volta.”- commentò,
asciutto – “non cercare altro a metà strada.”
“Mio fratello” – aggiunse,
alzandosi –” è nel mio cuore un passato perduto e un eterno presente.
Ricordatelo, per la prossima volta.”
Angel non aveva risposto.
Lo aveva solo osservato allontanarsi, con la sua andatura
dinoccolata.
“Andiamo.” – sospirò Angel, seguendolo. E rispondendo
al cellulare – “Pronto? Doyle?”
Edward aprì la porta.
E,
in quell’attimo, Doyle apparve in cima alle scale.
E scivolò a terra.
Troppo tardi. Troppo tardi, ripeté, lasciando cadere
pure il telefono che aveva tra le mani.
E rimanendo fermo, raggelato come Angel, nel
realizzarsi della sua visione.
***
Un
battito.
Forse due.
E il cuore che accelera. Un battito, ancora uno,
l’ultimo che riusciamo a distinguere. E i pensieri muoiono, si accartocciano su
loro stessi.
Soccombono al nostro corpo, ormai incontrollabile.
Nell’insopportabile silenzio, nella totale assenza di
dubbio, nel riconoscersi con agghiacciante certezza.
Uno di fronte all’altro.
Occhi negli occhi.
Spike aveva ancora la mano alzata.
Le dita piegate, per bussare. E un sorriso beffardo,
quello di sempre, che andava sgretolandosi con lentezza, insieme al ricadere
della mano.
Spike.
Il sanguinario.
L'uccisore delle Cacciatrici.
William the Bloody.
William Coventry, il suo demone e la sua anima.
L’ombra di se stesso.
Il viso era scarno, fatto di ossa sporgenti, non più
celate dall’incarnato mortale, dagli occhiali, dai capelli sempre scomposti
della sua adolescenza. Ora, in quei colori lattei ed esasperati, emergeva una
bellezza maschia, univoca, da guerriero che Edward aveva potuto solo immaginare.
La bellezza del guerriero, con gli occhi del poeta.
No. Nemmeno il disegno di Angel gli aveva permesso di
comprendere.
Non era preparato a tutto questo. Non era mai stato
pronto a vederlo.
Mai, nei mesi, aveva provato a ricomporre quel viso
nella mente e nel cuore. Mai.
Le labbra di Edward si dischiusero, senza che ne
provenisse alcuna emozione.
“Edward.” – pronunciò Spike, senza svelare nulla.
Quasi fosse solo un suono, non un nome.
La sua voce era roca e profonda, piena, da uomo. E al
di là di ogni sentimento descrivibile.
Edward attese, incapace di rispondere, di muoversi.
Attese altre parole, di rabbia, dolore, gioia… esitazione. Attese parole,
parole comprensibili che riempissero l’atroce nulla, pur essendo il primo tra
loro incapace di esprimersi.
Cercò di respirare, di riflettere. Ma la sua mente
gli sembrò vuota, un’immensa tabula rasa piena soltanto di echi del passato.
Ormai c’era abituato. Quando la fitta tornava, si
limitava a respirare più piano. L’aria usciva a piccolissimi soffi, per
provocare meno dolore possibile.
La sensazione dell’aria nei polmoni, gli aveva
spiegato, è come lo strofinare una mano su una spazzola. Si, più o meno è così.
E William si era sentito rabbrividire, innanzi a
quella spiegazione.
“Non sempre.” – aveva aggiunto Edward, armeggiando
con calma, con i lacci della camicia. Aveva enormi lividi sul petto. Bastava
sfiorarlo, ormai, per lasciargli un segno. Edward era divenuto ciò che era
sempre sembrato.
Un calice di cristallo colmo di luce.
“Sei certo che non vuoi ti accompagni?” – domandò
William, quando lo vide afferrare i guanti e posarsi il mantello
sull’avambraccio. Edward si voltò, sorridendogli appena. Il soggiorno in
campagna, conclusosi solo da un paio di giorni, sembrava avergli restituito un po’
di energia, un pallido miraggio di quella che l’aveva sempre contraddistinto.
“Sicuro.” – rispose, avvicinandosi, obbligandolo ad
alzarsi, abbandonando il libro che stava leggendo. Posandogli una mano sul
collo e guardandolo – “Adam vuole solo chiacchierare, io ne approfitto per fare
quattro passi. Al ritorno, se sarò stanco, mi farò riaccompagnare. Ti senti più
sicuro, adesso?”
“No.” – replicò, con testardaggine. La mano di Edward
era a malapena tiepida – “Voglio venire con te.”
“E invece starai a casa.” – sorrise, illuminando la
stanza, con quegli occhi troppo vivi in un viso troppo pallido – “Perché sei un
ragazzino e non ti voglio tra i piedi.”
“Questa è una novità, Edward.” – William si sforzò di
sorridere, riuscendoci a malapena. Era così stanco, così stanco di restare in
piedi. Così stanco di non potersi abbandonare a quel mare buio di dolore. Così
stanco, eppur così certo che, se si fosse lasciato andare, sarebbe stato per
sempre.
“Abituati.” – sussurrò, con leggerezza, suo fratello,
baciandogli la fronte. E chiudendo gli occhi, ancora le labbra sulla sua pelle
– “Voglio fare un sacco di cambiamenti, nelle prossime settimane.”
Settimane… William strinse gli occhi, con forza.
Forse è ora di iniziare a pensare solo in giorni… in
ore…attimi…
Ma io non posso farlo… non posso… non posso se non lo
fa Edward…
“Ancora dell’idea di cominciare a fumare?” – lo
sbeffeggiò, tenendo il viso premuto contro al suo corpo. Contro la gola
pulsante, la pelle troppo sottile.
Edward sta svanendo, ricordò a se stesso, nello
sfiorargli un braccio. Sta’ attento, attento a non fargli male.
“Certo.” – Edward gli carezzò i capelli, con le dita
– “Voglio provare quella novità francese… quelle sigarette. E ho in mente un
altro paio di cose…”
“Inizio a preoccuparmi.” – William si scostò, per
guardarlo in viso. Con occhi azzurri, incredibilmente sereni, puliti – “Solo un
paio?”
“Magari un po’ di più. E tu dovresti fare
altrettanto.” – Edward mosse un passo indietro e si infilò un guanto –
“Comincia a fare una lista, Willie. Poi la confrontiamo, quando torno.”
“Allora ti aspetto alzato.”
“Guarda che la prendo come una promessa.”
“Contaci.”
“Allora a dopo, fratellino.” – aggiunse, voltandosi,
a cavallo della porta – “E non ti preoccupare. Tornerò prima che tu riesca a
sentire la mia mancanza.”
Non era mai tornato.
Non si erano mai più rivisti.
E la mancanza era divenuta oscurità senza fine.
Spike strinse i denti, e i suoi occhi divennero
incredibilmente tersi.
Quello
era un ricordo di William. E William, ciò che era stato, il ragazzo inglese
fatto di utopie infrante, non esisteva più. La fiducia con cui guardava il
mondo era morta, con lui, in quel vicolo, tra le braccia di Angelus.
William
Coventry era morto, senza amore e senza luce.
All’improvviso, in quel silenzio, nella fissità del
tempo congelato, Angel tornò a sentire il ritmo implacabile di un cuore sempre
più veloce. E sapeva che, come lui, anche Spike avrebbe potuto sentirlo.
Poi comprese. Avrebbe potuto, non fosse stato il suo.
Non Edward.
Il cuore che batteva tanto forte da sembrar esplodere
era quello di Spike, ancora immobile.
Spike, che ora lo fissava, come se non l’avesse mai
visto.
Di fronte a lui, alle spalle di un fratello morto e
sepolto da centocinquant’anni, c’era Angel. Edward ed Angel, insieme.
Gli sembrava di poter soffocare.
Era certo che, nel giro di qualche attimo, il suo
corpo avrebbe cominciato a sgretolarsi, come nei suoi incubi, come nelle notti
di terrore in cui la luce lo colpiva. E lo uccideva.
Edward.
Ed Angel.
Angel che sapeva...
Si impose di restare lucido. Mosse un passo indietro,
barcollando.
Ed Edward, d’istinto, tese un braccio. E lo afferrò.
“William, aspetta.”
La sua voce fu uno shock. Sotto lo sguardo ammutolito
di Angel, Spike si divincolò, finendo contro il muro, gli occhi sbarrati, il
terrore dipinto sui lineamenti.
La paura, un attimo prima di tramutarsi in furia.
“Sei vivo.” – ansimò. Una voce aliena sulle sue
labbra, troppo dura, il corpo contro la parete, per restare in piedi –
“Immortale.”
Eri tu.
Eri tu, quella notte.
Si piegò su se stesso, cercando di stritolare la
fiammata che gli si propagò dal torace, dal punto in cui il coltello malese
l’aveva trapassato.
Inconsciamente…
“Immortale.” – ripeté. E la parola ebbe il suono
della condanna.
Mi hai lasciato solo. Ed eri vivo. Mi hai lasciato
solo.
A mio fratello. Per la
strada che percorreremo assieme.
Solo a morire.
Per la strada che
percorreremo assieme.
Solo.
Solo per oltre un secolo.
Tu non sei Edward.
I suoi occhi divennero dorati.
E Spike si raddrizzò, allontanandosi per il
corridoio.
Il tempo divenne pietra. E l’aria scomparve. Edward
chiuse gli occhi, accusando il colpo.
Tutto perduto, sussurrò a se stesso. Tutto perduto.
Che cosa ho fatto…
Abbassò la testa, cercando di respirare. Dietro di
lui, nemmeno Angel osava muoversi.
Conosceva quello sguardo. Aveva sentito il demone di
Spike emergere con assoluto tempismo. Ed ora, con quel battito terrificante
ancora nella mente, con quel cuore fuori controllo nella memoria, non osava
muoversi.
Faith gli era venuta a fianco. E lo stava fissando.
Ma Angel non osava guardarla.
Faith sapeva.
Faith adesso sapeva ogni cosa.
E, come Spike, non stava comprendendo.
Il vampiro biondo percorse con estrema calma il
corridoio, quasi non ci fosse motivo per affrettarsi. Si sentiva la mente
stranamente informe, priva di un equilibrio logico, di un miraggio di lucidità.
Pensava solo ai suoi incubi, all’inspiegabile
scivolare dei pensieri a fianco di una realtà ignorata.
Pensava al Kriss malese, domandandosi perché non se
l’era mai estratto dal petto.
Pensava alla paura di soffocare.
Una paura sciocca per chi è già morto.
In fondo al corridoio, faticando a mettersi in piedi,
Doyle gli sbarrò il passo.
E Spike alzò occhi liquidi e algidi verso di lui.
“Tu non vuoi che le cose vadano in questo modo.” –
disse il demone. Sapeva di perdere sangue dal naso, di avere una grossa
escoriazione sulla guancia, sulla fronte. Cose che possono succedere quando
voli sull’asfalto, correndo come un dannato.
E sapeva che, in frangenti normali, Spike non lo
avrebbe mai guardato così.
Perché non l’aveva mai fatto.
E mai, mai, gli avrebbe sorriso in quel modo.
Spike non si lasciò né intimorire, né preoccupare. E
Doyle, con un brivido, fissò negli occhi il sanguinario. Il vampiro biondo
senza scrupoli del loro primo incontro.
Non c’era William, in quel corpo.
“Levati.” – gli disse l’essere. Il vampiro della
gemma di Amarra, l’uccisore delle Cacciatrici.
Da qualche parte, nel fondo della mente, Spike si
sentì ridere, divertito.
Doyle sapeva. Come stupirsi del contrario.
Come Methos.
Come Angel.
Già, come Angel.
E, dilatando le narici e aspirando, come Faith.
Sì, come Faith, valutò, con freddezza, fissando il
demone, ancora stoicamente immobile.
Doyle, Angel, Faith. Doyle, Angel, Faith. Doyle,
Angel, Faith. Doyle, Angel, Faith.
E io… che ti ho chiamato amico… fratello… amore…
Alcuni passi rimbombarono alle sue spalle, una mano
lo afferrò, facendolo voltare.
Non oppose resistenza, sentendo il proprio corpo
cedere a quell’energia.
Perché irrigidirsi, a conti fatti.
E perché scappare. Non aveva nulla da nascondere.
Alzò gli occhi verso l’uomo che lo tratteneva. Quasi
studiatamente, le sue ciglia oro gli adombrarono le iridi, prima di svelarle
del tutto.
E ritrovandosi di fronte suo fratello... quello che
sembrava suo fratello.
Lo fissò, rendendosi conto di ricordarlo veramente,
alla perfezione, quasi non fosse passato un giorno.
Edward portava i capelli più corti. E una barba
appena visibile. Ma i suoi occhi erano ancora dell’azzurro perfetto del cielo
di Provenza, di quell’estate in Provenza trascorsa insieme, da Carrol.
Era ancora di quella bellezza struggente e giovanile.
La luce perfetta non più minata dall’agonia. Era ancora il calice colmo di luce
delle sue fantasticherie.
Peccato sia trascorso del tempo, considerò, con pigro
rimpianto, guardandolo.
Peccato tu non sia veramente Edward.
“Voglio spiegarti.” – disse l’immortale, lo sguardo
perso sul suo viso. Non c’era più somiglianza tra loro, tutti gli avevano
mentito. Spike aveva occhi enormi, grigio azzurri. Occhi che William non aveva
mai avuto.
Occhi che si doravano leggermente, facendogli pensare
alla trasformazione.
Alla mutazione che non aveva mai visto.
Ma di cui aveva solo letto.
Le cartilagini si deformano, il naso ne viene quasi
inglobato. Il demone ha un viso pronunciato, in cui gli occhi sembrano sparire,
di un perfetto giallo oro. La bocca risalta, dotata di denti aguzzi…
Occhi gialli… forse una licenza del descrittore.
William aveva ancora occhi chiari, dotati forse di
alcuni bagliori dorati.
E, in fondo, nel profondo, ancora la luce.
Edward ne fu quasi stordito, nell’attimo in cui la
colse.
Eccola. La rifulgenza di William.
Visibile, per un singolo istante.
“Ah sì?” – disse suo fratello, sorridendogli, movendo
in una danza grottesca i lineamenti. E spezzandogli il cuore, con un sorriso
duro, crudele – “Anche io voglio spiegarti.”
Mutò, prima ancora che Edward potesse rendersi conto,
prima che potesse sentirsi preparato, mentre volava contro la parete, sbattendo
la schiena con violenza.
Un dolore atroce presto sostituito da una fiammata
indescrivibile, alla base del collo.
Un dolore capace di superare la resistenza umana. Ad
un passo dal divenire piacere.
Inarcò la testa, quasi accompagnando quella
pressione. E la fronte di William, la fronte su cui così spesso aveva posato le
labbra, gli sfiorò il viso. Fredda e dura.
Lo cinse, nella promessa di un abbraccio. E divenne
morsa.
Edward sussultò, con tutto il corpo. I polmoni,
compressi dal peso e dalla sensazione sbagliata, si vuotarono, riempiendogli la
visuale di luci e macchie.
Ombre scure, in una notte che avanza.
I denti di Spike gli penetrarono la giugulare senza
esitazione.
La prima sorsata dette a Edward la sensazione di
essere risucchiato, che tutta la sua anima stesse precipitando fuori dal corpo.
Annaspò, artigliando la parete con le unghie, voltando la testa, mentre la
visuale si riempiva di immagini confuse.
Il suo cuore accelerò, quasi scoppiandogli, al centro
del petto.
Doyle, respinto senza sforzo apparente, volò verso il
fondo del corridoio, evitando per un soffio di precipitare giù dalle scale.
Faith, che aveva afferrato Angel per un braccio, nel tentativo di parlargli, si
sentì respingere. E si voltò appena in tempo per vedere la scena.
Spike si stava cibando di Edward, in un abbraccio di
morte.
Spike beveva il suo stesso sangue, senza remore.
Raggelata, lasciò andare Angel. Ma non osò muoversi,
mentre l’immortale, con un ultimo sforzo, voltava il capo verso di lei. E la
fissava, con occhi vuoti, come mille vittime per cui la Cacciatrice era giunta
troppo tardi.
Methos le passò a fianco, correndo, ancora a torso
nudo.
Edward perse il contatto con il reale. Un respiro gli
uscì ancora dalle labbra, simile a un fischio, proprio nell’attimo in cui Spike
lo lasciò andare, facendolo precipitare riverso, a terra. Con la testa
inarcata, ebbe l’impressione di vedere Angel, di sentire la sua voce.
E, con una volontà che gli sembrava di non poter
avere, si impose di restare cosciente.
Angel si fermò, le mani già protese verso Spike.
Rendendosi conto solo in quel momento di aver urlato il suo nome, chiamandolo,
chiamandoli entrambi, senza risposta.
Spike non si era voltato.
E non aveva lasciato andare Edward perché finalmente
consapevole del suo gesto.
Angel colse quest’assenza di colpa. Come Doyle,
seduto scompostamente, pochi metri oltre.
Come Methos, adesso immobile, dietro di lui, così
vicino da investirlo con il suo calore corporeo.
No. In Spike, non c’era coscienza.
Ed Angel, con crescente paralisi, lo fissò. Immobile,
impegnato a sovrastare suo fratello Edward, la bocca quasi schiumante di
sangue.
E il volto della caccia, ancora in vista.
“Guardami, immortale.” – lo sentì dire. Il tono del
comando, tornando ai suoi lineamenti.
Al volto perfetto, da cherubino. E, constatò Angel,
con orrore, gli occhi vacui di Edward ricambiarono l’occhiata del demone.
Annientati – “Sono un vampiro. E mi chiamo Spike.
Stammi lontano. O io ti ucciderò.”
E Doyle non lo ostacolò più, quando gli passò a
fianco.
***
Methos fu il primo a riaversi. Si piegò su Edward,
premendo la mano sulla ferita ancora sanguinante.
Spike aveva fatto un buon lavoro, privandolo solo del
sangue necessario per intontirlo, considerò Angel, abbassando gli occhi. Gli
aveva donato il battito lento e ipnotico dell’agonia, lo stesso che Drusilla
gli aveva fatto conoscere, la notte del loro incontro.
Spike aveva riprodotto la sua vampirizzazione, con
precisione preoccupante. Per quel motivo non gli aveva parlato, non si era
voltato, con una singola parola di disprezzo, per lui, per il suo sire.
Era Edward, il suo messaggio.
Edward a terra, ai sui piedi, così simile a William. Vittima
di una morte lenta ad avanzare.
La luce che scompare, goccia dopo goccia.
Sì, quell’immagine parlava a Angel, ad Angelus.
Lo volevi, no?
Prendilo.
Prendilo ora.
Anche io so distruggere.
Sbatté le palpebre, sorpreso. Poteva sentirlo di
nuovo. Di nuovo quel loro legame telepatico, inspiegabile. Non pensieri, ma
idee informi, ancora sospese nell’aria, tra loro.
Lo proteggevi… hai scelto lui e non me, questa volta…
Prendilo, allora.
Perché tra noi…
Faith lo urtò, passandogli a fianco, senza che si
sentisse in dovere di opporre resistenza.
Senza riuscire a badare a lei, alla sua Faith, che
correva verso le scale.
Spike non gli aveva detto nulla. Nulla.
Condannati
senza difesa. Condannati per tradimento. E, cosa peggiore, pensò Angel,
veramente colpevoli di tutto questo.
Doyle, più pronto di lui, afferrò la ragazza.
“Lasciami, Doyle, lasciami.” – ringhiò lei, senza
osare atterrarlo. Doyle aveva una faccia spaventosa e Faith portava ancora
negli occhi l’immagine della crudeltà di Spike e, buon Dio, ne provava
ribrezzo.
Non voglio essere come lui, non voglio essere come
lui…
“Farà a te ciò che ha fatto a lui.” – rispose il
demone, rendendosi conto di non poter controllare la voce. Di star quasi
piangendo. E tremando – “Non dargli qualcos’altro di cui pentirsi. Angel…”
Il vampiro alzò gli occhi verso di lui. Verso il suo
povero cantastorie, che teneva una mano aggrappata al corrimano, per restare in
piedi, e un braccio intorno alla vita della Cacciatrice. Della ragazza di
Spike, disperata.
Ti prego, uomo…
Si impose di restare lucido. E si mosse, passando
oltre Edward, ancora riverso a terra.
Non ricordare, non ricordare ora…
“Me ne occupo io.” – disse, tendendo le mani e
afferrando il viso di Faith. Constatando, con sollievo, che non si sarebbe scostata
– “Non era così che sarebbe dovuta andare.”
La ragazza annuì, sotto shock. Non era certa di
cogliere veramente la valenza delle parole di Angel. Ma si calmò comunque,
permettendo a Doyle di lasciarla andare. E voltandosi verso di lui, per
sorreggerlo.
“Ti aspetto qui.” – rispose, senza emozione.
Tornate insieme, ti prego... ti prego, Angel…
“Vai anche tu…” – sussurrò Edward, mentre Methos si
chinava verso di lui – “Anche tu…”
Quella voce flebile… e quel
suo restare sempre attaccato alla vita, a un filo sempre più fine.
Oh, Coventry…
“Io non posso fare nulla.” – ribatté l’immortale a
denti stretti. I segni del morso di Spike non si stavano rimarginando. Il
sangue continuava a scivolargli tra le dita.
Certo… non una ferita qualsiasi... questa è una ferita
dell’anima…
“Angel.” – Edward piegò la testa da un lato, mentre
le lacrime si mischiavano al sangue - “Ucciderà Angel…”
“Non lo farà.” – rispose Faith, riapparendo a fianco
di Methos. Doyle sembrava stare in piedi da solo – “Non restiamo qui.”
“Devo andare…”
“No, Edward.” – rispose la ragazza. E Methos la
lasciò fare, per quell’aura che di nuovo stava sprigionando. La forza della
prescelta, mentre gli sollevava il capo e lo aiutava a sedersi, sostenendolo –
“Non ora. Methos, aiutami.
Da sola non ce la faccio.”
La botola era ancora aperta. Ed Angel saltò, senza
pensare.
Quando atterrò, se lo trovò di fronte.
E l’odore di sangue lo colpì, nauseante.
Spike era appoggiato alla parete, con entrambe le
mani.
E stava rigettando quel suo pasto.
Rigettava il sangue di Edward, posando la fronte,
senza smettere di tossire.
E piangere. Piangere, con la furia del demone.
Quella vista gli diede un improvviso e inaspettato
sollievo. Perché quello, stravolto, senza una reale identità, sembrava comunque
William. E non l’automa che aveva quasi dissanguato il fratello.
Mosse un passo verso di lui. E Spike ruotò su se
stesso, posando le scapole al condotto.
Guardandolo, con occhi iniettati di sangue.
“Stammi lontano.” – disse, senza una sbavatura nella
voce. Il sangue gli rigò il mento, dandogli un aspetto sepolcrale.
“Devi ascoltarmi.”
“No.” – rise.
“William, dovevo dirtelo. Lo so. E voglio...”
“Troppo tardi.” – troncò. E si pulì la bocca con il
dorso della mano – “Risparmiati la fatica di inventare. Quello che ho detto di
sopra vale anche per te, figlio di puttana.
Tu ed io abbiamo chiuso.”
Chiuso.
Tra Spike ed Angel c’era sempre stato un tacito
accordo, dal primo giorno.
Angel credeva a Spike.
Spike credeva ad Angel.
Senza esitazioni.
E quindi, per la prima volta da molto tempo, Angel
sperò che Spike stesse mentendo. E fu tentato di convincersene, per combattere
meglio quelle sue affermazioni.
Purtroppo, il freddo paralizzante che l’aveva
investito insieme a quelle parole, gli impediva di affidarsi ciecamente a un’illusione
di quella portata.
Rabbia o no, Spike non era mai stato come ora.
Perché solo ora, per la prima volta, quel suo cuore
inspiegabile, immenso e potente, martoriato e spezzato all’infinito, conosceva
l’assoluto dolore del tradimento.
Rimase in silenzio. Immobile.
Ma Spike non ne approfittò per andarsene. Restò
fermo, piegandosi sul fianco. E continuando a stare male, con la mente piena di
urla.
Quando finalmente scendeva la sera, poteva piangere.
Attendeva che si spegnessero le luci di casa e
attraversava il corridoio, a piedi nudi.
E andava sul letto di Edward.
A volte restava in piedi, guardava il copriletto
bianco, le rose appassite sui comodini, l’ultimo libro, interrotto, ancora
abbandonato sulla poltrona, vicino a un altro, ancora da scoprire.
Guardava con attenzione di non lasciare nulla fuori
posto, dopo aver chiuso a chiave, con attenzione, la porta.
Ai suoi genitori non avrebbe fatto piacere cogliere
quella debolezza. Non avrebbero apprezzato l’intrusione di quello spazio dal tempo
fermo, come un orologio rotto.
La stanza di Edward era piena di fantasmi.
E i fantasmi non dovevano uscirne mai.
Ma nulla poteva impedire a lui di restare lì, con
loro, nel buio.
Il lampione ad acetilene della via gettava una luce
soffusa, tra le tende scostate. Gli sarebbe piaciuto aprire la finestra, ma
sarebbe fuggito il profumo della lavanda sparsa tra le lenzuola.
E nulla doveva mutare, in quello spazio.
Tutto doveva essere nuovamente a posto, all’alba.
Si sedeva nella poltrona. E piegava le ginocchia.
Chiudeva gli occhi e respirava a fondo.
Tamburellava sul legno intarsiato. E attendeva.
Le lacrime non erano dame che si facevano attendere.
Bastava lasciarle libere e sarebbero scese, senza
fermarsi mai più.
Bastava arrendersi.
E le notti in cui lo faceva, erano le migliori.
Ma quella… quella non era una notte per piangere.
Era una notte per urlare.
E le urla andavano represse.
Represse anche se rimbombavano dentro la testa,
inesorabili. E spezzavano il fiato.
Quelle erano le notti in cui la tenebra lo chiamava.
E William non sapeva resistere.
Dalle tenebre, si illudeva, avrebbe potuto cogliere
ancora la luce.
Dalle tenebre, avrebbe saputo vederla, una volta
ancora.
Aveva piegato la testa. Si era guardato nello
specchio.
Aveva occhi che brillavano. E non riusciva a
riconoscersi.
L’eternità… e la rifulgenza…
Buon compleanno, Edward.
Ovunque tu sia.
Si raddrizzò, barcollando. E quando Angel sembrò
muoversi verso di lui, lasciò semplicemente emergere il demone.
“Chiaro il messaggio?” – domandò.
Era strano, pensò Angel, strano quel volto da demone,
con gli occhi azzurri…
“Non del tutto.” – rispose, incrociando le braccia.
Non sapeva nemmeno perché lo aveva detto. Non avrebbe fatto altro che aumentare
la sua rabbia.
Restò immobile, in un certo senso al di fuori della
sua portata – “Mi rifiuto di essere d’accordo sulla fine del nostro idillio.”
Spike scosse le testa. E la risata demoniaca divenne
umana, mentre tornava a mostrare il suo viso.
“Me ne frego, Angel. Me ne frego delle tue ragioni.
Me ne frego di te, del tuo protetto e di tutta questa faccenda.”
“Il protetto in questione è tuo fratello. Abbi almeno
la decenza di chiamarlo con il suo nome.” – rispose. Con la fastidiosa
sensazione di essere un ipocrita, su un alto piedistallo per predicare una
correttezza che per primo aveva ignorato – “E lo sai benissimo. Per cui
smettila.”
E’ il tuo stesso sangue.
Non esiste nulla al mondo di altrettanto forte,
intossicante, per un vampiro.
E’ il sangue della tua famiglia.
Spike si appoggiò alla parete, con atteggiamento
indolente. Ed estrasse il pacchetto di sigarette, prendendone una. Con mano
perfettamente ferma. La accese. E il Dupont che teneva tra le dita gli sembrò
rovente.
Lo fissò, sorpreso, prima di lasciarlo cadere
nell’acqua stagna sul fondo del condotto. Guardandolo precipitare, con
rotazioni quasi lente.
La fine… la fine di un altro idolo…
“Da quando lo sai?” – chiese, con curiosità, mentre
l’oggetto affondava nel buio. Con noncuranza, tirando una boccata e guardando
il vampiro bruno. Era nuovamente senz’anima, in ogni suo gesto. Era nuovamente
l’amore di Drusilla, nella sua massima bellezza e aberrazione.
“Da quando abbiamo combattuto.” – rispose, con voce
piatta – “Lui e Methos non si vedevano da parecchio. L’aveva appena saputo...
saputo di te…”
Eccolo dunque… ecco dove inizia il mio viale dei
sogni infranti…
“Quindi fanno… suppergiù…” – alzò gli occhi,
conteggiando – “sei mesi. Quasi sei mesi.
Calcolando che la tua loquacità media è una parola al mese direi che
siamo ancora nello standard delle informazioni che non hai ancora avuto il
tempo di darmi. Pensi di tirar fuori qualche altro mio parente dal cilindro?”
L’aveva detto indurendosi, perdendo la facciata
beffarda. E gli occhi erano diventati fosforescenti, al buio.
“William.”
“Io non sono William.”
“Oh, sì che lo sei.”
“Stronzate. E’ solo un nome.” - Si raddrizzò, per
andarsene. E restò in piedi per miracolo, con la bocca nuovamente in fiamme,
piena del sapore di Edward.
Il suo sapore, il profumo dei suoi capelli… non erano
bastate l’eternità e la dannazione per cacciarli dalla mente.
Edward e la vita che scaturiva da lui.
Edward. Tu per me sei polvere più di quanto io stesso
non sarò mai.
“Addio.” – aggiunse, voltandogli le spalle.
E sentendo la sua voce seguirlo, per pochi passi, prima
di fermarsi nuovamente.
“Davvero
non capisci, Spike? Guardalo meglio, pensa alla sua immortalità. E’ vivo, ha il
giorno e la notte.” – lo seguì, sempre a braccia conserte, il passo tranquillo
– “Puoi arrabbiarti con me, se vuoi… ma devi provare a capirlo.”
Si
interruppe. E Spike non si mosse.
“Ti
ha rimpianto tutta la sua vita…” – riprese – “Eri morto, non ha mai sospettato
cosa ti fosse accaduto. E quando l’ha scoperto, ha ritenuto fosse troppo tardi,
per tornare.
Edward
sa cosa sia la nostra oscurità.
Non
ha voluto metterti innanzi al fatto... a ciò di cui sei privato.”
Tu lo conosci, meglio di chiunque altro.
Ma
anche a un estraneo come me non è celato il suo amore per la luce. E per
l’esistenza, quell’enorme rispetto che ha per la vitalità.
“La vita, la luce... certo.” – Spike si voltò
spegnendo la sigaretta. E guardandolo – “Stai in effetti parlando di una
persona che conoscevo… una persona eccezionale. Peccato sia morta più di
centocinquant’anni fa.”
“Non è vero, smetti di difenderti dalla verità.”
“Finiscila, Angel.” – ringhiò. E camminò verso di lui
– “Smetti di girarci intorno. Tu lo sapevi, tu sapevi cosa pensavo… che cosa
provavo…”
Forse non se ne rendeva nemmeno conto… ma non era più
così calmo, così distaccato.
E, soprattutto, nel suo dolore, non era così
demoniaco.
“Lo sapevi, Angel. Sapevi che mi ricordavo di lui. E
avresti dovuto dirglielo. Prima che mi accoltellasse, prima che io lo colpissi,
prima che fuggisse... prima, Angel. Tu avresti dovuto, dannazione, tu avresti…”
Si interruppe, la mano alzata.
“Ma cosa ti parlo a fare…” – aggiunse, con voce roca,
piangendo – “cosa parlo con te, di questa cosa morta e sepolta.”
“Non è morto, William.”
“Sì, invece. Lui. E io.” – lo corresse – “Io sono
morto. Io sono un demone, io! Edward non c’era, non c’era nessuno, non c’era
amore, nulla! C’è una vita infinita tra me e l’attimo in cui ho perso mio
fratello. Morto… vivo... non ha più importanza.
Edward mi ha mentito.
Tu mi hai mentito.”
Si interruppe. E rise, continuando a piangere.
“Tu mi hai mentito, Angel.” – ripeté.
Perché.. perché l’hai fatto…
Camminò a ritroso, lungo il condotto.
“E sai quale è la cosa più buffa? Che vi siete
sbagliati, con le vostre cazzate filosofeggianti.” – aggiunse, sempre
sorridendo – “Perché non mi è mai importato della luce del giorno quanto di
lui.
Credimi.
In ogni giorno della mia esistenza non è mai esistita
luce che valesse più di Edward.”
Non sono io che non capisco.
Siete voi che non mi conoscete.
***
Quando aprì gli occhi, la prima fastidiosa sensazione
fu di déjà-vu.
Prima ancora dell’intorpidimento, ebbe la netta
sensazione del ripetersi della storia.
E lo fissò, con cipiglio, seduto a lato del divano,
le mani intrecciate, i gomiti appoggiati alle ginocchia.
“Cosa ci fai qui.” - Domandò, senza preoccuparsi
della voce troppo roca e bassa.
“Non mi andava di andarmene.” – replicò Angel, senza
muoversi. Teneva qualcosa tra le dita, qualcosa con cui stava giocherellando –
“Come ti senti?”
Edward non rispose. Fissò il soffitto, senza
espressione.
Ed Angel si era alzato, camminando con lentezza lungo
il perimetro della stanza, fino a sostare in piedi, a centro stanza, senza un
vero argomento da affrontare.
Poco lontano, seduto sull’alto sgabello, con Methos
impegnato a ricucirgli la faccia, c’era Doyle.
“Stai fermo.” – lo ammonì l’immortale, tirando il
filo verso di sé – “Non intendo ricamarti tutta la fronte.”
“Si è svegliato.”
“Lo so.” – lo sapevo già – “E ha bisogno di stare in
pace, almeno un paio di minuti. Ho il tempo di finire qui.”
Doyle spostò gli occhi, per guardarlo. Methos emanava
una calma incredibile. Era la sua peculiarità, la più impensabile. Collerico e
impulsivo, per niente propenso alla mediazione, l’immortale sapeva comunque
essere rassicurante.
Quasi balsamico.
“Methos…”
“Uh?”
“A cosa stai pensando?”
Methos sorrise, tenendo gli occhi puntati alla
ferita. Stringendo gli occhi, continuando la sutura.
“Non riesci a sentirlo?” – domandò, mettendo un altro
punto.
“No. Certe volte sei inattaccabile.” – ammise. E
tornò a sentirsi il ragazzino irlandese di tanto tempo prima.
“E colpito in mezzo agli occhi?” – sottolineò l’uomo,
afferrandogli il mento e palpandogli il naso – “Complimenti. E’ la prima volta
che vedo uno colpito alle spalle con il setto nasale fratturato da un pugno.
Prodigi dei tempi moderni…”
“Mi tenevano in due…”
“Perché non in tre, a questo punto? Tu non sapessi di
birra potrei pensare che ti abbiano picchiato i bambini dell’oratorio…”
“Methos!”
“Francis!” – scimmiottò, immergendo di nuovo lo
straccio nell’acqua e obbligandolo a restare fermo, continuando a medicarlo –
“Tu non sai fare a pugni, impara a stare fuori dalle risse.”
“Doyle.”
“Come?”
“Mi piace che mi chiamino Doyle. E’ meno stupido di
Francis Allen.”
Methos finì di strofinargli una spelatura. E, con un
cenno, lo obbligò a mostrargli le mani.
Nocche spelate in quantità.
“Bhe, almeno so che le hai rese.” – commentò –
“Quanto al nome, hai ragione. E’ un nome un po’ stupido. Ma è tuo e devi
tenertelo… comunque cercherò di ricordarmi, Doyle.”
“Grazie.” – quello che amava di Methos era il suo non
discutere questioni superflue – “Ti sei mai cambiato il nome?”
“E’ una domanda polemica?”
“No.” – provò a scuotere la testa e venne bloccato,
poi disinfettato senza misericordia – “E’ pura curiosità.”
“Almeno un centinaio di volte.” – si prese una sedia
e si sedette, di fronte al ragazzo – “Doyle, posso chiederti di tenerti fuori
dai guai?”
Doyle abbassò gli occhi, guardandosi le mani.
“In media lo faccio.” – ammise – “Ma questa volta non
potevo.”
“Perché no?”
“Perché…” – adesso mi prendo un altro pugno sul naso
– “ho avuto… cioè io… non so come mi sia successo ma…”
Methos lo fissò, indecifrabile. Poi, con un sospiro,
si passò una mano sul viso.
“Francis.” – disse, con sopportazione - “Mi stai
dicendo che hai avuto una visione?”
“Una sola. Non troppo lunga.” – si affrettò a
spiegare il ragazzo – “E questa volta sono riuscito a capire che posto fosse e
quindi… che volevi che facessi, insomma!”
“Potevi telefonarmi…”
“Non credo si possa.” – si interruppe, imbarazzato –
“Cioè, io mi fido ma tu… tu non sei uno di loro.”
Uno di loro… intendi dire un eroe.
Methos non fece commenti. Non c’era molto da
aggiungere. Aveva sempre saputo come quello fosse il destino di Francis. Non
aveva occhi di quel genere per caso.
Aveva solo sperato che quel giorno non arrivasse
tanto presto.
Se tu sei qui, ora… presto giungerà anche l’eroe che
attendi.
Il problema è che tu sia ancora vivo quando sarà il
momento di incontrarlo.
Oh, Sinead… sei veramente certa che sappia
proteggerlo?
Io non so nemmeno da dove cominciare…
“D’accordo.” – rispose, afferrandogli una mano e
pulendogli il taglio – “Allora è il momento che tu prenda qualche lezione di
boxe. Ho un amico che può aiutarci.”
Doyle annuì, restando in silenzio. E Methos non fece
altri commenti.
“Meglio così.” – rispose, sempre sorridendo, sempre
senza fissarlo negli occhi. La mano con cui gli teneva il mento era salda,
solida come tutta la sua personalità – “Credimi, Francis. In questo momento
preferisco che tu non sappia cosa sto pensando.”
Prese la forbice e tagliò il filo.
“Faith.” – chiamò – “Metti un cerotto a questo eroe,
per piacere.”
La Cacciatrice era appoggiata alla cornice della
finestra. E sbirciava in strada, in aria assorta, scostando la tenda con le
dita. Non aveva più detto nulla, a nessuno di loro.
Più nulla, da quando aveva aiutato Methos a
trasportare Edward sul divano dove ancora si trovava.
Nulla, da quando Angel era rientrato.
Si erano scambiati solo due parole, sulla porta, dove
lei l’aveva atteso.
Quando Angel era apparso in cima alla rampa di scale,
Faith lo aveva guardato, sperando che, con un attimo di ritardo, spuntasse
anche Spike.
E non era servito molto tempo, per vederle negli
occhi la cinica autoderisione di chi si illude.
“Dove è andato?” – domandò, appoggiando la tempia
allo stipite, obbligandolo a fermarsi.
“Chi può dirlo… spero a casa.” – rispose Angel,
guardandola – “Non farà sciocchezze... anche se non è del tutto in sé.”
“Tu lo saresti?” – rispose, senza astio. Con infinita
tristezza, guardandolo, con gli enormi occhi scuri – “E come fai ad essere
certo che non farà qualcosa di peggiore…”
“Peggiore di ciò che ha fatto a Edward?” – concluse
Angel, mettendo le mani in tasca. E sentendo, duro, sotto le dita, l’accendino
d’argento – “Peggiore di ciò che io ho fatto a lui non dicendoglielo? No, stai
tranquilla.”
“E come posso.” – rise lei, disperata – “Quando so
che si farà del male a tutti i costi…”
Angel tacque. E, per quanto desiderasse abbracciarla,
rimase fermo.
“Mi dispiace, Faith. Non volevo coinvolgerti.” –
disse. Ed ebbe l’impressione di farle un torto, nel continuare a ripeterlo.
Quasi Faith non potesse capire, intuire…
Perché no. Dopotutto lo pensavo.
Pensavo che non potesse capire.
Come Spike.
“Lo so. Tu non vuoi mai coinvolgerci.” – sospirò lei,
posandogli il viso sul petto. Sorprendendolo, in quel gesto di affetto – “Non
vuoi mai farci soffrire, non puoi dirci tutto… e anche questa volta scommetto
che ti sei sobbarcato un segreto del genere perché dovevi. Io la penso così.
Perché non posso pensare che…”
Si interruppe. Non sapeva come dirlo.
Non sapeva come esprimerlo.
“Non volevo, Faith.” – sussurrò Angel – “Non volevo
nasconderglielo. Ma non potevo nemmeno essere io a dirglielo.
Non potevo. Non stava a me.”
“Lo so.” – chiuse gli occhi. E pensò che il cuore può
far male sempre e solo nel modo più imprevedibile – “Rispetto la tua scelta. Ma
ora... cosa accadrà ora?”
Angel non aveva una risposta. Non una reale. Non una
rassicurante.
“Diamogli un po’ di tempo.” – rispose, mentre la
ragazza di raddrizzava, rompendo il loro abbraccio – “E poi andiamo a
cercarlo.”
“Tu ed io?” – sorrise la ragazza, con aria avvilita.
“Siamo la sua famiglia, Faith. Se non lo cerchiamo
noi, non lo cercherà nessuno.”
Faith si avvicinò a Doyle, afferrando sul passaggio
il richiesto.
E Methos andò verso il divano, piegandosi verso
Edward.
“Ciao.” - Disse, apparendo nella sua visuale –
“Ancora vivo?”
Edward non gli rispose. L’avambraccio che teneva
sugli occhi si spostò sulla fronte, permettendogli di incontrare gli occhi
indefinibili di Methos.
“Abbassa il braccio, fammi vedere.” – disse l’uomo,
obbligandolo a voltare la testa e sollevando la garza.
Al di sotto, appena visibili, c’erano i segni rossi
di una ferita quasi rimarginata.
“Meglio di prima.” – commentò, pragmatico – “La
testa? Ti gira ancora?”
“Non sono morto?” – domandò Edward, guardandolo.
Aveva una voce del tutto priva di intonazione. E occhi densi, quasi grigi di
pioggia.
“No.” – Methos scosse la testa – “Ti stai riprendendo
comunque. Ti ci vorrà solo un po’ di più.”
“Allora ammazzami.” – replicò, afferrando la mano che
gli veniva tesa e sedendosi – “Per piacere.”
Methos non si prese la briga di rispondere. Si alzò,
allontanandosi.
Ed Edward si massaggiò gli occhi, cercando di snebbiarsi.
E intrecciò le mani, posandoci le labbra, tornando a fissare Angel.
“Lui dov’è, ora?”
“Non lo so.” – Angel scosse la testa – “Ho provato a
parlarci. Ma non credo di essere la persona più adatta, al momento.”
“Nemmeno io, se è per questo.” – rispose, tornando a
massaggiarsi la fronte.
Non si illudeva di morire, di quel dolore. Il freddo
della disperazione che provava si sarebbe semplicemente fuso con
l’incomprensione, con il rimpianto, se non avesse posto un freno a
quell’angoscia. Si impose di restare calmo, di ragionare, con il cuore, con la
mente.
L’esistenza è una fitta trama, di legami
indissolubili e sogni infranti. Mi sono illuso troppo tempo di non cadere, di
poter restare in equilibrio dentro a quel segreto lacerante.
Adesso basta.
Chiuse gli occhi, cercando di snebbiarsi.
Non osava nemmeno sfiorare il punto in cui i denti di
Spike gli avevano scalfito la pelle. La sua mente si rifiutava di realizzare,
di prendere del tutto coscienza dell’accaduto.
No.
Ignorare quel fatto sarebbe potuto essere un ennesimo
sbaglio. Non era il momento di abbandonarsi alla disperazione, anche se doveva
ammettere di non desiderare altro.
William doveva sapere.
Edward voleva, a torto o ragione, parlargli.
Con cautela, quasi temendo di sentire nuovamente il
freddo della bocca di William, posò le dita sulla cicatrice. E respirò a fondo,
riflettendo.
Rivedendo, fotogramma per fotogramma tutto ciò che
ricordava.
E ignorando il buco che questo riflettere gli scavava
al centro del petto.
William
gli aveva detto a chiare lettere che cos’era. Chi… chi era. Aveva avuto per se
stesso una freddezza lucida e crudele che si staccava da ogni forma di
riflessione.
Nell’attimo in cui il suo volto era mutato, gli occhi
di William gli avevano comunicato qualcosa di diverso dalla rabbia e dal
disprezzo. Era stato dolore. Dolore allo stato puro, del tutto privo di
vendetta.
William non gli aveva nascosto la verità su se
stesso. La sua natura demoniaca era stata anteposta a tutto il resto, quasi in
difesa della disperazione che stava provando.
Respirò a fondo, quasi tossendo. E Faith, senza
pensare realmente, si protese a riempire un bicchiere.
Ed Edward alzò il viso verso il vampiro bruno.
Fissandolo, come se fosse la prima volta che lo
vedeva realmente. Angel, e quell’inspiegabile buio che si portava appresso.
Lo stesso che William gli aveva riversato addosso nel
loro primo contatto.
“E’ così, Angel?” – domandò, guardandolo con occhi
attenti. Attenti e disperati – “Al di là di tutto, è così forte il disprezzo
per se stessi, nell’essere vampiri con l’anima?”
Angel rimase di stucco.
E Faith, in piedi dietro al divano, altrettanto.
Quella frase, così semplice e perfetta nella sua
linearità, svelava una sottigliezza di comprensione inaspettata.
Faith deglutì, fissando Angel.
Era questo, dunque, il potere di Edward sulle
persone.
Edward intuiva e capiva, arrivava a notare le
emozioni sotto la superficie. Ed ora, di quella reazione violenta di William,
non ricordava l’assoluta crudeltà. Ma, semplicemente, l’emozione di fondo.
Angel lo scrutò in viso. E fece una cosa del tutto
inaspettata. Si piegò sui talloni, restandogli perfettamente di fronte. E
osando posare la mano sul morso di William. Lo stesso punto in cui aveva morso
Angelus, la notte della sua rinascita vampirica. Lo stesso della notte in cui
l’avevano salvato dalle mani di Darla e Drusilla, dissanguato e del tutto
assente.
Angel passò un pollice su quelle ombre violacee,
ragionando. Il suo legame con Edward aveva radici profonde, nemmeno spiegabili.
Fili infiniti che attraversavano William, perennemente tra loro, negli scontri
e negli accordi.
“William è consapevole della propria natura.” –
spiegò, in un sussurro – “ E’ l’unico mezzo che ha per domarla. Sa di doverla
assecondare, in certi frangenti, quando urla troppo forte. Si abbandona, per
trarne maggiore energia, quando è in difficoltà. E, come me, non vuole che
qualcuno dimentichi ciò che siamo. Siamo demoni, Edward, anche se talvolta
sembriamo umani.
Noi siamo demoni.
William voleva che tu lo capissi. In un certo senso,
lo ha fatto anche per il tuo bene.
Qualunque cosa accada, a partire da ora, accetta
questo aspetto della sua persona.
William, tuo fratello, esiste ancora, ma in una
realtà ben più complessa.”
Edward annuì, con lentezza. E la presa di Angel
divenne per un attimo più intensa. E rassicurante.
“Non aspettarti di poterlo capire all’istante. Ma
credimi, quando ti dico che sei sulla buona strada. E che, qualunque cosa
accada, noi andremo a riprendercelo.”
***
Spike
percorse le gallerie il più rapidamente possibile. A tratti, le gambe gli
cedevano, obbligandolo a fermarsi. La testa gli girava sempre più forte, mentre
si appoggiava alle pareti.
E i pensieri, martellavano, inesorabili e confusi.
Edward.
Edward vivo.
Vivo di fronte a lui, con gli occhi pieni di sorpresa.
Di una gioia che era naufragata senza speranza nella rabbia.
Edward, vivo. Vivo.
Vivo. Fermo, con gli occhi pieni di un dolore senza
limiti. Spike assestò un pugno contro il muro. E poi un secondo, piegandosi su
se stesso.
Non gli importava del suo dolore. Non gli importava
quanto a Edward non era importato del suo.
Edward, capace di vivere voltandogli le spalle e
abbandonandolo.
No. Quello non era Edward.
Edward non l’avrebbe mai abbandonato.
Quello che hai fatto nega ciò che eri per me.
Tu mi hai ucciso quanto Angel.
Non sono pronto. Non sarò mai pronto.
William emise un respiro profondo. E Carrol gli
afferrò la mano. Aveva già gli occhi rossi. E fingeva comunque che fosse tutto
a posto.
“Dobbiamo entrare.” – sussurrò – “O girare e
scappare.”
“Non so se possiamo scappare.” – rispose, senza guardarla.
Il portone era aperto. Gli sembrava una fornace, con tutta quella luce
all’interno – “Personalmente, se non entro adesso, non entro più.”
“Hai ragione.” – sospirò, stringendogli un po’ di più
le dita. Era alta, con il fisico sottile e slanciato – “Dobbiamo.”
Avevano varcato quella soglia insieme. E i sussurri
li avevano preceduti, poi accompagnati, sala dopo sala.
Li stavano aspettando.
Eccolo. L’erede dei Coventry, dopo la tragica scomparsa.
E la carissima Carrol, così sollecita con quel povero ragazzo.
Povero, povero ragazzo… così delicato rispetto al
fratello…
William strinse le labbra, non disse nulla. Sopportò
stoicamente l’esagerata emotività delle signore, le cordiali e sollecite
strette di mano. E le lacrime da ventaglio, ogni volta che qualcuno gli fissava
il braccio, ancora fasciato a lutto.
Trovava stupida quella manifestazione esteriore
impostagli dal costume. Perché il nero, addosso. Siamo già neri e bui dentro,
quando perdiamo qualcuno.
Perché commuoversi, per una striscia di stoffa.
Cosa fareste, se io la bruciassi in quel camino? Urla
e svenimenti?
Vi farebbe paura vedere la morte finire in cenere?
Gonfiò il petto, prendendo un respiro profondo. E
Carrol, si strinse maggiormente a lui, voltando la testa.
Le sue amiche stavano bisbigliando qualcosa,
dall’altra parte della sala.
Amiche… certo… amiche.
Quel tanto che bastava da considerare come il braccio
di William non fosse quello di Edward.
E che il Coventry migliore sulla piazza fosse ormai
spiacevolmente fuori dalla loro portata.
Sì. Perché anche la morte è un intoppo, per una
ragazza da marito.
Reprimette un singhiozzo e William, si voltò,
preoccupato.
“Scusami.” – disse, coprendosi gli occhi con la mano
guantata – “Non volevo. Credo sia questa… questa ipocrisia a soffocarmi.”
“Allora siamo in due.” – sussurrò. E a Carrol sembrò
di avere accanto Edward, con la sua forza, il suo sorriso – “Possiamo andarcene
quando vuoi…”
“No. Restiamo.” – scosse la testa. Non ci sarebbero
state serate insieme, per lungo tempo. Lo sapeva. Una ragazza di buona famiglia
non poteva uscire con uno scapolo senza che ci fosse una dicitura quasi legale
al loro rapporto. Edward era stato anche questo, nella sua vita. La garanzia di
libertà, innanzi alla buona società londinese.
Poteva uscire con entrambi. Ma non con uno solo dei
due.
E quella sera era un’eccezione. La prima uscita
ufficiale di William Coventry, figlio di cari amici di famiglia. Amici colpiti
da un grande dolore…
William, quel caro ragazzo che tutti smaniavano di
vedere. E di vivisezionare sul tavolo del giudizio.
Un ragazzo pallido e troppo magro, con lo sguardo
indifeso e il cuore a nudo.
Solo, assolutamente solo.
William chiuse gli occhi, respirò a fondo. E accettò
un bicchiere di liquore, con un mormorio di scuse.
Allontanandosi. Da tutti, compresa Carrol.
Carrol che lo capiva, meglio di chiunque altro. Ma
che era già parte di una giovinezza perduta.
Uscì in terrazza e contemplò il Tamigi, immerso
nell’oscurità.
Il Tamigi… chissà se era sul fondo che riposava suo
fratello.
Sul fondo di quelle acque nere in cui Londra si
specchiava senza fine.
Si impose di restare calmo. Strinse la mascella,
sentendola quasi delinearsi sui lineamenti.
Solo.
Solo davanti alla vastità dell’universo.
Solo, per il resto della vita, con il vuoto
nell’anima.
Edward era morto.
Le luci si erano spente.
Non
più Angel.
Non più Edward.
Nessuna
famiglia, nel presente e nel passato.
E
Faith.
Ho
perso anche Faith.
Un
colpo. E un colpo ancora, rimbombante, nel silenzio del sottosuolo.
Cadendo in ginocchio, senza più freni per la
disperazione.
***
“Ehi.”
Edward aprì gli occhi. E, dopo un attimo di sorpresa,
le sorrise con lo sguardo.
“Ti sei addormentato.” – disse Faith, in piedi, con
un tazzone di ceramica tra le mani – “Ma non per molto, non ti preoccupare.
Mezz’ora, al massimo…”
Tacque. E si fissarono, con una punta di reciproco
imbarazzo. Poi Faith si sedette al suo fianco.
“Tieni.” – disse, tendendogli la tazza – “E’ the. Ho
pensato che lo preferissi al caffè…”
“Grazie.” – rispose Edward, accettando – “Anche a
nome del popolo inglese.”
Faith accennò un sorriso, forzato quanto quello di
Edward. E piegò la testa, pensierosa.
“Non sei obbligato a essere galante. O divertente.” –
disse, con gentilezza – “E’ nei tuoi diritti essere cupo…”
“Nei suoi diritti.”
- si intromise Methos, fermandosi a lato del divano – “Ma non nel suo
carattere.”
Edward non rispose, bevendo un sorso, con aria
pensierosa. E Methos si sentì autorizzato a proseguire.
“Angel mi ha dato un messaggio per voi. La pista di
Wes e Cordelia sembrerebbe buona e l’aggancio di Doyle ha cantato. Saranno qui
tra non molto.” – si interruppe – “E di Spike nemmeno una traccia.”
Fine del comunicato. Libero dalle sue incombenze,
l’immortale era sparito nello studio, lasciandoli in balia dei loro pensieri.
Angel si era imposto su di loro non appena aveva
riacquistato chiarezza. Inaugurare una caccia all’uomo era inutile. Se Spike
non intendeva farsi trovare, avrebbero solo girato in cerchio. Soprattutto in
una città come Los Angeles. Senza contare che Edward aveva bisogno di riposare,
di dare al suo corpo il tempo di autoripararsi.
In contemporanea, Westley si era fatto vivo. Le
ricerche sue e di Cordelia iniziavano a dare i loro frutti, soprattutto dopo la
sortita in quel che restava del covo ripulito la mattina.
I clan erano almeno due. Quello privo di guida, già
identificato nelle settimane precedenti, si stava riversando in uno da poco
rivitalizzato.
E immettere linfa nuova in un clan significava un
massiccio numero di morti, considerò Faith, scura in viso. Morti sotto i loro
occhi, una macabra pista da seguire, l’ennesima scia di sangue che li poteva
condurre a Drusilla.
Perché c’era Drusilla di cui preoccuparsi.
Ora Faith sapeva anche questo. E, per sommi capi, era
riuscita a estorcere anche altre notizie: come un piccolo manipolo avesse
attaccato Edward poco prima dell’alba e come Doyle lo avesse salvato, avvertito
da una visione.
Una visione che si era ripetuta anche più di una
volta. Caso quasi memorabile.
Sospirò, riflettendo. Ed Edward girò la testa verso
di lei, contemplandola.
Faith era una gran bella ragazza. Un fisico
muscoloso, del tutto privo di spigolosità. Una figura femminea pronunciata e
incredibilmente sinuosa.
I capelli scuri le ricadevano a onde sulle spalle,
quasi indomabili. E gli occhi avevano lo stesso colore brunito, caldo e
profondo.
Faith aveva occhi scuri incredibilmente intensi. E,
quando Angel parlava, li puntava su di lui con un’attenzione che,
probabilmente, riservava a ben poche persone.
Potevi leggervi una fiducia senza pari, anche in un
frangente del genere, in cui le azioni del vampiro l’avevano innegabilmente
messa in una brutta situazione.
Edward la osservò, mentre ricambiava alla sua
occhiata. E si tirava indietro i capelli nervosamente.
“Mi sento esplodere all’idea di aspettare.” – disse,
appoggiando la tempia allo schienale del divano. E raccogliendo le ginocchia al
petto – “Restare qui.. Vorrei tanto spiegargli…”
Si interruppe, sbirciandolo, mentre girava la tazza
tra le mani, in perfetto silenzio, senza guardarla. Era pallido, per il sangue
perso. Ma incredibilmente bello, e calmo, in apparenza.
“Ho
l’impressione di essere stata inopportuna.”
“L’inopportuno per eccellenza sono io, Faith.” –
rispose, senza voltarsi, lasciandola a contemplare il profilo sottile ed
elegante – “Oggi ho sbagliato il luogo, il tempo, le parole e ogni decisione.
Dubito che tu possa definirti ‘inopportuna’ se il metro di paragone sono io.”
Faith sorrise, sollevata da quell’atteggiamento.
Edward, come Spike, non era tipo da arrendersi. Ne era pur sempre, sbagli
madornali a parte, il fratello maggiore.
L’esempio irraggiungibile nell’immaginario di
William.
Di colpo Faith fu colpita da quell’informazione.
Quello era Edward. L’Edward dei racconti di Spike, dei suoi incubi. Il fratello
perfetto che emergeva, rimpianto e mai dimenticato, da tanti suoi
atteggiamenti, da tante sue parole.
Edward era l’eredità mai ammessa sulle spalle di
William.
Fuori Los Angeles, 2002
“Però non ti capisco.”
“Pazienza.”
“Mi bendi, mi carichi in macchina e poi? Mi abbandoni
in aperta campagna?”
“La tentazione è forte, Cacciatrice.” – rispose
Spike, parcheggiando – “Ma questa volta sono propenso più a darti ciò che
desideri.”
“Legata e bendata? Ci bastava il letto a casa.”
“Non mi tentare…” – rispose, togliendole la benda –
“E poi la campagna non esiste, qui in america. Voi avete solo il nulla e la
periferia quando non vivete in città.”
“D’accordo. Allora dove siamo?”- non gli diede il
tempo di rispondere. Erano alle porte di un maneggio. E poco, lontano, riluceva
una spiaggia – “Oddio…”
“Non servono santi per andare a cavallo.” – le
rispose, allegramente, scendendo – “Basta salire in groppa e partire.”
“Non ci voglio venire.”
“Tu devi venire. Hai detto che avresti voluto
provare…”
“Ma provare nel senso che mi piacerebbe come è nei
libri!” – si difese lei, mentre Spike le apriva la portiera e l’obbligava a
scendere – “I cavalli non puzzano, non ti sgroppano, c’è la campagna inglese
sempre verde con il cielo blu e la sella, il frustino… e ci sali e sai fare
tutto, compreso saltare gli ostacoli…”
“Sì, Faith.” – annuì Spike, afferrandole una mano e
tirandosela contro il petto – “Ho presente. Tu vedi troppi film. Comunque ti
cercherò un ostacolo da saltare. E ti farò dare un frustino, se mi prometti che
non ci picchierai il cavallo che deve sopportarti.”
“Spike, io ho paura dei cavalli.”
“Sciocchezze.” – con un rapido movimento se l’era
caricata in spalla – “E’ solo perché non ne hai mai visto uno.”
Vero, dannatamente vero. Non aveva mai visto un
cavallo.
Non dal vivo, insomma.
E’ grosso…
Lo guardò, scettica, affacciarsi dal box, per
socializzare con Spike, con simpatiche botte sul suo sterno.
“E mangia le carote?” – domandò, curiosa. Spike
rideva, lasciandosi spintonare, difendendosi a malapena. E passandogli qualcosa
che continuava a tirar fuori dalle tasche.
“Io lo corrompo con lo zucchero.” – replicò il
vampiro – “Ma non dirlo a nessuno qui dentro…”
Faith si avvicinò un po’ di più. Sì, tre metri
potevano andare.
“Non sapevo ti piacessero i cavalli.”
“La mia famiglia li allevava. Uno zio, per
l’esattezza. Passavo le estati da lui.”
“Davvero?” – due metri, suvvia. Sii coraggiosa – “E
inseguivi anche la volpe?”
“Sì. Ma evita di immaginarti la scena di Mary
Poppins.”
“Grazie della precisazione.”
“Ma ti pare.” – Spike aprì la porta della stalla e,
tenendo l’animale per la cavezza, lo condusse fuori – “Non scappare urlando.
Potrei spaventarmi io più di lui.”
“Spiritoso.”
Si era materializzato un ragazzino. E stava sellando
l’animale, mentre Spike continuava a carezzargli il muso.
“Saprò di stalla.” – pensò Faith – “Cordelia non mi
farà entrare in casa. Mi laverà con la pompa in giardino.”
Spike si voltò, sorridendole. Con gli occhi
brillanti.
“Ti faccio una proposta.” – le disse, ridendo – “Se
vieni fin qui, ti porto a cavallo con me e non ne faccio sellare un secondo. Fa
abbastanza scena da film?”
Faith alzò un sopracciglio. Come al solito non si
erano capiti. Lei pensava alla cavalcata furibonda da amazzone, alla Xena, per
intenderci… non di fare la dama inglese in difficoltà.
“Tu mi sfotti.”
“No, sono serio.” – rispose, appoggiando la guancia
al muso del cavallo. E sembrando incredibilmente giovane – “Fammi contento…
vieni a conoscere il mio amico.”
Quando fu ad un passo, Spike le afferrò la mano. E la
guidò sul manto nocciola dell’animale. Era strano, soprattutto per Faith che
nella sua vita aveva accarezzato un gatto. E magari un paio di cani.
“Questo tuo amico ha un nome?” – domandò, chiedendosi
se rischiava di prendersi una zoccolata.
“Promises. Il mio amico è una signora.”
“Ah.” – Faith lo fissò, interdetta – “Quindi, quando
scompari, mi tradisci con un cavallo.”
“Vero.” – si protese, baciando la ragazza.
Afferrandola per la maglietta e tirandola a sé- “E il bello è che vi farò
andare anche d’accordo.”
Faith ridacchiò. Prendendosi il bacio e cercando di
non respirare l’ignobile odore che già emanava.
“Perché Promises?”
“Era il cavallo di mio fratello.”- rispose, con
tenerezza, carezzando il muso, guardando l’animale negli occhi scuri – “Dopo la
sua morte, lo regalai a Carrol, perché non volevo più vederlo.”
“E adesso?”- non chiedergli chi sia Carrol… prima o
poi te lo dirà.
“Adesso ho nostalgia.” – fu la risposta. Nitida,
semplice – “Così tanta nostalgia…”
Faith non rispose.
Sospirò, cingendogli la schiena con un braccio, posandogli la testa
sulla spalla.
“Procurami uno sgabello, vampiro.” – sussurrò,
rassegnata, carezzandogli una scapola – “Ho capito che devo proprio salirci…”
“Cosa farai adesso? Per farti ascoltare, intendo…”
“Non lo so.” – ammise l’immortale, appoggiando la
testa allo schienale – “Probabilmente inizierò a parlare e smetterò quando avrò
finito le parole, le idee e le forze. A quel punto mi inventerò qualcos’altro.”
“E’ un buon piano.”
“Lo spero.” – si prese una pausa, scacciando
l’angoscia – “E tu, Faith? Di tutti noi, tu sei vittima quasi quanto William.”
“Il problema sarà farglielo capire.” – rispose lei,
con finta leggerezza – “Ma so essere parecchio persuasiva, a riguardo.”
“Non ne dubito.” – commentò Edward, donandole il
primo sorriso sincero da quella mattina – “Hai tutta l’aria di una con poche
remore.”
“Mi hai inquadrato subito.” – si complimentò lei,
ridacchiando. E poi fissandolo, con gli occhi stranamente illuminati di
dolcezza – “Mi dispiace, Edward. Mi dispiace veramente.”
Edward la fissava. Ed aveva degli occhi azzurri in
cui naufragare.
“Io ho sbagliato, Faith. Il problema è che ci siate
finiti tutti di mezzo. Quando ho deciso di non dirglielo è stato per un buon
motivo. Io credevo lo fosse. E mi credevo fuori dalla sua vita, del tutto.” –
non riusciva a smettere di parlare. Per quanto ci provasse, quel fiume di
parole non voleva smettere di scorrere – “Pensavo che fosse inutile riaprire
ferite vecchie di oltre un secolo… che era giusto restare fuori dalla sua vita,
a questo punto.”
“E tu, Edward? Non ti è importato di come ti
sentivi?”
La bocca di Edward si stirò, con lieve scherno.
“No. Ho pensato di poterlo sopportare. Che saperlo
vivo mi sarebbe bastato. Ma non è così Faith.
Da quando so di lui.. io non ho pace. Non ho pace.” –
si stava di nuovo tormentando il petto, massaggiando un punto imprecisato,
sotto al cuore – “La sera che ci siamo incontrati, l’ho colpito. Non volevo mi
seguisse, ero terrorizzato all’idea di incontrarlo.”
Faith divenne seria. Mortalmente.
“E’ la natura demoniaca, Edward? Temevi questo
cambiamento?”
“Sì, Faith.” – la risposta la sconcertò. Quell’uomo
era così forte da ammettere le proprie debolezze senza esitazioni. E senza
scusanti – “Ho temuto anche questo fatto. William era un ragazzo
disarmante. Aveva la poesia, la musica,
capiva emozioni che i suoi coetanei non sapevano nemmeno esistessero. Notava
cose che per me non avevano nessun valore. E non si fidava delle sue capacità,
di quell’incredibile forza che aveva.
Era un ragazzo fatto per amare, per vivere. Io ho
solo questo ricordo di lui. Mio fratello William.
E quando Methos mi ha detto… un vampiro. Senza
luce... senz’anima… per me ha significato l’ignoto. Un ignoto di cui io non
facevo più parte.”
Si interruppe, guardando un punto indeterminato.
“Un ignoto in cui non esistevo più.” – mormorò
ancora, per se stesso – “E in cui William si faceva chiamare Spike, era morto e
rinato, era segregato nella notte. Sì, Faith, temevo la sua natura perché era
fatta dei compromessi che mio fratello non avrebbe mai accettato.”
“Spike è sempre stato fatto
di luce.
Buttarlo in pasto alle
tenebre è stata un’ambizione troppo forte perché
Angelus e Drusilla
potessero resistere.
Bussavano alla porta. E Faith si alzò, per andare ad
aprire. Quasi sollevata di non dover rispondere a quello sfogo, inaspettato e
complesso.
Edward coltivava nel suo cammino qualcosa che loro,
Angel, Spike, lei stessa, avevano abbandonato da tempo. Coltivava la purezza,
la vita nella sua positività. Le zone d’ombra in cui si muoveva la Cacciatrice
esistevano perché persone come Edward continuassero a vivere.
Edward era un perché umano alla loro personale
redenzione.
No. E’ stato come se quel
suo appellarsi a me, quel suo sfidarmi… fosse verso di me, non verso il mio
demone.” – Angel giocherellava con il Claddagh, facendolo ruotare – “Riusciva a
distinguerli, in modo perfettamente chiaro. Ho conosciuto pochissime persone,
in grado di farlo… e ancor meno tra le persone che volevano una forma di
vendetta.
Ed
ora, dopo avergli parlato, dopo averlo osservato e quasi analizzato, Faith
iniziava a comprendere maggiormente le motivazioni di Angel, quel suo difendere
a spada tratta un nemico sconosciuto, quel feroce comando con cui aveva
impedito alla sua famiglia di torcergli un capello, probabilmente prima ancora
di sapere chi fosse.
Io e quel tizio possiamo
essere molte cose… ma inspiegabilmente non siamo nemici. Non del tutto. E,
nella nostra sfida, esistiamo solo noi.
Immortale o no, è un
innocente.
Le parole con cui aveva cercato di descriverlo,
quella notte, apparivano ora troppo scarne, quasi irreali per essere veritiere.
Edward, come la vita in sé, sfuggiva a ogni definizione, istintiva o
matematica.
E Faith, con la mente in tumulto e l’agitazione nel
cuore per gli eventi, non poteva fare altro che sostenere l’insopportabile
martellare di quell’oggettivo, da sempre nel credo di Spike.
Rifulgente.
Methos apparve in cima al ballatoio mentre Edward si
metteva in piedi e Faith apriva la porta.
Poi, inconfondibile, giunse la voce di Doyle.
E le urla di Cordelia.
“Razza di irlandese senza cervello.” – stava
sbraitando – “Non è niente, non è niente, è una cosuccia! Quanti punti,
imbecille, quanti!”
“Sette.” – rispose Methos, mettendo le mani a cono
attorno alla bocca e scendendo poi rapidamente le scale – “Tesoro, quanto mi
sei mancata. Avevo tanto bisogno di vedere una persona con il cervello. Ah,
ciao Price!”
“Sì, ciao Price!” – ripeté Faith, lasciandoli
entrare. Doyle stava già, come suo solito, correndo dietro Cordelia. E
implorando – “Che fai qui? Perché non sei all’Hyperion a fare la guardia? Devi
avvertirmi se torna Spike!”
“Non entro nelle vostre beghe da fidanzati.” –
rispose l’uomo, sbrigativamente – “Sono qui perché mi serve un’informazione da
Methos e a casa c’è Angel, al momento. Ti basta?”
“Se Angel è là, vado pure io.” – rispose lei,
infilando la porta.
Ne aveva abbastanza di confusione. Soprattutto perché
ne aveva in esubero in testa – “A dopo.”
“Faith, asp…”
Niente da fare, la porta del pianoterra stava già
sbattendo.
Nel frattempo, Edward era restato immobile. In
perfetto silenzio, sperando di essere invisibile. Impegnata a sbattere sacche
di armi sul tavolo, vestita come una modella, senza un capello fuori posto,
c’era una strepitosa e sanissima ragazza americana.
Aveva gambe lunghe un chilometro e capelli fermati ad
arte con alcune mollette. Un top scollato a goccia e un paio di pantaloni
attillati che mettevano in risalto ogni curva.
E urlava.
Come una furia.
Con Doyle, trasandato e per giunta incerottato, che
cercava di difendersi.
“Principessa, te lo giuro, sono solo caduto da un
gradino.”
“Un gradino da tre metri, idiota?” – stava
recriminando lei – “Methos, dannazione, non eravamo d’accordo che mi chiamavi
se si faceva più di una sbucciatura? Lo sai che va tenuto d’occhio!”
“Ehi!”
“Io lo so, ma ogni tanto non posso proprio seguirlo.”
– ribatté distrattamente l’uomo. Lui e Wes erano chini su un’enorme planimetria
della città. Primi novecento, a giudicare da colore e odore.
Edward aggrottò le sopracciglia bionde, fissandoli.
La testa già gli girava oltremodo… non era pronto a un’invasione.
Dunque, ricapitolando.
Di William nemmeno l’ombra.
Angel lo sta cercando. Faith l’ha raggiunto.
La ragazza che sbraita si chiama ‘Principessa’ e
‘Price’ deve essere quello che chiamano Wes.
Giusto?
“Coventry, vieni qui.” - Stava dicendo Methos,
cavandolo inconsapevolmente dall’impaccio – “Primi novecento, la zona del
porto. Cosa ti ricorda questo?”
Edward non se lo fece ripetere due volte. Tese una
mano sopra la mappa con una sbrigativa presentazione e fissò il punto indicato.
“La zona nord ovest. C’era uno scarico mercantile. E’
andato a fuoco negli anni trenta…” – rispose, dopo un attimo.
“Allora coincide al punto che intendo io. Siamo sulla
buona strada.” – rispose, trionfante, l’uomo. Inglese, pensò Edward,
rassicurante aria di casa – “Piacere di conoscerti, sono Westley Whydam-Price.”
In quel mentre, le urla di Cordelia conobbero un
calo. E lei si voltò mettendo di colpo a fuoco l’interlocutore, con un’occhiata
tale da costringerlo a ricambiare. E a muovere un passo verso di lei.
Bello. Biondo. Occhi chiari incorniciati da lunghe
ciglia, un sorriso bellissimo, malinconico. Talmente bello da farle perdere il
filo di quello che stava facendo, persino della mega-predica in cui si stava
lanciando. Completamente irretita.
Finalmente un’occasione per vederlo bene. E conoscerlo.
Il demone sembrò intuire il flusso dei suoi pensieri. E l’affiancò, parlandole.
“Cordy, ti presento...”
“Doyle, a lui le presentazioni non servono” - lo
interruppe, continuando a fissarlo. Percependo con precisione il dolore, la
paura e la forza di volontà.
Era paralizzante. E Faith, che l’aveva definito
belvedere non aveva nemmeno troppo esagerato.
Cordelia gli rivolse una tale occhiata che persino
Edward cominciò a sentirsi in imbarazzo. E i restanti uomini della stanza
smisero di parlare, in attesa di un suo gesto.
“Ciao. Scusami, non ci hanno presentati.” – disse
lei, d’un tratto, a sorpresa – “Io sono Cordelia. E’ un piacere conoscerti,
Edward.”
Lasciandolo senza parole. Lasciandoli tutti, senza
parole.
“Cordy, scusami.” – azzardò Doyle – “Da cosa l’hai
capito…”
“Spike ha i suoi occhi.” – rispose lei, fissandolo
dritto in faccia. Con un’intensità tale da fargli venire voglia di piangere –
“E lo stesso sorriso, quando è felice.”
Il silenzio era calato di colpo. Cordelia. Colei che
ha cuore.
Impossibile che si smentisse.
Edward sentì un groppo salirgli in gola.
E gli occhi gli divennero luminosi.
“Lo pensi sul serio?” – domandò, come se la
conoscesse da sempre. Aveva una voce morbida, meno profonda di quella di
William. E anche l’accento non era più udibile.
Cordelia gli sorrise, comprensiva. E annuì.
“Deve essere stato un bel trauma, trovarvi uno di
fronte all’altro.” – aggiunse, senza lasciargli andare le dita – “E’ andato
tutto storto vero?”
Si era indicata il collo, con un dito. Ed Edward si era
reso conto di come il segno fosse ancora evidente. Istintivamente, tirò su il
maglione, nascondendolo.
“Peggio non poteva andare.” – rispose, con un mezzo
sorriso, da ragazzino.
Sembri più giovane di Spike… e la tua eternità è così
potente…
E Doyle non disse nulla, come tutti gli altri, del
resto.
Quello era il potere di Cordelia. Sapeva tirar fuori
il lato migliore dell’umanità dalle persone.
“Allora dobbiamo cercarlo. Sarà furioso.” – disse la
ragazza, prendendo in mano la situazione. E lasciandolo finalmente andare –
“Bhe, che fate? Andiamo. Se ci dividiamo abbiamo maggiori possibilità.”
“E’ ancora giorno, Cordelia.” – rispose Methos,
mentre Wes, senza un commento, assimilando le informazioni, arrotolava la carta
– “Ovunque sia, è nel sottosuolo. Zero probabilità di rintracciarlo.”
“Non abbiamo tutti cinquemila anni a disposizione
come te. Prima lo cerchiamo, prima lo troviamo.”
“E oserei anche aggiungere che, al momento, tu e
Price siete gli unici che non rischiano la vita ad avvicinarsi.” – aggiunse,
con flemma – “E’ idrofobo.”
“E come dargli torto.” – commentò Doyle – “Lo
sapevamo tutti tranne lui.”
Ecco. Questo particolare a Cordelia era sfuggito.
Prima che Wes arrivasse solo ad aprire bocca, la voce di miss Chase tornò a
farsi sentire.
“Mi stai dicendo che lo sapevi? Che lo sapevi tu? Ed
Angel? Angel lo sapeva? Ma, dico, vi siete ammattiti? Cos’è, qualcosa che vi
mettono nel whisky da bambini? E Faith? Anche Faith?”
“Faith no.” – Doyle scosse la testa, difendendo la
Cacciatrice – “Anche se Spike pensa di sì. E Methos, Methos lo sapeva.”
“Ma lui non fa testo, si astiene sempre!”
“E intelligente che mi dimostro!” – sottolineò,
trionfante, l’immortale. Prima di girarsi in cerca di supporto – “Vero, Wes?”
“Spiacente.” – l’ex osservatore scosse la testa,
serio – “Dissentisco.”
“Pazienza. Intanto, prima della fine, rimpiangerai di
non avermi imitato.”
“Finitela tutti. E lasciamo perdere.” – Cordelia alzò
le braccia, quasi a fermare un incontro di boxe – “Ormai il danno è fatto.
Cerchiamo di rimediare. E in fretta.”
[IV]
Spike incespicò ancora. E si fermò, in attesa.
Si appoggiò alla parete sconnessa alle sue spalle,
premendo le tempie con le mani.
La testa sembrava esplodergli, gli faceva venir
voglia di urlare, urlare e distruggere.
Se solo... se solo l’anima svanisse…
La sensazione del corpo di Edward tra le braccia lo
colpì di nuovo. Il calore, la vita pulsante, la bellezza quasi sfrontata... e
il suo cuore che lentamente si spegneva.
Era stato quel suono terribile a fermarlo. Il cuore
di Edward che vibrava e si rattrappiva, come avevano fatto migliaia di cuori
prima di lui. Mille e mille vittime che Spike aveva sedotto e ucciso con
l’inganno più antico della storia umana. La bellezza.
E il miraggio di un’esistenza migliore, da cogliere
nell’oscurità, nel casuale incontro.
Oh, sì. Aveva ucciso come era stato ucciso.
Con la speranza negli occhi.
Scivolò seduto, inarcando la testa, appoggiandosi
alla parete. Istintivamente piegò le ginocchia, portandosele verso al petto.
Edward, immortale.
Edward, Edward, Edward...
Era come se la sua mente non riuscisse a procedere
oltre questa parola. Oltre agli occhi chiari, alla bocca ridente… oltre al
ricordo di quel corpo stretto tra lui e una parete.
Eri la mia unica certezza… eri tutto ciò in cui
credevo, il mio migliore amico, l’unica cosa preziosa che possedevo in una vita
da cui volevo solo fuggire.
Edward… perché lo hai fatto… perché mi hai lasciato…
Piegò la testa, soffocando l’ennesimo urlo.
E lo rivide, mentre apriva la porta e lo guardava
fisso negli occhi.
La sorpresa, la gioia a malapena trattenuta,
rivissute ad oltranza, mentre mutavano in assoluto orrore.
C’era orrore negli occhi di Edward.
Orrore per ciò che stavano vivendo. L’angoscia e la
consapevolezza della deriva di ogni comprensione.
Un frammento di immagine. E di nuovo la sensazione
del suo corpo contro il proprio. Ancora caldo, vivo come non riusciva a
ricordarlo. Non più pallido e fragile, prossimo alla morte.
Vivo. Vivo in eterno.
Spike insinuò una mano sotto la camicia, le dita sul
ricordo di una ferita.
A modo suo l’aveva sempre saputo. Aveva sempre saputo
che si era trattato di Edward, quella notte. Il suo inconscio l’aveva
sussurrato per mesi, ad oltranza, dentro agli incubi. Una rotazione, il
coltello che parte, il volto che si svela… Edward.
Edward, dall’altra parte del coltello.
Edward, con una freccia piantata nel petto.
E io, con la balestra ancora in mano.
Rise, massaggiandosi la fronte, passando dalle risate
disperate alle lacrime.
Con Angel che mi sorregge e mi impedisce di seguirlo.
Angel…
Il solo pensiero del suo sire fu un nuovo motivo di
ribellione, per la sua mente, per il suo corpo.
Angel che smetteva di proteggerlo. Angel che l’aveva
abbandonato restandogli accanto.
Angel e Edward. Perderli entrambi, nello stesso istante.
Adesso basta. Basta!
Si mise in piedi e camminò, senza una meta, lungo la
galleria.
Io sono qui. Perché tu hai
bisogno di me.
E si voltò, sobbalzando.
Come due fratelli.
Passi! Passi nel buio.
Angel.
Accelerò, correndo, correndo come un folle.
Basta.
Angel.
Basta parole, dolore. Basta con questa vita,
quest’anima, questa esistenza illusoria.
Angel.
Basta.
Angel.
E precipitò verso il basso, a tradimento.
E fu cadendo, nel rallentare del tempo, con
l’adrenalina tra le labbra, che ebbe l’impressione di vederlo.
Anche tu hai le ali, come
gli Angeli veri. Piene… di luce.
Di vederlo protendersi, le mani tese verso di lui.
Gli occhi scuri di Angel.
E gli sorrise.
Lo sapevo… non si sfugge da uno come te…
Non…lasciarmi… dormire.
Poi il vuoto.
***
Angel si fermò. E la copertura della botola gli
sfuggì di mano, con rumore assordante.
Per un attimo… Angel. Sbatté le palpebre.
Per un attimo gli era sembrato di vederlo. In fondo a un pozzo, un braccio proteso.
L’espressione inconoscibile di chi dorme senza sogni.
William... William che lo chiamava.
Riafferrò la maniglia, pronto a risaltare nel buio
delle condotte sotterranee. Ma il rumore di una porta che si apriva e si chiudeva,
alle sue spalle, nella hall dell’Hyperion, lo distrasse.
Un attimo più tardi lo raggiunse la voce di Faith.
Si mosse, veloce, svelandosi, spalancando la porta.
“Faithy.” – la vide arrivare, correndo, libera della
giacca, la pelle arrossata da una corsa in moto senza protezioni – “Che fai
qui?”
“Wes mi ha detto che eri….” – si fermò, respirando in
maniera concitata – “non potevo... io non potevo…”
Angel le afferrò le spalle. E la sedette, quasi di
violenza sul divanetto dietro di lei, piegandosi sui talloni e guardandola.
“Faith, non mi servi a nulla se non ti calmi.” – le
disse, con durezza, tirandole i capelli dietro le spalle – “Mi servi anche come
Cacciatrice, stanotte.”
Faith spalancò gli occhi, per la sorpresa. Per quel
tono duro, che non lasciava spazio a repliche e che la faceva sentire una
donnetta isterica.
Inspirò ed espirò, accompagnando l’aria con tutto il
corpo, come aveva visto fare a Cordelia, nei giorni delle visioni. E annuì, per
dare una risposta sensata, prima di piegarsi su se stessa, coprendosi gli
occhi.
“Oddio, sono una stupida.” – gemette, mentre la mano
di Angel le si posava sulla nuca, insieme a un bacio – “Sembro Rossella
O’Hara…”
“Avrei detto Ingrid Bergman in Anastasia – scherzò
lui, forzatamente – “Ma è lo stesso… anzi… preferisco essere Clark Gable prima
di Yul Brinner. Deve essere una questione di capelli…”
Faith trattenne a stento una risata, tra le mani.
Odiava quei vecchi film, li trovava noiosissimi, con tutte quelle donne in
crinolina. Ma Cordelia ed Angel non ne avevano mai abbastanza.
“Scusami.” – disse, raddrizzandosi e guardandolo –
“Credo di aver appena fatto di testa mia, venendo qui.”
“Lascia stare.”
“Non riuscivo più a resistere… chi ti dice che
tornerà… non crede più a nessuno di noi.”
“Tornerà. Perché ti ama. E perché non lascia mai
nulla in sospeso.”
“Lo credi sul serio?”
“Io devo crederlo.” – replicò, sedendosi nel posto
lasciato libero – “Spike deve capire che tu non ne sapevi nulla. Poi, le cose
andranno come andranno. Ma per te tornerà.”
Per te tornerà.
Ed io…
Io salirò questa china con i denti e con le unghie.
***
Riaprì
gli occhi, piantando le unghie nella terra, con le ossa doloranti.
Sei metri. Come minimo sei metri di volo.
Si aggrappò a quel che restava di una scaletta
metallica. E si tirò in piedi, reprimendo un gemito. Cercò di mettere a fuoco
il luogo in cui si trovava, tenacemente appeso al suo sostegno.
E, in quel momento, sentì la canzone. E vide il
vestito bordeaux.
“Ciao amore…” – sussurrò Drusilla, affacciandosi dal
fondo del condotto – “Ti sei fermato, finalmente. Cattivo… correre veloce come
il vento…”
Spike la fissò, interdetto. Poi cominciò a ridere,
piano. E sempre più forte.
“Mi mancavi giusto tu, oggi.” – singhiozzò,
asciugandosi gli occhi – “Ne avevo già abbastanza… del mio passato.”
“Il passato è luce... il futuro è ombra…” – gli venne
incontro, le mani intrecciate dietro la schiena, l’andatura sognante –
“intrappolato nel presente... sei intrappolato nel presente…”
“Il
presente non esiste. Questo è solo l’incubo. Di ciò che ero, di ciò che sono…”
– si lasciò scivolare a terra. E la guardò, disperato – “è tutto come avevi
predetto, Dru… tutto come avevi visto…”
Ti illudi, amore mio. Ti
illudi ancora innanzi a miraggi che non esistono.
L’Angelo rimane nero anche
quando spalanca le sue ali protettrici.
L’Angelo sa uccidere, in
molti modi…
Torna da me…
Torna alle stelle e alla
notte buia…
“Amore…” – sospirò ancora la vampira, sedendosi al
suo fianco e lambendogli il sangue dal viso, dalla tempia rimasta segnata nella
caduta. Baci, lungo la cicatrice, sul sopracciglio.
Spike chiuse gli occhi, stordito, incapace di
respingerla.
Era così appagante, quel contatto… così rassicurante…
“Sapevi di lui, Drusilla?” – domandò, lasciandosi
cingere il collo con le braccia– “Sapevi di Edward?”
“Adesso… adesso le stelle me lo hanno detto.” –
spiegò, come sempre – “Il flagello lo nasconde, il flagello lo protegge. Ma io
lo avrò comunque, non ti preoccupare.
Vi avrò entrambi.
E staremo sempre insieme.”
Quelle parole lo percorsero come un brivido. Rialzò
la testa, fissandola.
Lucido, per la prima volta.
“Hai il suo sangue sulle labbra.” – aggiunse
Drusilla, carezzandogli la bocca – “lo posso ancora vedere, sentire… è il
sapore del passato, eppure è vivo… caldo…”
Lo baciò, tirandolo verso di sé, lacerandogli la
pelle.
Le loro bocche si inondarono del reciproco sangue. E
Spike si sentì morire, come la prima volta.
Drusilla
lo aveva baciato, prima ancora di sapere il suo nome. Era stato il primo vero
attimo di passione, il primo vero fuoco. Le labbra della vampira gli erano
sembrate fredde e poi incredibilmente calde. Calde della sua vita più che del
loro sentimento.
Un
bacio. E poi la morte, come nei migliori racconti dell’orrore. Amore e morte,
come sempre, giorno dopo giorno, secolo dopo secolo.
Lo
stesso sapore che ancora permeava tra lui e Faith. La vita e la morte.
Il
giorno e la notte.
Si
ritrasse appena, guardandola. E Drusilla gli sorrise.
Sì.
Come sempre.
La
consapevolezza lo fece tremare. Drusilla, come Edward, era ancora la stessa di
allora.
Era
bruna, bellissima, gli occhi ancora pieni di luce.
Orrendamente
sbagliata eppure così intossicante.
Fredda,
morta, lontana da tutto.
Congelata.
Ma
Spike non poteva dire la stessa cosa di se stesso.
Perché
si sentiva vivo. E immerso nel mutamento, in una gamma infinita di cambiamenti
ed emozioni contrastanti.
Era
cambiato, era cresciuto, era forgiato dal dolore dell’anima. Ed era demone,
ancora.
“E’
Edward che vuoi, Dru?” – domandò, guardandola, con un mezzo sorriso – “E’
questo che mi stai dicendo?”
Drusilla
gli passò le dita sulle labbra. E annuì, persa, senza guardarlo negli occhi.
“E’
come te… c’è quella musica nel suo cuore… quella musica da ballare… mi manchi
così tanto…”
“Puoi
avere me…” – rispose, esitando appena – “Non ti serve quell’impostore... tu
puoi avere me…”
“Oh,
no…” – ridacchiò, piena di segreti – “io posso avervi entrambi. Posso riunire
ciò che si è spezzato. Un solo cuore, un solo cuore…”
Ancora
le sue labbra. Ancora quella passione.
E
quel sapore.
Spike
la respirò, dissetandosene. Un bacio intenso, cedevole, una mano sulla sua
pelle d’alabastro.
Eppure
la mente in tumulto. Confusa e informe.
Edward
e Drusilla... Edward e Drusilla…
No…
“Angel
non ti lascerà nemmeno avvicinarti.” – rispose Spike, sottovoce, assaporando le
sue stesse parole, gli occhi chiusi, la bocca nella sua – “Come l’ultima volta…
con me…”
Drusilla
si ritrasse, come scottata. Ferita.
E
Spike la fissò, con gli occhi ghiaccio, dritto nelle sue ametiste.
“Anche
l’ultima volta mi volevi…” – sussurrò, colorandosi le labbra con un ghigno – “e
non mi hai mai avuto del tutto. Angel è come Angelus.
Edward
è già suo… non lo dividerà di certo con te.”
“No.”
– si era ritratta, di scatto. In piedi, i pugni stretti – “Non l’ha fatto, io
lo so che non l’ha fatto.”
“Ma
che lo renda uno di noi oppure no è una cosa irrilevante.” – spiegò, con
innocenza, provando a mettersi in piedi – “Edward è sotto la sua protezione.
Per cui risparmia la fatica. E pensa a restare viva.
Perché
non vedrai un’altra notte se gli torcerai un capello.”
Ed
ora vattene.
O
sarò io ad ammazzarti.
***
“Bene.”
- Disse Methos, alzandosi – “Appurato che il sole calerà tra meno di quaranta
minuti, direi che è ora di muoversi. Ci vediamo da voi.”
“Ottimo.” – rispose Westley, raccogliendo le carte e
prendendo la matita che Edward gli stava restituendo – “Fate in fretta, o
andiamo senza di voi.”
“Perfetto.” – rispose, posando una mano sulla spalla
di Edward, di modo che non potesse alzarsi. E premendo, con decisione. Fermo
dove sei oppure saluta la clavicola – “Ciao Wes, ciao Cordy, ciao Francis.”
“Vuoi che…”
“No, Francis.” – rispose, con un bel sorriso – “Non
essere inopportuno.”
“Ricevuto.” – sospirò.
E, mentre la porta si chiudeva, fu ancor udibile, la
voce di Cordelia.
“Ma se si vedeva lontano un chilometro che devono
parlare! Sei sempre il solito…”
Edward rimase fermo. E attese che la presa si
allentasse.
“E’ vero?” – domandò, senza voltarsi – “Dobbiamo
parlare?”
“Male non può farci.” – rispose – “Vieni con me…”
Angel aveva chiamato, dopo aver lasciato Faith a
casa. Era nei condotti sotto la città, al momento. E li stava passando al
setaccio, con la pazienza che possono avere solo gli esseri senza tempo con il
dolore nell’anima.
Angel aveva parlato con Cordelia, qualche minuto. E
poi con Wes, impegnato ad aggiornarlo sugli sviluppi della loro ricerca.
Se l’obiettivo restava continuare a cercare il
rifugio di Drusilla, erano abbastanza vicini da iniziare a prepararsi.
“Wes, l’hai conosciuto?” – aveva domandato Angel,
fermandosi in un punto in cui la ricezione era migliore.
E l’amico, prontamente, si era alzato, uscendo sul
terrazzo. Dal tavolo.
“Se ti riferisci a Edward Coventry…” – disse,
appoggiandosi alla ringhiera – “Ho avuto questo enorme piacere, a sorpresa,
circa mezz’ora fa.”
Silenzio.
“Angel…” – l’uomo respirò un attimo a fondo, fissando
il movimento delle macchine in strada – “Non sono qui per farti la paternale,
se è quello che stai pensando.”
“Sto pensando che me la meriterei.”
“Secondo me… no.” – si interruppe un attimo,
riordinando le idee – “Ritengo che tu sia in questo guaio per puro sbaglio,
come Faith. E posso anche aggiungere che mi spiace per questo ragazzo... se
posso permettermi di avere un’opinione su un essere ultracentenario.”
Angel sogghignò, divertito.
“Di me hai sempre un’opinione.”
“Ma tu sei Angel.” – rispose, appoggiandosi, più
rilassato, alla balaustra – “Niente notizie di Spike?”
“Nulla.”
“E’ fuori di sé, vero?”
“Nella peggiore accezione del termine.”
“Ottimo. Notizie di Faith?”
“Sta mordendo il freno, all’Hyperion. Raggiungetela
il prima possibile. E, se riesci, procurale qualcosa che la tenga occupata.”
“Se i miei calcoli sono esatti, tra non molto saremo
tutti occupati.”
“Me ne rallegro. Adesso, se puoi, passami Edward.”
“Subito.” – Wes si raddrizzò, riaffacciandosi dentro
al locale – “Edward, scusami… Angel vuole parlarti.”
Il ragazzo si era alzato, con prontezza. E si era
appartato, su quello stesso terrazzo, dandosi il cambio con Westley.
“Dimmi.”
“Stai bene?”
“Sì.” – rispose, sbrigativamente – “Sì, sto bene.”
“Allora vorrei che stasera venissi con noi.” – Angel
saltò in un altro dislivello, sperando di non perdere la ricezione –
“Preferisco saperti in un covo di vampiri con loro che da solo in
quell’appartamento. C’è ancora Drusilla che ti cerca. Ricordatelo, anche se so che
hai altre priorità, al momento.”
“Vero. Hai scoperto dove sia la mia priorità?”
“Non ancora.”
“E mi dici perché non posso raggiungerti adesso,
all’istante? Sto rispettando le tue richieste, Angel. Ma voglio che tu mi dica
cosa sto aspettando.” – strinse con forza il parapetto, piantandoci le unghie –
“Dimmi cosa aspettiamo, Angel, per favore.”
Gli rispose il silenzio.
E l’assoluta assenza di respiro.
Eppure Angel era ancora là, all’altro capo del filo.
E rifletteva.
“Edward.” – sentì, in un sussurro – “Hai il mio
rispetto. E non sto cercando di prevaricare. Ma, al momento, penso di avere
qualche possibilità in più di te, per essere ascoltato. E voglio sfruttarla.
Non voglio più assistere a ciò che ho visto
stamattina.”
Edward chiuse gli occhi. E pensò, per un singolo
istante, di non riuscire più a trattenersi.
“Io non voglio che ti faccia del male. Non lo voglio
per te e non lo voglio per William. Io... io sono costretto a tenervi
separati.” – si appoggiò al muro. E pensò che Edward, almeno, rispetto a lui,
in quel momento, aveva la fortuna di poter restare in silenzio. Perché ogni
parola era uno sforzo titanico – “Vorrei che bastasse trovarlo, per convincerlo
che non l’abbiamo abbandonato.”
Edward chiuse gli occhi. E i polmoni si compressero,
nuovamente.
“Lo capisco.” – mormorò, pensando con orrore di non
avere il controllo della propria voce – “Ma non… io non…”
“Ti chiedo un’ora al massimo. Un’ora. Aspetta il
tramonto, poi vai con gli altri.”
“Va bene.”
“Edward…”
“No, sul serio. Va bene, Angel.” – si raddrizzò –
“Fammi un favore… bada anche a te stesso.”
Edward si alzò, seguendo Methos malvolentieri. Angel
aveva detto un’ora. E di raggiungerli al fantomatico Hyperion. Eppure adesso
c’era Methos che lo frenava.
Methos! Ci si metteva anche Methos!
“Sappilo.” – comunicò, fermandosi ed enumerando –
“Non voglio farmi una doccia, non vado medicato o resuscitato, non intendo
perdermi in conversazioni di concetto. Voglio solo che ti infili una giacca e
ti prepari ad uscire.”
“Chi ti ha detto che vengo?”
“Non vieni? Ok, va bene, non venire. Vado solo io.
Posso andare, adesso?”
“No. Andremo insieme fino all’Hyperion. Poi deciderò
cosa fare della mia testa.” – replicò, sedendosi sul divano. Anzi, lasciandosi
cadere, con indolenza – “Adesso però ci dedichiamo alla mia attività
preferita.”
“Sarebbe?”
“La conversazione di concetto.”
“Oh, andiamo, Methos!” – esplose – “Non intendo
perdermi in conversazioni sul giusto e sullo sbagliato! Ho da fare. Se per caso
ti è sfuggito, c’è mio fratello là fuori…”
“Edward. Seduto.”
Si era teso, con un tempismo perfetto. E il suo tono
non aveva lasciato repliche.
Il problema era che Edward fosse un Coventry. Non
stava nell’efficacia di quell’approccio.
“Risparmia lo sforzo, Methos.” – rispose, restando in
piedi. E sfidandolo come mai nella sua vita – “Non intendo sedermi e calmarmi.”
“Dovresti. Tu stai fuori di testa quasi quanto
William.” – rispose, implacabile, allungando le braccia lungo lo schienale. E
accavallando le gambe – “Lui è più plateale, con i canini e tutto il resto. Ma
tu sei altrettanto bravo a fargli del male.”
Edward pensò di non aver capito. E lo fissò, come se
non lo conoscesse.
“Torna in te.” – aggiunse l’uomo, fissandolo con
durezza – “E prima di perdere il controllo. Qui c’è già abbastanza gente che si
deve pentire.”
“Io no, secondo te? Non ho già cose di cui pentirmi?”
“E ci tieni tanto ad aggiungerne altre? Rifletti,
Coventry, non comportarti come un cretino, visto che non lo sei!” – non
intendeva muoversi. Lo guardava soltanto percorrere la stanza ad ampie falcate
– “Tu lo sai che non hai sbagliato, nel 1857. Io c’ero, ti avrei consigliato
nello stesso identico modo! E quanto a quello che hai deciso, sei mesi fa… bhe,
sei partito sapendo che sarebbe successo. Che prima o poi, presto o tardi,
William lo avrebbe saputo.”
Si interruppe, guardandolo voltargli la schiena, le
braccia incrociate, per difendersi.
E si alzò.
“Non sei giovane abbastanza per ignorare come vanno
certe cose.” – aggiunse, avvicinandosi – “E non sei abbastanza superficiale per
aver fatto tutto quello che hai fatto in assoluta incoscienza.”
Edward non gli rispose. Gli sarebbe bastato un
singolo respiro per andare in frantumi.
E Methos fece come quel giorno, sul terrazzo.
Semplicemente gli cinse le spalle, tirandoselo contro il petto.
“Cosa farai quando l’avrai di nuovo di fronte,
Edward? Crollerai? Hai accettato quello che ti è successo stamattina? Perché
non credo che andrà poi così diversamente.
Io non conoscevo tuo fratello.
Ma conosco Spike, il vampiro con l’anima. Nel bene e
nel male.”
“E’ così che vuoi che pensi a lui? Come a un demone?”
– domandò, sentendo il calore propagarsi a quel contatto. E restando comunque
fermo, le braccia ancora intrecciate, gli occhi fissi di fronte a sé.
“Ti chiedo di stare attento, qualunque cosa tu decida
di fare.” – rispose, senza nessun imbarazzo per quell’affetto che non gli
manifestava mai – “E ti chiedo di crollare adesso, prima di andare.”
“Non posso.” – abbassò la testa, quasi ridendo – “Non
posso, Methos.”
Non sono mai stato bravo a cedere.
India, 1884
La jungla bruciava. Bruciava ancora.
E le urla erano assordanti.
Tra le urla, anche quelle di Edward non erano da
meno.
Sporco di fuliggine, stanco allo stremo, non si
rassegnava all’evidenza dei fatti. E cominciava a sembrare un pazzo furioso,
considerò Methos, vedendolo di nuovo correre verso la linea esterna, dove le
fiamme iniziavano a superare i tre metri.
“Fermalo!” – urlò Damodar, alle sue spalle.
“Oh, certo, parli facile!” – rispose, di rimando,
tirandosi sul viso lo straccio e correndogli dietro.
Lo placcò, sollevandolo quasi da terra per riuscire a
trattenerlo.
“Lasciami.”- si divincolava, furioso. Ed era solo un
vantaggio che fosse sottile e slanciato. Methos, con le spalle e le braccia che
si ritrovava, riusciva a malapena ad opporgli resistenza – “Lasciami, non lo
vedi che serve aiuto?”
“E tu non lo vedi che ci stanno andando a fuoco anche
i capelli?” – rispose, di rimando, assestandogli un colpo ai reni senza
misericordia e sollevandolo per la vita – “Finiscila con le utopie, idiota,
dobbiamo andarcene!”
“No. Non me ne vado, non me ne vado.” – Edward smise
di scalciare e unì i pugni, per assestargli un colpo di gomito nel fegato.
Methos mollò ovviamente la presa, mentre i suoi
organi si spostavano tutti a sinistra. Ed Edward ripartì, puntando ai secchi
dell’acqua.
I contadini, attorno a loro, fuggivano in senso
contrario. Il tempio che avevano provato a salvare, quel tempio millenario per
cui Edward stava per immolarsi, sarebbe stato avvolto dalle fiamme in pochi
minuti.
Senza possibilità alcuna di un miracolo.
Methos si rimise in piedi e gli corse dietro, ancora,
imprecando e zoppicando.
Edward se ne stava da solo, davanti ai suoi fantasmi
personali e al fuoco.
Aveva perso Mayuri. Ed ora anche l’unico posto in cui
si era sentito a casa dopo la sua morte.
Methos lo afferrò, tirandolo verso di sé. E un’altra
pianta in fiamme precipitò, di traverso, impedendo loro di proseguire.
Ma questo non sembrava bastare ad Edward.
Si tirò su, gli occhi azzurri pieni dei riflessi
rossi che li circondavano. Il fuoco gli arrossava la pelle e le labbra. E lo
faceva tossire, ma non smettere di correre.
Con Methos sempre alle calcagna.
“Basta, Edward, basta.”
“Mai.” - urlò, voltandosi – “Mai, fino alla fine.”
Methos sentì il cervello quasi esplodergli per la
frustrazione.
Mai fino alla fine?
Non avevi che da dirlo, stupido idealista.
Non si fermò nemmeno, continuò a correre. E prese la
mira.
E il kriss, il coltello malese che portava in vita
partì, prendendolo perfettamente in mezzo alle scapole.
E uccidendolo sul colpo.
“Ecco.” – ansimò, fermandosi a fianco del corpo, per
prendere fiato – “Accontentato.”
Estrasse il coltello, pulendolo. E si caricò il corpo
sulle spalle.
Stupido. Stupido e masochista.
Ricordami di regalarti il kriss. Gli hai rovinato il
filo con le tue ossa.
Le pietre del tempio erano già lucide. E l’oro che le
ricopriva ancora in alcuni punti si stava sciogliendo. Troppo tardi. Era stato
troppo tardi sin dall’inizio.
Methos fissò l’alta cupola accartocciarsi.
E la bellezza umana che si protendeva verso il cielo
tornare ancora una volta ad esser cenere e polvere.
Non sono mai stato bravo a rinunciare.
“E’ vero.” - ammise Methos, lasciandolo andare – “Ma
dovevo provarci.”
“Apprezzo lo sforzo.” – rispose Edward, sorridendo,
asciugandosi gli occhi. Ci siamo fermati, solo un passo prima. Si voltò,
abbracciandolo, aggrappandosi al suo collo – “Però toglimi una curiosità...
perché mi sopporti ancora?”
“Bhe...” – Methos alzò gli occhi al soffitto,
pensieroso, strofinandogli una scapola con una mano – “in cinquemila anni ci si
può annoiare… è bene procurarsi qualche distrazione.
Altrimenti si invecchia… prima del tempo.”
***
Non era pronto a trovarla a casa.
Era stato così assorto dai suoi dolori da non
percepirla nemmeno.
La guardò, ferma al centro dell’ingresso. E si appoggiò alla porta alle sue spalle,
infilando le mani nello spolverino di pelle. Con sfida.
E Faith non disse nulla.
Spike era ridotto in uno stato spaventoso.
Aveva ferite, lacerazioni sul viso, sulle mani, viste
solo fuggevolmente. E segni di graffi, su una guancia, lungo il collo.
In frangenti normali gli sarebbe corsa incontro. E
l’avrebbe sostenuto, rimproverandolo senza mezzi termini per la sua incapacità
a difendersi. Ma ora... ora non riusciva a muoversi. E lo fissava, del tutto
terrorizzata.
Gli occhi di Spike, solitamente azzurri e sarcastici
erano bui. E gonfi, come sul viso di chi ha pianto fino a sfinirsi.
Eppure non c’era fragilità. Nessuna debolezza. Da lui
trasudava soltanto quella furia spietata emersa con l’aggressione di Edward.
“Amore, ciao.” – disse, guardandola, facendo quasi le
fusa – “Ti sono mancato?”
Le sorrideva, nel parlarle. E il sangue con cui era
incoronato lo rendeva un terrificante dio della guerra.
Capelli biondi tinti di rosso. E occhi che portavano
bufera.
“Spike, credo che tu abbia diritto a una
spiegazione.” – azzardò, restando ferma, i sensi all’erta.
Nulla… non emanava nulla. Spike, famoso per il
divenire elettrico se furioso, era come una statua di sale.
“Veramente no.” – rispose il vampiro, raddrizzandosi
– “Sono venuto solo a prendere alcune cose. Puoi seguirmi, se vuoi…”
Si era mosso, con sicurezza. Zoppicava appena,
trascinando un piede. Sembrava che la parte sinistra del suo corpo non
rispondesse alla perfezione ai comandi della mente. Senza però essere un
ostacolo ai movimenti.
Faith, totalmente in confusione, lo seguì, mentre
scendeva nell’armeria.
“Sai, ho avuto una giornata incredibile.” – le disse,
una volta che furono nello scantinato. Stava a torso nudo, prelevando una
maglietta da un cumulo di biancheria da stirare – “Lascia che ti racconti…
magari dall’ultima cosa che mi è successa... che è proprio incredibile.
Pensa, stavo parlando con Drusilla…”
Faith trattenne il fiato. Spike le dava le spalle e
il suo racconto aveva l’intonazione leggera di un resoconto qualsiasi.
“Ero con Drusilla che mi spiegava i suoi progetti per
il futuro, quando sono stato aggredito da sei dei suoi. Lo ammetto, ho
provocato quella matta della mia ex... ma non pensavo che andasse in giro con
la scorta.
E pensare che non avevo voglia di combattere, essendo
caduto da un’altezza di sette metri in un pozzo... nelle fogne non sai mai dove
metti i piedi.”
Faith non rispose. E Spike si strofinò via il sangue
con un asciugamano inumidito. Via dalle braccia, dal torace.
Via, insieme all’odore di Edward, al suo
inconfondibile profumo di umanità. Di pulito.
Via, con il sangue sparso dai baci tentatori di
Drusilla.
Afferrò una bottiglia da sopra il ripiano. E bevve un
sorso, cercando di scacciare il sapore della trasgressione.
“Comunque non mi è chiaro cosa volessero.” –
aggiunse, riavvitando il tappo – “Forse dovremmo indagare.”
Si bloccò e si girò, finendo di infilare le maglietta
sopra a vaste escoriazioni bluastre.
“Ah, già.” – le sorrise – “Scommetto che lo state già
facendo.”
Faith incrociò le braccia. E, con gli occhi, valutò
la distanza dagli oggetti che avrebbero potuto tramortirlo senza ucciderlo.
Non era certa che ci fosse un’anima in lui.
Può forse morire l’anima, per troppo dolore?
“Sì, stiamo indagando.” – rispose, stando al gioco.
Cercando di restare calma – “Doyle ha avuto una visione, stamattina e…”
“E non mi riguarda.” – rispose lui, allacciandosi un
anfibio e recuperando lo spolverino – “Comunque ti passo una dritta, in memoria
dei bei tempi andati. Drusilla vuole Edward Coventry. Penso che sappiate anche
questo... ma è meglio ripeterlo. Dopotutto, qui si parla di innocenti in
pericolo…”
“Ah giusto!” – aggiunse, beffardo, raddrizzandosi –
“Questa è la cosa migliore della giornata, devo proprio raccontartela. Pensa
che sono andato a prendere la mia donna dal suo osservatore, stamattina. E mi
ha aperto la porta il mio defunto fratello!
Chiunque abbia detto che la vita è strana deve aver
avuto un’esperienza del genere.”
L’aveva detto ridendo, con gli occhi spiritati, pieni
di un’emozione inspiegabile.
Rabbia, rancore? Dolore? Follia?
Faith non riusciva a capire.
“Parliamo di tuo fratello, allora, visto che l’hai
nominato.” – rispose, pronta, la ragazza – “Varrebbe qualcosa ti dicessi che ho
scoperto chi fosse quando l’hai chiamato per nome?”
Spike si voltò. E un lampo di sorpresa, presto
dissimulato, gli transitò sul viso. Poi, gli occhi tornarono ad essere pietra.
“Ah sì?” – esclamo, piegando la testa – “Eppure il
tuo profumo su di lui era delizioso…”
“Abbiamo combattuto insieme.” – rispose,
innaturalmente sulla difensiva – “Lo conoscevo come amico di Methos... per
quello che…”
“Risparmiami il resoconto di ciò che è successo sei
mesi fa.” – rispose, a denti stretti, perdendo improvvisamente smalto – “C’ero.
Me lo ricordo.”
Non ho compreso.
Non ho visto.
Ma ricordo. Ricordo tutto il necessario.
“Non sapevo chi fosse.” – ripeté la ragazza, con più
convinzione. Era vero, doveva credere alla propria innocenza per convincere
Spike – “Non ho intuito nulla, nemmeno parlandogli. Non lo sapevo, Spike, te lo
posso giurare.”
“Non mi riguarda.” – replicò, con un’alzata di
spalle. Aprì un cassetto, prelevando l’immancabile pacchetto di sigarette. E un
accendino – “E non mi sorprende questo tuo pensare di avere una giustificante.
Sei la bambina prediletta di Angel, prima di essere la mia donna.”
Angel… Angel che ha una scusa per ognuno di noi. E
mai per se stesso.
Quale? Quale si è inventato per appoggiare Edward?
“E’ questo il motivo per troncare con me?” - domandò,
spalancando gli occhi. Sconvolta – “Il fatto che io non stia condannando Angel?
Che sia ancora qui e non in fuga da lui come te?”
Il cassetto venne richiuso,
con violenza, facendola sobbalzare.
Calma Faith. Controlla i
tuoi nervi.
“No. Io non tronco con te.
Sei tu che lo hai fatto. Eri lì, con lui, con Methos, Doyle… eppure non me lo
hai detto. Mi hai mentito, Faith. Come il grande Angel.” – si era avvicinato,
fino a fronteggiarla – “Tu… mi hai… mentito!”
L’ultima parola l’investì,
come un’onda d’urto.
Faith chiuse gli occhi e,
senza frenarsi, mosse un passo indietro.
Faith, che non aveva mai
arretrato innanzi ai suoi nemici. Ai suoi fantasmi. A ogni incubo esistente.
“Fai bene ad avere paura,
Cacciatrice.” – concluse lui, avviandosi su dalle scale, alcune armi in pugno –
“Fai veramente bene.”
Era rimasta immobile.
E aveva aspettato che il
suo cuore finisse di cadere in frantumi.
Poi si era riscossa. E
rialzata.
Era quella la differenza
tra vampiri e Cacciatrici… le prescelte si rialzavano sempre dalle loro stesse
ceneri.
E Faith sapeva combattere.
Per scelta, destino, nelle apocalissi e in amore.
Spike non se ne sarebbe
andato in quel modo. E, soprattutto, se proprio era deciso a fuggire, l’avrebbe
fatto con delle risposte. E non con delle menzogne.
Si mosse. E scese in
battaglia.
“Spike!” – lo chiamò,
raggiungendolo nell’ingresso – “Fermati, Spike.”
E il vampiro,
semplicemente le ubbidì. Così come non aveva opposto resistenza a Edward che lo
afferrava, adesso sostava, in attesa che Faith gli parlasse.
Ecco, l’Uccisore delle Cacciatrici in azione. Il
vampiro che uccideva con il credo.
“Dimmi.” – la esortò, con gentilezza.
Stupiscimi. Prova a darmi nuove illusioni.
Era bellissimo. La bellezza perfetta dell’alabastro e
dell’eterna giovinezza. L’abominio e la forza dei predatori della notte.
Era un demone. In tutto e per tutto.
Eppure Faith non si lasciò intimorire. Chiuse gli
occhi, innanzi a lui, senza celarsi. E respirò a fondo, abbandonandosi ai suoi
sensi.
Prima di fissarlo, con sfida.
“No.” – sorrise – “Sento la tua anima fin da qui.”
“E ti sorprendi? Andiamo Faith… ragiona… non c’è
bisogno di essere privi di anima per essere furiosi…”
“Vero. Verissimo.” – replicò, incrociando le braccia
– “E’ che questo tuo ostentare il lato demoniaco non ti si addice. E’...
diciamo… stupido. Wes direbbe che è un meccanismo di difesa… che hai un… come
si chiama? Disturbo post traumatico?”
Spike non le rispose. E Faith mosse un passo verso di
lui.
“Bella definizione. Ma io non sono fatta per i
paroloni. Per me tu sei un uomo con il cuore spezzato. Sei così disperato da
sentirti morire, ogni momento. Tu hai paura, Spike.” – respirò a fondo – “Quasi
quanta ne ho io di perdere te.”
Silenzio. Silenzio tra loro.
“Non abbandonarti alla rabbia per non provare dolore,
Spike.” – riprese – “Io ti amo. E questo muro tra noi mi sta uccidendo. Non
riesco a pensare... guardami, Spike. Hai fatto di me una ragazzetta in lacrime.
Non tenermi lontana… lascia che io ti aiuti.”
“Fai ancora un passo e non risponderò di me.” – replicò
Spike, fissandola dritta negli occhi. Non un battito di ciglia, non una
debolezza. Solo enormi pupille in un cielo indaco – “E questa lontananza che
senti non mi riguarda. E non voglio dividere con te un bel niente.”
Niente.
“William…”
Il vampiro abbassò gli occhi. E le sembrò stanco. E
indifeso.
Quasi pentito delle sue parole.
E lo osservò, mentre si appoggiava a una delle
colonne, per restare in piedi.
***
Spike imprecò, sottovoce, nel perdere nuovamente il
controllo di se stesso.
Prima Drusilla… ora Faith.
A modo loro perfettamente in grado di fare breccia
nelle sue barriere.
La vicinanza e i loro corpi, inebrianti e pieni di
promesse. Il desiderio di abbandonarsi divenne irresistibile. Prossimo al
terrore, Spike si impose di restare calmo. E si erse, facendosi disperatamente
scudo dietro la realtà dei fatti.
Scelte.
Inganni.
Menzogne.
Tutti lo avevano tradito. Tutti gli avevano riservato
false promesse.
La fiducia era morta, insieme a tutti loro
nell’attimo stesso in cui Edward aveva aperto la porta e lo aveva fissato,
uscendo dalle nebbie del tempo.
Morta, negli occhi di Angel che lo fissavano pieni di
dolore, alle spalle di suo fratello. In quelli di Doyle, che aveva
disperatamente cercato di fermarlo.
Morta.
Morta in Faith che ora si ergeva, ultimo baluardo
prima del baratro.
Faith, come Dru.
La bellissima donna bruna che lo tentava con il
miraggio della luce in fondo all’oscurità.
“Ti amo anche io, Faith.” – rispose, senza osare
guardarla – “Ti amo. Ma non credo abbia più importanza.”
“Ne ha, invece.”
“Ah sì? Dimmi
perché. Dimmelo. Perché ha importanza? Amavo mio fratello, lo amavo e avevo il
terrore di perderlo. Eppure mi ha lasciato. Amavo Angel... perché era la mia
salvezza, la mia unica certezza… e amavo te, Faith. Ti amavo perché…”
Si interruppe. Non riusciva a controllare la voce, le
lacrime di rabbia.
“Sì, Faith!” – urlò – “Vi amavo tutti alla follia e
non c’è stata comunque verità. Mai, nel passato, nel presente.. la storia a
quanto pare si ripete da circa un secolo. Non sei la prima, non sarai
l’ultima.”
“Stai delirando e nemmeno te ne accorgi.” – ribatté,
cercando di reprimere il dolore. E rinunciando alle distanze, camminando, per
arrivargli vicino, per afferrarlo – “Rifletti, William, pensa a Edward. E’
vivo, non hai mai desiderato nient’altro…”
“Io non sono William!” – urlò, mentre le lacrime,
rosate dal sangue, gli scendevano sulle guance – “William era uno stupido
all’ombra della perfezione, morto perché abbandonato a se stesso e incapace di
difendersi! Io non sono William!”
“Allora colpiscimi!” – urlò Faith, di rimando, le
stesse lacrime incontrollabili – “Colpiscimi e dimmi chi sei!”
Il silenzio che seguì fu una nuova caduta libera nel
nulla.
Poi Spike si mosse, abbandonando la scena. E uscendo,
sotto al portico dell’Hyperion.
Lasciandolo, con la volontà di non tornarci più.
Faith non lo seguì. Immobile, al centro della hall,
assaporò il sapore del distacco.
E l’aria divenuta muta e irrespirabile.
“Faith? Sei lì?” – la voce di Wes rimbombò, preceduta
solo dallo scatto della segreteria telefonica. Perché, c’era un telefono che
suonava? – “Arriviamo tra non molto. L’abbiamo trovata. E’ al porto. Il covo è
in uno dei capannoni della Protomac... tra dieci minuti saremo lì…”
E il suono della chiamata che si interrompeva.
Spike si raddrizzò, con lentezza, celato dalle prime
ombre della notte.
“Oh, sì.” – sussurrò, mutando i lineamenti e
cancellando le lacrime con l’altro volto – “Perché non un po’ di caccia…”
Mi farà bene.
Sì. Mi farà bene.
[V]
Angel stava già risalendo in superficie quando suonò
il cellulare.
“Dimmi.” – rispose, sbucando da una galleria in un
vicolo. Incredibile quante uscite esistevano, camuffate da porte, nei posti
meno sospettabili.
“E’ stato qui.” – gli disse Faith, finendo di
allacciarsi il fodero della spada – “E’ stato qui, Angel.”
“Non sei riuscita a trattenerlo?”
“No.” – scosse la testa e prelevò una seconda lama –
“E’ fuori di testa, furioso, farà qualche scemenza. Me lo sento.”
“D’accordo.” – accelerò il passo – “Sto rientrando.
Sarò lì tra poco.”
“E’ inutile. Avverti Edward. Cordelia e Doyle sono
già partiti. Io sono con Wes, vado al porto.” – spostò il cellulare e lanciò
un’arma all’osservatore – “Se cerca rogne andrà là.”
“Ne sei sicura?”
“Respira l’aria, Angel!” – rispose, spazientendosi –
“Puoi seguire la scia di sangue, se ti fa piacere.
Spike è andato. E io adesso vado a riprendermelo!”
Lanciò l’apparecchio a Westley e finì di allacciarsi
un bracciale.
Si sentiva esplodere.
Ancora un minuto e avrebbe fracassato ogni cosa.
E non dubitava che Angel stesse per fare altrettanto.
Anche se non gli aveva ancora parlato. Anche se non
l’aveva ancora visto.
“Angel.” – la voce dell’uomo lo fece sobbalzare –
“Ascoltami. Abbiamo un avvistamento di Drusilla, di circa un quarto d’ora fa.
Era sulla…”
Angel aggrottò la fronte. La linea era disturbata,
gracchiante. Ma le indicazioni geografiche di Westley gli sembrarono un colpo
di cannone.
“Sta andando a casa di Methos.” – rispose – “Va a
prendersi Edward.”
“Arriviamo.”
“Me la posso cavare. Occupatevi del porto. Faith ha
ragione. Spike andrà a sfogarsi.” – accelerò il passo, ed estrasse la spada,
preparandosi a colpire – “Vi raggiungo il prima possibile.”
Ho un ragazzo da difendere.
Wes staccò la chiamata. E si voltò verso Faith
“Cerca Doyle, aggiornalo.” – le disse, sfilando
un’ascia dalla panoplia dell’ingresso e uscendo in strada – “Prendo la Plymouth
e raggiungo Angel. Faith… non prendere decisioni avventate.”
“Tranquillo.” – ringhiò lei, già a cavalcioni della
moto – “Mai stata più lucida.”
***
Methos non ebbe tempo di prenderla nemmeno male. La
freccia lo centrò in pieno stomaco, catapultandolo contro il muro al primo
passo fuori dall’ingresso secondario di casa. E facendogli uscire dalla bocca
una di quelle parolacce irripetibili in una lingua ormai inutilizzata sulla
faccia della terra.
Edward, più pronto, messo logicamente all’erta,
riuscì a schivare il secondo dardo e assestò una spinta all’uomo, rispedendolo
in casa e piazzandosi al centro della porta.
Intanto, palesemente, volevano lui. E se ne sarebbero
fregati dell’immortale, impegnato a rantolare e a strapparsi la freccia di
dosso.
Sfilò le due spade che aveva nella sacca e si preparò
a vender cara la pelle, proprio mentre la Plymouth si fermava, sbandando, nel
cortile.
Westley non si fece spiegare nulla. Prese la mira con
il balestrino manesco e ne atterrò uno, purtroppo senza ucciderlo, prima ancora
di scambiare due convenevoli.
“Methos?” – urlò, saltando giù e impugnando meglio
l’ascia bipenne.
“Preso. Gli ci vorrà un po’.” – gli urlò Edward,
correndo verso la mischia – “Te ne servono di vivi?”
“No, sfogati pure.” – rispose l’uomo, seguendolo e
tirandosi addosso metà della marmaglia – “So già abbastanza, grazie.”
“Ma ti pare.” – Edward usò la macchina di Angel come
trampolino lasciandogli una bella ammaccatura. E atterrando ne ‘nuclearizzò’ un
paio – “Era giusto per non complicarti l’esistenza.”
“Apprezzo la gentilezza, sei il primo che ci pensa.”
– rispose, assestando un bel calcio al suo avversario. La cara vecchia
educazione inglese, come gli era mancata!
Avesse chiesto, Edward gli avrebbe riservato degli
ostaggi con la stessa grazia con cui si porgono i vassoi di pasticcini nei
salotti della buona società.
Si voltò, sorridendo, continuando a menar fendenti.
E vide un uomo furioso emergere dal corridoio delle
cantine. Impolverato e già con la spada sguainata.
Methos valutò rapidamente la mischia. Poi vi si
tuffò, impugnando a due mani la sua arma. E dando priorità di morte ai vampiri
dotati di balestra.
A conti fatti, Wes ed Edward avrebbero potuto anche
fermarsi a guardarlo. Da solo faceva il lavoro di tre.
Furioso.
“Alla faccia degli assenti cavalieri
dell’apocalisse.” – esclamò Westley, senza riuscire a trattenersi.
Poi una testa gli passò rotolando sui piedi – “Ed
ecco l’altro che arriva.”
Anche Edward l’aveva sentito. Forse per l’incremento
di urla. Angel arrivava direttamente dall’alto, come tutti gli eroi che si
rispettano. E senza farsi annunciare.
“Per la miseria…” – rise, senza riuscire a
trattenersi – “Batman!”
Angel lo fulminò con un’occhiata e gli venne vicino.
Schiena contro schiena, come quella mattina. Uno sincronizzato con l’altro.
E finalmente contenti entrambi di potersi sfogare.
“Questo è il pregio di Drusilla.” – gridò Methos,
sopra la mischia – “Procura sempre un sacco di distrazioni.”
“Ah, certo, intanto è il mio collo che vuole mordere,
mica il tuo!” – si girò, abbassandosi per un soffio – “Angel, notizie di
William?”
“Faith sta seguendo una pista. Finiamo qui e andiamo
a dare un’occhiata.”
“Allora muoviamoci. Sono stanco di girarmi i
pollici.” – rispose, atterrandone un altro. E facendosi largo con la sua
polverizzazione – “Avanti il prossimo!”
I loro avversari erano particolarmente eroici. O
particolarmente stupidi, in base all’ottica.
E si fecero falcidiare tutti, prima di ponderare
l’idea di una ritirata.
Quando fu passato attraverso l’ultimo aggressore,
Edward si guardò intorno.
Poi fissò Angel. E la mano con cui gli aveva
afferrato un braccio, tirandoselo vicino.
“Non uscire dalla mia visuale.” - ordinò, mettendoselo
dietro le spalle. Edward fu così sorpreso da non osare replicare. E rimase
fermo, tra il vampiro e il muro.
Poi comprese.
“E lei?” – domandò – “E’ qui?”
“Sì.” – replicò lui, annuendo, spostando lo sguardo
tutto intorno – “E’ qui.”
Posso sentirla chiaramente.
Vuole che la senta.
E ha l’odore di Spike addosso.
“Dove.” – domandò Wes. E Methos lo tirò a terra,
dietro la macchina, prima che potesse sentire una risposta.
“E con questa sono due.” – rantolò, mostrando la
scapola all’uomo – “Price, renditi utile. Era tua questa freccia, levamela
almeno di dosso.”
“Sono commosso.” – ribatté Wes, afferrando il dardo e
strappando senza preavviso, mentre un secondo spaccava lo specchietto sopra le
loro teste – “Hai suggerimenti?”
“Solo uno.” – tossì l’altro, appoggiando la tempia
alla fiancata – “Strisciamo fino alla porta, andiamo di sopra a farci un brandy
e dimentichiamoci di quei due.”
“Non mi tentare, per favore.” – ribatté Wes,
lanciando la freccia lontano e guardando Angel. Angel ancora fermo, con Edward alle
spalle.
Come in attesa.
Ci saranno stati sei metri tra loro. Sei metri pieni
di cenere scomposta della loro ultima battaglia.
Cenere e armi, rimaste abbandonate.
Respirò a fondo. E scivolò un po’ più sdraiato.
“Ok.” – sussurrò, cominciando a tirare verso di sé
una balestra – “Organizziamoci…”
Methos sbuffò. E, sempre sbuffando, studiò come
arrivare ad una seconda arma.
***
Nello stesso momento, Cordelia stava parcheggiando,
nella zona del porto. E Doyle stava bevendo una bella sorsata dalla fiaschetta
d’argento.
“Vuoi?” - le offrì.
E lei, a sorpresa, accettò, con uno spicciativo
grazie. E una smorfia.
“Io non so come tu faccia a berlo…”
“Fa girare la testa ma ti rende più leggiadro.” –
ribatté lui, allungandosi ad afferrare le armi sul sedile posteriore – “E non è
un male, quando devi correre.”
E Doyle era certo di dover correre, viste le stime
con cui Westley Whydam-Price lo aveva terrorizzato nell’ora precedente, prima
di farsi lasciare all’Hyperion a recuperare armi e macchina.
L’espressione dieci a uno era stata ripetuta un po’
troppe volte, per i suoi gusti e per quelli di Methos. L’unico soddisfatto era
sembrato Edward. Ma, del resto, lui era il fratello di Spike. Non c’era da
stupirsi che fosse dotato di molto coraggio e del tutto privo di cervello.
Il fascicolo della East Protomac era stato più volte
aggiornato. Doyle ed Angel avevano visto giusto, nel seguire quella pista e
nell’indicarla a Cordy e Wes. I due, lasciati liberi di indagare, avevano messo
assieme tanti di quei particolari da lasciarli addirittura senza parole... non
una ma ben due fabbriche, se non tre, che recavano quel marchio presentavano in
contemporanea una certa attività demoniaca. Non ultimo il covo ripulito quella
mattina.
Insomma, una proliferazione sotto i loro occhi.
Il problema stava nel fatto che fosse come cacciare
le talpe. Se non le stanavi con metodo, fuggivano per chissà quanti condotti
fino a nuovi nascondigli… un bel guaio, visto che la Cacciatrice su piazza,
come molte della sua stirpe, era una fautrice del ‘trova e squarta in base
all’umore’.
Di certo, unica consolazione, tutto quell’agitarsi
non era reputabile al ritorno di Drusilla. E, quindi, con un certo sollievo,
non implicava che la Angel Investigation arrivasse alla punta dell’iceberg in
meno di trentasei ore.
Un problema alla volta.
Prima Spike.
Poi Dru.
Infine l’indistruttibile stirpe vampirica di Los
Angeles.
Drusilla, infatti, con buone probabilità, guidava
solo una fazione o due ed era in buoni rapporti con l’attuale gerarca. Fatto
che avrebbe spiegato le truppe scelte di cui era fornita e il suo raggio
d’azione apparentemente vasto.
“Quanto al tatuaggio, probabilmente è un capriccio
assecondato da alcuni particolarmente invasati.” – aveva concluso Westley,
godendosi finalmente il suo the oramai freddo, seduto nella cucina di Methos.
“Il fascino innegabile della follia.” – aveva
commentato il cantastorie, cupo, spingendo lontano gli appunti, disgustato.
Con Edward che lo guardava, sottecchi.
“E’ vero che lei…” – si era fermato, cercando di
dosare le parole. E Doyle lo aveva tolto da ogni impaccio.
“Sì.” – aveva annuito, senza guardarlo, appoggiandosi
allo schienale e tamburellando sul tavolo – “Lei è come me... era. Era come me.
E come mia madre. Membro onorario del club.”
Ed ora è tutto l’opposto. Folle e perduta, la mente
piena di ombre e immagini che non saranno mai utili a nessuno.
Doyle si era portato le mani alle tempie, ragionando.
Ed Edward non aveva detto nulla, lasciandogli il
tempo di pensare. E ripensare alla sua visione.
Non aveva fatto altro, tutto il giorno, tra un colpo
di scena a l’altro.
La visione vissuta due volte... apparentemente
identica, replicata.
Per quale motivo?
Possibile che nella sua realizzazione, quel mattino,
fosse sfuggito un particolare tale da rendere necessario riportarla
all’attenzione?
Possibile?
I vampiri attaccavano Edward... e c’era una bambola
con gli occhi vuoti.
Una bambola tatuata, aveva detto l’immortale. Ma era
stata realmente tatuata, nella visione?
Perché non ne era così convinto?
“Certo.” – Cordelia interruppe la recriminazione e lo
afferrò per un braccio, strattonandolo, riportandolo alla realtà – “Doyle,
abbiamo un problema.”
“Uno solo?” - chiese, stupidamente, cercando di
scacciare, riflessioni, ricordi e considerazioni in un colpo solo.
“La DeSoto.”
“Cosa?” – Doyle saltò fuori da sotto il cruscotto.
Era la DeSoto dai vetri anneriti, indubbiamente quella di Spike – “Allora è
qui…”
“Fermo dove sei. Nessuna crociata.” – replicò lei,
tenendolo saldamente e afferrando il cellulare – “Non ficcare il naso.”
“Ma cosa... Principessa, se Spike è qui, io devo
parlarci!”
“No che non devi. Non sei nessuno dei suoi due
fratelli, tieni il naso fuor da questa storia.” – lo scrollò, perché le parole
gli arrivassero al cervello un po’ più velocemente – “Senza contare che qui è
venuto certamente a fare un massacro. Non a unirsi ad una causa persa!”
“E mi dici come farebbe a saperlo?”
“Ragiona! Io sono uscita di casa che la DeSoto era in
garage! E’ passato dall’Hyperion, prima che noi ci lasciassimo Wes. E là c’era…”
“Faith.” – concluse il demone, per lei. E dandosi
dell’emerito imbecille, per un sacco di motivi differenti. - “Se Spike è qui da
solo, non voglio pensare a lei…”
“Lei quella?” – domandò Cordelia, mentre la moto nera
svoltava l’angolo e li affiancava.
Cordelia abbassò il finestrino e Faith alzò quasi
all’unisono la visiera del casco.
“Aspettiamo un invito?” – domandò, guardandoli
entrambi.
Aveva gli occhi stellati, pieni di rabbia. La
disperazione della cacciatrice brucia come un fuoco nero, si sorprese a pensare
Cordelia.
Davanti al dolore attingiamo tutti dal nostro intimo…
“Ho finito, ora?”
No, sono finita io, pensò Cordelia, spegnendo il
video registratore. E voltandosi. Dietro di lei, in piedi, appoggiato alla
porta, c’era Angel.
“Da quando sei lì?”
“Da quando… i ratti sono bassi.” – rispose, con voce
incolore, fissando lo schermo spento – “Di tre volte fa.”
Cordelia abbassò gli occhi. Era vero. L’aveva fatto
di nuovo…
Vedeva e riavvolgeva. E vedeva di nuovo.
Una, due… tre…
“Allora potevi venire a sederti.” – sospirò,
raccogliendo alcuni fogli. Giusto, stava riordinando quando… quando la
videocassetta le era capitata tra le mani. E il mondo così come girava le era
sembrato di colpo incolore.
E silenzioso.
Niente porte che sbattono… niente camicie
improponibili… niente occhi color del cielo.
Niente, in questo ufficio…
“Cordelia, forse non dovresti continuare a vederla.”
– commentò il vampiro, guardandola aprire e richiudere lo schedario – “Non
cambia niente.”
“Mi manca la sua voce, Angel. L’avresti mai detto? Mi
manca la sua voce e le sue frasi scoordinate. Mi manca…mi manca lui…”
“Anche a me.”
L’aveva detto senza muovere un muscolo. Ma era la
prima volta. La prima volta che ammetteva quell’assenza. E Cordelia si era
voltata, fissandolo, in attesa.
Angel, immoto e incomprensibile Angel.
“Mi manca, Cordelia.” – aveva ripetuto, con un’alzata
di spalle – “E’ solo che… una videocassetta è riduttiva, per uno come Doyle.”
“Già. Ma è tutto ciò che resta.” – rispose, sentendo
male al petto. E sedendosi, con una mano sulla guancia – “Non c’è più
nient’altro.”
Non voleva piangere. Piangendo avrebbe reso tutto
ancora più reale e incolore.
Tutto più spento e freddo.
Il mondo cala di intensità, senza di te. Non sento
più… non sento più i suoni della città.
Non sento più nulla.
Stupido, stupido irlandese. Piccolo stupido uomo
senza cervello.
Angel aveva mosso un passo verso di lei.
Ma lei era Queen C. e nulla poteva farla desistere.
Con mano pronta aveva afferrato la borsetta. E lo
specchietto.
Guardati negli occhi.
Ricorda chi sei.
Ricorda Doyle e il tuo modo di chiamarti Principessa.
E non cedere. Non cedere.
“Passato.” – aveva dichiarato, alzandosi, un’ultima
ravviata ai capelli – “E’ passato. Andiamo.”
“Aspettiamo gli altri.” – rispose Cordelia, posando comunque le dita sulla sicura della
balestra che teneva tra le ginocchia. E guardando Faith dritto negli occhi –
“Sono veramente troppi.”
“Uno dei nostri è dentro, da solo.” – non chiamarlo
per nome… o ti verrà da urlare – “Angel è bloccato, hanno attaccato Edward. Wes
ha detto che cercava di raggiungerlo.”
“Quindi lei è là.” – replicò Doyle, senza attendere
altri particolari, fissando un punto imprecisato, tra i magazzini – “Ha atteso
il tramonto, come diceva Angel.”
“Lei chi? Drusilla?” – Cordelia si voltò, come se si
fosse scottata – “Allora andiamo anche noi, possiamo essere più utili.”
“No, Cordy.” – la Cacciatrice scosse la testa,
rimettendo in moto – “A Edward baderà Angel.
Noi occupiamoci di Spike.”
Perché Angel ha ragione, pensò, mettendo in moto e
partendo.
Noi siamo la sua famiglia,
Puntò verso una rampa dismessa e una vetrata
annerita.
Se non lo aiuteremo noi…
non lo fara' nessuno.
“Oh,
no, non di nuovo!” – Doyle aprì la portiera, urlando, afferrando alcune armi –
“Non come stamattina, pazza furiosa!”
E’ mio. E me lo riprendo.
L’impatto
fu indescrivibile.
I vetri si infransero. E piovvero fino in strada.
***
“Dove…” – Edward setacciò con lo sguardo tutta la
zona. E strinse maggiormente le due spade tra le mani. Quel contatto con la
pelle delle impugnature gli sembrò rassicurante.
L’intuizione di prelevarle dalla panoplia di Methos è
stato un vero colpo di genio.
Devo procurarmi anche io due lame gemelle, quando
torno a casa, pensò, distraendosi con pensieri normali, come aveva sempre
fatto, per combattere la tensione, o il dolore.
La mente di Edward si allontanava d una sfumatura dal
presente, dandogli tempo di riflettere, di riacquistare controllo. Come
l’esercitarsi a tirar di spada, come il correre in moto.
Edward abbandonava il reale, per brevi frazioni di
respiro.
E acquisiva maggior consapevolezza.
“Tutto intorno.” – replicò Angel, sibillino. E una
freccia gli si piantò nel torace, senza smuoverlo – “Resta dove sei, Coventry.”
Abbassò gli occhi e strappò la freccia, spezzandola,
a pugno chiuso.
Il sangue gocciolò lungo la camicia, mentre la ferita
iniziava già a rimarginarsi.
“Qualunque cosa accada.” – sussurrò, immobile come
una statua – “Non toccare il mio sangue, o quello di Dru… non toccare il
sangue, Edward. E fidati di me.”
“Ci son costretto.” – scherzò lui, sorridendo appena.
Wes, ancora sdraiato e ormai a pochi centimetri dall’impugnatura di una
balestra, lo fissò.
Illuminato dai lampioni intermittenti, a fianco di
Angel, gli sembrò Spike. La feroce bellezza del combattente.
“Non ti distrarre, Price.” – replicò Methos,
studiando la situazione – “Siamo in un guaio. Questo non è un cortile… è una
sacca…”
Era vero. Li circondavano, da ogni lato. Erano sui
tetti, gli stessi su cui aveva corso Angel, per raggiungerli. Ed erano in
strada, alle loro spalle.
“Ci mancano solo i cespugli incendiati giù dalle
pendici.” – borbottò, girando gli occhi allo spazio circostante.
“Hai suggerimenti?”
“La fuga?”
“Altri suggerimenti?” – rispose Westley, allungandosi
ancora di un palmo.
“Diamo loro quello che vogliono.”
“…”
“Sto scherzando. Sto scherzando, Price!” – alzò gli
occhi al cielo. E si piegò sui talloni per scattare – “Torno subito.”
Methos percorse lo spazio con una velocità che da lui
non si sarebbero mai aspettati. Quel corpo magro, fatto di muscoli sottili,
dunque, non era solo di bellezza.
Methos sapeva anche muoversi, e senza tenere la mani
in tasca, se solo voleva.
Con una capriola fu al centro dello spazio. Le
frecce, puntate verso di lui, si piantavano nella sua scia.
Dritto, fino al primo riparo.
E poi di ritorno, altrettanto inaspettato.
“Ecco, tieni.” – disse, lasciando cadere frecce e
armi tra lui e l’osservatore – “Dici che bastano?”
Wes era senza parole.
“Ma non stavi solo pensando a un piano?” – mugugnò,
tornando verso di lui.
“Che vuoi che ti dica… meglio fare che pensare, ogni
tanto.” – rispose, con un’alzata di spalle. E con l’aria modesta – “E poi mi
spiaceva saperti sdraiato nella polvere… anche se è una legge di natura…c’è chi
striscia e chi vola…”
“Methos, un giorno o l’altro, io ti spaccherò i
denti.”
“Sorriderò innanzi ai tuoi tentativi.” – ribatté,
spicciativamente, stringendo la spada nella sinistra e impugnando la balestra
armata – “Adesso che sembriamo Terminator che facciamo?”
“Quello che stavamo già facendo. Aspettiamo la prima
mossa.”
Già. Aspettiamo.
Angel strinse gli occhi, spingendo al limite i suoi
sensi. La freccia tirata era stata un avvertimento, una beffa. Ma lei… dove era
lei?
La leggera folata di vento gli portò alle narici il
suo profumo. E l’aroma intenso del sangue di Spike, facendolo imbestialire
ancora di più. E mutare.
“Non ti ho insegnato che non ci si nasconde mai?” –
domandò, alzando la voce, con il tono più beffardo – “Una cosa è demandare...
ma il tuo è un comportamento vigliacco.”
Nulla.
“Lui è qui… io, io sono qui.” – aggiunse, spalancando
le braccia – “Eppure continui a startene rintanata. Mi deludi, Dru, mi deludi
veramente.”
Silenzio.
“Benissimo.” – sorrise. E incrociò le braccia. Dru
poteva celarsi… ma li vedeva di sicuro – “Fai come vuoi.
Rimane il fatto che chi non si presenta in campo
perde. E quindi…”
Angel fece due passi indietro. Ed Edward si appoggiò
contro il muro, le braccia ancora lungo i fianchi, le mani tese sulle
impugnature delle spade.
“E quindi lui è mio.” – rise il vampiro, voltandosi e
chiudendolo in uno spazio angusto. Fissandolo, con il volto del demone, prima
di abbassare la testa.
“Faccio che chiederti scusa.” – mormorò Angel,
comprimendolo, bloccandogli i polsi con le mani, il corpo con il suo peso. E
arrivando a posargli i denti nello stesso punto violato da Spike.
Edward non si mosse. Per un attimo il cervello gli fu
attraversato dal flash di William che compiva gli stessi gesti, con rabbia, con
disperazione. Ed rabbrividì, in quel ricordo, senza divincolarsi.
C’era stato qualcosa di selvaggio e inspiegabile in
quel loro abbraccio. Anche ora, con la mente tesa allo spasmo verso la realtà,
Edward non poteva sottrarsi alla sensazione orribile provata.
Non la vita che scivolava lungo la gola di William.
Ma la disperazione di quella morsa inesorabile con cui era stato stretto.
William… William non andartene…
Angel, di risposta, gli sembrò incredibilmente
freddo... e letale. Con incredibile lucidità, comprese il bluff. E, allo stesso
modo, provò ugualmente paura.
Quello era il Flagello d’Europa, narrato nei libri
con orrore e rispetto allo stesso tempo. Quello era il demone che aveva
incatenato William alle tenebre.
I denti di Angel gli cesellarono la pelle, affondando
appena, quanto bastava da rendere credibile la messinscena, e il sangue gli
inumidì la bocca, provocandogli un senso di vertigine.
Sangue di Edward, eterno, eppur così simile ancora a
quello di William, così forte da fargli desiderare di non fermarsi, nel
bloccargli maggiormente i polsi. Nel sentirlo irrigidirsi senza potersi
difendere.
Potrei, ora… sarebbe la stessa inebriante scelta di
un tempo…
E Methos prese la mira, sotto lo sguardo di Wes.
Alla schiena di Angel, dritto al punto dove il cuore
batteva.
Uno… due…
“Fermo!”
Wes posò la mano sulla balestra dell’uomo,
spingendola verso il basso.
“Tranquillo.” – sussurrò – “Ha funzionato.”
Non so come… ma ha funzionato.
“Puntuale come sempre.” – sospirò Angel, le labbra
ancora sul collo di Edward, mentre altre due frecce gli si infilavano nel
costato. Un dolore non dissimile al sollievo di tornare ad essere se stessi.
“Meno male.” – borbottò l’immortale, teso come una
corda di violino – “Iniziavo ad averne abbastanza di questo rozzo rituale.”
Angel girò impercettibilmente la testa. E i due si
fissarono. Poi Angel, con un sorriso arrossato dal sangue, tornò ai suoi
lineamenti di sempre.
“La prossima volta ti bacio.” – lo sfotté, sottovoce,
prima di voltarsi.
“Provaci!” – replicò, senza riuscire a frenarsi,
sentendosi allo stesso tempo sollevato e furioso. E presto distratto, dalla
figura esile apparsa dal nulla.
Eccola, dunque.
Edward aggrottò le sopracciglia e, istintivamente, si
raddrizzò, avanzando verso di lei, affiancando quasi Angel.
Quella era Drusilla.
Una bambola.
Una bambola di porcellana con occhi indefinibili.
Drusilla gli sorrise. E si portò le dita alla bocca,
con aria estatica. Aveva labbra innaturalmente rosse e, si accorse Edward, con
orrore, polpastrelli dello stesso colore.
“Sangue…” – sussurrò.
Ed Angel non osò ribattere. Perché quello era ben più
di sangue qualsiasi. Sangue prezioso.
Sangue di Spike, inconfondibile.
Eppure lui non c’era. Angel ne era sicuro. Non lo
percepiva.
Drusilla si addolcì. Si avvicinò, superando la
Plymouth. E si fermò, ignorando Wes e Methos, ancora seduti a terra, impegnati
a tenerla sotto mira.
“Sangue tuo.” – rispose, con gentilezza – “Sangue
come il tuo.”
Le pupille di Edward si dilatarono. Ed Angel gli posò
una mano sul torace.
“Fermo.” – disse, senza voltarsi, spingendolo appena
indietro con una nocca – “Ti sta provocando.”
“Lo sai che non sto mentendo.” – ridacchiò lei.
“Angel…” – pronunciò Edward, guardando la creatura
dagli occhi viola.
Non l’aveva detto come une preghiera. Era quasi un
ordine a denti stretti.
“E’ sangue di Spike.” – rispose, senza mezzi termini
e senza perdersi in menzogne rassicuranti – “Troppo poco per significare
qualcosa. Serve solo a provocarci entrambi.”
“Allora adesso fatti dire dove ha lasciato mio
fratello.” – Replicò il ragazzo, premendo contro quella mano d’acciaio –
“Oppure, tra un attimo, me ne occuperò io.”
L’aveva detto fissandola dritta in faccia. E
sfidandola.
“Uh…” – replicò lei, sbarrando gli occhi – “Tale e
quale al fratellino.”
“Allora dovresti sapere che farà quello che ha
detto.” – commentò Angel, movendo un passo verso di lei. E tirandole sui piedi
le frecce che si era tolto di dosso – “E quindi affrettarti a rispondere.”
Drusilla aggrottò le sopracciglia. E fissò il
vampiro.
“Spike ha detto che tu non mi lascerai prenderlo.” –
lo accusò – “Che lo vuoi per te, come hai voluto lui.”
“Dru, una cosa è essere pazzi e una cosa è essere
completamente stupidi.” - Angel incrociò le braccia, trattandola come una
bambina – “Mi sembra evidente che non ti lascerò vampirizzare nessuno. E
indipendentemente dalle illustri parentele.
Se poi vogliamo buttarla sul personale… no. Non
intendo cedertelo.”
Drusilla piegò la testa, guardandolo.
“E, se non ti basta, usa i sensi.” – aggiunse – “Il
problema non sono io. Qualcuno lo ha reclamato prima di me.”
“Stai…” – soffiava come una gatta – “ mentendo.”
“Mento quanto te. Edward è territorio di Spike. E’
marchiato.” – Angel si passò un pollice sulle labbra, mimando i suoi gesti di
poco prima – “Un peccato, visto il sapore… questo ragazzo è fuori dalla
portata. La mia e la tua.”
“Adesso Edward perde la pazienza.” – sussurrò Methos,
prendendo bene la mira – “Non tollera essere strumentalizzato.”
“Se vuole uscire incolume da questa storia dovrà
rassegnarsi.” – ribatté Wes – “E’ una trafila base tra Angel e Drusilla,
questa. Digli di chiedere a Faith se ha dei dubbi. E smetti di puntare a lei.”
“Lei è la fonte dei nostri problemi. Miro, tiro,
risolvo. Tu passi l’aspirapolvere dopo.”
“No. Tu miri, tiri, risolvi se ci liberiamo dei
cecchini sui tetti.” – Wes puntò un dito verso l’alto – “Sacca… cespugli
incendiati… rammenti?”
“Sei un guastafeste.”
“Spiacente, non mi ferisci. Spike mi chiama in un
altro modo. Meno gentile. Ma il senso è lo stesso. Ed ora muoviti… abbiamo da
fare.”
Methos non sapeva se picchiarlo o rassegnarsi. Come
sempre, quando si trattava di Westley Whydam Price e del suo incrollabile
buonsenso anglosassone.
“Prego… dopo di te…” – insistette l’uomo,
indicandogli l’ingresso dell’edificio – “Sei tu quello volante… no?”
***
Nessuno aveva detto loro che le cacciatrici sapevano
volare.
Nessuno.
Ma da una come Faith ci si poteva aspettare questo e
ben altro.
La moto era passata sopra le teste dei vampiri
descrivendo un arco perfetto. La Cacciatrice l’aveva cavalcata quasi fosse un
drago, sollevando scintille nel riatterrare, nel tenere dritta la moto il tempo
che bastava da ammutolire i presenti, umani e non.
E cadendo di fiancata, aveva semplicemente lasciato
andare il manubrio, artigliandosi al primo gancio di fortuna individuato.
Doyle e Cordelia erano apparsi giusto in tempo per
distrarre la folla vampirica. E per capire che erano in guai… guai grossi.
E che, loro
due, erano gli unici ad esserne consapevoli.
Perché Faith aveva ben altro per la testa, nel
cominciare a combattere.
E Spike si stava divertendo troppo, votato a farsi
massacrare.
“Non guardarlo.” – sussurrò Doyle, vedendo la testa
bionda del vampiro.
Non guardarlo.
O non potrai più fare a meno di guardarlo.
Spike combatteva, senza mutare i lineamenti.
Combatteva con tutto sé stesso, sfruttando ogni risorsa a disposizione.
Ed era bellissimo, con quelle lacrime sul viso, con
quell’espressione indefinibile di dolore e rabbia. Tutto intorno, mischiata ad
urla e imprecazioni, c’era la musica.
La musica di uno stereo dimenticato.
Spike. Spike che uccideva sulle note di un pianoforte
che non si sarebbe mai fermato.
Anche Faith lo vide. Lo vide alzare la testa,
allungare la spada e urlare. Forte, senza modulazione.
E uccidere. Uccidere.
Cenere alla cenere... Polvere alla polvere, offrendo
il petto ai colpi.
Cordelia gli stava correndo incontro. Armava la
balestra e colpiva. E quando ebbe tra le mani l’arma scarica, semplicemente se
ne liberò, gettandola alle spalle. E afferrando l’ascia, adoperandola come un
mulinello.
“Non ne usciremo vivi, non ne usciremo vivi.” –
continuava a ripetere, come un mantra. E l’idea di morire giovane, prima di
diventare incredibilmente famosa, la riempiva di rabbia. E le dava una carica
incontrollata – “Non ne usciremo vivi… e quando sarà finita io ucciderò Spike.
Ucciderò Spike e Faith. Spike e Faith.”
Spike e Faith, schiena contro schiena, al centro del
disastro.
In sintonia perfetta.
“Amore, ciao.” – le disse il vampiro, ridendo, nel
vederla apparire – “Complimenti, bell’entrata ad effetto.”
Rideva. Rideva e piangeva senza fermarsi.
“Ti stavo aspettando.”
Faith lo fissò, uccidendo con lui il vampiro che li
separava. Sentendosi afferrare per la vita e baciare.
Baciare con violenza, il proprio sangue dalle labbra
che si laceravano.
Morsa, morsa per amore e possesso.
Sono tua, pensò. Sono tua qualunque cosa accada.
Anche nel morire.
“Allora.” – urlò lui, lasciandola andare,
difendendola da un nuovo attacco – “Adesso sai chi sono? Lo sai, ora?”
No.
Non mi importa.
Tu sei Spike.
E io sono Faith.
Si piegò, schivando un colpo. E seguendo la scia di
sangue che il vampiro si lasciava dietro.
Doyle allo stesso modo, si stava dando da fare, senza
perdere di vista Cordelia. Colpiva, mutilando, atterrando e polverizzando,
creando un’apertura nella folla demoniaca.
Vampiri vestiti come lui, o avvolti in abiti retrò.
Splendide donne con chignon morbidi e lunghi guanti, visi stravolti dalle
cartilagini prominenti.
Oh, sì... a Edward sarebbe piaciuto. Era questa la
sua idea di clan vampirico, oltremodo cinematografica e inverosimile.
Ed altri corpi che divenivano cenere.
Edward.
Fu in quell’attimo che lo vide. Lo vide di fronte a
sé.
No. Non è Edward. E’ William. William, si ripeté,
sbattendo le palpebre.
Ed Edward si voltò, gli occhi azzurri che si
dilatavano. La mano protesa, troppo lontana dalla spada.
E Drusilla. Drusilla che, in perfetto silenzio, gli
lacerava la gola.
E beveva.
Beveva senza che nessuno la fermasse.
Doyle urlò, lasciando cadere le armi, portandosi le
mani ala testa.
Urlò, cadendo in ginocchio.
E Spike, rispondendo all’istinto di sempre, in un
attimo, gli fu a fianco.
***
Drusilla aveva un viso triangolare, sotto una grande
massa di boccoli scuri, lunghi e pesanti, appena scomposti dalla leggera brezza
della notte.
I suoi occhi, ora visibili, apparivano viola, del blu
delle genziane.
E, cosa terrificante per Edward, quando rideva,
assomigliava a Carrol. Non era nel colore degli occhi, o nei capelli, la
somiglianza. Era qualcosa nella bocca, nel modo di sorridere, di muoversi.
Drusilla rendeva quei gesti insopportabili,
inquietanti. Ora, innanzi a lui, farneticando in maniera quasi incomprensibile.
Ma la sensazione di vedere Carrol restava. Restava.
Chissà se William se ne è reso conto…
Chissà se sono io, che non distinguo più il passato
dal presente…
Carrol aveva urlato di riprenderle il cappello.
William non se l’era fatto ripetere. Ed era saltato
giù dal ponticello, dritto nel torrente.
Senza restare in piedi. Riuscendo a cadere,
probabilmente, nell’unica depressione profonda più di mezzo metro.
La ragazza, si era dovuta sedere, tenendosi il fianco
per il gran ridere, dimenticando il cappello, perso per una folata di vento.
Edward aveva infangato gli stivali di cuoio da
cavallerizzo e, ridendo senza controllarsi, come la ragazza, si era ripescato
il fratello.
“Edward, per favore.” – gemette William, mettendosi
in piedi. L’acqua gli raggiungeva a malapena le ginocchia… ma lui era fradicio
fino ai capelli, con il cappello incrinato tra le mani. Ritratto di quindicenne
fradicio fino all’osso e ferito nell’orgoglio – “Non ridere…”
“Non rido.” – aveva risposto, cercando di bloccare i
lineamenti. Non sto ridendo, non sto ridendo – “Non sto ridendo.”
L’afferrò per un gomito, tirandolo fuori dal
fiumiciattolo. E capendo troppo tardi lo sbaglio madornale.
“No, no, Willie no!” – urlò, sbarrando gli occhi,
mentre William inciampava.
E precipitava.
Gli precipitava addosso, con la fiducia inespugnabile
di chi sa che sarà comunque preso al volo.
Adesso le risate di Carrol erano indescrivibili. E
non c’era mano elegantemente sulla bocca che potesse celarle.
Edward inarcò la testa e la fissò. Bellissima, le
guance troppo rosa, capovolta nella sua visuale. I capelli le ricadevano sulle
spalle, dorando la giacca rossa da cavallerizza, il colletto rigido di velluto
nero.
“Per favore… non dire nulla.” – sospirò, sentendo
l’acqua passare dai vestiti di William ai suoi – “Non dire nulla.”
“Chi, io?” – la ragazza era rossa di labbra, gli
occhi brillanti – “Io non ho visto nulla…”
Non ho visto nulla…
Carrol… morta anche lei in una vita perduta. Ed
ancora così viva.
E così disperatamente distorta in quella vampira
sorridente.
“Spike non te lo ha detto?” – stava incalzando Angel,
in quel presente oscuro – “Non ti ha fatto notare questo piccolo particolare?”
“Lui…” - Drusilla piegò la testa. E gli occhi
divennero vuoti, mentre muoveva le dita innanzi a sé – “Lui ha detto che è tuo…
che mi ucciderà… che mi ucciderà…”
Angel sentì il cuore di Edward accelerare. Accelerare
disordinatamente. Cosa provava? Paura per William, sollievo per quelle parole?
Aveva forse la sensazione che il fratello volesse proteggerlo?
Chi poteva dire cosa significassero le parole
riportate da Drusilla, con quello sguardo.
Drusilla, che ora avanzava, tendendo le braccia.
“Io non gli credo.” – scosse la testa, arrivando
incredibilmente vicina – “Non credo che mi farà del male. E di te, non ho
paura. La tua anima... la tua anima… la tua anima ti incatena.”
Era ad un passo. Solo ad un passo.
“La tua anima non mi toccherà.” – sorrise, di un
sorriso folle, scotendo la testa.
E una freccia la colpì, penetrandole nel fianco.
Angel sobbalzò. E alzò gli occhi. In cima al tetto,
con Methos a fianco, c’era Wes.
E come fossero arrivati lassù gli sembrò un mistero.
L’osservatore, nel frattempo, stava ricaricando
l’arma.
“Bel colpo, Price.” – si complimentò l’immortale,
facendo dondolare la spada. Puntando la propria balestra al tetto di fronte e
guardando un altro vampiro dissolversi – “Con questo dovremmo avere finito.”
“Me lo auguro.” – rispose l’uomo, mirando di nuovo
alla vampira. E osservando, con disappunto, il perfetto allineamento tra la
testa di Angel e il cuore della vampira – “Dopo accetterei volentieri quel
brandy…”
“Qualcosa mi dice che non avremo tempo.” – rispose
Methos, rabbuiandosi. E si voltò, correndo giù dalle scale.
Drusilla impazzì del tutto, sotto i loro occhi. La
macchia rossa che si allargò istantaneamente sul suo vestito, la fece gridare.
E scattare verso di loro, con i lineamenti già mutati.
Angel fu pronto ad afferrarla per la vita e scagliarla
indietro, frapponendosi tra lei ed Edward. Dru volò scompostamente alcuni metri
oltre ed il vampiro le fu subito addosso, in un furioso corpo a corpo.
La donna si divincolò, difendendosi con le unghie e
con i denti. E, infine, afferrando una freccia, piantandola, con tutta la forza
che aveva, nel corpo del vampiro, inchiodandogli assieme il braccio e il
torace, fermandosi un soffio troppo lontano dal cuore.
Angel urlò e mutò, colpendola con violenza inaudita.
E rialzandosi, barcollando. Preparandosi a colpirla nuovamente.
Le loro posizioni si invertirono, quando Drusilla lo
atterrò, cavalcandolo.
E alzando il viso, colta di sorpresa, dal colpo che
la prese in pieno viso, sbalzandola e facendola rotolare via. Edward lasciò
cadere il tubo metallico e riafferrò la seconda lama, avanzando verso di lei.
Westley lo seguì, spasmodicamente, cercando di
arrivare a prendere la mira prima che Edward raggiungesse la donna.
Ma Coventry, incredibilmente slanciato e esile, le
due spade tra le mani, i capelli biondi gettati alle spalle, si moveva troppo
veloce.
Per mio fratello.
Perché adesso voglio vedere questo tuo sangue
velenoso, una volta per tutte.
“Edward, no!” – urlò Angel, puntellandosi e cercando
di rimettersi in piedi. Imprecò, sfilando la freccia e girando su se stesso,
giusto in tempo per vederlo camminare, sinuoso e furibondo, verso di lei. Di
lei, che si rialzava e lo attaccava, con gli occhi gialli e il viso demoniaco
stravolto dalla rabbia.
***
Spike,
nello stesso istante in cui vide cadere Doyle, si frappose tra lui e il primo
assalitore, colpendo con la sua precisione leggendaria e dimenticando come il
demone fosse un traditore spregevole.
“Faith,
qui!” – ruggì, facendola voltare e afferrando contemporaneamente Cordelia, per
metterla al sicuro – “Mi serve una mano!”
Faith
non se lo fece ripetere due volte. E, mentre lei e Cordy facevano fronte
comune, Spike trascinò indietro Doyle, fuori dalla mischia.
“Edward.”
- disse il demone, alzando gli occhi vitrei verso di lui – “Edward, alle tue
spalle.”
“Cos…”
– Spike lo fissò, sorpreso, prima di voltarsi. E combattere, per la
sopravvivenza di entrambi.
Scivolò
su un ginocchio e si protesse la testa.
“Faith.”
- Chiamò ancora, difendendosi con entrambe le braccia. E tornando da Doyle, non
appena la vide subentrare alla lotta.
“Guardami.”
– ordinò, afferrandolo per le spalle – “Guardami bene. Cosa hai visto…”
Doyle
scosse la testa, senza rispondergli. E Spike sentì montargli dentro qualcosa di
molto simile al terrore.
“Doyle!”
– urlò, scrollandolo – “Devi dirmi cosa sta succedendo a Edward!”
1854, Kensington
Il maggiordomo che si era incaricato di annunciarlo
camminava troppo lento. E William non aveva voglia di aspettare.
Allungò il passo, superandolo. E spalancò la porta.
“Chiedo scusa.” – disse, con il suo tono più
bellicoso – “Ma ho assoluta necessità di parlare con mio fratello.”
Doc, l’amico di Edward, lo fissò sorpreso.
Quello, dunque era il fratello minore di Edward. Ne
aveva sentito parlare come di un topo di biblioteca… non come di un despota.
E Edward abbassò lo straccio con cui si tamponava la
fronte.
“Prima che cominci a urlare.” – disse, guardandolo –
“Sappi che non ho fatto nulla.”
“Quello lo chiami nulla?”- replicò William, puntando
il dito al segno rosso, all’attaccatura dei suoi capelli – “Dimmi che è
marmellata e non sangue, se hai il coraggio!”
“E’ marmellata.” – rispose Doc, senza vergogna. Ed
Edward lo fulminò con lo sguardo.
Se vuoi scusarci…
“Ma certo.” – rispose allegramente Methos,
obbligandolo a ri-piazzare la mano e lo straccio sul taglio – “Ma tieni
premuto. E sappi che poi voglio darci un punto.”
“Sì, dopo.”
Edward alzò gli occhi verso William, mentre il suo
amico batteva alla ritirata.
“Non mi sono fatto nulla.” – ripeté.
Suo fratello,
per una volta tanto, non sembrava né remissivo né conciliante. Era appoggiato
alla libreria. E a braccia conserte.
“Adesso pensi di uccidermi, senza testimoni?” –
domandò ancora, guardandolo da sotto lo straccio e il braccio alzato – “Non
credi che dovrei almeno spiegare cosa è successo?”
“Potresti.” – rispose William, senza muoversi – “Ma
hai già detto due volte che non hai fatto nulla. Un nulla talmente
insignificante che adesso quel Doc ti ricucirà la testa.”
Edward sospirò. Era una di quelle volte. Una di
quelle rarissime volte in cui William prendeva in mano la situazione. E
diventava il fratello maggiore.
“Mi dici a cosa stavi pensando?” – esordì, lasciando
che si avverassero le previsioni di Edward – “Non mi hai detto dove stavi
andando, che intenzioni avevi e, sul più bello del mio romanzo, vengo informato
che hai avuto un piccolo e irrilevante incidente. E mi sento ripetere quanto è
piccolo questo suddetto incidente tante volte quante bastano da convincermi che
sei già pure passato a miglior vita!”
“Addirittura…”
“Addirittura, Edward!” – scattò – “Scavezzacollo
senza cervello!”
Ecco.
Adesso si era accorto della sua veemenza.
E si stava dominando.
Con profonda vergogna.
Edward abbassò lo straccio, con un sospiro. E lo
piegò, cercando di ignorare tutte le macchie rosse che vi aveva lasciato.
“Hai ragione.” - Rispose, senza guardarlo – “Sono
senza cervello.”
“Non… non sempre.”- replicò, impacciato, pulendosi
gli occhiali.
“Ma spesso.” – alzò gli occhi verso di lui – “E’ più forte di me. Mi piace rischiare, come ora. Ho ventun anni e tutta la vita per diventare ansioso e noioso. Oggi mi andava di saltare un muro troppo alto. E l’ho fatto… purtroppo senza prendere bene le distan