Il tempo divenne pietra. E l’aria scomparve. Edward chiuse gli occhi, accusando il colpo.
Tutto perduto, sussurrò a se stesso. Tutto perduto.
Che cosa ho fatto…
Abbassò la testa, cercando di respirare. Dietro di lui, nemmeno Angel osava muoversi.
Conosceva quello sguardo. Aveva sentito il demone di Spike emergere con assoluto tempismo. Ed ora, con quel battito terrificante ancora nella mente, con quel cuore fuori controllo nella memoria, non osava muoversi.
Faith gli era venuta a fianco. E lo stava fissando.
Ma Angel non osava guardarla.
Faith sapeva.
Faith adesso sapeva ogni cosa.
E, come Spike, non stava comprendendo.
Il vampiro biondo percorse con estrema calma il corridoio, quasi non ci fosse motivo per affrettarsi. Si sentiva la mente stranamente informe, priva di un equilibrio logico, di un miraggio di lucidità.
Pensava solo ai suoi incubi, all’inspiegabile scivolare dei pensieri a fianco di una realtà ignorata.
Pensava al Kriss malese, domandandosi perché non se l’era mai estratto dal petto.
Pensava alla paura di soffocare.
Una paura sciocca per chi è già morto.
In fondo al corridoio, faticando a mettersi in piedi, Doyle gli sbarrò il passo.
E Spike alzò occhi liquidi e algidi verso di lui.
“Tu non vuoi che le cose vadano in questo modo.” – disse il demone. Sapeva di perdere sangue dal naso, di avere una grossa escoriazione sulla guancia, sulla fronte. Cose che possono succedere quando voli sull’asfalto, correndo come un dannato.
E sapeva che, in frangenti normali, Spike non lo avrebbe mai guardato così.
Perché non l’aveva mai fatto.
E mai, mai, gli avrebbe sorriso in quel modo.
Spike non si lasciò né intimorire, né preoccupare. E Doyle, con un brivido, fissò negli occhi il sanguinario. Il vampiro biondo senza scrupoli del loro primo incontro.
Non c’era William, in quel corpo.
“Levati.” – gli disse l’essere. Il vampiro della gemma di Amarra, l’uccisore delle Cacciatrici.
Da qualche parte, nel fondo della mente, Spike si sentì ridere, divertito.
Doyle sapeva. Come stupirsi del contrario.
Come Methos.
Come Angel.
Già, come Angel.
E, dilatando le narici e aspirando, come Faith.
Sì, come Faith, valutò, con freddezza, fissando il demone, ancora stoicamente immobile.
Doyle, Angel, Faith. Doyle, Angel, Faith.
Doyle, Angel, Faith. Doyle, Angel, Faith.
E io… che ti ho chiamato amico… fratello… amore…
Alcuni passi rimbombarono alle sue spalle, una mano lo afferrò, facendolo voltare.
Non oppose resistenza, sentendo il proprio corpo cedere a quell’energia.
Perché irrigidirsi, a conti fatti.
E perché scappare. Non aveva nulla da nascondere.
Alzò gli occhi verso l’uomo che lo tratteneva. Quasi studiatamente, le sue ciglia oro gli adombrarono le iridi, prima di svelarle del tutto.
E ritrovandosi di fronte suo fratello... quello che sembrava suo fratello.
Lo fissò, rendendosi conto di ricordarlo veramente, alla perfezione, quasi non fosse passato un giorno.
Edward portava i capelli più corti. E una barba appena visibile. Ma i suoi occhi erano ancora dell’azzurro perfetto del cielo di Provenza, di quell’estate in Provenza trascorsa insieme, da Carrol.
Era ancora di quella bellezza struggente e giovanile. La luce perfetta non più minata dall’agonia. Era ancora il calice colmo di luce delle sue fantasticherie.
Peccato sia trascorso del tempo, considerò, con pigro rimpianto, guardandolo.
Peccato tu non sia veramente Edward.
“Voglio spiegarti.” – disse l’immortale, lo sguardo perso sul suo viso. Non c’era più somiglianza tra loro, tutti gli avevano mentito. Spike aveva occhi enormi, grigio azzurri. Occhi che William non aveva mai avuto.
Occhi che si doravano leggermente, facendogli pensare alla trasformazione.
Alla mutazione che non aveva mai visto.
Ma di cui aveva solo letto.
Le cartilagini si deformano,
il naso ne viene quasi inglobato. Il demone ha un viso pronunciato, in cui gli
occhi sembrano sparire, di un perfetto giallo oro. La bocca risalta, dotata di
denti aguzzi…
Occhi gialli… forse una licenza del descrittore.
William aveva ancora occhi chiari, dotati forse di alcuni bagliori dorati.
E, in fondo, nel profondo, ancora la luce.
Edward ne fu quasi stordito, nell’attimo in cui la colse.
Eccola. La rifulgenza di William.
Visibile, per un singolo istante.
“Ah sì?” – disse suo fratello, sorridendogli, movendo in una danza grottesca i lineamenti. E spezzandogli il cuore, con un sorriso duro, crudele – “Anche io voglio spiegarti.”
Mutò, prima ancora che Edward potesse rendersi conto, prima che potesse sentirsi preparato, mentre volava contro la parete, sbattendo la schiena con violenza.
Un dolore atroce presto sostituito da una fiammata indescrivibile, alla base del collo.
Un dolore capace di superare la resistenza umana. Ad un passo dal divenire piacere.
Inarcò la testa, quasi accompagnando quella pressione. E la fronte di William, la fronte su cui così spesso aveva posato le labbra, gli sfiorò il viso. Fredda e dura.
Lo cinse, nella promessa di un abbraccio. E divenne morsa.
Edward sussultò, con tutto il corpo. I polmoni, compressi dal peso e dalla sensazione sbagliata, si vuotarono, riempiendogli la visuale di luci e macchie.
Ombre scure, in una notte che avanza.
I denti di Spike gli penetrarono la giugulare senza esitazione.
La prima sorsata dette a Edward la sensazione di essere risucchiato, che tutta la sua anima stesse precipitando fuori dal corpo. Annaspò, artigliando la parete con le unghie, voltando la testa, mentre la visuale si riempiva di immagini confuse.
Il suo cuore accelerò, quasi scoppiandogli, al centro del petto.
Doyle, respinto senza sforzo apparente, volò verso il fondo del corridoio, evitando per un soffio di precipitare giù dalle scale. Faith, che aveva afferrato Angel per un braccio, nel tentativo di parlargli, si sentì respingere. E si voltò appena in tempo per vedere la scena.
Spike si stava cibando di Edward, in un abbraccio di morte.
Spike beveva il suo stesso sangue, senza remore.
Raggelata, lasciò andare Angel. Ma non osò muoversi, mentre l’immortale, con un ultimo sforzo, voltava il capo verso di lei. E la fissava, con occhi vuoti, come mille vittime per cui la Cacciatrice era giunta troppo tardi.
Methos le passò a fianco, correndo, ancora a torso nudo.
Edward perse il contatto con il reale. Un respiro gli uscì ancora dalle labbra, simile a un fischio, proprio nell’attimo in cui Spike lo lasciò andare, facendolo precipitare riverso, a terra. Con la testa inarcata, ebbe l’impressione di vedere Angel, di sentire la sua voce.
E, con una volontà che gli sembrava di non poter avere, si impose di restare cosciente.
Angel si fermò, le mani già protese verso Spike. Rendendosi conto solo in quel momento di aver urlato il suo nome, chiamandolo, chiamandoli entrambi, senza risposta.
Spike non si era voltato.
E non aveva lasciato andare Edward perché finalmente consapevole del suo gesto.
Angel colse quest’assenza di colpa. Come Doyle, seduto scompostamente, pochi metri oltre.
Come Methos, adesso immobile, dietro di lui, così vicino da investirlo con il suo calore corporeo.
No. In Spike, non c’era coscienza.
Ed Angel, con crescente paralisi, lo fissò. Immobile, impegnato a sovrastare suo fratello Edward, la bocca quasi schiumante di sangue.
E il volto della caccia, ancora in vista.
“Guardami, immortale.” – lo sentì dire. Il tono del comando, tornando ai suoi lineamenti.
Al volto perfetto, da cherubino. E, constatò Angel, con orrore, gli occhi vacui di Edward ricambiarono l’occhiata del demone. Annientati – “Sono un vampiro. E mi chiamo Spike.
Stammi lontano. O io ti ucciderò.”
E Doyle non lo ostacolò più, quando gli passò a fianco.
***
Methos fu il primo a riaversi. Si piegò su Edward, premendo la mano sulla ferita ancora sanguinante.
Spike aveva fatto un buon lavoro, privandolo solo del sangue necessario per intontirlo, considerò Angel, abbassando gli occhi. Gli aveva donato il battito lento e ipnotico dell’agonia, lo stesso che Drusilla gli aveva fatto conoscere, la notte del loro incontro.
Spike aveva riprodotto la sua vampirizzazione, con precisione preoccupante. Per quel motivo non gli aveva parlato, non si era voltato, con una singola parola di disprezzo, per lui, per il suo sire.
Era Edward, il suo messaggio.
Edward a terra, ai sui piedi, così simile a William. Vittima di una morte lenta ad avanzare.
La luce che scompare, goccia dopo goccia.
Sì, quell’immagine parlava a Angel, ad Angelus.
Lo volevi, no?
Prendilo.
Prendilo ora.
Anche io so distruggere.
Sbatté le palpebre, sorpreso. Poteva sentirlo di nuovo. Di nuovo quel loro legame telepatico, inspiegabile. Non pensieri, ma idee informi, ancora sospese nell’aria, tra loro.
Lo proteggevi… hai scelto lui e non me, questa volta…
Prendilo, allora.
Perché tra noi…
Faith lo urtò, passandogli a fianco, senza che si sentisse in dovere di opporre resistenza.
Senza riuscire a badare a lei, alla sua Faith, che correva verso le scale.
Spike non gli aveva detto nulla. Nulla.
Condannati senza difesa. Condannati per tradimento. E, cosa peggiore, pensò Angel, veramente colpevoli di tutto questo.
Doyle, più pronto di lui, afferrò la ragazza.
“Lasciami, Doyle, lasciami.” – ringhiò lei, senza osare atterrarlo. Doyle aveva una faccia spaventosa e Faith portava ancora negli occhi l’immagine della crudeltà di Spike e, buon Dio, ne provava ribrezzo.
Non voglio essere come lui, non voglio essere come lui…
“Farà a te ciò che ha fatto a lui.” – rispose il demone, rendendosi conto di non poter controllare la voce. Di star quasi piangendo. E tremando – “Non dargli qualcos’altro di cui pentirsi. Angel…”
Il vampiro alzò gli occhi verso di lui. Verso il suo povero cantastorie, che teneva una mano aggrappata al corrimano, per restare in piedi, e un braccio intorno alla vita della Cacciatrice. Della ragazza di Spike, disperata.
Ti prego, uomo…
Si impose di restare lucido. E si mosse, passando oltre Edward, ancora riverso a terra.
Non ricordare, non ricordare ora…
“Me ne occupo io.” – disse, tendendo le mani e afferrando il viso di Faith. Constatando, con sollievo, che non si sarebbe scostata – “Non era così che sarebbe dovuta andare.”
La ragazza annuì, sotto shock. Non era certa di cogliere veramente la valenza delle parole di Angel. Ma si calmò comunque, permettendo a Doyle di lasciarla andare. E voltandosi verso di lui, per sorreggerlo.
“Ti aspetto qui.” – rispose, senza emozione.
Tornate insieme, ti prego... ti prego, Angel…
“Vai anche tu…” – sussurrò Edward, mentre Methos si chinava verso di lui – “Anche tu…”
Quella voce flebile… e quel suo restare sempre attaccato alla vita, a un filo sempre più fine.
Oh, Coventry…
“Io non posso fare nulla.” – ribatté l’immortale a denti stretti. I segni del morso di Spike non si stavano rimarginando. Il sangue continuava a scivolargli tra le dita.
Certo… non una ferita qualsiasi... questa è una ferita dell’anima…
“Angel.” – Edward piegò la testa da un lato, mentre le lacrime si mischiavano al sangue - “Ucciderà Angel…”
“Non lo farà.” – rispose Faith, riapparendo a fianco di Methos. Doyle sembrava stare in piedi da solo – “Non restiamo qui.”
“Devo andare…”
“No, Edward.” – rispose la ragazza. E Methos la lasciò fare, per quell’aura che di nuovo stava sprigionando. La forza della prescelta, mentre gli sollevava il capo e lo aiutava a sedersi, sostenendolo – “Non ora. Methos, aiutami.
Da sola non ce la faccio.”
La botola era ancora aperta. Ed Angel saltò, senza pensare.
Quando atterrò, se lo trovò di fronte.
E l’odore di sangue lo colpì, nauseante.
Spike era appoggiato alla parete, con entrambe le mani.
E stava rigettando quel suo pasto.
Rigettava il sangue di Edward, posando la fronte, senza smettere di tossire.
E piangere. Piangere, con la furia del demone.
Quella vista gli diede un improvviso e inaspettato sollievo. Perché quello, stravolto, senza una reale identità, sembrava comunque William. E non l’automa che aveva quasi dissanguato il fratello.
Mosse un passo verso di lui. E Spike ruotò su se stesso, posando le scapole al condotto.
Guardandolo, con occhi iniettati di sangue.
“Stammi lontano.” – disse, senza una sbavatura nella voce. Il sangue gli rigò il mento, dandogli un aspetto sepolcrale.
“Devi ascoltarmi.”
“No.” – rise.
“William, dovevo dirtelo. Lo so. E voglio...”
“Troppo tardi.” – troncò. E si pulì la bocca con il dorso della mano – “Risparmiati la fatica di inventare. Quello che ho detto di sopra vale anche per te, figlio di puttana.
Tu ed io abbiamo chiuso.”
Chiuso.
Tra Spike ed Angel c’era sempre stato un tacito accordo, dal primo giorno.
Angel credeva a Spike.
Spike credeva ad Angel.
Senza esitazioni.
E quindi, per la prima volta da molto tempo, Angel sperò che Spike stesse mentendo. E fu tentato di convincersene, per combattere meglio quelle sue affermazioni.
Purtroppo, il freddo paralizzante che l’aveva investito insieme a quelle parole, gli impediva di affidarsi ciecamente a un’illusione di quella portata.
Rabbia o no, Spike non era mai stato come ora.
Perché solo ora, per la prima volta, quel suo cuore inspiegabile, immenso e potente, martoriato e spezzato all’infinito, conosceva l’assoluto dolore del tradimento.
Rimase in silenzio. Immobile.
Ma Spike non ne approfittò per andarsene. Restò fermo, piegandosi sul fianco. E continuando a stare male, con la mente piena di urla.
Quando finalmente scendeva la
sera, poteva piangere.
Attendeva che si spegnessero
le luci di casa e attraversava il corridoio, a piedi nudi.
E andava sul letto di Edward.
A volte restava in piedi,
guardava il copriletto bianco, le rose appassite sui comodini, l’ultimo libro,
interrotto, ancora abbandonato sulla poltrona, vicino a un altro, ancora da scoprire.
Guardava con attenzione di non
lasciare nulla fuori posto, dopo aver chiuso a chiave, con attenzione, la
porta.
Ai suoi genitori non avrebbe
fatto piacere cogliere quella debolezza. Non avrebbero apprezzato l’intrusione
di quello spazio dal tempo fermo, come un orologio rotto.
La stanza di Edward era piena
di fantasmi.
E i fantasmi non dovevano
uscirne mai.
Ma nulla poteva impedire a lui
di restare lì, con loro, nel buio.
Il lampione ad acetilene della
via gettava una luce soffusa, tra le tende scostate. Gli sarebbe piaciuto
aprire la finestra, ma sarebbe fuggito il profumo della lavanda sparsa tra le
lenzuola.
E nulla doveva mutare, in
quello spazio.
Tutto doveva essere nuovamente
a posto, all’alba.
Si sedeva nella poltrona. E
piegava le ginocchia. Chiudeva gli occhi e respirava a fondo.
Tamburellava sul legno
intarsiato. E attendeva.
Le lacrime non erano dame che
si facevano attendere.
Bastava lasciarle libere e
sarebbero scese, senza fermarsi mai più.
Bastava arrendersi.
E le notti in cui lo faceva,
erano le migliori.
Ma quella… quella non era una
notte per piangere.
Era una notte per urlare.
E le urla andavano represse.
Represse anche se rimbombavano
dentro la testa, inesorabili. E spezzavano il fiato.
Quelle erano le notti in cui
la tenebra lo chiamava. E William non sapeva resistere.
Dalle tenebre, si illudeva,
avrebbe potuto cogliere ancora la luce.
Dalle tenebre, avrebbe saputo
vederla, una volta ancora.
Aveva piegato la testa. Si era
guardato nello specchio.
Aveva occhi che brillavano. E
non riusciva a riconoscersi.
L’eternità… e la rifulgenza…
Buon compleanno, Edward.
Ovunque tu sia.
Si raddrizzò, barcollando. E quando Angel sembrò muoversi verso di lui, lasciò semplicemente emergere il demone.
“Chiaro il messaggio?” – domandò.
Era strano, pensò Angel, strano quel volto da demone, con gli occhi azzurri…
“Non del tutto.” – rispose, incrociando le braccia. Non sapeva nemmeno perché lo aveva detto. Non avrebbe fatto altro che aumentare la sua rabbia.
Restò immobile, in un certo senso al di fuori della sua portata – “Mi rifiuto di essere d’accordo sulla fine del nostro idillio.”
Spike scosse le testa. E la risata demoniaca divenne umana, mentre tornava a mostrare il suo viso.
“Me ne frego, Angel. Me ne frego delle tue ragioni. Me ne frego di te, del tuo protetto e di tutta questa faccenda.”
“Il protetto in questione è tuo fratello. Abbi almeno la decenza di chiamarlo con il suo nome.” – rispose. Con la fastidiosa sensazione di essere un ipocrita, su un alto piedistallo per predicare una correttezza che per primo aveva ignorato – “E lo sai benissimo. Per cui smettila.”
E’ il tuo stesso sangue.
Non esiste nulla al mondo di altrettanto forte, intossicante, per un vampiro.
E’ il sangue della tua famiglia.
Spike si appoggiò alla parete, con atteggiamento indolente. Ed estrasse il pacchetto di sigarette, prendendone una. Con mano perfettamente ferma. La accese. E il Dupont che teneva tra le dita gli sembrò rovente.
Lo fissò, sorpreso, prima di lasciarlo cadere nell’acqua stagna sul fondo del condotto. Guardandolo precipitare, con rotazioni quasi lente.
La fine… la fine di un altro idolo…
“Da quando lo sai?” – chiese, con curiosità, mentre l’oggetto affondava nel buio. Con noncuranza, tirando una boccata e guardando il vampiro bruno. Era nuovamente senz’anima, in ogni suo gesto. Era nuovamente l’amore di Drusilla, nella sua massima bellezza e aberrazione.
“Da quando abbiamo combattuto.” – rispose, con voce piatta – “Lui e Methos non si vedevano da parecchio. L’aveva appena saputo... saputo di te…”
Eccolo dunque… ecco dove inizia il mio viale dei sogni infranti…
“Quindi fanno… suppergiù…” – alzò gli occhi, conteggiando – “sei mesi. Quasi sei mesi. Calcolando che la tua loquacità media è una parola al mese direi che siamo ancora nello standard delle informazioni che non hai ancora avuto il tempo di darmi. Pensi di tirar fuori qualche altro mio parente dal cilindro?”
L’aveva detto indurendosi, perdendo la facciata beffarda. E gli occhi erano diventati fosforescenti, al buio.
“William.”
“Io non sono William.”
“Oh, sì che lo sei.”
“Stronzate. E’ solo un nome.” - Si raddrizzò, per andarsene. E restò in piedi per miracolo, con la bocca nuovamente in fiamme, piena del sapore di Edward.
Il suo sapore, il profumo dei suoi capelli… non erano bastate l’eternità e la dannazione per cacciarli dalla mente.
Edward e la vita che scaturiva da lui.
Edward. Tu per me sei polvere più di quanto io stesso non sarò mai.
“Addio.” – aggiunse, voltandogli le spalle.
E sentendo la sua voce seguirlo, per pochi passi, prima di fermarsi nuovamente.
“Davvero non capisci, Spike? Guardalo meglio, pensa alla sua immortalità. E’ vivo, ha il giorno e la notte.” – lo seguì, sempre a braccia conserte, il passo tranquillo – “Puoi arrabbiarti con me, se vuoi… ma devi provare a capirlo.”
Si interruppe. E Spike non si mosse.
“Ti ha rimpianto tutta la sua vita…” – riprese – “Eri morto, non ha mai sospettato cosa ti fosse accaduto. E quando l’ha scoperto, ha ritenuto fosse troppo tardi, per tornare.
Edward sa cosa sia la nostra oscurità.
Non ha voluto metterti innanzi al fatto... a ciò di cui sei privato.”
Tu lo conosci, meglio di chiunque altro.
Ma anche a un estraneo come me non è celato il suo amore per la luce. E per l’esistenza, quell’enorme rispetto che ha per la vitalità.
“La vita, la luce... certo.” – Spike si voltò spegnendo la sigaretta. E guardandolo – “Stai in effetti parlando di una persona che conoscevo… una persona eccezionale. Peccato sia morta più di centocinquant’anni fa.”
“Non è vero, smetti di difenderti dalla verità.”
“Finiscila, Angel.” – ringhiò. E camminò verso di lui – “Smetti di girarci intorno. Tu lo sapevi, tu sapevi cosa pensavo… che cosa provavo…”
Forse non se ne rendeva nemmeno conto… ma non era più così calmo, così distaccato.
E, soprattutto, nel suo dolore, non era così demoniaco.
“Lo sapevi, Angel. Sapevi che mi ricordavo di lui. E avresti dovuto dirglielo. Prima che mi accoltellasse, prima che io lo colpissi, prima che fuggisse... prima, Angel. Tu avresti dovuto, dannazione, tu avresti…”
Si interruppe, la mano alzata.
“Ma cosa ti parlo a fare…” – aggiunse, con voce roca, piangendo – “cosa parlo con te, di questa cosa morta e sepolta.”
“Non è morto, William.”
“Sì, invece. Lui. E io.” – lo corresse – “Io sono morto. Io sono un demone, io! Edward non c’era, non c’era nessuno, non c’era amore, nulla! C’è una vita infinita tra me e l’attimo in cui ho perso mio fratello. Morto… vivo... non ha più importanza.
Edward mi ha mentito.
Tu mi hai mentito.”
Si interruppe. E rise, continuando a piangere.
“Tu mi hai mentito, Angel.” – ripeté.
Perché.. perché l’hai fatto…
Camminò a ritroso, lungo il condotto.
“E sai quale è la cosa più buffa? Che vi siete sbagliati, con le vostre cazzate filosofeggianti.” – aggiunse, sempre sorridendo – “Perché non mi è mai importato della luce del giorno quanto di lui.
Credimi.
In ogni giorno della mia esistenza non è mai esistita luce che valesse più di Edward.”
Non sono io che non capisco.
Siete voi che non mi conoscete.
***
Quando aprì gli occhi, la prima fastidiosa sensazione fu di déjà-vu.
Prima ancora dell’intorpidimento, ebbe la netta sensazione del ripetersi della storia.
E lo fissò, con cipiglio, seduto a lato del divano, le mani intrecciate, i gomiti appoggiati alle ginocchia.
“Cosa ci fai qui.” - Domandò, senza preoccuparsi della voce troppo roca e bassa.
“Non mi andava di andarmene.” – replicò Angel, senza muoversi. Teneva qualcosa tra le dita, qualcosa con cui stava giocherellando – “Come ti senti?”
Edward non rispose. Fissò il soffitto, senza espressione.
Ed Angel si era alzato, camminando con lentezza lungo il perimetro della stanza, fino a sostare in piedi, a centro stanza, senza un vero argomento da affrontare.
Poco lontano, seduto sull’alto sgabello, con Methos impegnato a ricucirgli la faccia, c’era Doyle.
“Stai fermo.” – lo ammonì l’immortale, tirando il filo verso di sé – “Non intendo ricamarti tutta la fronte.”
“Si è svegliato.”
“Lo so.” – lo sapevo già – “E ha bisogno di stare in pace, almeno un paio di minuti. Ho il tempo di finire qui.”
Doyle spostò gli occhi, per guardarlo. Methos emanava una calma incredibile. Era la sua peculiarità, la più impensabile. Collerico e impulsivo, per niente propenso alla mediazione, l’immortale sapeva comunque essere rassicurante.
Quasi balsamico.
“Methos…”
“Uh?”
“A cosa stai pensando?”
Methos sorrise, tenendo gli occhi puntati alla ferita. Stringendo gli occhi, continuando la sutura.
“Non riesci a sentirlo?” – domandò, mettendo un altro punto.
“No. Certe volte sei inattaccabile.” – ammise. E tornò a sentirsi il ragazzino irlandese di tanto tempo prima.
“E colpito in mezzo agli
occhi?” – sottolineò l’uomo, afferrandogli il mento e palpandogli il naso –
“Complimenti. E’ la prima volta che vedo uno colpito alle spalle con il setto
nasale fratturato da un pugno. Prodigi dei tempi moderni…”
“Mi tenevano in due…”
“Perché non in tre, a questo
punto? Tu non sapessi di birra potrei pensare che ti abbiano picchiato i
bambini dell’oratorio…”
“Methos!”
“Francis!” – scimmiottò,
immergendo di nuovo lo straccio nell’acqua e obbligandolo a restare fermo,
continuando a medicarlo – “Tu non sai fare a pugni, impara a stare fuori dalle
risse.”
“Doyle.”
“Come?”
“Mi piace che mi chiamino
Doyle. E’ meno stupido di Francis Allen.”
Methos finì di strofinargli
una spelatura. E, con un cenno, lo obbligò a mostrargli le mani.
Nocche spelate in quantità.
“Bhe, almeno so che le hai
rese.” – commentò – “Quanto al nome, hai ragione. E’ un nome un po’ stupido. Ma
è tuo e devi tenertelo… comunque cercherò di ricordarmi, Doyle.”
“Grazie.” – quello che amava
di Methos era il suo non discutere questioni superflue – “Ti sei mai cambiato
il nome?”
“E’ una domanda polemica?”
“No.” – provò a scuotere la
testa e venne bloccato, poi disinfettato senza misericordia – “E’ pura curiosità.”
“Almeno un centinaio di
volte.” – si prese una sedia e si sedette, di fronte al ragazzo – “Doyle, posso
chiederti di tenerti fuori dai guai?”
Doyle abbassò gli occhi,
guardandosi le mani.
“In media lo faccio.” – ammise
– “Ma questa volta non potevo.”
“Perché no?”
“Perché…” – adesso mi prendo
un altro pugno sul naso – “ho avuto… cioè io… non so come mi sia successo ma…”
Methos lo fissò,
indecifrabile. Poi, con un sospiro, si passò una mano sul viso.
“Francis.” – disse, con
sopportazione - “Mi stai dicendo che hai avuto una visione?”
“Una sola. Non troppo lunga.”
– si affrettò a spiegare il ragazzo – “E questa volta sono riuscito a capire
che posto fosse e quindi… che volevi che facessi, insomma!”
“Potevi telefonarmi…”
“Non credo si possa.” – si interruppe,
imbarazzato – “Cioè, io mi fido ma tu… tu non sei uno di loro.”
Uno di loro… intendi dire un
eroe.
Methos non fece commenti. Non
c’era molto da aggiungere. Aveva sempre saputo come quello fosse il destino di
Francis. Non aveva occhi di quel genere per caso.
Aveva solo sperato che quel
giorno non arrivasse tanto presto.
Se tu sei qui, ora… presto
giungerà anche l’eroe che attendi.
Il problema è che tu sia
ancora vivo quando sarà il momento di incontrarlo.
Oh, Sinead… sei veramente
certa che sappia proteggerlo?
Io non so nemmeno da dove
cominciare…
“D’accordo.” – rispose,
afferrandogli una mano e pulendogli il taglio – “Allora è il momento che tu
prenda qualche lezione di boxe. Ho un amico che può aiutarci.”
Doyle annuì, restando in
silenzio. E Methos non fece altri commenti.
“Meglio così.” – rispose, sempre sorridendo, sempre senza fissarlo negli occhi. La mano con cui gli teneva il mento era salda, solida come tutta la sua personalità – “Credimi, Francis. In questo momento preferisco che tu non sappia cosa sto pensando.”
Prese la forbice e tagliò il filo.
“Faith.” – chiamò – “Metti un cerotto a questo eroe, per piacere.”
La Cacciatrice era appoggiata alla cornice della finestra. E sbirciava in strada, in aria assorta, scostando la tenda con le dita. Non aveva più detto nulla, a nessuno di loro.
Più nulla, da quando aveva aiutato Methos a trasportare Edward sul divano dove ancora si trovava.
Nulla, da quando Angel era rientrato.
Si erano scambiati solo due parole, sulla porta, dove lei l’aveva atteso.
Quando Angel era apparso in cima alla rampa di scale, Faith lo aveva guardato, sperando che, con un attimo di ritardo, spuntasse anche Spike.
E non era servito molto tempo, per vederle negli occhi la cinica autoderisione di chi si illude.
“Dove è andato?” – domandò, appoggiando la tempia allo stipite, obbligandolo a fermarsi.
“Chi può dirlo… spero a casa.” – rispose Angel, guardandola – “Non farà sciocchezze... anche se non è del tutto in sé.”
“Tu lo saresti?” – rispose, senza astio. Con infinita tristezza, guardandolo, con gli enormi occhi scuri – “E come fai ad essere certo che non farà qualcosa di peggiore…”
“Peggiore di ciò che ha fatto a Edward?” – concluse Angel, mettendo le mani in tasca. E sentendo, duro, sotto le dita, l’accendino d’argento – “Peggiore di ciò che io ho fatto a lui non dicendoglielo? No, stai tranquilla.”
“E come posso.” – rise lei, disperata – “Quando so che si farà del male a tutti i costi…”
Angel tacque. E, per quanto desiderasse abbracciarla, rimase fermo.
“Mi dispiace, Faith. Non volevo coinvolgerti.” – disse. Ed ebbe l’impressione di farle un torto, nel continuare a ripeterlo.
Quasi Faith non potesse capire, intuire…
Perché no. Dopotutto lo pensavo.
Pensavo che non potesse capire.
Come Spike.
“Lo so. Tu non vuoi mai coinvolgerci.” – sospirò lei, posandogli il viso sul petto. Sorprendendolo, in quel gesto di affetto – “Non vuoi mai farci soffrire, non puoi dirci tutto… e anche questa volta scommetto che ti sei sobbarcato un segreto del genere perché dovevi. Io la penso così. Perché non posso pensare che…”
Si interruppe. Non sapeva come dirlo.
Non sapeva come esprimerlo.
“Non volevo, Faith.” – sussurrò Angel – “Non volevo nasconderglielo. Ma non potevo nemmeno essere io a dirglielo.
Non potevo. Non stava a me.”
“Lo so.” – chiuse gli occhi. E pensò che il cuore può far male sempre e solo nel modo più imprevedibile – “Rispetto la tua scelta. Ma ora... cosa accadrà ora?”
Angel non aveva una risposta. Non una reale. Non una rassicurante.
“Diamogli un po’ di tempo.” – rispose, mentre la ragazza di raddrizzava, rompendo il loro abbraccio – “E poi andiamo a cercarlo.”
“Tu ed io?” – sorrise la ragazza, con aria avvilita.
“Siamo la sua famiglia, Faith. Se non lo cerchiamo noi, non lo cercherà nessuno.”
Faith si avvicinò a Doyle, afferrando sul passaggio il richiesto.
E Methos andò verso il divano, piegandosi verso Edward.
“Ciao.” - Disse, apparendo nella sua visuale – “Ancora vivo?”
Edward non gli rispose. L’avambraccio che teneva sugli occhi si spostò sulla fronte, permettendogli di incontrare gli occhi indefinibili di Methos.
“Abbassa il braccio, fammi vedere.” – disse l’uomo, obbligandolo a voltare la testa e sollevando la garza.
Al di sotto, appena visibili, c’erano i segni rossi di una ferita quasi rimarginata.
“Meglio di prima.” – commentò, pragmatico – “La testa? Ti gira ancora?”
“Non sono morto?” – domandò Edward, guardandolo. Aveva una voce del tutto priva di intonazione. E occhi densi, quasi grigi di pioggia.
“No.” – Methos scosse la testa – “Ti stai riprendendo comunque. Ti ci vorrà solo un po’ di più.”
“Allora ammazzami.” – replicò, afferrando la mano che gli veniva tesa e sedendosi – “Per piacere.”
Methos non si prese la briga di rispondere. Si alzò, allontanandosi.
Ed Edward si massaggiò gli occhi, cercando di snebbiarsi. E intrecciò le mani, posandoci le labbra, tornando a fissare Angel.
“Lui dov’è, ora?”
“Non lo so.” – Angel scosse la testa – “Ho provato a parlarci. Ma non credo di essere la persona più adatta, al momento.”
“Nemmeno io, se è per questo.” – rispose, tornando a massaggiarsi la fronte.
Non si illudeva di morire, di quel dolore. Il freddo della disperazione che provava si sarebbe semplicemente fuso con l’incomprensione, con il rimpianto, se non avesse posto un freno a quell’angoscia. Si impose di restare calmo, di ragionare, con il cuore, con la mente.
L’esistenza è una fitta trama, di legami indissolubili e sogni infranti. Mi sono illuso troppo tempo di non cadere, di poter restare in equilibrio dentro a quel segreto lacerante.
Adesso basta.
Chiuse gli occhi, cercando di snebbiarsi.
Non osava nemmeno sfiorare il punto in cui i denti di Spike gli avevano scalfito la pelle. La sua mente si rifiutava di realizzare, di prendere del tutto coscienza dell’accaduto.
No.
Ignorare quel fatto sarebbe potuto essere un ennesimo sbaglio. Non era il momento di abbandonarsi alla disperazione, anche se doveva ammettere di non desiderare altro.
William doveva sapere.
Edward voleva, a torto o ragione, parlargli.
Con cautela, quasi temendo di sentire nuovamente il freddo della bocca di William, posò le dita sulla cicatrice. E respirò a fondo, riflettendo.
Rivedendo, fotogramma per fotogramma tutto ciò che ricordava.
E ignorando il buco che questo riflettere gli scavava al centro del petto.
William gli aveva detto a chiare lettere che cos’era. Chi… chi era. Aveva avuto per se stesso una freddezza lucida e crudele che si staccava da ogni forma di riflessione.
Nell’attimo in cui il suo volto era mutato, gli occhi di William gli avevano comunicato qualcosa di diverso dalla rabbia e dal disprezzo. Era stato dolore. Dolore allo stato puro, del tutto privo di vendetta.
William non gli aveva nascosto la verità su se stesso. La sua natura demoniaca era stata anteposta a tutto il resto, quasi in difesa della disperazione che stava provando.
Respirò a fondo, quasi tossendo. E Faith, senza pensare realmente, si protese a riempire un bicchiere.
Ed Edward alzò il viso verso il vampiro bruno.
Fissandolo, come se fosse la prima volta che lo vedeva realmente. Angel, e quell’inspiegabile buio che si portava appresso.
Lo stesso che William gli aveva riversato addosso nel loro primo contatto.
“E’ così, Angel?” – domandò, guardandolo con occhi attenti. Attenti e disperati – “Al di là di tutto, è così forte il disprezzo per se stessi, nell’essere vampiri con l’anima?”
Angel rimase di stucco.
E Faith, in piedi dietro al divano, altrettanto.
Quella frase, così semplice e perfetta nella sua linearità, svelava una sottigliezza di comprensione inaspettata.
Faith deglutì, fissando Angel.
Era questo, dunque, il potere di Edward sulle persone.
Edward intuiva e capiva, arrivava a notare le emozioni sotto la superficie. Ed ora, di quella reazione violenta di William, non ricordava l’assoluta crudeltà. Ma, semplicemente, l’emozione di fondo.
Angel lo scrutò in viso. E fece una cosa del tutto inaspettata. Si piegò sui talloni, restandogli perfettamente di fronte. E osando posare la mano sul morso di William. Lo stesso punto in cui aveva morso Angelus, la notte della sua rinascita vampirica. Lo stesso della notte in cui l’avevano salvato dalle mani di Darla e Drusilla, dissanguato e del tutto assente.
Angel passò un pollice su quelle ombre violacee, ragionando. Il suo legame con Edward aveva radici profonde, nemmeno spiegabili. Fili infiniti che attraversavano William, perennemente tra loro, negli scontri e negli accordi.
“William è consapevole della propria natura.” – spiegò, in un sussurro – “ E’ l’unico mezzo che ha per domarla. Sa di doverla assecondare, in certi frangenti, quando urla troppo forte. Si abbandona, per trarne maggiore energia, quando è in difficoltà. E, come me, non vuole che qualcuno dimentichi ciò che siamo. Siamo demoni, Edward, anche se talvolta sembriamo umani.
Noi siamo demoni.
William voleva che tu lo capissi. In un certo senso, lo ha fatto anche per il tuo bene.
Qualunque cosa accada, a partire da ora, accetta questo aspetto della sua persona.
William, tuo fratello, esiste ancora, ma in una realtà ben più complessa.”
Edward annuì, con lentezza. E la presa di Angel divenne per un attimo più intensa. E rassicurante.
“Non aspettarti di poterlo capire all’istante. Ma credimi, quando ti dico che sei sulla buona strada. E che, qualunque cosa accada, noi andremo a riprendercelo.”
***
Spike percorse le gallerie il più rapidamente possibile. A tratti, le gambe gli cedevano, obbligandolo a fermarsi. La testa gli girava sempre più forte, mentre si appoggiava alle pareti.
E i pensieri, martellavano, inesorabili e confusi.
Edward.
Edward vivo.
Vivo di fronte a lui, con gli occhi pieni di sorpresa. Di una gioia che era naufragata senza speranza nella rabbia.
Edward, vivo. Vivo.
Vivo. Fermo, con gli occhi pieni di un dolore senza limiti. Spike assestò un pugno contro il muro. E poi un secondo, piegandosi su se stesso.
Non gli importava del suo dolore. Non gli importava quanto a Edward non era importato del suo.
Edward, capace di vivere voltandogli le spalle e abbandonandolo.
No. Quello non era Edward.
Edward non l’avrebbe mai abbandonato.
Quello che hai fatto nega ciò che eri per me.
Tu mi hai ucciso quanto Angel.
Non sono pronto. Non sarò mai
pronto.
William emise un respiro
profondo. E Carrol gli afferrò la mano. Aveva già gli occhi rossi. E fingeva
comunque che fosse tutto a posto.
“Dobbiamo entrare.” – sussurrò
– “O girare e scappare.”
“Non so se possiamo
scappare.” – rispose, senza guardarla. Il portone era aperto. Gli sembrava una
fornace, con tutta quella luce all’interno – “Personalmente, se non entro
adesso, non entro più.”
“Hai ragione.” – sospirò,
stringendogli un po’ di più le dita. Era alta, con il fisico sottile e
slanciato – “Dobbiamo.”
Avevano varcato quella soglia
insieme. E i sussurri li avevano preceduti, poi accompagnati, sala dopo sala.
Li stavano aspettando.
Eccolo. L’erede dei Coventry,
dopo la tragica scomparsa. E la carissima Carrol, così sollecita con quel
povero ragazzo.
Povero, povero ragazzo… così
delicato rispetto al fratello…
William strinse le labbra, non
disse nulla. Sopportò stoicamente l’esagerata emotività delle signore, le
cordiali e sollecite strette di mano. E le lacrime da ventaglio, ogni volta che
qualcuno gli fissava il braccio, ancora fasciato a lutto.
Trovava stupida quella
manifestazione esteriore impostagli dal costume. Perché il nero, addosso. Siamo
già neri e bui dentro, quando perdiamo qualcuno.
Perché commuoversi, per una
striscia di stoffa.
Cosa fareste, se io la
bruciassi in quel camino? Urla e svenimenti?
Vi farebbe paura vedere la
morte finire in cenere?
Gonfiò il petto, prendendo un
respiro profondo. E Carrol, si strinse maggiormente a lui, voltando la testa.
Le sue amiche stavano
bisbigliando qualcosa, dall’altra parte della sala.
Amiche… certo… amiche.
Quel tanto che bastava da
considerare come il braccio di William non fosse quello di Edward.
E che il Coventry migliore
sulla piazza fosse ormai spiacevolmente fuori dalla loro portata.
Sì. Perché anche la morte è un
intoppo, per una ragazza da marito.
Reprimette un singhiozzo e
William, si voltò, preoccupato.
“Scusami.” – disse, coprendosi
gli occhi con la mano guantata – “Non volevo. Credo sia questa… questa
ipocrisia a soffocarmi.”
“Allora siamo in due.” –
sussurrò. E a Carrol sembrò di avere accanto Edward, con la sua forza, il suo
sorriso – “Possiamo andarcene quando vuoi…”
“No. Restiamo.” – scosse la
testa. Non ci sarebbero state serate insieme, per lungo tempo. Lo sapeva. Una
ragazza di buona famiglia non poteva uscire con uno scapolo senza che ci fosse
una dicitura quasi legale al loro rapporto. Edward era stato anche questo,
nella sua vita. La garanzia di libertà, innanzi alla buona società londinese.
Poteva uscire con entrambi. Ma
non con uno solo dei due.
E quella sera era
un’eccezione. La prima uscita ufficiale di William Coventry, figlio di cari
amici di famiglia. Amici colpiti da un grande dolore…
William, quel caro ragazzo che
tutti smaniavano di vedere. E di vivisezionare sul tavolo del giudizio.
Un ragazzo pallido e troppo
magro, con lo sguardo indifeso e il cuore a nudo.
Solo, assolutamente solo.
William chiuse gli occhi,
respirò a fondo. E accettò un bicchiere di liquore, con un mormorio di scuse.
Allontanandosi. Da tutti,
compresa Carrol.
Carrol che lo capiva, meglio
di chiunque altro. Ma che era già parte di una giovinezza perduta.
Uscì in terrazza e contemplò
il Tamigi, immerso nell’oscurità.
Il Tamigi… chissà se era sul
fondo che riposava suo fratello.
Sul fondo di quelle acque nere
in cui Londra si specchiava senza fine.
Si impose di restare calmo.
Strinse la mascella, sentendola quasi delinearsi sui lineamenti.
Solo.
Solo davanti alla vastità
dell’universo.
Solo, per il resto della vita,
con il vuoto nell’anima.
Edward era morto.
Le luci si erano spente.
Non più Angel.
Non più Edward.
Nessuna famiglia, nel presente e nel passato.
E Faith.
Ho perso anche Faith.
Un colpo. E un colpo ancora, rimbombante, nel silenzio del sottosuolo.
Cadendo in ginocchio, senza più freni per la disperazione.
***
“Ehi.”
Edward aprì gli occhi. E, dopo un attimo di sorpresa, le sorrise con lo sguardo.
“Ti sei addormentato.” – disse Faith, in piedi, con un tazzone di ceramica tra le mani – “Ma non per molto, non ti preoccupare. Mezz’ora, al massimo…”
Tacque. E si fissarono, con una punta di reciproco imbarazzo. Poi Faith si sedette al suo fianco.
“Tieni.” – disse, tendendogli la tazza – “E’ the. Ho pensato che lo preferissi al caffè…”
“Grazie.” – rispose Edward, accettando – “Anche a nome del popolo inglese.”
Faith accennò un sorriso, forzato quanto quello di Edward. E piegò la testa, pensierosa.
“Non sei obbligato a essere galante. O divertente.” – disse, con gentilezza – “E’ nei tuoi diritti essere cupo…”
“Nei suoi diritti.” - si intromise Methos, fermandosi a lato del divano – “Ma non nel suo carattere.”
Edward non rispose, bevendo un sorso, con aria pensierosa. E Methos si sentì autorizzato a proseguire.
“Angel mi ha dato un messaggio per voi. La pista di Wes e Cordelia sembrerebbe buona e l’aggancio di Doyle ha cantato. Saranno qui tra non molto.” – si interruppe – “E di Spike nemmeno una traccia.”
Fine del comunicato. Libero dalle sue incombenze, l’immortale era sparito nello studio, lasciandoli in balia dei loro pensieri.
Angel si era imposto su di loro non appena aveva riacquistato chiarezza. Inaugurare una caccia all’uomo era inutile. Se Spike non intendeva farsi trovare, avrebbero solo girato in cerchio. Soprattutto in una città come Los Angeles. Senza contare che Edward aveva bisogno di riposare, di dare al suo corpo il tempo di autoripararsi.
In contemporanea, Westley si era fatto vivo. Le ricerche sue e di Cordelia iniziavano a dare i loro frutti, soprattutto dopo la sortita in quel che restava del covo ripulito la mattina.
I clan erano almeno due. Quello privo di guida, già identificato nelle settimane precedenti, si stava riversando in uno da poco rivitalizzato.
E immettere linfa nuova in un clan significava un massiccio numero di morti, considerò Faith, scura in viso. Morti sotto i loro occhi, una macabra pista da seguire, l’ennesima scia di sangue che li poteva condurre a Drusilla.
Perché c’era Drusilla di cui preoccuparsi.
Ora Faith sapeva anche questo. E, per sommi capi, era riuscita a estorcere anche altre notizie: come un piccolo manipolo avesse attaccato Edward poco prima dell’alba e come Doyle lo avesse salvato, avvertito da una visione.
Una visione che si era ripetuta anche più di una volta. Caso quasi memorabile.
Sospirò, riflettendo. Ed Edward girò la testa verso di lei, contemplandola.
Faith era una gran bella ragazza. Un fisico muscoloso, del tutto privo di spigolosità. Una figura femminea pronunciata e incredibilmente sinuosa.
I capelli scuri le ricadevano a onde sulle spalle, quasi indomabili. E gli occhi avevano lo stesso colore brunito, caldo e profondo.
Faith aveva occhi scuri incredibilmente intensi. E, quando Angel parlava, li puntava su di lui con un’attenzione che, probabilmente, riservava a ben poche persone.
Potevi leggervi una fiducia senza pari, anche in un frangente del genere, in cui le azioni del vampiro l’avevano innegabilmente messa in una brutta situazione.
Edward la osservò, mentre ricambiava alla sua occhiata. E si tirava indietro i capelli nervosamente.
“Mi sento esplodere all’idea di aspettare.” – disse, appoggiando la tempia allo schienale del divano. E raccogliendo le ginocchia al petto – “Restare qui.. Vorrei tanto spiegargli…”
Si interruppe, sbirciandolo, mentre girava la tazza tra le mani, in perfetto silenzio, senza guardarla. Era pallido, per il sangue perso. Ma incredibilmente bello, e calmo, in apparenza.
“Ho l’impressione di essere stata inopportuna.”
“L’inopportuno per eccellenza sono io, Faith.” – rispose, senza voltarsi, lasciandola a contemplare il profilo sottile ed elegante – “Oggi ho sbagliato il luogo, il tempo, le parole e ogni decisione. Dubito che tu possa definirti ‘inopportuna’ se il metro di paragone sono io.”
Faith sorrise, sollevata da quell’atteggiamento. Edward, come Spike, non era tipo da arrendersi. Ne era pur sempre, sbagli madornali a parte, il fratello maggiore.
L’esempio irraggiungibile nell’immaginario di William.
Di colpo Faith fu colpita da quell’informazione. Quello era Edward. L’Edward dei racconti di Spike, dei suoi incubi. Il fratello perfetto che emergeva, rimpianto e mai dimenticato, da tanti suoi atteggiamenti, da tante sue parole.
Edward era l’eredità mai ammessa sulle spalle di William.
Fuori Los Angeles, 2002
“Però non ti capisco.”
“Pazienza.”
“Mi bendi, mi carichi in
macchina e poi? Mi abbandoni in aperta campagna?”
“La tentazione è forte,
Cacciatrice.” – rispose Spike, parcheggiando – “Ma questa volta sono propenso
più a darti ciò che desideri.”
“Legata e bendata? Ci bastava
il letto a casa.”
“Non mi tentare…” – rispose,
togliendole la benda – “E poi la campagna non esiste, qui in america. Voi avete
solo il nulla e la periferia quando non vivete in città.”
“D’accordo. Allora dove
siamo?”- non gli diede il tempo di rispondere. Erano alle porte di un maneggio.
E poco, lontano, riluceva una spiaggia – “Oddio…”
“Non servono santi per andare
a cavallo.” – le rispose, allegramente, scendendo – “Basta salire in groppa e
partire.”
“Non ci voglio venire.”
“Tu devi venire. Hai detto che avresti
voluto provare…”
“Ma provare nel senso che mi
piacerebbe come è nei libri!” – si difese lei, mentre Spike le apriva la
portiera e l’obbligava a scendere – “I cavalli non puzzano, non ti sgroppano,
c’è la campagna inglese sempre verde con il cielo blu e la sella, il frustino…
e ci sali e sai fare tutto, compreso saltare gli ostacoli…”
“Sì, Faith.” – annuì Spike,
afferrandole una mano e tirandosela contro il petto – “Ho presente. Tu vedi
troppi film. Comunque ti cercherò un ostacolo da saltare. E ti farò dare un frustino,
se mi prometti che non ci picchierai il cavallo che deve sopportarti.”
“Spike, io ho paura dei
cavalli.”
“Sciocchezze.” – con un rapido
movimento se l’era caricata in spalla – “E’ solo perché non ne hai mai visto
uno.”
Vero, dannatamente vero. Non
aveva mai visto un cavallo.
Non dal vivo, insomma.
E’ grosso…
Lo guardò, scettica,
affacciarsi dal box, per socializzare con Spike, con simpatiche botte sul suo
sterno.
“E mangia le carote?” –
domandò, curiosa. Spike rideva, lasciandosi spintonare, difendendosi a
malapena. E passandogli qualcosa che continuava a tirar fuori dalle tasche.
“Io lo corrompo con lo
zucchero.” – replicò il vampiro – “Ma non dirlo a nessuno qui dentro…”
Faith si avvicinò un po’ di
più. Sì, tre metri potevano andare.
“Non sapevo ti piacessero i
cavalli.”
“La mia famiglia li allevava.
Uno zio, per l’esattezza. Passavo le estati da lui.”
“Davvero?” – due metri,
suvvia. Sii coraggiosa – “E inseguivi anche la volpe?”
“Sì. Ma evita di immaginarti
la scena di Mary Poppins.”
“Grazie della precisazione.”
“Ma ti pare.” – Spike aprì la
porta della stalla e, tenendo l’animale per la cavezza, lo condusse fuori –
“Non scappare urlando. Potrei spaventarmi io più di lui.”
“Spiritoso.”
Si era materializzato un
ragazzino. E stava sellando l’animale, mentre Spike continuava a carezzargli il
muso.
“Saprò di stalla.” – pensò
Faith – “Cordelia non mi farà entrare in casa. Mi laverà con la pompa in
giardino.”
Spike si voltò, sorridendole.
Con gli occhi brillanti.
“Ti faccio una proposta.” – le
disse, ridendo – “Se vieni fin qui, ti porto a cavallo con me e non ne faccio
sellare un secondo. Fa abbastanza scena da film?”
Faith alzò un sopracciglio.
Come al solito non si erano capiti. Lei pensava alla cavalcata furibonda da
amazzone, alla Xena, per intenderci… non di fare la dama inglese in difficoltà.
“Tu mi sfotti.”
“No, sono serio.” – rispose,
appoggiando la guancia al muso del cavallo. E sembrando incredibilmente giovane
– “Fammi contento… vieni a conoscere il mio amico.”
Quando fu ad un passo, Spike
le afferrò la mano. E la guidò sul manto nocciola dell’animale. Era strano,
soprattutto per Faith che nella sua vita aveva accarezzato un gatto. E magari
un paio di cani.
“Questo tuo amico ha un nome?”
– domandò, chiedendosi se rischiava di prendersi una zoccolata.
“Promises. Il mio amico è una
signora.”
“Ah.” – Faith lo fissò,
interdetta – “Quindi, quando scompari, mi tradisci con un cavallo.”
“Vero.” – si protese, baciando
la ragazza. Afferrandola per la maglietta e tirandola a sé- “E il bello è che
vi farò andare anche d’accordo.”
Faith ridacchiò. Prendendosi
il bacio e cercando di non respirare l’ignobile odore che già emanava.
“Perché Promises?”
“Era il cavallo di mio
fratello.”- rispose, con tenerezza, carezzando il muso, guardando l’animale
negli occhi scuri – “Dopo la sua morte, lo regalai a Carrol, perché non volevo
più vederlo.”
“E adesso?”- non chiedergli
chi sia Carrol… prima o poi te lo dirà.
“Adesso ho nostalgia.” – fu la
risposta. Nitida, semplice – “Così tanta nostalgia…”
Faith non rispose. Sospirò, cingendogli la schiena con un
braccio, posandogli la testa sulla spalla.
“Procurami uno sgabello,
vampiro.” – sussurrò, rassegnata, carezzandogli una scapola – “Ho capito che
devo proprio salirci…”
“Cosa farai adesso? Per farti ascoltare, intendo…”
“Non lo so.” – ammise l’immortale, appoggiando la testa allo schienale – “Probabilmente inizierò a parlare e smetterò quando avrò finito le parole, le idee e le forze. A quel punto mi inventerò qualcos’altro.”
“E’ un buon piano.”
“Lo spero.” – si prese una pausa, scacciando l’angoscia – “E tu, Faith? Di tutti noi, tu sei vittima quasi quanto William.”
“Il problema sarà farglielo capire.” – rispose lei, con finta leggerezza – “Ma so essere parecchio persuasiva, a riguardo.”
“Non ne dubito.” – commentò Edward, donandole il primo sorriso sincero da quella mattina – “Hai tutta l’aria di una con poche remore.”
“Mi hai inquadrato subito.” – si complimentò lei, ridacchiando. E poi fissandolo, con gli occhi stranamente illuminati di dolcezza – “Mi dispiace, Edward. Mi dispiace veramente.”
Edward la fissava. Ed aveva degli occhi azzurri in cui naufragare.
“Io ho sbagliato, Faith. Il problema è che ci siate finiti tutti di mezzo. Quando ho deciso di non dirglielo è stato per un buon motivo. Io credevo lo fosse. E mi credevo fuori dalla sua vita, del tutto.” – non riusciva a smettere di parlare. Per quanto ci provasse, quel fiume di parole non voleva smettere di scorrere – “Pensavo che fosse inutile riaprire ferite vecchie di oltre un secolo… che era giusto restare fuori dalla sua vita, a questo punto.”
“E tu, Edward? Non ti è importato di come ti sentivi?”
La bocca di Edward si stirò, con lieve scherno.
“No. Ho pensato di poterlo sopportare. Che saperlo vivo mi sarebbe bastato. Ma non è così Faith.
Da quando so di lui.. io non ho pace. Non ho pace.” – si stava di nuovo tormentando il petto, massaggiando un punto imprecisato, sotto al cuore – “La sera che ci siamo incontrati, l’ho colpito. Non volevo mi seguisse, ero terrorizzato all’idea di incontrarlo.”
Faith divenne seria. Mortalmente.
“E’ la natura demoniaca, Edward? Temevi questo cambiamento?”
“Sì, Faith.” – la risposta la sconcertò. Quell’uomo era così forte da ammettere le proprie debolezze senza esitazioni. E senza scusanti – “Ho temuto anche questo fatto. William era un ragazzo disarmante. Aveva la poesia, la musica, capiva emozioni che i suoi coetanei non sapevano nemmeno esistessero. Notava cose che per me non avevano nessun valore. E non si fidava delle sue capacità, di quell’incredibile forza che aveva.
Era un ragazzo fatto per amare, per vivere. Io ho solo questo ricordo di lui. Mio fratello William.
E quando Methos mi ha detto… un vampiro. Senza luce... senz’anima… per me ha significato l’ignoto. Un ignoto di cui io non facevo più parte.”
Si interruppe, guardando un punto indeterminato.
“Un ignoto in cui non esistevo più.” – mormorò ancora, per se stesso – “E in cui William si faceva chiamare Spike, era morto e rinato, era segregato nella notte. Sì, Faith, temevo la sua natura perché era fatta dei compromessi che mio fratello non avrebbe mai accettato.”
“Spike è sempre
stato fatto di luce.
Buttarlo in pasto
alle tenebre è stata un’ambizione troppo forte perché
Angelus e Drusilla
potessero resistere.
Bussavano alla porta. E Faith si alzò, per andare ad aprire. Quasi sollevata di non dover rispondere a quello sfogo, inaspettato e complesso.
Edward coltivava nel suo cammino qualcosa che loro, Angel, Spike, lei stessa, avevano abbandonato da tempo. Coltivava la purezza, la vita nella sua positività. Le zone d’ombra in cui si muoveva la Cacciatrice esistevano perché persone come Edward continuassero a vivere.
Edward era un perché umano alla loro personale redenzione.
No. E’ stato come se
quel suo appellarsi a me, quel suo sfidarmi… fosse verso di me, non verso il
mio demone.” – Angel giocherellava con il Claddagh, facendolo ruotare –
“Riusciva a distinguerli, in modo perfettamente chiaro. Ho conosciuto
pochissime persone, in grado di farlo… e ancor meno tra le persone che volevano
una forma di vendetta.
Ed ora, dopo avergli parlato, dopo averlo osservato e quasi analizzato, Faith iniziava a comprendere maggiormente le motivazioni di Angel, quel suo difendere a spada tratta un nemico sconosciuto, quel feroce comando con cui aveva impedito alla sua famiglia di torcergli un capello, probabilmente prima ancora di sapere chi fosse.
Io e quel tizio possiamo
essere molte cose… ma inspiegabilmente non siamo nemici. Non del tutto. E,
nella nostra sfida, esistiamo solo noi.
Immortale o no, è un
innocente.
Le parole con cui aveva cercato di descriverlo, quella notte, apparivano ora troppo scarne, quasi irreali per essere veritiere. Edward, come la vita in sé, sfuggiva a ogni definizione, istintiva o matematica.
E Faith, con la mente in tumulto e l’agitazione nel cuore per gli eventi, non poteva fare altro che sostenere l’insopportabile martellare di quell’oggettivo, da sempre nel credo di Spike.
Rifulgente.
Methos apparve in cima al ballatoio mentre Edward si metteva in piedi e Faith apriva la porta.
Poi, inconfondibile, giunse la voce di Doyle.
E le urla di Cordelia.
“Razza di irlandese senza cervello.” – stava sbraitando – “Non è niente, non è niente, è una cosuccia! Quanti punti, imbecille, quanti!”
“Sette.” – rispose Methos,
mettendo le mani a cono attorno alla bocca e scendendo poi rapidamente le scale
– “Tesoro, quanto mi sei mancata. Avevo tanto bisogno di vedere una persona con
il cervello. Ah, ciao Price!”
“Sì, ciao Price!” – ripeté Faith, lasciandoli entrare. Doyle stava già, come suo solito, correndo dietro Cordelia. E implorando – “Che fai qui? Perché non sei all’Hyperion a fare la guardia? Devi avvertirmi se torna Spike!”
“Non entro nelle vostre beghe da fidanzati.” – rispose l’uomo, sbrigativamente – “Sono qui perché mi serve un’informazione da Methos e a casa c’è Angel, al momento. Ti basta?”
“Se Angel è là, vado pure io.” – rispose lei, infilando la porta.
Ne aveva abbastanza di confusione. Soprattutto perché ne aveva in esubero in testa – “A dopo.”
“Faith, asp…”
Niente da fare, la porta del pianoterra stava già sbattendo.
Nel frattempo, Edward era restato immobile. In perfetto silenzio, sperando di essere invisibile. Impegnata a sbattere sacche di armi sul tavolo, vestita come una modella, senza un capello fuori posto, c’era una strepitosa e sanissima ragazza americana.
Aveva gambe lunghe un chilometro e capelli fermati ad arte con alcune mollette. Un top scollato a goccia e un paio di pantaloni attillati che mettevano in risalto ogni curva.
E urlava.
Come una furia.
Con Doyle, trasandato e per giunta incerottato, che cercava di difendersi.
“Principessa, te lo giuro, sono solo caduto da un gradino.”
“Un gradino da tre metri, idiota?” – stava recriminando lei – “Methos, dannazione, non eravamo d’accordo che mi chiamavi se si faceva più di una sbucciatura? Lo sai che va tenuto d’occhio!”
“Ehi!”
“Io lo so, ma ogni tanto non posso proprio seguirlo.” – ribatté distrattamente l’uomo. Lui e Wes erano chini su un’enorme planimetria della città. Primi novecento, a giudicare da colore e odore.
Edward aggrottò le sopracciglia bionde, fissandoli. La testa già gli girava oltremodo… non era pronto a un’invasione.
Dunque, ricapitolando.
Di William nemmeno l’ombra.
Angel lo sta cercando. Faith l’ha raggiunto.
La ragazza che sbraita si chiama ‘Principessa’ e ‘Price’ deve essere quello che chiamano Wes.
Giusto?
“Coventry, vieni qui.” - Stava dicendo Methos, cavandolo inconsapevolmente dall’impaccio – “Primi novecento, la zona del porto. Cosa ti ricorda questo?”
Edward non se lo fece ripetere due volte. Tese una mano sopra la mappa con una sbrigativa presentazione e fissò il punto indicato.
“La zona nord ovest. C’era uno scarico mercantile. E’ andato a fuoco negli anni trenta…” – rispose, dopo un attimo.
“Allora coincide al punto che intendo io. Siamo sulla buona strada.” – rispose, trionfante, l’uomo. Inglese, pensò Edward, rassicurante aria di casa – “Piacere di conoscerti, sono Westley Whydam-Price.”
In quel mentre, le urla di Cordelia conobbero un calo. E lei si voltò mettendo di colpo a fuoco l’interlocutore, con un’occhiata tale da costringerlo a ricambiare. E a muovere un passo verso di lei.
Bello. Biondo. Occhi chiari incorniciati da lunghe ciglia, un sorriso bellissimo, malinconico. Talmente bello da farle perdere il filo di quello che stava facendo, persino della mega-predica in cui si stava lanciando. Completamente irretita.
Finalmente un’occasione per vederlo bene. E conoscerlo. Il demone sembrò intuire il flusso dei suoi pensieri. E l’affiancò, parlandole.
“Cordy, ti presento...”
“Doyle, a lui le presentazioni non servono” - lo interruppe, continuando a fissarlo. Percependo con precisione il dolore, la paura e la forza di volontà.
Era paralizzante. E Faith, che l’aveva definito belvedere non aveva nemmeno troppo esagerato.
Cordelia gli rivolse una tale occhiata che persino Edward cominciò a sentirsi in imbarazzo. E i restanti uomini della stanza smisero di parlare, in attesa di un suo gesto.
“Ciao. Scusami, non ci hanno presentati.” – disse lei, d’un tratto, a sorpresa – “Io sono Cordelia. E’ un piacere conoscerti, Edward.”
Lasciandolo senza parole. Lasciandoli tutti, senza parole.
“Cordy, scusami.” – azzardò Doyle – “Da cosa l’hai capito…”
“Spike ha i suoi occhi.” – rispose lei, fissandolo dritto in faccia. Con un’intensità tale da fargli venire voglia di piangere – “E lo stesso sorriso, quando è felice.”
Il silenzio era calato di colpo. Cordelia. Colei che ha cuore.
Impossibile che si smentisse.
Edward sentì un groppo salirgli in gola.
E gli occhi gli divennero luminosi.
“Lo pensi sul serio?” – domandò, come se la conoscesse da sempre. Aveva una voce morbida, meno profonda di quella di William. E anche l’accento non era più udibile.
Cordelia gli sorrise, comprensiva. E annuì.
“Deve essere stato un bel trauma, trovarvi uno di fronte all’altro.” – aggiunse, senza lasciargli andare le dita – “E’ andato tutto storto vero?”
Si era indicata il collo, con un dito. Ed Edward si era reso conto di come il segno fosse ancora evidente. Istintivamente, tirò su il maglione, nascondendolo.
“Peggio non poteva andare.” – rispose, con un mezzo sorriso, da ragazzino.
Sembri più giovane di Spike… e la tua eternità è così potente…
E Doyle non disse nulla, come tutti gli altri, del resto.
Quello era il potere di Cordelia. Sapeva tirar fuori il lato migliore dell’umanità dalle persone.
“Allora dobbiamo cercarlo. Sarà furioso.” – disse la ragazza, prendendo in mano la situazione. E lasciandolo finalmente andare – “Bhe, che fate? Andiamo. Se ci dividiamo abbiamo maggiori possibilità.”
“E’ ancora giorno, Cordelia.” – rispose Methos, mentre Wes, senza un commento, assimilando le informazioni, arrotolava la carta – “Ovunque sia, è nel sottosuolo. Zero probabilità di rintracciarlo.”
“Non abbiamo tutti cinquemila anni a disposizione come te. Prima lo cerchiamo, prima lo troviamo.”
“E oserei anche aggiungere che, al momento, tu e Price siete gli unici che non rischiano la vita ad avvicinarsi.” – aggiunse, con flemma – “E’ idrofobo.”
“E come dargli torto.” – commentò Doyle – “Lo sapevamo tutti tranne lui.”
Ecco. Questo particolare a Cordelia era sfuggito. Prima che Wes arrivasse solo ad aprire bocca, la voce di miss Chase tornò a farsi sentire.
“Mi stai dicendo che lo sapevi? Che lo sapevi tu? Ed Angel? Angel lo sapeva? Ma, dico, vi siete ammattiti? Cos’è, qualcosa che vi mettono nel whisky da bambini? E Faith? Anche Faith?”
“Faith no.” – Doyle scosse la testa, difendendo la Cacciatrice – “Anche se Spike pensa di sì. E Methos, Methos lo sapeva.”
“Ma lui non fa testo, si astiene sempre!”
“E intelligente che mi dimostro!” – sottolineò, trionfante, l’immortale. Prima di girarsi in cerca di supporto – “Vero, Wes?”
“Spiacente.” – l’ex osservatore scosse la testa, serio – “Dissentisco.”
“Pazienza. Intanto, prima della fine, rimpiangerai di non avermi imitato.”
“Finitela tutti. E lasciamo perdere.” – Cordelia alzò le braccia, quasi a fermare un incontro di boxe – “Ormai il danno è fatto. Cerchiamo di rimediare. E in fretta.”