Visioni
1.
Nelle storie che ci raccontiamo tutto inizia così, per caso, e poi
nasconde trame che non sappiamo neanche immaginarci.
Ho visto una donna cadere giù da un precipizio. Era anziana,
probabilmente non aveva niente nella vita. O magari aveva vissuto tutto quello
che c’era da vivere e non aveva più scopo.
Era un sogno.
Era mia nonna che moriva, che cadeva.
E volava.
Se ne andava dove io non avrei mai potuto raggiungerla. Nessuno
avrebbe potuto. A meno di avere qualcosa di diverso. Qualcosa di speciale. Di
straordinario.
Oggi giorno non sappiamo più cosa lo sia e cosa no. Il significato
di molte parole viene stravolto fino a che le frasi non hanno più senso. Fino a
che tutto perde significato.
Forse ero io che cadevo, allora.
Sta di fatto che era stato un sogno, dei più vividi e terrificanti
che avessi mai potuto vedere con i miei occhi. Ma non importa. Lo accetto anche
così. Del resto io sono cieca e vedere è un lusso che mi permetto solo la
notte, o quando sono talmente stanca che non riesco a reggermi in piedi.
O magari quando uso quella benedettissima pillola blu.
Certe volte immagino che sia quella del film matrix. E immagino di
essere qualcuno di così fuori dal comune che è impossibile non notare, non
desiderare.
Immagino di essere quello che viene ormai raramente definito un
eroe.
Come quello dei film o dei fumetti.
Qualcuno da ammirare, da prendere ad esempio e da imitare. E chi è
che vorrebbe essere me?
Nessuno, nemmeno io.
Oggi esco. Decido di andare a prendere una coca cola, magari un
panino al mac. Mi piacciono quei panini, non sono come quelli del Burger King.
Di solito prendo quello semplice con la cotoletta di pollo
leggermente piccante e la maionese. Mi siedo tranquilla, in un angolo, dove
anche se volessero, non mi vedrebbero.
Sembrerebbe una mattina qualsiasi, ma non lo è. Per niente.
Mi sono svegliata con quella disturbante sensazione. Quella che
cerco di evitare, cancellare, sublimare. Le pillole fanno miracoli.
Le persone le prendono per i più svariati motivi, ingrassare,
dimagrire, mangiare, dormire.
Non sentire il dolore.
Il dolore di morire dentro piano, un passo alla volta. Fino a che
nel corpo non trovi più nulla.
E che cosa si fa quando il corpo non risponde come vorresti?
Niente, si aspetta che il cuore smetta di battere. Perché cos’altro c’è?
Mia nonna credeva nell’anima.
Io credo che non esista niente se non la pelle ed il cuore e tutti
quegli altri organi, che prima o poi non funzioneranno più. E alla fine dovremo
smettere di pretendere di morire. Lo faremo davvero.
Quando ero piccola volevo fare il medico.
E adesso? Conoscete qualcuno cieco che faccia il medico?
Io no.
E probabilmente è meglio così. Guai se scoprissi che qualcuno come
me ha qualcosa più di me.
Uno che non vede, non vede e basta. Non dovrebbe sentire voci
strane e non dovrebbe sognare cose strane.
Eppure io lo faccio.
Entrambe le cose. Certe volte pure anche quando sono sveglia.
Ma tanto c’è solo buio intorno a me. Forse sto sognando anche
adesso.
Se fosse un sogno non avrei paura, anche se sapessi che chi ho di
fronte impugna una pistola.
Dritta verso la mia fronte.
E sento grida intorno a me, ma non vedo le persone.
E poi vedo la pistola e all’improvviso il silenzio più assoluto. Non
riesco a sentire neanche il mio battito cardiaco. Dovrebbe fare il tip tap alla
velocità della luce. Eppure, niente.
“Il poliziotto.”
Eccola, la voce. L’unica cosa che riesco a percepire. Ed è un
attimo. Succede tutto in un attimo. Cinque persone morte. Me compresa. Mi vedo
riversa nel lago del mio sangue e non sono neanche un po’ disgustata. Piuttosto
mi fa schifo il fatto che non provo niente.
Adesso si che ci vorrebbe una delle mie pillole.
Bisbiglia, bisbiglia e mi da la sensazione di essere matta. Se
credessi agli angeli o ai diavoli di mia nonna, penserei che sono nel bel mezzo
di un’apocalisse personale.
Ma non sono così fortunata.
Tutto ricomincia a muoversi e prima che il signore vestito di
jeans e camicia a scacchi possa muoversi per tirare fuori la pistola dalla
fondina, io grido come una forsennata.
“Il poliziotto.”
Il tizio prova a scappare, nel il panico generale e la sorpresa
dell’agente in borghese.
Ed io cerco di defilarmi.
Passo dopo passo, inciampo in un tombino e finisco per terra,
all’angolo del piccolo fast food.
Mi rintano nel vicolo maleodorante e finalmente mi siedo, per
terra, vicino a quella che deve essere la prova della pioggia torrenziale che è
scesa ieri notte, causando almeno una ventina di incidenti sparsi per la città.
Volete sapere che cosa ho sognato esattamente la notte precedente?
Di che se vi sforzate, ci arrivate.
Gente morta annegata.
Svegliandomi di soprassalto non potevo fare altro, se non
allungare la mano, prendere quella cosina blu e mandare giù. Senza l’ausilio di
un sorso d’acqua, sia chiaro. E mi ha fatto male alla gola, ma non allo
spirito.
Sono crollata nel buio e non ho visto nulla.
Così decido di prenderne un’altra. Che male può farmi un riposino
nel vicolo?
Nessuno, del resto sono appena scampata alla mia stessa morte, no?
E tornare a casa non se ne parla. Già non ci vedo, con le gambe
che fanno zig zag non arriverei che questo pomeriggio. Tanto vale stare qui.
Crollo contro la parete, e sento a malapena una donna stridula che
chiama aiuto ed il suono di un’ambulanza.