Visioni
2.
La sveglia che suona è la cosa più
fastidiosa della terra. Mi dice senza sosta di alzare il mio grazioso sederino
ed andare a scuola.
“Melissa, alzati cara. Non hai la foto
di classe, oggi? Vuoi arrivare in ritardo?”
Allontano le coperte da me, e sento il
profumo di mughetto che mi avvolge. Ho dormito proprio bene, stanotte.
Ho sognato di essere Claudia Shiffer,
bellissima sotto i riflettori. Anche se ormai non la si può definire giovane,
io penso che sia ancora una delle donne più belle del mondo. Per il mio
sedicesimo compleanno ho deciso che voglio diventare come lei. La prima cosa
che ho fatto è stata naturalmente tingermi di biondo cenere e farmi crescere i
capelli in modo tale da avere la lunghezza giusta per poterli fare a onde.
Ah come le onde del mare. Jimmy dice che
sembrano una cascata, che gli piace stringerli, soprattutto quando gli sto
sopra.
E a me non dispiace affatto.
Jimmy mi piace, è alto, spalle larghe,
sguardo azzurro come il cielo, e un sorriso che stende. E ci tiene a me. Almeno
credo.
E’ ciò che mi dice sempre, anche se
qualche volta mi sembra che guardi con troppa insistenza Darline, la sua
compagna di studi. Fanno biologia insieme, lei è quella intelligente.
Io quella bella. Non ne faccio un
cruccio. Io so di essere bella e magari non sarò un genio, ma la perfezione non
è di questo mondo, no?
Mio nonno lo diceva sempre.
Ricordo mentre mi carezzava i capelli,
prendendomi sulle ginocchia. Ci sedevamo sulla sedia a dondolo della nonna,
quella dove anche adesso vado a sprofondarmi alla fine si una giornata no.
E la nonna mi copre con la coperta che
preferisco.
E’ rosa, come l’abitino schianto che
metterò questa mattina per la foto di classe. Ho deciso che sarà memorabile.
Oggi è il nostro anniversario, mio e di
Jimmy, e so per certo che sarà indimenticabile.
E lo è stato. Indimenticabile, intendo.
Ricordo di essermi infilata il tubino di
raso rosa che avevo in mente, le scarpe dello stesso colore pastello, un fiocco
della stessa stoffa del vestito.
Ricordo di essere andata a scuola,
accompagnata da mio cugino Alan, dopo aver dato un bacio alla nonna e aver
salutato la foto della mia famiglia.
Ricordo di aver detto che sarebbe stata
la giornata più bella, che il sole splendeva e che brillavo in confronto a
tutte le altre che facevano la foto con me, anche Darline.
Ricordo che Jimmy mi ha detto che ero la
fine del mondo e che avrebbe tardato solo un po’ al nostro appuntamento, nel
bar vicino alla scuola dove le cheerleaders e i campioni si incontrano e fanno
crepare di invidia tutti gli altri sfigati della scuola.
Dopo non ricordo bene.
Solo le grida di una ragazza “il
poliziotto” diceva e scappava nel panico generale che aveva creato.
Me che mi rannicchio contro il bancone.
Ed il mio vestitino sporco di sangue.
Il sangue di quell’uomo che aveva tirato
fuori una pistola e che era stato colpito dal quel tipo in borghese.
Morto, o quasi.
Poi ricordo l’ambulanza. E le mie mani
appiccicose. Il giubbotto di Jimmi ridotto a brandelli, come la faccia di
Darline, riversa dentro ad una pozzanghera. E come Jimmy, anche.
Che giornata strana ho vissuto. Sembra
un incubo.
Ricordo di averli visti stretti, troppo
vicini..
E forse sarebbe meglio che mi facessi la
manicure più spesso. Quand’è che mi sono venuti fuori questa specie di artigli?
Si, è un sogno.
Deve essere così.
Tornando a casa, mi accoglie la nonna
che si spaventa nel vedermi in quelle condizioni. Io le dico che sto bene, che
sono scampata ad una rapina. Che va tutto bene, ma il mio vestitino è da
buttare ormai.
Pazienza, ne comprerò un altro. Magari
uno rosso.
Mi viene da ridere, chissà perché.
Il colore rosso è bello, ma mi ricorda
un senso di appiccicaticcio che mi infastidisce.
Poco male, prima di mangiare la torta
della nonna, domani mattina mi rilaverò le mani.