[IV]

 

Spike incespicò ancora. E si fermò, in attesa.

Si appoggiò alla parete sconnessa alle sue spalle, premendo le tempie con le mani.

La testa sembrava esplodergli, gli faceva venir voglia di urlare, urlare e distruggere.

Se solo... se solo l’anima svanisse…

 

La sensazione del corpo di Edward tra le braccia lo colpì di nuovo. Il calore, la vita pulsante, la bellezza quasi sfrontata... e il suo cuore che lentamente si spegneva.

Era stato quel suono terribile a fermarlo. Il cuore di Edward che vibrava e si rattrappiva, come avevano fatto migliaia di cuori prima di lui. Mille e mille vittime che Spike aveva sedotto e ucciso con l’inganno più antico della storia umana. La bellezza.

E il miraggio di un’esistenza migliore, da cogliere nell’oscurità, nel casuale incontro.

Oh, sì. Aveva ucciso come era stato ucciso.

Con la speranza negli occhi.

 

Scivolò seduto, inarcando la testa, appoggiandosi alla parete. Istintivamente piegò le ginocchia, portandosele verso al petto.

Edward, immortale.

Edward, Edward, Edward...

Era come se la sua mente non riuscisse a procedere oltre questa parola. Oltre agli occhi chiari, alla bocca ridente… oltre al ricordo di quel corpo stretto tra lui e una parete.

Eri la mia unica certezza… eri tutto ciò in cui credevo, il mio migliore amico, l’unica cosa preziosa che possedevo in una vita da cui volevo solo fuggire.

Edward… perché lo hai fatto… perché mi hai lasciato…

Piegò la testa, soffocando l’ennesimo urlo.

E lo rivide, mentre apriva la porta e lo guardava fisso negli occhi.

La sorpresa, la gioia a malapena trattenuta, rivissute ad oltranza, mentre mutavano in assoluto orrore.

 

C’era orrore negli occhi di Edward.

Orrore per ciò che stavano vivendo. L’angoscia e la consapevolezza della deriva di ogni comprensione.

 

Un frammento di immagine. E di nuovo la sensazione del suo corpo contro il proprio. Ancora caldo, vivo come non riusciva a ricordarlo. Non più pallido e fragile, prossimo alla morte.

Vivo. Vivo in eterno.

Spike insinuò una mano sotto la camicia, le dita sul ricordo di una ferita.

A modo suo l’aveva sempre saputo. Aveva sempre saputo che si era trattato di Edward, quella notte. Il suo inconscio l’aveva sussurrato per mesi, ad oltranza, dentro agli incubi. Una rotazione, il coltello che parte, il volto che si svela… Edward.

Edward, dall’altra parte del coltello.

Edward, con una freccia piantata nel petto.

 

E io, con la balestra ancora in mano.

 

Rise, massaggiandosi la fronte, passando dalle risate disperate alle lacrime.

 

Con Angel che mi sorregge e mi impedisce di seguirlo.

Angel…

 

Il solo pensiero del suo sire fu un nuovo motivo di ribellione, per la sua mente, per il suo corpo.

Angel che smetteva di proteggerlo. Angel che l’aveva abbandonato restandogli accanto.

Angel e Edward. Perderli entrambi, nello stesso istante.

 

Adesso basta. Basta!

 

Si mise in piedi e camminò, senza una meta, lungo la galleria.

 

Io sono qui. Perché tu hai bisogno di me.

E si voltò, sobbalzando.

Come due fratelli.

Passi! Passi nel buio.

Angel.

 

Accelerò, correndo, correndo come un folle.

 

Basta.

Angel.

Basta parole, dolore. Basta con questa vita, quest’anima, questa esistenza illusoria.

Angel.

Basta.

Angel.

E precipitò verso il basso, a tradimento.

E fu cadendo, nel rallentare del tempo, con l’adrenalina tra le labbra, che ebbe l’impressione di vederlo.

Anche tu hai le ali, come gli angeli veri. Piene… di luce.

 

Di vederlo protendersi, le mani tese verso di lui. Gli occhi scuri di Angel.

 

Sei reale?

E gli sorrise.

Angel, perché ci hai messo tanto a trovarmi? Tu sai sempre dove sono…

 

Lo sapevo… non si sfugge da uno come te…

Non…lasciarmi… dormire.

Poi il vuoto.

 

***

 

Angel si fermò. E la copertura della botola gli sfuggì di mano, con rumore assordante.

Per un attimo… Angel. Sbatté le palpebre.

Per un attimo gli era sembrato di vederlo.  In fondo a un pozzo, un braccio proteso.

 

L’espressione inconoscibile di chi dorme senza sogni.

 

William... William che lo chiamava.

 

Riafferrò la maniglia, pronto a risaltare nel buio delle condotte sotterranee. Ma il rumore di una porta che si apriva e si chiudeva, alle sue spalle, nella hall dell’Hyperion, lo distrasse.

Un attimo più tardi lo raggiunse la voce di Faith.

Si mosse, veloce, svelandosi, spalancando la porta.

“Faithy.” – la vide arrivare, correndo, libera della giacca, la pelle arrossata da una corsa in moto senza protezioni – “Che fai qui?”

“Wes mi ha detto che eri….” – si fermò, respirando in maniera concitata – “non potevo... io non potevo…”

Angel le afferrò le spalle. E la sedette, quasi di violenza sul divanetto dietro di lei, piegandosi sui talloni e guardandola.

“Faith, non mi servi a nulla se non ti calmi.” – le disse, con durezza, tirandole i capelli dietro le spalle – “Mi servi anche come Cacciatrice, stanotte.”

Faith spalancò gli occhi, per la sorpresa. Per quel tono duro, che non lasciava spazio a repliche e che la faceva sentire una donnetta isterica.

Inspirò ed espirò, accompagnando l’aria con tutto il corpo, come aveva visto fare a Cordelia, nei giorni delle visioni. E annuì, per dare una risposta sensata, prima di piegarsi su se stessa, coprendosi gli occhi.

“Oddio, sono una stupida.” – gemette, mentre la mano di Angel le si posava sulla nuca, insieme a un bacio – “Sembro Rossella O’Hara…”

“Avrei detto Ingrid Bergman in Anastasia – scherzò lui, forzatamente – “Ma è lo stesso… anzi… preferisco essere Clark Gable prima di Yul Brinner. Deve essere una questione di capelli…”

Faith trattenne a stento una risata, tra le mani. Odiava quei vecchi film, li trovava noiosissimi, con tutte quelle donne in crinolina. Ma Cordelia ed Angel non ne avevano mai abbastanza.

“Scusami.” – disse, raddrizzandosi e guardandolo – “Credo di aver appena fatto di testa mia, venendo qui.”

“Lascia stare.”

“Non riuscivo più a resistere… chi ti dice che tornerà… non crede più a nessuno di noi.”

“Tornerà. Perché ti ama. E perché non lascia mai nulla in sospeso.”

 

“Lo credi sul serio?”

 

“Io devo crederlo.” – replicò, sedendosi nel posto lasciato libero – “Spike deve capire che tu non ne sapevi nulla. Poi, le cose andranno come andranno. Ma per te tornerà.”

 

Per te tornerà.

 

Ed io…

Io salirò questa china con i denti e con le unghie.

 

***

 

Riaprì gli occhi, piantando le unghie nella terra, con le ossa doloranti.

Sei metri. Come minimo sei metri di volo.

Si aggrappò a quel che restava di una scaletta metallica. E si tirò in piedi, reprimendo un gemito. Cercò di mettere a fuoco il luogo in cui si trovava, tenacemente appeso al suo sostegno.

E, in quel momento, sentì la canzone. E vide il vestito bordeaux.

“Ciao amore…” – sussurrò Drusilla, affacciandosi dal fondo del condotto – “Ti sei fermato, finalmente. Cattivo… correre veloce come il vento…”

Spike la fissò, interdetto. Poi cominciò a ridere, piano. E sempre più forte.

“Mi mancavi giusto tu, oggi.” – singhiozzò, asciugandosi gli occhi – “Ne avevo già abbastanza… del mio passato.”

“Il passato è luce... il futuro è ombra…” – gli venne incontro, le mani intrecciate dietro la schiena, l’andatura sognante – “intrappolato nel presente... sei intrappolato nel presente…”

“Il presente non esiste. Questo è solo l’incubo. Di ciò che ero, di ciò che sono…” – si lasciò scivolare a terra. E la guardò, disperato – “è tutto come avevi predetto, Dru… tutto come avevi visto…”

 

Ti illudi, amore mio. Ti illudi ancora innanzi a miraggi che non esistono.

L’angelo rimane nero anche quando spalanca le sue ali protettrici.

L’angelo sa uccidere, in molti modi…

 

Torna da me…

 

Torna alle stelle e alla notte buia…

 

“Amore…” – sospirò ancora la vampira, sedendosi al suo fianco e lambendogli il sangue dal viso, dalla tempia rimasta segnata nella caduta. Baci, lungo la cicatrice, sul sopracciglio.

Spike chiuse gli occhi, stordito, incapace di respingerla.

 

Era così appagante, quel contatto… così rassicurante…

 

“Sapevi di lui, Drusilla?” – domandò, lasciandosi cingere il collo con le braccia– “Sapevi di Edward?”

“Adesso… adesso le stelle me lo hanno detto.” – spiegò, come sempre – “Il flagello lo nasconde, il flagello lo protegge. Ma io lo avrò comunque, non ti preoccupare.

Vi avrò entrambi.

E staremo sempre insieme.”

Quelle parole lo percorsero come un brivido. Rialzò la testa, fissandola.

Lucido, per la prima volta.

“Hai il suo sangue sulle labbra.” – aggiunse Drusilla, carezzandogli la bocca – “lo posso ancora vedere, sentire… è il sapore del passato, eppure è vivo… caldo…”

Lo baciò, tirandolo verso di sé, lacerandogli la pelle.

Le loro bocche si inondarono del reciproco sangue. E Spike si sentì morire, come la prima volta.

 

Drusilla lo aveva baciato, prima ancora di sapere il suo nome. Era stato il primo vero attimo di passione, il primo vero fuoco. Le labbra della vampira gli erano sembrate fredde e poi incredibilmente calde. Calde della sua vita più che del loro sentimento.

Un bacio. E poi la morte, come nei migliori racconti dell’orrore. Amore e morte, come sempre, giorno dopo giorno, secolo dopo secolo.

Lo stesso sapore che ancora permeava tra lui e Faith. La vita e la morte.

Il giorno e la notte.

Si ritrasse appena, guardandola. E Drusilla gli sorrise.

Sì. Come sempre.

La consapevolezza lo fece tremare. Drusilla, come Edward, era ancora la stessa di allora.

Era bruna, bellissima, gli occhi ancora pieni di luce.

Orrendamente sbagliata eppure così intossicante.

Fredda, morta, lontana da tutto.

 

Congelata.

 

Ma Spike non poteva dire la stessa cosa di se stesso.

 

Perché si sentiva vivo. E immerso nel mutamento, in una gamma infinita di cambiamenti ed emozioni contrastanti.

Era cambiato, era cresciuto, era forgiato dal dolore dell’anima. Ed era demone, ancora.

“E’ Edward che vuoi, Dru?” – domandò, guardandola, con un mezzo sorriso – “E’ questo che mi stai dicendo?”

Drusilla gli passò le dita sulle labbra. E annuì, persa, senza guardarlo negli occhi.

“E’ come te… c’è quella musica nel suo cuore… quella musica da ballare… mi manchi così tanto…”

“Puoi avere me…” – rispose, esitando appena – “Non ti serve quell’impostore... tu puoi avere me…”

“Oh, no…” – ridacchiò, piena di segreti – “io posso avervi entrambi. Posso riunire ciò che si è spezzato. Un solo cuore, un solo cuore…”

Ancora le sue labbra. Ancora quella passione.

E quel sapore.

Spike la respirò, dissetandosene. Un bacio intenso, cedevole, una mano sulla sua pelle d’alabastro.

Eppure la mente in tumulto. Confusa e informe.

Edward e Drusilla... Edward e Drusilla…

 

No…

 

“Angel non ti lascerà nemmeno avvicinarti.” – rispose Spike, sottovoce, assaporando le sue stesse parole, gli occhi chiusi, la bocca nella sua – “Come l’ultima volta… con me…”

Drusilla si ritrasse, come scottata. Ferita.

E Spike la fissò, con gli occhi ghiaccio, dritto nelle sue ametiste.

“Anche l’ultima volta mi volevi…” – sussurrò, colorandosi le labbra con un ghigno – “e non mi hai mai avuto del tutto. Angel è come Angelus.

 

Edward è già suo… non lo dividerà di certo con te.”

 

“No.” – si era ritratta, di scatto. In piedi, i pugni stretti – “Non l’ha fatto, io lo so che non l’ha fatto.”

“Ma che lo renda uno di noi oppure no è una cosa irrilevante.” – spiegò, con innocenza, provando a mettersi in piedi – “Edward è sotto la sua protezione. Per cui risparmia la fatica. E pensa a restare viva.

Perché non vedrai un’altra notte se gli torcerai un capello.”

 

Ed ora vattene.

 

O sarò io ad ammazzarti.

 

***

 

“Bene.” - Disse Methos, alzandosi – “Appurato che il sole calerà tra meno di quaranta minuti, direi che è ora di muoversi. Ci vediamo da voi.”

“Ottimo.” – rispose Westley, raccogliendo le carte e prendendo la matita che Edward gli stava restituendo – “Fate in fretta, o andiamo senza di voi.”

“Perfetto.” – rispose, posando una mano sulla spalla di Edward, di modo che non potesse alzarsi. E premendo, con decisione. Fermo dove sei oppure saluta la clavicola – “Ciao Wes, ciao Cordy, ciao Francis.”

“Vuoi che…”

“No, Francis.” – rispose, con un bel sorriso – “Non essere inopportuno.”

“Ricevuto.” – sospirò.

E, mentre la porta si chiudeva, fu ancor udibile, la voce di Cordelia.

“Ma se si vedeva lontano un chilometro che devono parlare! Sei sempre il solito…”

 

Edward rimase fermo. E attese che la presa si allentasse.

“E’ vero?” – domandò, senza voltarsi – “Dobbiamo parlare?”

“Male non può farci.” – rispose – “Vieni con me…”

 

Angel aveva chiamato, dopo aver lasciato Faith a casa. Era nei condotti sotto la città, al momento. E li stava passando al setaccio, con la pazienza che possono avere solo gli esseri senza tempo con il dolore nell’anima.

Angel aveva parlato con Cordelia, qualche minuto. E poi con Wes, impegnato ad aggiornarlo sugli sviluppi della loro ricerca.

Se l’obiettivo restava continuare a cercare il rifugio di Drusilla, erano abbastanza vicini da iniziare a prepararsi.

 

“Wes, l’hai conosciuto?” – aveva domandato Angel, fermandosi in un punto in cui la ricezione era migliore.

E l’amico, prontamente, si era alzato, uscendo sul terrazzo. Dal tavolo.

“Se ti riferisci a Edward Coventry…” – disse, appoggiandosi alla ringhiera – “Ho avuto questo enorme piacere, a sorpresa, circa mezz’ora fa.”

Silenzio.

“Angel…” – l’uomo respirò un attimo a fondo, fissando il movimento delle macchine in strada – “non sono qui per farti la paternale, se è quello che stai pensando.”

“Sto pensando che me la meriterei.”

“Secondo me… no.” – si interruppe un attimo, riordinando le idee – “Ritengo che tu sia in questo guaio per puro sbaglio, come Faith. E posso anche aggiungere che mi spiace per questo ragazzo... se posso permettermi di avere un’opinione su un essere ultracentenario.”

Angel sogghignò, divertito.

“Di me hai sempre un’opinione.”

“Ma tu sei Angel.” – rispose, appoggiandosi, più rilassato, alla balaustra – “Niente notizie di Spike?”

“Nulla.”

“E’ fuori di sé, vero?”

“Nella peggiore accezione del termine.”

“Ottimo. Notizie di Faith?”

“Sta mordendo il freno, all’Hyperion. Raggiungetela il prima possibile. E, se riesci, procurale qualcosa che la tenga occupata.”

“Se i miei calcoli sono esatti, tra non molto saremo tutti occupati.”

“Me ne rallegro. Adesso, se puoi, passami Edward.”

“Subito.” – Wes si raddrizzò, riaffacciandosi dentro al locale – “Edward, scusami… Angel vuole parlarti.”

 

Il ragazzo si era alzato, con prontezza. E si era appartato, su quello stesso terrazzo, dandosi il cambio con Westley.

“Dimmi.”

“Stai bene?”

“Sì.” – rispose, sbrigativamente – “Sì, sto bene.”

“Allora vorrei che stasera venissi con noi.” – Angel saltò in un altro dislivello, sperando di non perdere la ricezione – “Preferisco saperti in un covo di vampiri con loro che da solo in quell’appartamento. C’è ancora Drusilla che ti cerca. Ricordatelo, anche se so che hai altre priorità, al momento.”

“Vero. Hai scoperto dove sia la mia priorità?”

“Non ancora.”

“E mi dici perché non posso raggiungerti adesso, all’istante? Sto rispettando le tue richieste, Angel. Ma voglio che tu mi dica cosa sto aspettando.” – strinse con forza il parapetto, piantandoci le unghie – “Dimmi cosa aspettiamo, Angel, per favore.”

Gli rispose il silenzio.

E l’assoluta assenza di respiro.

Eppure Angel era ancora là, all’altro capo del filo.

E rifletteva.

“Edward.” – sentì, in un sussurro – “Hai il mio rispetto. E non sto cercando di prevaricare. Ma, al momento, penso di avere qualche possibilità in più di te, per essere ascoltato. E voglio sfruttarla.

Non voglio più assistere a ciò che ho visto stamattina.”

Edward chiuse gli occhi. E pensò, per un singolo istante, di non riuscire più a trattenersi.

“Io non voglio che ti faccia del male. Non lo voglio per te e non lo voglio per William. Io... io sono costretto a tenervi separati.” – si appoggiò al muro. E pensò che Edward, almeno, rispetto a lui, in quel momento, aveva la fortuna di poter restare in silenzio. Perché ogni parola era uno sforzo titanico – “Vorrei che bastasse trovarlo, per convincerlo che non l’abbiamo abbandonato.”

Edward chiuse gli occhi. E i polmoni si compressero, nuovamente.

“Lo capisco.” – mormorò, pensando con orrore di non avere il controllo della propria voce – “Ma non… io non…”

“Ti chiedo un’ora al massimo. Un’ora. Aspetta il tramonto, poi vai con gli altri.”

“Va bene.”

“Edward…”

“No, sul serio. Va bene, Angel.” – si raddrizzò – “Fammi un favore… bada anche a te stesso.”

 

Edward si alzò, seguendo Methos malvolentieri. Angel aveva detto un’ora. E di raggiungerli al fantomatico Hyperion. Eppure adesso c’era Methos che lo frenava.

Methos! Ci si metteva anche Methos!

“Sappilo.” – comunicò, fermandosi ed enumerando – “Non voglio farmi una doccia, non vado medicato o resuscitato, non intendo perdermi in conversazioni di concetto. Voglio solo che ti infili una giacca e ti prepari ad uscire.”

“Chi ti ha detto che vengo?”

“Non vieni? Ok, va bene, non venire. Vado solo io. Posso andare, adesso?”

“No. Andremo insieme fino all’Hyperion. Poi deciderò cosa fare della mia testa.” – replicò, sedendosi sul divano. Anzi, lasciandosi cadere, con indolenza – “Adesso però ci dedichiamo alla mia attività preferita.”

“Sarebbe?”

“La conversazione di concetto.”

“Oh, andiamo, Methos!” – esplose – “Non intendo perdermi in conversazioni sul giusto e sullo sbagliato! Ho da fare. Se per caso ti è sfuggito, c’è mio fratello là fuori…”

“Edward. Seduto.”

Si era teso, con un tempismo perfetto. E il suo tono non aveva lasciato repliche.

Il problema era che Edward fosse un Coventry. Non stava nell’efficacia di quell’approccio.

“Risparmia lo sforzo, Methos.” – rispose, restando in piedi. E sfidandolo come mai nella sua vita – “Non intendo sedermi e calmarmi.”

“Dovresti. Tu stai fuori di testa quasi quanto William.” – rispose, implacabile, allungando le braccia lungo lo schienale. E accavallando le gambe – “Lui è più plateale, con i canini e tutto il resto. Ma tu sei altrettanto bravo a fargli del male.”

Edward pensò di non aver capito. E lo fissò, come se non lo conoscesse.

“Torna in te.” – aggiunse l’uomo, fissandolo con durezza – “E prima di perdere il controllo. Qui c’è già abbastanza gente che si deve pentire.”

“Io no, secondo te? Non ho già cose di cui pentirmi?”

“E ci tieni tanto ad aggiungerne altre? Rifletti, Coventry, non comportarti come un cretino, visto che non lo sei!” – non intendeva muoversi. Lo guardava soltanto percorrere la stanza ad ampie falcate – “Tu lo sai che non hai sbagliato, nel 1857. Io c’ero, ti avrei consigliato nello stesso identico modo! E quanto a quello che hai deciso, sei mesi fa… bhe, sei partito sapendo che sarebbe successo. Che prima o poi, presto o tardi, William lo avrebbe saputo.”

Si interruppe, guardandolo voltargli la schiena, le braccia incrociate, per difendersi.

E si alzò.

“Non sei giovane abbastanza per ignorare come vanno certe cose.” – aggiunse, avvicinandosi – “E non sei abbastanza superficiale per aver fatto tutto quello che hai fatto in assoluta incoscienza.”

Edward non gli rispose. Gli sarebbe bastato un singolo respiro per andare in frantumi.

E Methos fece come quel giorno, sul terrazzo. Semplicemente gli cinse le spalle, tirandoselo contro il petto.

“Cosa farai quando l’avrai di nuovo di fronte, Edward? Crollerai? Hai accettato quello che ti è successo stamattina? Perché non credo che andrà poi così diversamente.

Io non conoscevo tuo fratello.

Ma conosco Spike, il vampiro con l’anima. Nel bene e nel male.”

“E’ così che vuoi che pensi a lui? Come a un demone?” – domandò, sentendo il calore propagarsi a quel contatto. E restando comunque fermo, le braccia ancora intrecciate, gli occhi fissi di fronte a sé.

“Ti chiedo di stare attento, qualunque cosa tu decida di fare.” – rispose, senza nessun imbarazzo per quell’affetto che non gli manifestava mai – “E ti chiedo di crollare adesso, prima di andare.”

“Non posso.” – abbassò la testa, quasi ridendo – “Non posso, Methos.”

 

Non sono mai stato bravo a cedere.

 

India, 1884

 

La jungla bruciava. Bruciava ancora.

E le urla erano assordanti.

Tra le urla, anche quelle di Edward non erano da meno.

Sporco di fuliggine, stanco allo stremo, non si rassegnava all’evidenza dei fatti. E cominciava a sembrare un pazzo furioso, considerò Methos, vedendolo di nuovo correre verso la linea esterna, dove le fiamme iniziavano a superare i tre metri.

“Fermalo!” – urlò Damodar, alle sue spalle.

“Oh, certo, parli facile!” – rispose, di rimando, tirandosi sul viso lo straccio e correndogli dietro.

Lo placcò, sollevandolo quasi da terra per riuscire a trattenerlo.

“Lasciami.”- si divincolava, furioso. Ed era solo un vantaggio che fosse sottile e slanciato. Methos, con le spalle e le braccia che si ritrovava, riusciva a malapena ad opporgli resistenza – “Lasciami, non lo vedi che serve aiuto?”

“E tu non lo vedi che ci stanno andando a fuoco anche i capelli?” – rispose, di rimando, assestandogli un colpo ai reni senza misericordia e sollevandolo per la vita – “Finiscila con le utopie, idiota, dobbiamo andarcene!”

“No. Non me ne vado, non me ne vado.” – Edward smise di scalciare e unì i pugni, per assestargli un colpo di gomito nel fegato.

Methos mollò ovviamente la presa, mentre i suoi organi si spostavano tutti a sinistra. Ed Edward ripartì, puntando ai secchi dell’acqua.

I contadini, attorno a loro, fuggivano in senso contrario. Il tempio che avevano provato a salvare, quel tempio millenario per cui Edward stava per immolarsi, sarebbe stato avvolto dalle fiamme in pochi minuti.

Senza possibilità alcuna di un miracolo.

Methos si rimise in piedi e gli corse dietro, ancora, imprecando e zoppicando.

Edward se ne stava da solo, davanti ai suoi fantasmi personali e al fuoco.

Aveva perso Mayuri. Ed ora anche l’unico posto in cui si era sentito a casa dopo la sua morte.

Methos lo afferrò, tirandolo verso di sé. E un’altra pianta in fiamme precipitò, di traverso, impedendo loro di proseguire.

Ma questo non sembrava bastare ad Edward.

Si tirò su, gli occhi azzurri pieni dei riflessi rossi che li circondavano. Il fuoco gli arrossava la pelle e le labbra. E lo faceva tossire, ma non smettere di correre.

Con Methos sempre alle calcagna.

“Basta, Edward, basta.”

“Mai.” - urlò, voltandosi – “Mai, fino alla fine.”

 

Methos sentì il cervello quasi esplodergli per la frustrazione.

 

Mai fino alla fine?

Non avevi che da dirlo, stupido idealista.

Non si fermò nemmeno, continuò a correre. E prese la mira.

E il kriss, il coltello malese che portava in vita partì, prendendolo perfettamente in mezzo alle scapole.

E uccidendolo sul colpo.

“Ecco.” – ansimò, fermandosi a fianco del corpo, per prendere fiato – “Accontentato.”

 

Estrasse il coltello, pulendolo. E si caricò il corpo sulle spalle.

 

Stupido. Stupido e masochista.

Ricordami di regalarti il kriss. Gli hai rovinato il filo con le tue ossa.

 

Le pietre del tempio erano già lucide. E l’oro che le ricopriva ancora in alcuni punti si stava sciogliendo. Troppo tardi. Era stato troppo tardi sin dall’inizio.

Methos fissò l’alta cupola accartocciarsi.

E la bellezza umana che si protendeva verso il cielo tornare ancora una volta ad esser cenere e polvere.

 

Non sono mai stato bravo a rinunciare.

 

“E’ vero.” - ammise Methos, lasciandolo andare – “Ma dovevo provarci.”

“Apprezzo lo sforzo.” – rispose Edward, sorridendo, asciugandosi gli occhi. Ci siamo fermati, solo un passo prima. Si voltò, abbracciandolo, aggrappandosi al suo collo – “Però toglimi una curiosità... perché mi sopporti ancora?”

“Bhe...” – Methos alzò gli occhi al soffitto, pensieroso, strofinandogli una scapola con una mano – “in cinquemila anni ci si può annoiare… è bene procurarsi qualche distrazione.

 

Altrimenti si invecchia… prima del tempo.”

 

***

 

Non era pronto a trovarla a casa.

Era stato così assorto dai suoi dolori da non percepirla nemmeno.

 

La guardò, ferma al centro dell’ingresso.  E si appoggiò alla porta alle sue spalle, infilando le mani nello spolverino di pelle. Con sfida.

 

E Faith non disse nulla.

Spike era ridotto in uno stato spaventoso.

Aveva ferite, lacerazioni sul viso, sulle mani, viste solo fuggevolmente. E segni di graffi, su una guancia, lungo il collo.

 

In frangenti normali gli sarebbe corsa incontro. E l’avrebbe sostenuto, rimproverandolo senza mezzi termini per la sua incapacità a difendersi. Ma ora... ora non riusciva a muoversi. E lo fissava, del tutto terrorizzata.

 

Gli occhi di Spike, solitamente azzurri e sarcastici erano bui. E gonfi, come sul viso di chi ha pianto fino a sfinirsi.

 

Eppure non c’era fragilità. Nessuna debolezza. Da lui trasudava soltanto quella furia spietata emersa con l’aggressione di Edward.

“Amore, ciao.” – disse, guardandola, facendo quasi le fusa – “Ti sono mancato?”

Le sorrideva, nel parlarle. E il sangue con cui era incoronato lo rendeva un terrificante dio della guerra.

Capelli biondi tinti di rosso. E occhi che portavano bufera.

“Spike, credo che tu abbia diritto a una spiegazione.” – azzardò, restando ferma, i sensi all’erta.

Nulla… non emanava nulla. Spike, famoso per il divenire elettrico se furioso, era come una statua di sale.

“Veramente no.” – rispose il vampiro, raddrizzandosi – “Sono venuto solo a prendere alcune cose. Puoi seguirmi, se vuoi…”

 

Si era mosso, con sicurezza. Zoppicava appena, trascinando un piede. Sembrava che la parte sinistra del suo corpo non rispondesse alla perfezione ai comandi della mente. Senza però essere un ostacolo ai movimenti.

 

Faith, totalmente in confusione, lo seguì, mentre scendeva nell’armeria.

 

“Sai, ho avuto una giornata incredibile.” – le disse, una volta che furono nello scantinato. Stava a torso nudo, prelevando una maglietta da un cumulo di biancheria da stirare – “Lascia che ti racconti… magari dall’ultima cosa che mi è successa... che è proprio incredibile.

Pensa, stavo parlando con Drusilla…”

 

Faith trattenne il fiato. Spike le dava le spalle e il suo racconto aveva l’intonazione leggera di un resoconto qualsiasi.

“Ero con Drusilla che mi spiegava i suoi progetti per il futuro, quando sono stato aggredito da sei dei suoi. Lo ammetto, ho provocato quella matta della mia ex... ma non pensavo che andasse in giro con la scorta.

E pensare che non avevo voglia di combattere, essendo caduto da un’altezza di sette metri in un pozzo... nelle fogne non sai mai dove metti i piedi.”

Faith non rispose. E Spike si strofinò via il sangue con un asciugamano inumidito. Via dalle braccia, dal torace.

 

Via, insieme all’odore di Edward, al suo inconfondibile profumo di umanità. Di pulito.

 

Via, con il sangue sparso dai baci tentatori di Drusilla.

 

Afferrò una bottiglia da sopra il ripiano. E bevve un sorso, cercando di scacciare il sapore della trasgressione.

 

“Comunque non mi è chiaro cosa volessero.” – aggiunse, riavvitando il tappo – “Forse dovremmo indagare.”

Si bloccò e si girò, finendo di infilare le maglietta sopra a vaste escoriazioni bluastre.

“Ah, già.” – le sorrise – “Scommetto che lo state già facendo.”

 

Faith incrociò le braccia. E, con gli occhi, valutò la distanza dagli oggetti che avrebbero potuto tramortirlo senza ucciderlo.

Non era certa che ci fosse un’anima in lui.

 

Può forse morire l’anima, per troppo dolore?

 

“Sì, stiamo indagando.” – rispose, stando al gioco. Cercando di restare calma – “Doyle ha avuto una visione, stamattina e…”

“E non mi riguarda.” – rispose lui, allacciandosi un anfibio e recuperando lo spolverino – “Comunque ti passo una dritta, in memoria dei bei tempi andati. Drusilla vuole Edward Coventry. Penso che sappiate anche questo... ma è meglio ripeterlo. Dopotutto, qui si parla di innocenti in pericolo…”

 

“Ah giusto!” – aggiunse, beffardo, raddrizzandosi – “Questa è la cosa migliore della giornata, devo proprio raccontartela. Pensa che sono andato a prendere la mia donna dal suo osservatore, stamattina. E mi ha aperto la porta il mio defunto fratello!

 

Chiunque abbia detto che la vita è strana deve aver avuto un’esperienza del genere.”

 

L’aveva detto ridendo, con gli occhi spiritati, pieni di un’emozione inspiegabile.

 

Rabbia, rancore? Dolore? Follia?

 

Faith non riusciva a capire.

 

“Parliamo di tuo fratello, allora, visto che l’hai nominato.” – rispose, pronta, la ragazza – “Varrebbe qualcosa ti dicessi che ho scoperto chi fosse quando l’hai chiamato per nome?”

Spike si voltò. E un lampo di sorpresa, presto dissimulato, gli transitò sul viso. Poi, gli occhi tornarono ad essere pietra.

“Ah sì?” – esclamo, piegando la testa – “Eppure il tuo profumo su di lui era delizioso…”

“Abbiamo combattuto insieme.” – rispose, innaturalmente sulla difensiva – “Lo conoscevo come amico di Methos... per quello che…”

“Risparmiami il resoconto di ciò che è successo sei mesi fa.” – rispose, a denti stretti, perdendo improvvisamente smalto – “C’ero. Me lo ricordo.”

 

Non ho compreso.

Non ho visto.

 

Ma ricordo. Ricordo tutto il necessario.

 

“Non sapevo chi fosse.” – ripeté la ragazza, con più convinzione. Era vero, doveva credere alla propria innocenza per convincere Spike – “Non ho intuito nulla, nemmeno parlandogli. Non lo sapevo, Spike, te lo posso giurare.”

“Non mi riguarda.” – replicò, con un’alzata di spalle. Aprì un cassetto, prelevando l’immancabile pacchetto di sigarette. E un accendino – “E non mi sorprende questo tuo pensare di avere una giustificante. Sei la bambina prediletta di Angel, prima di essere la mia donna.”

 

Angel… Angel che ha una scusa per ognuno di noi. E mai per se stesso.

Quale? Quale si è inventato per appoggiare Edward?

 

“E’ questo il motivo per troncare con me?” - domandò, spalancando gli occhi. Sconvolta – “Il fatto che io non stia condannando Angel? Che sia ancora qui e non in fuga da lui come te?”

Il cassetto venne richiuso, con violenza, facendola sobbalzare.

Calma Faith. Controlla i tuoi nervi.

“No. Io non tronco con te. Sei tu che lo hai fatto. Eri lì, con lui, con Methos, Doyle… eppure non me lo hai detto. Mi hai mentito, Faith. Come il grande Angel.” – si era avvicinato, fino a fronteggiarla – “Tu… mi hai… mentito!”

 

L’ultima parola l’investì, come un’onda d’urto.

 

Faith chiuse gli occhi e, senza frenarsi, mosse un passo indietro.

Faith, che non aveva mai arretrato innanzi ai suoi nemici. Ai suoi fantasmi. A ogni incubo esistente.

“Fai bene ad avere paura, Cacciatrice.” – concluse lui, avviandosi su dalle scale, alcune armi in pugno – “Fai veramente bene.”

 

Era rimasta immobile.

E aveva aspettato che il suo cuore finisse di cadere in frantumi.

Poi si era riscossa. E rialzata.

Era quella la differenza tra vampiri e Cacciatrici… le prescelte si rialzavano sempre dalle loro stesse ceneri.

 

E Faith sapeva combattere. Per scelta, destino, nelle apocalissi e in amore.

 

Spike non se ne sarebbe andato in quel modo. E, soprattutto, se proprio era deciso a fuggire, l’avrebbe fatto con delle risposte. E non con delle menzogne.

 

Si mosse. E scese in battaglia.

 

“Spike!” – lo chiamò, raggiungendolo nell’ingresso – “Fermati, Spike.”

 E il vampiro, semplicemente le ubbidì. Così come non aveva opposto resistenza a Edward che lo afferrava, adesso sostava, in attesa che Faith gli parlasse.

Ecco, l’Uccisore delle Cacciatrici in azione. Il vampiro che uccideva con il credo.

“Dimmi.” – la esortò, con gentilezza.

 

Stupiscimi. Prova a darmi nuove illusioni.

 

Era bellissimo. La bellezza perfetta dell’alabastro e dell’eterna giovinezza. L’abominio e la forza dei predatori della notte.

Era un demone. In tutto e per tutto.

 

Eppure Faith non si lasciò intimorire. Chiuse gli occhi, innanzi a lui, senza celarsi. E respirò a fondo, abbandonandosi ai suoi sensi.

Prima di fissarlo, con sfida.

“No.” – sorrise – “Sento la tua anima fin da qui.”

“E ti sorprendi? Andiamo Faith… ragiona… non c’è bisogno di essere privi di anima per essere furiosi…”

“Vero. Verissimo.” – replicò, incrociando le braccia – “E’ che questo tuo ostentare il lato demoniaco non ti si addice. E’... diciamo… stupido. Wes direbbe che è un meccanismo di difesa… che hai un… come si chiama? Disturbo post traumatico?”

Spike non le rispose. E Faith mosse un passo verso di lui.

“Bella definizione. Ma io non sono fatta per i paroloni. Per me tu sei un uomo con il cuore spezzato. Sei così disperato da sentirti morire, ogni momento. Tu hai paura, Spike.” – respirò a fondo – “Quasi quanta ne ho io di perdere te.”

 

Silenzio. Silenzio tra loro.

 

“Non abbandonarti alla rabbia per non provare dolore, Spike.” – riprese – “Io ti amo. E questo muro tra noi mi sta uccidendo. Non riesco a pensare... guardami, Spike. Hai fatto di me una ragazzetta in lacrime. Non tenermi lontana… lascia che io ti aiuti.”

“Fai ancora un passo e non risponderò di me.” – replicò Spike, fissandola dritta negli occhi. Non un battito di ciglia, non una debolezza. Solo enormi pupille in un cielo indaco – “E questa lontananza che senti non mi riguarda. E non voglio dividere con te un bel niente.”

 

Niente.

 

“William…”

 

Il vampiro abbassò gli occhi. E le sembrò stanco. E indifeso.

Quasi pentito delle sue parole.

 

E lo osservò, mentre si appoggiava a una delle colonne, per restare in piedi.

 

***

 

Spike imprecò, sottovoce, nel perdere nuovamente il controllo di se stesso.

Prima Drusilla… ora Faith.

 

A modo loro perfettamente in grado di fare breccia nelle sue barriere.

La vicinanza e i loro corpi, inebrianti e pieni di promesse. Il desiderio di abbandonarsi divenne irresistibile. Prossimo al terrore, Spike si impose di restare calmo. E si erse, facendosi disperatamente scudo dietro la realtà dei fatti.

 

Scelte.

Inganni.

Menzogne.

 

Tutti lo avevano tradito. Tutti gli avevano riservato false promesse.

La fiducia era morta, insieme a tutti loro nell’attimo stesso in cui Edward aveva aperto la porta e lo aveva fissato, uscendo dalle nebbie del tempo.

Morta, negli occhi di Angel che lo fissavano pieni di dolore, alle spalle di suo fratello. In quelli di Doyle, che aveva disperatamente cercato di fermarlo.

 

Morta.

Morta in Faith che ora si ergeva, ultimo baluardo prima del baratro.

 

Faith, come Dru.

La bellissima donna bruna che lo tentava con il miraggio della luce in fondo all’oscurità.

 

“Ti amo anche io, Faith.” – rispose, senza osare guardarla – “Ti amo. Ma non credo abbia più importanza.”

“Ne ha, invece.”

“Ah sì?  Dimmi perché. Dimmelo. Perché ha importanza? Amavo mio fratello, lo amavo e avevo il terrore di perderlo. Eppure mi ha lasciato. Amavo Angel... perché era la mia salvezza, la mia unica certezza… e amavo te, Faith. Ti amavo perché…”

Si interruppe. Non riusciva a controllare la voce, le lacrime di rabbia.

“Sì, Faith!” – urlò – “Vi amavo tutti alla follia e non c’è stata comunque verità. Mai, nel passato, nel presente.. la storia a quanto pare si ripete da circa un secolo. Non sei la prima, non sarai l’ultima.”

“Stai delirando e nemmeno te ne accorgi.” – ribatté, cercando di reprimere il dolore. E rinunciando alle distanze, camminando, per arrivargli vicino, per afferrarlo – “Rifletti, William, pensa a Edward. E’ vivo, non hai mai desiderato nient’altro…”

“Io non sono William!” – urlò, mentre le lacrime, rosate dal sangue, gli scendevano sulle guance – “William era uno stupido all’ombra della perfezione, morto perché abbandonato a se stesso e incapace di difendersi! Io non sono William!”

“Allora colpiscimi!” – urlò Faith, di rimando, le stesse lacrime incontrollabili – “Colpiscimi e dimmi chi sei!”

 

Il silenzio che seguì fu una nuova caduta libera nel nulla.

 

Poi Spike si mosse, abbandonando la scena. E uscendo, sotto al portico dell’Hyperion.

Lasciandolo, con la volontà di non tornarci più.

 

Faith non lo seguì. Immobile, al centro della hall, assaporò il sapore del distacco.

E l’aria divenuta muta e irrespirabile.

 

“Faith? Sei lì?” – la voce di Wes rimbombò, preceduta solo dallo scatto della segreteria telefonica. Perché, c’era un telefono che suonava? – “Arriviamo tra non molto. L’abbiamo trovata. E’ al porto. Il covo è in uno dei capannoni della Protomac... tra dieci minuti saremo lì…”

 

E il suono della chiamata che si interrompeva.

 

Spike si raddrizzò, con lentezza, celato dalle prime ombre della notte.

“Oh, sì.” – sussurrò, mutando i lineamenti e cancellando le lacrime con l’altro volto – “Perché non un po’ di caccia…”

 

Mi farà bene.

 

Sì. Mi farà bene.